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Regione Veneto: si possono “inumare” le urne cinerarie e se sì, con quale tecnica?

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Il disposto dell’art. 49, comma 4, primo periodo (seconda ipotesi) L. R. (Veneto) 4 marzo 2010, n. 18 contempla una possibilità, in termini di conservazione dell’urna cineraria, la quale non appare costituire un obbligo per i Comuni, in quanto non annoverata tra i requisiti minimi di cui al precedente art. 30.

Per altro, (pur essendo, allo stato attuale, già emanati gli atti (amministrativi) considerati dall’art. 2, comma 2, lett, .a) L. R. (Veneto) 4 marzo 2010, n. 18), tali modalità possono essere disciplinate dal Regolamento comunale di polizia mortuaria, ai sensi dell’ art. 3, comma 2, lett. a), b) e c), nonché, a valle, dal piano regolatore cimiteriale, che rimane in ogni caso strumento indispensabile e necessario ai sensi dell’art. 91 D.P.R. 10 settembre 1990, n. 285. Il regolamento nazionale di polizia mortuaria, seppur residualmente e con andamento “carsico” ed “a scomparsa” rimane il corpus normativo di riferimento, per effetto dell’art. 54, comma 6 L. R. (Veneto) 4 marzo 2010,n. 18, ovviamente per le parti non novellate.

In tale frangente, dovrà tenersene altresì conto, soprattutto in relazione all’art. 27, comma 2 della prefata legge regionale.

L’ art. 49, comma 2 L. R. (Veneto) 4 marzo 2010, n. 18 parlando, tanto al primo periodo quanto al secondo di “conservazione”, esclude la destinazione di apposite aree in funzione di una peculiare e velata modalità di dispersione sotterranea nel tempo, anche considerando come questa sia esaminata dal successivo art. 50, comma 1, lett. a): ne consegue che, in sede di redazione del piano regolatore cimiteriale, dovrebbero essere previste , distintamente e separatamente, sia le aree (spazi, destinate per l’interramento delle urne cinerarie (ai fini della conservazione), sia le aree per la dispersione delle ceneri. (Incidentalmente, si osserva come in relazione all’ipotesi di cui all’art. 50, comma 1, lett. a) L. R. (Veneto) 4 marzo 2010, n. 18, non risultino segni di consapevolezza da parte del Legislatore Veneto di questo problema tecnico: bisogna, infatti, ricordare la difficoltà che sorge nello spargimento massivo delle ceneri, in quanto la composizione chimica di quest’ultime è tale da generare, oltre la soglia di una certa concentrazione, in relazione alla superficie impiegata, una situazione di sterilità vegetativa del terreno, cui potrebbe, però, farsi fronte attraverso la predisposizione di appositi manufatti, che già di per sé stessi, precludono la piantumazione del verde decorativo.

1254494Va decisamente negata la possibilità di collocamento dell’urna (sia ai fini di una sua conservazione sia ai fini della dispersione delle ceneri), in una fossa (considerando l’inumazione nei campi di cui all’art. 58 d.P.R. 10 settembre 1990, n. 285) in cui sia già stato inumato un feretro, poichè questo espediente confliggerebbe con il principio di individualità ed individuabilità della sepoltura, stabilito dall’art. 74 D.P.R. 10 settembre 1990, n. 285, ripreso all’art. 35, comma 1 legge regionale (norma che, per inciso, implicitamente abroga l’unica eccezione al regime della singolarità dell’inumazione rappresentata dall’art. 74 D.P.R. 10 settembre 1990, n. 285, citato, ma quest’aspetto di grande delicatezza emotiva ed etica, probabilmente, in sede redazionale non è stato neppure colto).

Le sepolture a terra potrebbero essere tanto tumulazioni ipogee, quanto semplici inumazioni. In tal caso, potrebbero aversi due ipotesi, quella delle sepolture ad inumazione considerate dall’art. 58 d.P.R. 10 settembre 1990, n. 285 (cioè le c.d. inumazioni in campo comune), oppure inumazioni in aree già oggetto di concessione e, per quanto, aventi natura di sepolcri privati nei cimiteri (Capo XVIIID.P.R. 10 settembre 1990, n. 285).

 

A rigore, solamente in queste seconde potrebbero aversi lapidi, copri tomba ed altri manufatti (art. 62 d.P.R. 10 settembre 1990, n. 285), per cui ben potrebbe aversi la previa realizzazione di un manufatto che consenta di ricavare uno o più vani idonei alla conservazione di urna cineraria, ciò consentirebbe di fare riferimento all’art. 49, comma 4, ultimo periodo L. R. (Veneto) 4 marzo 2010, n. 18 (non trascurando quanto previsto dall’art. 94 d.P.R. 10 settembre 1990, n. 285, che permane vigente ai sensi dell’art. 54, comma 6 legge regionale).

 

Si osserva, tra l’altro, come questo secondo periodo sia formulato in termini di pura ammissibilità, quasi come fosse un’eccezione calcolata e ben tollerata, ai due sistemi conservazione del primo periodo, quando potrebbe, invece, costituire un’idea di abbastanza ampio utilizzo, oltretutto maggiormente ragionata (consentendo la fruizione di spazi presenti e già in concessione) e che risponderebbe ad una logica di “familiarità” del sepolcro.

Tuttavia, è ben noto come in numerose realtà locali, anche nei campi ad inumazione comune, molti Regolamenti comunale di polizia mortuaria consentano l’installazione di lapidi copri-fossa (anzi, non mancano casi in cui tali pratiche non sono neppure prefigurate dai Regolamenti comunali, ma sono legittimate – di fatto – per lontana prassi sorta nel passato).

 

In tale evenienza, che può essere anche frequente, la realizzazione nel manufatto copri-fossa di uno o più vani atti, per dimensioni e caratteristiche costruttive, alla conservazione di urna cineraria, contrasterebbe con l’essenza dell’inumazione in campo comune, ma anche “trasformerebbe” questa in una sorta di “entità promiscua”, tra solo diritto d’uso della fossa e diritti scaturenti da un rapporto concessorio, dove l’inumazione vera e propria mantiene la propria qualità, mentre ad essa si aggiunge e si sovrappone una sepoltura a tumulazione (il vano destinato all’urna cineraria), il quale altro non può essere se non un sepolcro privato nei cimiteri, oggetto di previa previsione da parte del piano regolatore cimiteriale (art. 91 D.P.R. 10 settembre 1990, n. 285), ma tale escamotage contrasterebbe nettamente con quanto stabilito dall’art. 59 d.P.R. 10 settembre 1990, n. 285, nonché con l’art. 30, commi 1 e 2, da ponderare distintamente, L. R. (Veneto) 4 marzo 2010, n. 18.

Le incoerenze ed improprietà redazionali della legge regionale, presumibilmente riferibili ad un non elevato grado di conoscenza della materia funeraria, sono tali da porre in forte imbarazzo i Comuni: essi, per loro natura e storia, invece, ben hanno conoscenza dei temi da affrontare e degli impasse da risolvere, e tentano, sempre più “disperatamente” di sviluppare (o…inventarsi???) soluzioni che, pur superando lo stesso impianto della legge regionale, almeno nel suo dettato formale, cerchino, in ogni caso, di offrire una risposta in termini di funzionalità, di razionalità e di servizio per i cittadini colpiti da un lutto.

Cremazione e pace-maker: un problema ancora insoluto

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Alcuni rapidi appunti sull’annosa questione degli stimolatori cardiaci da rimuovere prima della cremazione: invero vi sono delle notevoli criticità normative e procedurali, in quanto solo alcune Regioni, spesso con meri atti amministrativi, fanno, esplicito, riferimento ai pace-maker, anche se i protocolli operativi di molti gestori degli impianti di cremazione tendono (non casualmente) a richiedere o il preventivo espianto o una dichiarazione liberatoria da cui risulti che il defunto non ne era portatore.

Le motivazioni alla base alle posizioni ed aelle comprensibili richieste dei gestori nascono ora da standard, pur se di prassi, diffusi pressoché in tutta Europa (e non solo) (sia le Linee guida dell’I.C.F. sia dell’U.C.E. indicano la necessità dell’eliminazione del pace-maker), ora per indicazioni (a volte) fornite dagli stessi costruttori dell’impianto (alcuni “manuali d’uso” forniti da qualche ditta specializzata, ammettono chiaramente che non può procedersi in sicurezza alla cremazione di cadaveri portatori di pace-maker, se non vi sia la previa asportazione del dispositivo).

Le ragioni sono, sostanzialmente, di due ordini, il primo di tipo ambientale (che, in genere, interessa di più le Regioni), il secondo di carattere maggiormente tecnologico e manutentivo.

Infatti, specie nel passato, i pace-maker erano alimentati da radio-nuclidi (pace-maker di vecchia o vecchissima generazione), per cui l’eventuale cremazione potrebbe produrre l’emissione in atmosfera di radio-nuclidi (incidentalmente, la pericolosità di tali (eventuali) emissioni dovrebbe essere valutata “proporzionalmente” (come sempre in materia di inquinamento ambientale o, nello specifico, atmosferico), aspetto difficile da affrontare, mandando ancora quanto considerato all’art. 8 L. 30 marzo 2001, n. 130.

Oltretutto, in alcune Regioni, è stato affermato solennemente che i pace-maker alimentati da radio-nuclidi non sono più impiegati nella cura o stabilizzazione delle patologie cardiache, ciò può esser anche vero per gli interventi chirurgici recenti, ma, incidentalmente si trascura questo problema: oggetto di cremazione sono non sono solo i cadaveri, di persone appena decedute, ma possono essere anche i resti mortali estumulati o esumati, cioè di soggetti morti da diversi anni e che, astrattamente, potrebbero, allora, avere avuto l’impianto di pace-maker alimentato da radio-nuclidi (situazione di cui può anche essersi persa la memoria, anche da parte dei famigliari).

Sotto il secondo profilo, il pace-maker, prevalentemente se si tratti di dispositivi non recentissimi, può essere oggetto di “esplosione” nel corso della cremazione, questo fenomeno può determinare danni, anche significativi, alla cella crematoria (anzi, le situazioni “peggiori” potrebbero essere quelle in cui lo scoppio non provochi un danno immediatamente rilevabile, quanto micro-fessurazioni, in particolare interessanti il materiale refrattario, le quali, magari sommandosi nel tempo con altre, arrecherebbero nel tempo, lesioni più gravi, e questi prolungati stress termici e meccanici non permetterebbero un’individuazione puntuale di responsabilità (come si avrebbe, invece, nel caso del guasto immediatamente rilevabile), la quale consentirebbe un’eventuale azione risarcitoria in sede civile.

Amministratore di sostegno, cremazione e Legge 30 marzo 2001 n. 130.

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La Legge 9 gennaio 2004, n. 6 è stata promulgata in funzione di una particolare tutela dei potenziali beneficiari, “… con la minore limitazione possibile della loro capacità di agire …” (art. 1), tanto che, nell’eventualità in cui il beneficiario, sia interdetto od inabilitato, il decreto di nomina di amministratore di sostegno “è esecutivo dalla pubblicazione della sentenza di revoca dell’interdizione o dell’inabilitazione.” (art. 405, comma 3 C.c., quale introdotto dall’art. 3 stessa L. 9 gennaio 2004, n. 6).

Da questa filosofia legislativa di fondo discende una logica conseguenza : l’istituto dell’amministrazione di sostegno è sostanzialmente alternativo all’interdizione (si trascura, l’inabilitazione, la quale non incide pienamente sulla capacità di agire, se non limitatamente agli aspetti patrimoniali, oltretutto quando di straordinaria amministrazione).

Si deve, poi, rimarcare come, di norma, il decreto di nomina dell’amministratore di sostegno sia, immediatamente esecutivo (art. 405, comma 1 Cod. Civile, salvo che nell’ipotesi del comma 3, citato, dove l’esecutività è, invece, subordinata alla revoca dell’interdizione, da cui consegue il pieno riacquisto della capacità di agire del beneficiario).

L’amministratore di sostegno, oltretutto, non assolve compiti predeterminati, in via generale, dalla Legge, come, al contrario. si ha per gli altri due istituti di protezione delle persone maggiori di età, bensì quelli che sono nominativamente indicati nel decreto di nomina (numerus clausus, non ampliabile!), ed essi sono tendenzialmente di ordine patrimoniale (art. 405, comma 4 Cod. Civile.), ragion per cui non si possono dilatare all’esercizio di diritti personali, men che meno personalissimi, come accade proprio per gli jura sepulchri, ossia per gli atti di disposizione del proprio post mortem.
Tra l’altro, l’art. 404 Cod. Civile segue la stessa direzione concettuale, nel senso di considerare gli “interessi”, rispetto a cui il beneficiario può essere “assistito” dall’amministratore di sostegno o, se espressamente previsto tra le attribuzioni conferite con il decreto di nomina, anche essere “sostituito” da quest’ultimo, in termini di rappresentanza (artt. da 1387 a 1399 Cod. Civile), anche se l’orientamento della Legge tende a privilegiare al massimo l’autonoma capacità di agire del singolo soggetto.

La scelta della pratica funeraria della cremazione afferisce ai diritti personalissimi (assoluti ed intrasmissibili concernenti gli atti di disposizione del proprio corpo, nel solco dell’art. 5 Cod. Civile, si è, così, in presenza di una fattispecie che non ammette rappresentanza (la quale ha valore riguardo ai negozi giuridici di tipo patrimoniale), tuttavia mancando una diretta manifestazione di volontà della persona interessata, l’ordinamento giuridico individua anche in capo ad altri, jure coniugii ed in subordine, jure sanguinis, e sempre secondo poziorità, la legittimazione a disporre, come accade con l’art. 3, comma 1 lett. b), n. 3) L. 30 marzo 2001, n. 130, la quale, oltretutto, considera anche l’evenienza che la persona deceduta (non le persone della lett. b), n. 3) si trovi in condizioni d’incapacità, affrontando tale caso, invero nemmeno così raro, all’immediatamente successiva lett. b). n. 4.
Per quanto riguarda specificatamente la questione posta, si dovrebbe considerare come l’art. 405, comma 4 Cod. Civile annoverri anche ipotesi di provvedimenti d’urgenza, limitati alla “cura della persona interessata e per la conservazione e l’amministrazione del suo patrimonio.”

Per altro, quando vi sia (eventualmente, siccome, ormai, nella polizia mortuaria succede tristemente di tutto!) un provvedimento del giudice tutelare, solo una volta divenuto esecutivo, e tale da affidare all’amministratore di sostegno il potere di rendere la dichiarazione di volontà alla cremazione, la figura amministrativa competente al rilascio dell’autorizzazione alla cremazione (Il dirigente? L’ufficiale di Stato Civile?), non potrebbe certo discostarsi da quanto deciso con decreto del giudice tutelare.

Se scrutiniamo correttamente, ed in diritto, una tale fattispecie, questa situazione così anomala non dovrebbe neppure sussistere sia perché ha riguardo all’esercizio di diritti personalissimi, sia soprattutto perché, decedendo il beneficiario, l’amministrazione di sostegno non potrebbe più averne più la rappresentanza, mentre permarrebbe solo l’obbligo del rendiconto finale.

Come extrema ratio, ed in via del tutto occasionale (come potrebbe essere, ad esempio, nel caso in cui il de cuius non abbia coniuge o congiunti nel grado più prossimo (fermo restando il limite dell’art. 77 Cod. Civile sui livelli di parentela), si dovrebbe, forzando pesantemente lo spirito della Legge (dato che deceduto il beneficiario, la funzione dell’amministratore di sostegno, comunque verrebbe ad estinguersi), ottenere un pronunciamento del giudice tutelare tale da autorizzare l’amministratore di sostegno a proporre ricorso avanti al tribunale civile, ex art. 100 Cod. Proc. Civile (in termini di volontaria giurisdizione e non certo di rito contenzioso!), affinché esso adotti, accertato altrimenti e con ogni mezzo il volere del defunto, un provvedimento che, acclarata questa volontà, autorizzi la cremazione del cadavere.
Questo atto di natura giurisdizionale divenuto definitivo o dichiarato immediatamente tale, concretizzerebbe una delle varie tipologie di manifestazione della volontà, ancorché residuali, enumerate dall’art. 3, comma 1, lett. b (nelle sue differenti articolazioni in cui è ripartita) della Legge 30 marzo 2001, n. 130.

Cremazione: miscellanea sul procedimento autorizzativo.

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NDR: Il fenomeno cremazionista si sta espandendo anche in Italia, la sua incidenza, sul numero complessivo dei decessi, cresce esponenzialmente di anno in anno, con picchi di richiesta anche superiori al 50%, specie nella grandi realtà urbane.

 

Vi proponiamo, qui di seguito, alcuni quesiti tematici, in una sorta di breve antologia, esposti, in queste ultime settimane, alla Redazione di www.funerali.org.

 

D. Poichè la legge n. 15/1968 è stata abrogata, chiedo se, nella fattispecie, sia applicabile l’art. 38 del DPR 445/2000.
In particolare, constatata la delicatezza della materia (la cremazione è un processo irreversibile!), domando se la manifestazione di volontà dei parenti del defunto possa essere considerata alla stregua di un’istanza o dichiarazione da presentare a pubblica amministrazione, possa essere inviata anche tramite fax, o presentata unitamente alla copia fotostatica di un documento di identità del sottoscrittore, ai sensi del comma 3 dello stesso art. 38, senza firma autenticata.
Personalmente ritengo che per esercitare tale facoltà, trattandosi di manifestazione di volontà e non di istanza o dichiarazione sostitutiva, sia necessaria la dichiarazione con firma autenticata, ma sono a conoscenza di alcuni comuni che applicano anche in questa materia le norme sulla semplificazione amministrativa.

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R. Piccola postilla iniziale (giusto per tediarvi l’animo… da subito!!!)

 

A volte si sente a volte parlare di domanda di autorizzazione alla cremazione, quando vi dovrebbe essere – forse – solo la dichiarazione di volontà alla cremazione. Qualora debba esservi quest’ultima (separata dalla manifestazione di volonta’, nelle diverse modalità con cui possa essere resa) si dovrebbe dedurre che vi debba essere anche una domanda/istanza per il rilascio dell’autorizzazione all’inumazione o a quella, distinta, alla tumulazione, istanze che seguono il regime proprio di tutte le istanze dirette ad una P.A. e volte ad ottenere un provvedimento amministrativo, nellaspecie l’autorizzazione a ….
In altre parole, ho la sensazione che siatuazioni simili sostanzialmente, vengano trattate in modo differenziato … per prassi.

 

Nel merito, credo che tutto si incentri sulla natura della dichiarazione che puo’ essere:
a) esercizio di un diritto, personalissimo, di disposizione del cadavere in termini di ‘pietas’,
b) rappresentazione di una volonta’ del defunto.

Da ciò discende, rispettivamente, che:

a) i famigliari formulano una volonta’ propria,

b) i famigliari “riportano”, quali semplici nuncius, la volontà del defunto.

Nella prima evenienza, l’autenticazione si fonda sull’art. 79 comma 2 dPR 285/1990. Nel secondo caso, si puo’/potrebbe fare riferimento alle norme in materia di documentazione amministrativa. La volonta’ del defunto in termini di ‘qualsiasi altra espressione della volonta’ e’ prersente nella’rt. 3, lett. b. n. 3L. 30/3/2001, n. 130, se e quando questa potra’ essere applicabile. Vorrei sottrarmi alla prima questione posta, sia per alcuni precedenti (es.: circolare telegrafica n. 37 del 1/9/2004 del Ministero dell’interno che, sentita, la Fun. Pubbl., sosterrebbe che la dichiarazione dei familiari sia una rappresentazione di una volonta’ del defunto (aspetto che, se applicabile la L. 130/2001, potrebbe forse ed in certe situazioni anche potersi ammettere) e non l’estinsecazione di un autonomo potere personale come diritto di disposizione della salma (diritto della personalità).

Per la dottrina più autorevole (Dr. Sereno Scolaro) La risposta sarebbe decisamente negativa, in quanto l’art. 79 comma 2° dPR n.285/1990 non richiama la L. 15/1968 per le procedure, ma unicamente per l’individuazione dei pubblici ufficialiincaricati all’autenticazione.
Non vertendo la questione sulle procedure, il rimando non puo’ essere ai procedimenti del dPR n.445/2000, ma ai funzionari che dal dPR 445/2000 sono legittimati all’autenticazione della sottoscrizione, cioe’ quelli individuatio dall’art. 21, comma 2.

La manifestazione di volonta’ propria dei familiari, nell’ordine di poziorita’ stabilito dalla norma di riferimento, costituisce l’esercizio di un diritto personale, forse persino personalissimo, nell’ambito della pìetas dei defunti, collocandosi, quindi, du si un piano di assoluta autonomia, indipedenza ed estraneita’ rispetto alle disposizioni generiche, o generali del dPR 445/2000. Ne consegue che le indicazioni, sempre ecettuato il mutamento del riferimento normativo sull’individuazione dei pubblici ufficiali legittimati, della norma non sono derogabili (salvo modifica della norma stessa) con l’ulteriore conseguenza, a valle, che l’autenticazione e’ necessaria (incluso quanto previsto dal D.M. 20/8/1992 …) e non suscettibile di procedimentui ‘alternativi’. E cio’ anche dopo l’art. 15 L. 16/1/2003, n. 3, naturalmente per quelle Regioni in cui, in tema di autorizzazione alla cremazione valga ancora l’art. 79 D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285.

D. E’ possibile effettuare la cremazione di una persona priva di parenti di qualsiasi grado e che ha espresso solo verbalmente il desiderio di essere cremata ad un amico? Se si come? e se no perchè?

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R. Al momento ciò non e’ possibile, dato che la prima (= proncipale modalità) di manifestazione della volonta’ e’ quella del testamento, quale ne sia la forma (ovviamente, quando sia eseguibile).
In mancanza di volonta’ testamentaria (o, si aggiunge, dell’iscrizione ad associazione riconosciuta avente tra i propri fini la cremazione dei propri soci), solo i familiari, jure coniugii in primis o jure sanguinis in subordine, nel famoso (o famigerato?) ordine di poziorita’ noto, possono esprimere la (propria o anche quella del de cuius) volonta’ alla cremazione del cadavere del defunto.
Non si dimentichi che si tratta di diritti personalissimi, i quali non ammettono, in quanto tali, sostituzioni o rappresentanza.

Certo: l’art. 3, lett. b), n. 3 L. 30/3/2001, n. 130 (quado potra’ essere applicabile) prende in considerazione il volere del defunto anche nei termini vaghi ed indefiniti di ‘qualisiasi altra espressione di volonta’ da parte del defunto ‘ esso, tuttavia opera comunque rinvio per la la manifestazione sempre ai familiari secondo il principio di poziorità, aggiungendo il parametro della maggioranza assoluta tra gli aventi diritto.

Tutt’al piu’, potrebbe ipotizzarsi un solo rimedio: la sentenza del tribunale ordinario che acclari, anche con ogni mezzo, la volonta’ del defunto alla cremazione e disponga in questo senso, con effettività, naturalmente solo quando il pronunciamento sia passato definitivamente in giudicato.. L’elemento problematico sembra essere quello dell’individuazione della persona che sia qualificabile come titolare di un interesse (nel senso di cui all’art. 100 C.P.C.) a produrre ricorso per tale accertamento e, in subordine, le prove della volonta’ del defunto.

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D.In regime di D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285 posso autorizzare la cremazione di un “cadavere” estumulato di persona defunta dieci anni fa, la documentazione di cui ai commi 4 e 5 art. 79 del DPR 285/90 occorre, oppure si applica la prescrizione decennale e non serve più?

 

R. Sull’ultimo punto: anche se (penalmente) vi potrebbe essere la prescrizione, ho proprio l’impressione che essa non intervenga in relazione all’art. 79 commi 4 o 5 dPR n.285/1990 ….Sono due diversi istituti, con diverse finalità, differentemente regolati!

 

E… se manca l’atto di concessione? Quali le possibili conseguenze?

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Traggo spunto da questo curioso fatto di cronaca: http://www.temporeale.info/71193/argomenti/cronaca/gaeta-cimitero-concessioni-pagate-due-volte-comune-restituisce-soldi.html per qualche riflessione su un tema spinoso, soprattutto per i gestori dei nostri tentacolari cimiteri.

Dunque: il problema pare essere sempre lo stesso: in carenza del titolo di concessione perché, magari, smarrito dal privato cittadino, parte integrante del rapporto concessorio, come comportarsi?

Sono legittimi atti ablativi affinché il manufatto cimiteriale rientri nel pieno possesso del Comune per una nuova assegnazione?

Provocatoriamente muovo da questa prima osservazione: i beni cimiteriali, in quanto afferenti al demanio comunale non sono nemmeno usucapibili!

Di norma, ed in linea di massima, una concessione cimiteriale sussiste solamente quando e se, agli atti del Comune, vi sia esemplare autentico del “regolare atto di concessione”, ex Art. 98 comma 1 DPR n. 285/1990, senza il quale si deve parlare d’inesistenza della concessione stessa, da cui deriverebbe un uso “senza titolo” dell’area o dell’edificio tombale , e quindi il sepolcro, in buona sostanza, sarebbe abusivo (in senso tecnico!)

114129972-bf8e39ea-bf02-4e72-b767-4571ffe5d109Quando manchi un titolo formale, secondo i principi generali dell’ordinamento ed ai sensi dell’Art. 2697 Cod. Civile dovrebbe esser necessario un accertamento giudiziale ex Art. 2907 Cod. Civile sulla fondatezza del diritto (o presunto tale) rivendicato cui provvede la Magistratura Ordinaria in sede civile, tenderei ad escludere (ma felicissimo di esser smentito!) la competenza funzionale del giudice di pace, perchè lo jus sepulchri ha natura di diritto reale (sui generis), patrimoniale e personale e non rientra pertanto (anche le eccede) tra le materie assegnate ex Art. 7 Cod. Proc. Civile al Giudice di Pace.

Data l’epoca piuttosto risalente la stipula dell’atto di concessione vero e proprio dovrebbe essere stata preceduta da una deliberazione del consiglio comunale di assegnazione dell’area, nonché dall’autorizzazione prefettizia per procedere alla concessione con il conseguente perfezionarsi dell’atto di concessione, il quale, oltretutto, una volta formato, sarebbe stato soggetto al visto di esecutività da parte della G.P.A. (organo oppresso con l’istituzione dei T.A.R. avvenuta con la Legge n. 1034/1971), tutto questo in regime di Regio Decreto n.1880/1942, cioè del regolamento statale di polizia mortuaria vigente in quel periodo storico.

Infine, sia il progetto di costruzione del corpo di loculi sull’area data in concessione, sia quello per eventuali successivi interventi di ristrutturazione o ri-adattamento del manufatto dovrebbero essere stati approvati dal comune (oggi art. 94 D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285) e, le opere, una volta eseguite , avrebbero, comunque, dovuto esser oggetto sia verifica sulla rispondenza di quanto realizzato con il progetto precedentemente varato, sia di collaudo, quanto meno statico, a rilevanza igienico-sanitaria.

Per altro, non mancano, anzi sono abbastanza diffusi, frangenti e realtà territoriali in cui la tenuta degli archivi presenti condizioni di pesante “sofferenza” ed inadeguatezza, stato di fatto che, senza entrare nel merito delle possibili cause, spesso annose e non solo dovute alla momentanea incuria, costituisce un fattore di criticità, perchè la disponibilità dell’atto di concessione e, quindi, la conoscenza del concessionario, costituisce elemento essenziale per acclarare, in occasione di ciascuna singola richiesta di tumulazione, se il defunto di cui sia richiesto l’accoglimento nel sepolcro abbia titolo ad esservi ammesso ex Art. 102 DPR 10 settembre 1990 n. 285 (soluzione procedimentale che, altrettanto, spesso è poco applicata, generando situazioni, talora, di indebito uso del sepolcro).

All’assenza di atti d’archivio (o di registrazioni tratte dagli atti d’archivio), potrebbe essere sopperirsi, oltre che, ovviamente, con ricerche approfondite nell’archivio del comune interessato (spesso laboriose, specie se l’archivio non sia sempre stato tenuto in modo adeguato), anche con accessi all’Archivio di Stato, in cui potrebbero (es.) essere state riversate, decorsi oltre 40 anni, le copie dell’atto di concessione a suo tempo oggetto di visto da parte della G.P.A. In alcuni casi, potrebbe darsi il suggerimento di avviare le ricerche iniziando dai registri delle deliberazioni del consiglio comunale (che erano tenute in termini tanto più ordinati, quanto più indietro si vada nel tempo), ciò consentirebbe di individuare, oltre al il momento temporale cui restringere le ricerche, anche il concessionario iniziale (c.d. fondatore del sepolcro), operazione da “topi di biblioteca” che favorirebbe le ricerche per le fasi successive, cioè per provare l’eventuale subentro, ossia l’ingresso dei discendenti dell’originario fondatore nella piena titolarità del sepolcro. Ovviamente l’istituto della voltura nelle concessioni cimiteriali opera solo mortis causa, essendo vietato su quest’ultime ogni atto di disposizione per acta inter vivos, stante la sancita demanialità dei beni cimiteriali.

Una volta individuato il fondatore del sepolcro, si definisce “di default”, cioè automaticamente anche l’ambito della famiglia avente diritto alla sepoltura, mentre per il tempo successivo al decesso del concessionario/fondatore del sepolcro dovrebbero esservi stati atti di “subentro”, regolati per altro dal regolamento comunale di polizia mortuaria, considerando come qualora questo istituto non sia stato considerato, né tanto meno esperito dovrebbe concludersi che concessionario sia rimasto quello originario.

Va aggiunto, per quanto riguarda le opere di costruzione del sepolcro e, nel caso, anche per i lavori di ristrutturazione successivi, come non si possa escludere che i relativi atti siano stati oggetto di procedura di scarto dall’archivio comunale, per cui (almeno) dovrebbe essere reperibile il relativo verbale con cui è proceduto allo scarto (DPR n.1409/1963), mentre non possono essere stati oggetto di scarto gli atti di concessione e, sempre che vi siano stati, gli eventuali aggiornamenti dell’intestazione, conseguenti al decesso del concessionario (e, forse, anche dei suoi discendenti), sempre che la procedura di c.d. “subentro” fosse contemplata dal regolamento comunale di polizia mortuaria.

Nel caso in esame, appare evidente come la gestione dell’archivio, localmente, non sia stata del tutto “perfetta” ed inappuntabile (e, come osservato, si tratta di una situazione anche molto diffusa, soprattutto per il pregresso).

In Ultima analisi, se dai registri delle sepolture si evince l’uso (comunque nec vi, nec clam, nec precario, elemento assai arduo da provare) continuata e costante della tomba in questione si potrebbe anche tentare anche la formula dello juris tantum (immemoriale: http://www.funerali.org/cimiteri/ricognizione-sullo-jus-sepulchri-listituto-dellimmemoriale-1172.html) la quale dovrebbe, poi sfociare, dopo adeguata istruttoria, in un atto integrativo/ricognitivo sulla concessione in già essere, avente la forma di determina dirigenziale, adottato, appunto, dal dirigente (Art. 107 comma 3 lett. f D.LGS n.267/2000) di settore dei servizi cimiteriali. Meglio, comunque, percorrere la strada maestra dell’accertamento giudiziale, sostenendo, comunque, l’alea che un giudizio civile pur sempre comporta.

Cremazione e Legge n. 130/2001: quando il dichiarante è impossibilitato…a dichiarare dinnanzi all’Ufficiale di Stato Civile.

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Cara Redazione,

Nel mio comune (Regione Lombardia) l’anno scorso una donna é stata uccisa dal proprio marito…l l’ennesimo caso di efferato femminicidio!

La spoglia mortale è stata provvisoriamente tumulata in un cimitero milanese, i genitori ora, peraltro molto anziani, vorrebbero procedere a cremazione, considerato che tale intendimento era già stato manifestato in vita dalla defunta per il proprio post mortem

Il Giudice Indagini preliminari , così come il Procuratore della Repubblica hanno, ex art. 116 comma 1 D.Lgs 271/1989, rilasciato il nulla osta espressamente per cremazione in quanto il cadavere non è sottoposto ad ulteriori indagini di carattere giudiziario.

L’uxoricida vanta tuttora i diritti derivanti dal rapporto di coniugio in quanto seppur già richiesta dagli avvocati di parte, la decadenza di tali diritti non é ancora stata pronunciata.
In tale situazione il processo verbale di cremazione spetterebbe al marito che, recluso in casa circondariale di B. ha per ora ancora la residenza in altro Comune sempre della Regione Lombardia.

A quale Ufficiale dello Stato Civile, allora, spetta raccogliere la dichiarazione di volontà di cremazione? Sentito il Comune di B., sede dell’istituto di pena, i colleghi non ritengono di essere competenti in quanto il dichiarante non é un loro residente, il decesso non é avvenuto in tale città e ne’, considerato che siamo in presenza di autorizzazione alla estumulazione straordinaria per cremazione, la salma e’ sepolta in B.

Mi potete gentilmente chiarire di chi sia la titolarità territoriale ad accordare la prefata autorizzazione?

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01Risposta: Per risolvere positivamente il problema ci si potrebbe appellare alla circolare n. 21/san/2005 D.G. Sanità Lombardia, che al paragrafo 3 stabilisce appunto:
3. Cremazione, dispersione e affidamento delle ceneri (artt. 12, 13 e 14 Reg. Reg. 9 novembre 2004 n. 6).

“In conformità alla legge 30 marzo 2001, n. 130 (“Disposizioni in materia di cremazione e dispersione delle ceneri”), l’art. 12 del r.r. n. 6/2004 prevede che l’autorizzazione alla cremazione venga rilasciata dall’Ufficiale di stato civile previo accertamento della volontà del defunto o degli aventi titolo. Il Comune stabilisce autonomamente le modalità organizzative necessarie a garantire, anche in capo a chi è oggettivamente impossibilitato a spostarsi, il diritto a rilasciare la dichiarazione.
Con riferimento all’art. 3, c.1, lett. b, n. 3 della legge 130/2001, si precisa che, nel caso i cui l’Ufficiale di stato civile del Comune di residenza degli aventi titolo, situato in Regione diversa dalla Lombardia, rifiuti di verbalizzare la dichiarazione, il Comune in cui è avvenuto il decesso dovrà accettare, in luogo del processo verbale, un atto notorio o una dichiarazione sostitutiva dello stesso”.

Spetta unicamente al Comune quindi stabilire le modalità organizzative necessarie. Una soluzione potrebbe essere quella suggerita dal 2° comma dello stesso paragrafo 3, considerando alla stessa stregua le difficoltà originate dal rifiuto dell’Ufficiale di Stato.Civile. extra-Lombardia e la difficoltà a spostarsi di chi si trova in stato di reclusione.

Anche tra la più autorevole dottrina, però, sussistono pareri difformi e, forse, inconciliabili.

Ad avviso di Graziano Pellizzaro (esponente di rilievo di A.N.U.S.C.A., ed autore del pregevole blog: http://studiopelizzaro.blogspot.it/search/label/Quesiti%20risolti) “[…] in alternativa si potrà raccogliere la dichiarazione del marito mediante processo verbale dell’Ufficiale di Stato Civile che dovrà recarsi presso il carcere. Chiaramente l’Ufficiale di Stato Civile dovrà essere quello di B., per competenza geografica”.

A conclusioni assai diverse e, quasi, diametralmente opposte, approda Sereno Scolaro (sul forum di www.enti.it), nell’esame di un caso analogo: secondo la sua opinione, in ogni caso, l’Autorità Comunale non agisce se non all’interno degli uffici comunali (vi é, peraltro, un solo caso in cui i poteri comunali, nella specie l’Ufficiale dello stato civile, è legittimato ad attivarsi al di fuori della casa comunale, per di più assistito dal segretario comunale, cioè quello previsto dall’art. 110 Cod. Civile, non pertinente alla materia trattata).

Non rimane, allora, rimedio, se non un riferimento, d’obbligo, alle procedure generali per determinate attività aventi rilevanza pubblicistica, come l’autenticazione della sottoscrizione, cioè il rinvio alla L. 16/3/1913, n. 89 (Legge sul notariato), oppure si potrebbe anche esperire un richiamo alla circolare del Ministero dell’interno n. 37 del 1/9/2004, pur nella sua intrinseca debolezza (al punto da ‘nascondersi’ dietro un parere del Dipartimento per la funzione pubblica che ha, evidentemente, obliterato la natura di atto di disposizione , immaginando come non sia l’esercizio di una potestà quanto la rappresentazione (?) di una volontà espressa solo verbalmente dal de cuius) …. Tralasciando altre valutazioni sulla congruenza di tale circolare, essa é stata emanata, pur con tutti i suoi limiti, e ciò va tenuto sempre in debita considerazione.

Le cause estintive delle concessioni cimiteriali: l’ABBANDONO AMMINISTRATIVO.

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Si consiglia preliminarmente la consultazione di questi due link propedeutici all’argomento sviluppato qui di seguito:
(http://www.funerali.org/cimiteri/le-cause-estintive-nel-rapporto-concessorio-il-fattore-temporale-46074.html).
(http://www.funerali.org/cimiteri/lo-stato-di-abbandono-del-sepolcri-percorsi-giurisprudenziali-e-regolamentari-di-definzione-45924.html)

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L’art. 4 comma 4 del regolamento regionale emiliano-romagnolo 23 maggio 2006 n. 4 ci offre lo spunto per qualche riflessione critica e… “di sistema”, questa disposizione, difatti, è sicuramente implementabile anche in altre realtà territoriali, pure recependola nella semplice regolamentazione comunale, nelle more, dunque, di una specifica normazione regionale in materia funeraria.

Con esso, infatti, si introduce, con precisione quasi chirurgica, una soluzione al problema della perpetuità (o della lunga, quasi eccessiva, durata) delle concessioni cimiteriali. Difatti viene definito come l'”abbandono amministrativo” di una tomba quello stato di fatto che è determinato dall’essere trascorso almeno un ventennio dalla data della morte (e non di sepoltura in quel particolare sepolcro) dell’ultimo concessionario avente diritto.

Tale situazione configura la concreta possibilità per il Comune di pronunciare la decadenza (o l’estinzione? Figura giuridica concettualmente diversa ma che conduce ai medesimi esiti, con il Comune che rientra in possesso dell’edificio funerario) della concessione e conseguentemente il recupero ed il riutilizzo del manufatto per nuove sepolture.

Il regolamento comunale delineerà le procedure, nel dettaglio, per la traslazione di cadaveri, resti mortali, ceneri ed ossa in sepoltura comunale (che può anche essere individuata in campo comune, ossario e cinerario comune).

La questione è di grande rilevanza per le notevoli implicazioni che ne derivano, tra le quali una finalmente chiara normativa regolamentare comunale per individuare il concessionario avente diritto (originario o quelli avvicendatisi nella titolarità per effetto di subentro o successione mortis causa legittima o testamentaria). Le concessioni perpetue, notoriamente, non sono soggette ad atti ablativi ex art. 92 comma 2 D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285 (http://www.funerali.org/cimiteri/la-revoca-delle-concessioni-330.html).

Dobbiamo sempre rammentare e ribadire la radicale differenza tra la caducazione del rapporto concessorio ed estinzione della famiglia, l’ultima ipotesi nasce dallo spirare della funzione per esaurimento dei soggetti destinatari di essa.

Si ha la scomparsa della famiglia, con rinvio al criterio meramente cronologico del decorso di 20 anni dalla morte (si badi, non dalla sepoltura) dell’ultimo concessionario avente diritto, cioè anche quando tale persona sia stata collocata in altro sepolcro.

Si tratta di un elemento essenziale da conoscere, in quanto l’ultimo concessionario avente diritto, potrebbe lasciare persone ancora in vita che siano prive della qualità di concessionario (http://www.funerali.org/cimiteri/voltura-della-concessione-disgiunta-dallo-jus-sepulchri-i-possibili-effetti-distorsivi-rispetto-al-normale-sigificato-di-cessione-di-un-diritto-reale-48121.html), ma detengano ancora diritti personali di jus sepulchri passivo; così il compimento del termine ultimo travolge anche il loro diritto di sepolcro, quale diritto (nei fatti, mera aspettativa legittima) personale.

Qui si riafferma con grande evidenza il dilemma annoso circa la posizione del concessionario, degli istituti regolatori di un qualche subentro (http://www.funerali.org/cimiteri/la-morte-del-concessionario-e-listututo-del-subentro-7523.html), della “qualità” dello stesso, che vanno affrontati e risolti all’interno del Regolamento comunale di polizia mortuaria, quest’ultimo, sempre di più, assume la veste di strumento fondamentale per ogni programmazione di buon governo cimiteriale, ma anche per la tutela dei diritti dei concessionari.

Pur in presenza di questa dirimente centralità del Regolamento comunale di polizia mortuaria, uno schema di riforma statale del D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285 (che, come già indicato, è stato poi abbandonato, per impulsi di vario ordine, nei primi anni del 2000) avrebbe individuato tra soggetti aventi diritto le persone fisiche che per successione legittima o testamentaria fossero state titolari di una quota di concessione.

Si trattava, forse, di un’impostazione che si appoggiava sulla visione ereditaria, sostanzialmente abbastanza “patrimonialistica”, e dunque anacronistica, del sepolcro, inteso come “oggetto” attorno a cui ruotano suprattutto diritti reali (e non anche personalissimi), concezione che, come largamente noto, interviene e si reifica solo quando il sepolcro privato abbia assunto carattere ereditario, rispetto a quello familiare originario.

In effetti, storicamente, i sepolcri privati nascono come tombe familiari, per le quali la titolarità della concessione e gli jura sepulchri da essa scaturenti sono disciplinati dall’atto di concessione e dal Regolamento comunale di polizia mortuaria.

Il sepolcro familiare cessa di essere tale, smarrendo, così, la sua primitiva natura, quando vengano ad esaurirsi i prefati soggetti appartenenti ad un nucleo famigliare,e si tramuta in ereditario, se vi siano eredi, ma non più persone facenti parte dlla famiglia del concessionario, fondatore del sepolcro (o, comunque, di persona (o persone) avente/i la qualificazione di concessionario) (cfr.: da ultimo: Consiglio di Stato, sez. 5^, sent. n. 1081 del 16 marzo 2016, nonché ex plurimis almeno a partire da Corte di Cassazione, Sez. 2^ civ., sent. n. 5015 del 29 maggio 1990, omettendosi, per ragioni di brevità l’ampia, e sostanzialmente uniforme, ed ormai consolidata serie di pronunce, tanto da parte della giustizia civile quanto da quella amministrativa).

Assodata ed individuata tale qualità di fondatore primigenio del sacello gentilizio, la trasmissione dei diritti, dei doveri e degli atti di gestione connessi alla concessione ed al suo uso, a questo punto, dovrebbe seguire le comuni regole di successione per il trapasso del patrimonio, e costituirebbe una limite che rischierebbe di rendere difficilmente esperibile, o addirittura di inficiare, la soluzione dell’abbandono amministrativo, siccome bisognerebbe preventivamente sincerarsi del venir meno della famiglia, in tutti i suoi rami, attraverso complesse ricerche anagrafiche la transizione, o trasformazione, del sepolcro da famigliare (gentilizio) in ereditario e, quindi, l’assenza di eredi di quota di concessione, anche solo a fine di obbligazione manutentiva ex art. 63 D.P.R. n. 285/1990 (http://www.funerali.org/cimiteri/la-manutenzione-dei-sepolcri-ex-art-63-dpr-n2851990-927.html) (a prescindere dall’eventuale titolarità dello jus sepulchri o del fatto che sussistano soggetti i quali ne dispongano senza, per questo, essere diretti eredi del concessionario http://www.funerali.org/cimiteri/eredi-o-discendenti-283.html).

Su questa sciarada potrebbe pure innestarsi una variabile subordinata ed “impazzita”, ad esempio: in un sepolcro ereditario, o divenuto tale, i relativi diritti possono essere oggetto di devoluzione testamentaria?

Una plausibile risposta si rinviene nelle considerazioni qui immediatamente precedenti, in questo senso: se un sepolcro è ereditario (e ciò potrebbe aversi sia fin dal suo sorgere, sia per trasformazione da sepolcro familiare in sepolcro ereditario, a seguito dell’estinzione della famiglia) il suo assetto giuridico si adegua alle comuni norme del diritto successorio,, inclusa quella testamentaria.

Per stabilire con certezza il dante causa (de cuius) ancora una volta si dovrà fare riferimento all’atto di concessione e al Regolamento comunale di polizia mortuaria, verificando anche la particolare declinazione attribuita all’istituto del subentro e gli altri aspetti che tale previsione comporta siano valutati attentamente.

Mentre L’accesso, seppur astrattamente, alla logica del sepolcro ereditario avrebbe provocato non poche noie interpretative per i sepolcri privati di carattere familiare, questo parametro normativo, tuttavia, sarebbe risultato, comunque, ed a maggior ragione, pressoché inapplicabile nel caso di sepolcri privati in concessione ad enti, poiché per essi la “successione” interviene con modalità del tutto diverse rispetto alle persone fisiche e, spesso, neppure è ipotizzabile, pervenendosi immediatamente allo scioglimento dell’ente, senza alcuna “subentro nella titolarità di diritti,” in senso proprio, al più, forse, si contemplano particolari forme, di diritto squisitamente privato, per la devoluzione del patrimonio dell’ente sciolto od estinto.

L’estinzione comporta, ad ogni modo, l’acquisizione delle opere e delle aree da parte del comune, senza alcuna forma di ristoro, questa affermazione apodittica discende anche da siffatta considerazione: essa comporta necessariamente che non vi siano soggetti potenzialmente destinatari di un risarcimento (tranne il caso dell’estinzione dichiarata in correlazione alla soppressione del cimitero che ha una sua propria regolamentazione in relazione a questa fattispecie, la quale, altrettanto esclude tassativamente l’eventuale indennizzo, forse concepibile in caso di rinuncia alla concessione http://www.funerali.org/cimiteri/la-rinuncia-nelle-concessioni-cimiteriali-modi-forma-e-natura-dellatto-45953.html).

Poiché l’estinzione è prima di tutto un evento, un fatto giuridico, che esula da ogni volontà, anche per essa trovano piena operatività le indicazioni fornite circa la decadenza, sulla sua natura meramente dichiarativa degli atti con cui è riconosciuta (http://www.funerali.org/cimiteri/atti-ablativi-sulle-concessioni-cimiteriali-e-principio-di-pubblicita-del-procedimento-ex-artt-7-8-e-21-bis-legge-n-2411990-46199.html) e sulla sua obbligatorietà, come sugli effetti, ex art. 93 D.Lgs n. 267/2000, in caso di ritardo od omissione nella dichiarazione di decadenza (http://www.funerali.org/cimiteri/la-decadenza-delle-concessioni-cimiteriali-915.html).

 

Nota dell’autore: si ringrazia per la preziosa consulenza il Dr. Sereno Scolaro , (senza il suo aiuto questo breve saggio non avrebbe mai visto la luce!)

Cade dalla scala in cimitero: danni ed eventuale responsabilità civile per il Comune?

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Brano tratto dall’edizione on line de “La Nuova gazzetta di Modena del 28 agosto 2017:” “”- […] MODENA. È finita con un brutto infortunio la mattinata di una donna modenese all’interno del cimitero San Cataldo. Attorno all’ora di pranzo, erano da poco passate le 13, la donne si trovava ancora all’interno del cimitero quando è suonata la consueta sirena che avvisa della chiusura dei cancelli. Lì per lì non ci ha fatto troppo caso ma quando, pochi minuti dopo, si è trovata davanti i cancelli sbarrati, si è preoccupata e ha cercato una via d’uscita dal cimitero ormai chiuso. Va detto, per chiarezza, che San Cataldo è dotato di un sistema touch screen e di un dispositivo di sicurezza che permette l’apertura del cancello dall’interno. Evidentemente la donna non sapeva di questa possibilità, così ha optato per una strada ben più impervia: ha preso una delle scale che servono per il cambio dei fuori e delle luci, l’ha avvicinata al muro di cinta del cimitero e ha iniziato a salire fino a raggiungere, ad oltre tre metri, la cima delle mura. Lì è nato il problema: come scendere in sicurezza? E proprio nel tentativo di scendere è caduta. Sul posto è arrivata l’ambulanza che l’ha trasportata all’ospedale”-

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Ed ora un breve commento tecnico sulla scia di due distinti quesiti presenti, in banca data, qui su www.funerali.org, risolti a cura dell’Ing.Daniele Fogli. Questo passaggio ci consente anche di esaminare, sotto il profilo civilistico ed aquiliano gli effetti di una mancata sorveglianza all’interno del campisanti.

 

imageLe responsabilità gravanti sul Comune nel caso in cui un utente/visitatore procuri un danno a sé o ad altri utilizzando una scala portatile , in buono stato di manutenzione, si distinguono in relazione alle seguenti ipotesi:

a) Nel caso in cui la scala arrecasse un danno ad un soggetto, senza che questi la stesse azionando o manovrando, ci troveremmo nell’ambito di applicazione dell’art.2051 c.c., secondo il quale, il Comune, in quanto custode dell’oggetto, è responsabile del danno cagionato, salvo che provi il caso fortuito.

Per caso fortuito si intende un fatto imprevisto o assolutamente imprevedibile, da solo idoneo a causare un danno. Secondo parte della dottrina e della prevalente giurisprudenza si tratta di una responsabilità fondata su una presunzione relativa di colpa a carico del custode ed il caso fortuito serve appunto per dimostrare l’assenza di colpa. Secondo altro orientamento trattasi di responsabilità oggettiva ed il caso fortuito consiste in un avvenimento che esclude il nesso di causalità tra condotta ed evento dannoso.

 

b). Se invece il danno è prodotto a causa di un uso errato o maldestro dello strumento, si rientra nell’ipotesi generale dell’art.2043 Cod..Civile. Pertanto, l’utente che cagiona ad altri un danno, intenzionalmente o a causa di negligenza, imprudenza o imperizia ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline, è obbligato a risarcire il danno. In tale fattispecie il Comune non è responsabile.

Il Comune quale titolare ultimo del cimitero, impianto demaniale ex art. 824 comma 2 Cod. Civile, e della stessa funzione cimiteriale (Artt. 337, 343 e 394 T.U.LL.SS) ha la responsabilità oggettiva di cui all’art. 2043 cod. civile , cui deve far fronte attraverso un’opera di normale diligenza, controllo e vigilanza, fermo restando che la responsabilità oggettiva emerge in caso di dolo o colpa rispetto al verificarsi del danno ingiusto.

Il comune, pertanto, si deve attivare in modo da assicurare una idonea attività di sorveglianza, anche se, e si condivide la considerazione, tale vigilanza non possa assicurare in assoluto una prevenzione dei fatti dolosi compiuti da terzi, né tanto meno l’individuazione dei responsabili, nei singoli casi.

Il personale comunale addetto ai cimiteri ha il dovere di tutela dei beni comunali, ma anche quella dei beni privati ricadenti nella sfera di sorveglianza del comune, anche se evidentemente non assolve a funzioni di polizia giudiziaria.
Rispetto all’art. 51 d.P.R. 10 settembre 1990, n. 285 si esprime l’avviso che la “vigilanza” presa in considerazione non abbia il contenuto materiale che sembra emergere dal quesito, quanto abbia una valenza ben più ampia, estesa anche all’utilizzo dei sepolcri privati all’interno dei cimiteri (cioè alla sussistenza delle condizioni che consentono o meno la sepoltura di una salma in un determinato sepolcro, ecc.), alla loro manutenzione e alla gestione complessiva delle opere presenti nei cimiteri; altrettanto il servizio di custodia non può essere valutato in termini materiali, quanto in termini giuridici.

Poiché i manufatti di privati installati su sepolcri privati o, se eccezionalmente consentiti dal comune, anche su sepolture nei campi ad inumazione comune, sono di proprietà esclusiva dei privati che hanno anche l’obbligo della loro manutenzione (art. 63 d.P.R. 10 settembre 1990, n. 285), la responsabilità oggettiva di cui all’art. 2043 c. c.fa carico a privati, si ricava che l’auto-deresponsabilizzazione che il regolamento comunale afferma ha un suo fondamento giuridico, anche se il comune ha l’obbligo di adottare tutte le misure idonee a prevenire situazioni di vandalismo o danneggiamento.

Alla luce di quanto sopra la responsabilità dell’amministrazione rispetto a beni di proprietà privata presenti all’interno dei cimiteri sussiste solo se l’amministrazione comunale risulti dolosamente o colpevolmente carente rispetto all’obbligo di vigilanza e custodia (entrambi i termini intesi qui in senso molto “materiale” e assolutamente non giuridico, dei cimiteri), in termini di ordinaria diligenza.
Nel caso di eventi fortuiti che producano un danno valgono le comuni regole della responsabilità oggettiva (già citato art. 2043 e seguenti, c. c. ) che fanno carico all’ente proprietario del cimitero, responsabilità cui può essere fatto fronte anche attraverso la stipula di apposita assicurazione, come viene generalmente fatto dai comuni per altri impianti (acquedotto, strade, viabilità, parchi e giardini, ecc.).

Emilia-Romagna: funerali a prezzi calmierati: una soluzione che non funziona!

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Sia consentito affrontare lo spinoso problema in termini abbastanza formali e giuridici.

135409479-649881e2-588a-4e23-916a-476f2086e725L’art. 16 comma 1 lett. b) D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285 è stato implicitamente abrogato (fatta salva, forse, la fattispecie resuduale del trasporto necroscopico) in conseguenza dell’art. 1, comma 7-bis, terzo periodo, D.-L. 27 dicembre 2001, n. 392, convert. in L. 26 febbraio 2001, n. 26) che prevede come il traporto deldei defunti sia generalmente a pagamento, secondo una tariffa stabilita dall’autorità comunale (secondo il disposto dell’art. 16 comma 1 lett. a) D.P.R. n. 285/1990).

Anche quando dovesse ancora remotamente sussistere la possibilità di riconoscere all’autorità comunale la titolarità di fissare queste tariffe con apposita declaratoria ( D.M. 31/12/1983, dopo il suo “ripristino” nel testo originale da parte del T.A.R. Lazio, sez. I.ter n. 7570 del 5/6/-11/9/2003, che ha annullato le modifiche apportatevi dall’art. 2, punto 4) DM 1/7/2002), detta potestà sarebbe limitata alla mera definizione della tariffa concernente il solo trasporto funebre.

Questa operazione riuscirebbe, comunque, difficilmente sostenibile, in particolare nelle Regioni in cui siano vigenti (a prescindere dalla loro legittimità costituzionale o meno, in relazione all’art. 117, comma 2, lett. e) Cost.) norme legislative che inquadrino le prestazioni proprie delle onoranze funebri come comprensive di una serie di componenti (somministrazione di beni e servizi) (come è nel caso di cui all’art. 13 L. R. (Emilia-Romagna) 29 luglio 2004, n. 19 e succ. modif. e, di conseguenza considerino ormai il trasporto funebre come un’espressione di libera imprenditorialità, seppur sempre sottoposta ad autorizzazione comunale.

Tuttavia, anche volendo enucleare l’azione del trasporto di salma, di cadavere, di ceneri e di ossa umane o di resti mortali (si deve constatare come tale attività di mercato non sia suscettibile di rigida determinazione da parte di una qualche pubblica autorità, poiché perché se esistesse tale legittimazione “dirigista” (che se in essere costituirebbe anche un dovere per l’amministrazione competente) occorrerebbe una norma di rango primario tale da prevederla.

Pertanto la regola generale citata inizialmente, pur avendo fonte di tango primario (ormai), non può trovare applicazione poiché superata dalla Legislazione Regionale (e, del resto, è facile immaginare come molti Comune mai l’abbiano applicata e non per inerzia o intenzionale volontà di disattenderla).

Accademicamente, anche volendo caparbiamente riferirsi ancora al D.M. 31 dicembre 1983 questa ostinazione formalistica non offrirebbe risposte reali e fattive, in quanto l’indirizzo di alcune Amministrazioni Municipali sembra essere quello di comprendere nel “pacchetto” funerale non solo il trasporto, ma, appunto, un complesso di servizi e prestazioni, comprensivi di fornitura del feretro, diversificato in relazione alla pratica funeraria richiesta, alle modalità di trasporto, ai mezzi tempi e percorrenze dello stesso.

Bisognerebbe poi aggiungere il personale necessario per eventuali soste (es.: quelle per le esequie al fine della movimentazione, in tutta sicurezza del feretro) nel corso del trasporto, ma anche, in base delle richieste dei familiari o delle consuetudini locali contemplare altri elementi rituali (esempio: corone, cuscini, addobbi floreali, noleggio di paramenti per l’allestimento delle c.d. “camere ardenti”, necrologi e partecipazioni di lutto, ecc.), componenti tutte, molto variabili, che non possono essere oggetto di regolazione in via amministrativa, collocandosi sul piano delle ordinarie attività economiche sostanzialmente libere, nella determinazione dei prezzi e/o corrispettivi.

Si coglie per altro come, specie in alcune realtà (tipo nelle grandi realtà urbane), non manchino talora pulsioni orientate nella direzione dei cd. “funerali a prezzi calmierati”, in funzione di assicurare ai Cittadini una sorta di tutela di tipo consumeristico, che, negli obiettivi, potrebbe, forse, anche essere comprensibile ed apprezzabile.

Per altro, si deve, però, osservare come i Comuni non dispongano di strumenti efficaci ed idonei a consentire loro di garantire ai priori cittadini una tale protezione (salvo, forse, la collaudata soluzione che ultimamente sta perdendo consistenza, in termini di presenza sul territorio, anche per effetto di alcune disposizioni di legge, di porsi sul mercato offrendo essi stessi il medesimo servizio offerto da altri operatori economici privati , quando i prezzi praticati dal comune (o azienda riconducibile a questi) siano oggettivamente inferiori, sempre sotto il profilo imprenditoriale.

Per altro, quest’ipotesi un po’ retrò, e ciò giustifica il progressivo ridursi di presenza delle aziende “pubbliche” nel settore funebre, si scontra non tanto e non solo con il vincolo della separazione societaria (art. 5, comma 2 L. R. (Emilia-Romagna) 29 luglio 2004, n. 19 e succ. modif., ma – soprattutto – con la previsione dell’art. 13 (in particolare, comma 3) D.-L. 4 luglio 2006, n. 223, convert. in L. 4 agosto 2006, n. 248. Si potrebbero anche citare norme successive, che ispirate dalla stessa filosofia liberalizzatrice sotto il versante sostanziale.

In alcuni ambiti territoriali, sono state sperimentate soluzioni di cd. “funerali a prezzi calmierati”, esse per altro, risultano avere prodotto effetti non particolarmente esaltanti, in quanto, pur predisponendo formule contrattuali di componenti standard di servizi funebri, consentono ad ogni modo agli operatori, con un certo margine di manovra, di presentare servizi aggiuntivi o integrativi rispetto a quelli, formalmente, tipizzati, queste condotte commerciali alterano, di fatto, l’obiettivo originario che si prefiggono le amministrazioni locali, ma presentano pure il fattore di rischio di esser utilizzate in termini di indebita promozione, spendendo il nome del Comune, così questi approcci riconducibili alla c.d. “pubblicità ingannevole” diventano, di fatto, un boomerang.
Appare opportuno, in questo breve excursus normativo, ricordare qualche disposizione leggermente meno recente, quale (es.) l’art. 3, commi 8 e 9 D.-L. 13 agosto 2011, n. 138, convert. in L. 14 settembre 2011, n. 148 di cui sono abrogate (dal 13 dicembre 2011) alcune disposizioni e, considerando tale art. 3, comma 9, lett. h), senz’altro quella relativa ai prezzi minimi.

A questa norma si è poi sovrapposto l’art. 34 D.-L. 6 dicembre 2011, n. 201, convert. in L. 22 dicembre 2011, n. 214, che, pur se nominalmente simile sotto il profilo sostanziale, ha prodotto un nuovo effetto abrogativo, e con decorrenza 6 dicembre 2011.

In altre parole, anche soprassedendo su indirizzi e segnalazioni dell’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato, talora lette e percepite, e sbandierate in modalità non sempre corrispondenti al loro tenore testuale, si esprime l’avviso di una effettiva impraticabilità dell’ipotesi affacciata, congiuntamente ad un’ultima riflessione, pur se di merito: anche se alcune imprese del settore aderissero, per proprie scelte strategiche e di posizionamento sul mercato , a schemi di pre-determinazione di prezzi, il pericolo sarebbe senz’altro quello di ottenere esiti incoerenti, con le finalità dell’amministrazione comunale intende perseguire, quando non anche opposti.

Probabilmente una maggior e concreta garanzia per il consumatore potrebbe provenire dalla piena attuazione dell’art. 13, comma 6 L. R. (Emilia-Romagna) 29 luglio 2004, n. 19 e succ. modif, che – oltretutto – costituisce un vero e proprio obbligo in capo al comune, ma rispetto a cui si nota spesso una certa qual resistenza, anche (ma non solo per questa ragione) per le difficoltà a provvedere in questo senso, verso una vera e propria trasparenza dei prezzi.

Funerale per indigente: chi e quale Comune paga?

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Cara Redazione,

 

Il Comune di X richiede al Comune di Y di rifondere le spese funerarie sostenute, in quanto ha provveduto al trasporto della salma della Sig.ra V. residente in Y e deceduta in X ,dal luogo del decesso al cimitero dello stesso Comune per l’inumazione, documentando che tale rimborso deve essere effettuato in virtù della legge n. 6972 del 1890, facendo riferimento quindi al “domicilio di soccorso”. Questa formale istanza non mi sembra pertinente, in quanto trovandosi la persona deceduta in stato di indigenza e non avendo la stessa alcun parente tenuto agli obblighi assistenziali, senza, quindi la specifica domanda servizi o trattamenti speciali (si è provveduto d’ufficio!), il trasporto della salma a mente dell’art. 16 b) D.P.R. n. 285/1990 dovrebbe essere a carico del servizio necroscopico del Comune di decesso. Come sempre un grazie e cordiali saluti.

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L’assistenza economica in favore delle famiglie bisognose dei defunti è una funzione amministrativa relativa alla materia di “beneficenza pubblica”, come previsto dagli articoli 22 e 23 del D.P.R. n. 616 del 24/07/1977.

Chiedo provocatoriamente: regge ancora, giuridicamente, il rinvio all’art. 16, comma 1, lett. b) DPR 10/9/1990, n. 285???, se non per il solo caso della raccolta salme incidentate ex paragrafo 5 Circ. Min. 24 giugno 1993 n. 24 ( si pensi alla risoluzione Min. Interno n. 15900/2007 ed a Min. Grazia e Giustizia nota n. 4/2-780 del 14 dicembre 2007.

163151638-e2822d61-71a6-4035-8dbc-c081e505f409Difatti, con l’art. 1, comma 7-bis DL 27/12/2000, n. 392 convertito, con modif. nella Legge 28/2/2001, n. 26 (in vigore dal 2/3/2001), il trasporto dei cadaveri è sempre a pagamento anche quando lei defunti si trovino nelle condizioni – eccezionali – di gratuità dell’inumazione o dell’esumazione ordinaria (trascuro la cremazione, non essendo stata richiesta, per la quale, tuttavia, si dovrebbero applicare le norme ancor più rigide e severe dettate dall’art. 5 comma 1 Legge n. 130/2001.).

 

La questione, dunque, si pone in termini di imputazione dell’onere: va ricordato che la Legge 17/7/1890, n. 6972 è tuttora vigente, anche se ne è stato abrogato l’art. 72 dall’art. 30 L. 8/11/2000, n. 328.

In altri termini, mutatis mutandis, il c.d. domicilio di soccorso non è stato abolito, ma non si matura più con un periodo minimo di residenza (da ultimo, di 2 anni)in quanto viene a sorgere con la residenza stessa (artt. 2, commi 3 e 4, ed 6 comma 4 Legge. n.328/2000).

In linea generale, laddove la residenza non venga dimostrata in via amministrativa con le certificazioni previste (artt. 43 e 44 codice civile, art. 31 Disp. Attuazione al Codice Civile, legge 24 dicembre 1954, n. 1228 e D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223), può supplirsi con sentenza del giudice (art. 2907 codice civile). Perché sussista la registrazione amministrativa della residenza e conseguentemente sussista la possibilità di darne prova in via amministrativa, occorre che il relativo procedimento sia stato perfezionato.

Se con il “comma 7-bis” (per brevità) l’inumazione (intesa come modalità istituzionale di sepoltura ex art. 337 T.U.LL.SS.) e la conclusiva esumazione ordinaria sono divenuti servizi sociali e quindi da affrontare con i fondi del servizio sociale del comune (e fermo restando che le condizioni di indigenza vanno valutate con gli strumenti e modalità del D. Lgs. 31/3/1998, n. 109, così come integrato dal D.Lgs 3 maggio 2000 n. 130 e succ. modif.), si pone la questione del Comune che deve assumere il relativo onere (e quindi anche del trasporto che oggi è sempre a pagamento per il richiedente, fatta salva la fattispecie del recupero salma incidentata disposto dalla pubblica autorità, si veda a tal proposito l’art. 69 comma 1 Lett. c) D.P.R. n. 115/2002, sul quale si sono pronunciati sia il Min. Interni, sia il Dicastero di Grazia e Giustizia, con pareri uniformi ).

L’obbligo di provvedere alla materiale sepoltura fa carico naturalmente al comune di decesso ex art. 50 comma 1 lett. a) D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285, in ossequio al principio implicito e, così, fondativo di tutto il nostro ordinamento di polizia mortuaria secondo cui l’inumazione deve avvenire spontaneamente nel luogo di morte.

Un trasporto in altro comune, originando inevitabilmente da un’istanza di parte, collocherebbe queste attività comunque al di fuori della, comunque, straordinaria gratuità, Infatti l’autorizzazione al trasporto cadavere fuori comune richiede sempre una fase propulsiva affidata al privato, il quale se ne assume necessariamente l’onere.

 

Se il comune di residenza richiedesse, per assurdo, il trasporto di una salma dal comune di decesso al proprio cimitero, si ravviserebbe quanto contemplato dal comma 4 dell’articolo 191 del Decreto Legislativo n. 267 del 18/08/2000, senza poi dimenticare l’art. 93 D.Lgs n. 267/2000 sul danno erariale.

 

L’onere che deriva dal decesso (trasporto al cimitero del luogo di morte, onere dell’inumazione, onere dell’esumazione ordinaria compiuto il periodo ordinario di rotazione in campo di terra) risulta ormai a carico unicamente del comune di ultima residenza, in quanto la legge 8/11/2000, n. 328 attribuisce l’onere dei servizi e prestazioni per le persone in stato di indigenza o di bisogno sia a carico del comune di residenza.

V’è però, una situazione forse anomala, da considerare: residualmente, nell’evenienza di decesso di persona non indigente, ossia non segnalata ai servizi sociali e da quest’ultimi presa in carico, e morta sola (es. soggetto ignoto), le spese, in ultima istanza, sono a carico del comune di decesso, non essendo ravvisabile alcun altro centro di spesa legittimato ad erogare denaro per la prestazione d’istituto, quest’ultimo, però, potrà anche in un secondo momento rivalersi nei confronti di parenti rintracciati successivamente secondo il principio della gestio negotiorum ex artt. 2028 – 2032 Cod. Civile o, ad ogni modo, ricorrendo agli usuali strumenti civilistici per la ripetizione della somma anticipata, sino ad attivate la procedura d’iscrizione a ruolo.

Costruzioni cimiteriali e rilascio del titolo edilizio ex D.P.R. n. 380/2001.

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“L’attività edilizia all’interno dei cimiteri è normata, in via primaria, non dalla normale disciplina urbanistica, ma dal regolamento speciale di polizia mortuaria (D.P.R. 10.09.1990 n. 285 e e, in via secondaria, non dagli strumenti urbanistici generali, ma dal piano regolatore cimiteriale che ogni Comune è tenuto tassativamente ad adottare (cfr. ex multis Cass. Sez. III 02.06.1983 n. 451, TAR Sicilia-Catania 18.02.1981 n. 86, TAR Abruzzo-Pescara 04.12.1989 n. 534, TAR Toscana 03.05.1994 n. 176, TAR Calabria-Reggio Calabria 06.04.2000 n. 304).

 

 

2Pertanto, per lo svolgimento di attività edilizia all’interno dei cimiteri anche da parte dei privati non occorre il rilascio di alcuna concessione edilizia, essendo sufficiente il giudizio da parte del Sindaco di conformità del progetto alle prescrizioni edilizie contenute nel piano regolatore cimiteriale e non dalle norme comuni in tema di edilizia ed urbanistica” (T.A.R. Campania, Napoli, sez. II, 04.06.2004, n. 9187), confermando quanto già in precedenza asserito dalla Cassazione penale, sez. III, nella sentenza del 10.01.1990 secondo cui: “L’attività edilizia all’interno dei cimiteri, essendo regolata in via primaria dal regolamento di polizia mortuaria e, in via secondaria, dal piano regolatore cimiteriale, non è compresa nell’ambito di applicazione della legge n. 10 del 1977 e successive modificazioni”.

 

 

Il T.U. di cui al D.P.R. n. 380/2001 è norma di portata generale, mentre le disposizioni di cui agli artt. 91 comma 3 e 94 D.P.R. n.285/1990 (e, di conseguenza, anche del Regolamento comunale di polizia mortuaria) hanno carattere peculiare (e, quindi, predominano). Oltretutto, anche la disposizione sull’applicabilità del D.P.R n.380/2001 per l’edificazione, da parte di privati, su aree demaniali ha valore di norma comune; non solo, ma prendendo in esame le definizioni di interventi edilizi (art. 3), è abbastanza diffusa l’opinione per cui il Testo Unico debba soccombere alle norme speciali (del Regolamento comunale e dei piani regolatori cimiteriali con relativi strumenti attuativi (pre-condizione, quest’ultimi, per far luogo a concessione di aree cimiteriali; ex art. 91 D.P.R 285/1990), dato che la trasformazione del territorio è già stata ottenuta con l’impianto del cimitero.

 

 

Di conseguenza, una lettura strettamente letterale, e molto formale, della disposizione sembrerebbe escludere per le opere funebri l’applicazione del D.P.R. 380/2001, ritenedo sufficiente che il progetto edilizio sia approvato dall’Autorità Comunale su parere della commissione edilizia e della AUSL competente anche per le operazioni di collaudo.

 

Ma sarà davvero così? come al solito, in dottrina sussistono tesi anche molto divergenti tra loro, che confliggono aspramente.

 

In realtà, la citata disposizione del regolamento nazionale di polizia mortuaria (sempre laddove non sia intervenuta apposita norma regionale a “depotenziarne” il contenuto) non pare escludere ex se la necessità di un’autorizzazione edilizia, siccome specifica soltanto la titolarità del Comune in materia, conformandosi alla normativa in vigore negli anni novanta in campo delle costruzioni (questo perché il regolamento, invero un po’ vetusto, risale al 1990).

 

La giurisprudenza più recente, infatti, sembra richiedere uno specifico titolo edilizio in quanto le edicole funebri realizzate dai privati all’interno del cimitero, non sarebbero ex se opere pubbliche e, di conseguenza, non costituirebbero attività edilizia libera ex art. 7, lett. c, D.P.R. 380/2001:

 

 

 

“Cappelle, edicole e tumuli, invece, come già scritto autonomamente realizzabili dagli assegnatari dei suoli, eventualmente riuniti in confraternite, risultavano privi di siffatta connotazione in quanto primariamente destinati al soddisfacimento di specifici, ‘individuati’ interessi singolari (quelli degli assegnatari cui la loro realizzazione era affidata), pur avendo, in una prospettiva complessiva e finale, un apprezzabile rilievo sociale: non si trattava, dunque, di opere ‘stricto sensu’ pubbliche, come tali esonerate dalla necessità di uno specifico titolo edilizio in applicazione dell’art. 7, lett. c), d.p.r. n. 380 del 2001 (a norma del quale <<Non si applicano le disposizioni del presente titolo per: […] c) opere pubbliche dei comuni deliberate dal consiglio comunale, ovvero dalla giunta comunale, assistite dalla validazione del progetto, ai sensi dell’articolo 47 del decreto del Presidente della Repubblica 21 dicembre 1999, n. 554>>).

4.3 Legittima, per conseguenza, la valutazione della loro abusività effettuata dal Comune” (T.A.R. Puglia, Lecce, sez. III, 13.03.2013, n. 575).

 

Secondo la legislazione vigente sotto il profilo urbanistico i cimiteri sono opere pubbliche essenziali di urbanizzazione e quindi esenti ai sensi dell’art. 9 lett. f della L. 28.01.77, n. 10 dal contributo di urbanizzazione che, non è pertanto dovuto per la costruzione di cappelle da parte dei privati.

 

Conferma indiretta di questo orientamento giurisprudenziale discende anche dalla sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa, sez. giurisd., 10.06.2009, n. 534 che, in relazione agli oneri di costruzione ex art. 9, c. 1), lett. f.) L.10/1977 (trasfuso nel vigente art. 17, c. 3, lett. c), D.P.R. 380/2001) afferma la loro debenza non trattandosi di opere pubbliche: “Non è esentato dal pagamento degli oneri di urbanizzazione il titolo edilizio rilasciato ad una Confraternita per la realizzazione di una cappella cimiteriale, poiché difettano i presupposti oggettivi e soggettivi, necessariamente concorrenti, in base ai quali l’art. 9, lett. f) l. n. 10 del 1977 riconosce il beneficio della gratuità, la cui “ratio” è quella di agevolare l’esecuzione di opere destinate al soddisfacimento di interessi pubblici. Dal punto di vista soggettivo, infatti, le confraternite non perseguono un interesse generale ricadente sull’intera collettività, bensì particolare siccome afferente ai propri associati e quindi ad una determinata categoria di persone; dal punto di vista oggettivo, invece, l’opera in questione non è annoverabile tra le opere di urbanizzazione che l’ultima parte dell’art. 9, lett. f) l. n. 10 del 1977 individua come quelle realizzate dal privato in attuazione di uno strumento urbanistico”).

Anche il T.A.R. Calabria, Reggio Calabria, sez. I, nella sentenza del 26.01.2010, n. 26, giunge alle medesime conclusioni seppur con un diverso sviluppo argomentativo: “Quanto alla necessità del titolo edilizio in ordine al progetto della cappella funeraria, la legittimità del regolamento comunale discende sia dal principio di sussidiarietà, che si è illustrato prima, sia da evidenti considerazioni sistematiche.

 

Infatti, carattere e la natura del corpus normativo di cui al DPR n.380/2001 sono tali da attrarre ed assorbire nella loro sfera di azione ogni genere di trasformazione edilizia dei suoli e dunque non si vede quale tipo di ragione, in diritto o anche di esigenza di interesse pubblico, dovrebbe comportare una eccezione per gli edifici funerari, peraltro soggetti alla disciplina delle norme tecniche dell’edilizia, in funzione antisismica, che sono disciplinate pur sempre dal medesimo DPR 380/2001 (art. 52 e ss. ed in particolare artt. da 83 in poi).

A ben vedere, l’unica sostanziale e logica motivazione secondo la quale parte ricorrente sostiene la estraneità della disciplina in materia rispetto a quella generale, rinverrebbe fondamento in una sostanziale specialità del D.P.R. 285/1990, che esaurirebbe in sé la disciplina applicabile, con la conseguenza che l’autorizzazione del sindaco in esso prevista costituirebbe l’unico titolo esigibile per la costruzione del manufatto a servizio votivo dei defunti.

Si deve dare atto che tale argomentazione è fondata sulle conclusioni cui è pervenuta la giurisprudenza più risalente nel tempo (TAR Sicilia Catania, 18.02.1981, n. 88; Cassazione Penale, sez. III, 02.03.1983) e che, peraltro, anche pronunce recenti hanno mantenuto (TAR Campania, Napoli, 9187/2004).

Tuttavia, il Collegio deve sottoporre a revisione critica l’orientamento appena richiamato: invero, la “specialità” del regolamento di igiene di cui al D.P.R. n. 285/1990, che trae il proprio vigore dalle norme di cui al testo unico delle leggi sanitarie, approvato con regio decreto 27.07.1934, n. 1265, artt. da 337 a seguire, non esclude la necessità del titolo edilizio, quando il regolamento locale lo richieda.

 

 

L’art. 94 del D.P.R. n. 285/1990, il quale dispone che i singoli progetti di costruzioni di sepolture private debbano essere approvati dal sindaco su conforme parere della commissione edilizia e del coordinatore sanitario della unità sanitaria locale competente, ha ad oggetto l’esercizio del potere di controllo della corrispondenza del progetto con le previsioni del piano regolatore del cimitero di cui agli artt. 54 e ss. del medesimo decreto, e quindi richiama, nella disciplina territoriale, all’esercizio dei poteri di controllo delle attività di trasformazione del territorio che, come si è visto, sono da ritenersi strutturalmente propri delle competenze comunali ai sensi del D.lgs n.267/2000, collocandoli all’interno di un quadro generale costituito dalla regolamentazione del piano regolatore cimiteriale.

 

“[…] Ne consegue che l’art. 94 cit. va interpretato nel senso che non istituisce un procedimento tipico o nominato: il Comune, pertanto, ben può riservare, in via regolamentare, l’esercizio del summenzionato potere di controllo alla disciplina procedimentale propria del D.P.R. n. 380/2001, assicurando uniformità di presupposti, procedimenti e condizioni all’esercizio del potere di controllo delle trasformazioni edilizie del territorio, sia in area cimiteriale che all’esterno di essa, con la conseguenza che è legittima la previsione regolamentare locale che assoggetta l’edificazione nel suolo cimiteriale alle più garantite procedure di autorizzazione proprie della disciplina edilizia generale di cui al DPR 380/2001 ed alla conseguente disciplina (oneri concessori, termini di inizio e fine lavori e così via)”. (a questo esito giunge erudita dottrina, si veda Dr. Matteo Acquasaliente, tratto dal sito www.venetoius.it (Diritto amministrativo italiano)

Voltura della concessione disgiunta dallo jus sepulchri: i possibili effetti distorsivi rispetto al normale sigificato di cessione di un diritto reale.

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Giungono spesso, in redazione, domande sull’annoso e poliedrico problema della voltura nelle concessioni cimiteriali: per una trattazione specifica del problema si rinvia preliminarmente a questo link: http://www.funerali.org/cimiteri/la-morte-del-concessionario-e-listututo-del-subentro-7523.html

L’incipit di questo breve saggio riassuntivo, necessario all’inquadramento dogmatico dell’affaire: “voltura della concessione disgiunta dallo jus sepulchri: i possibili effetti distorsivi” è formato da una citazione d’autore, tratta da “Cessione giudiziale di sepolcro a ristoro di debito: condizioni di ammissibilità ed effetti”
di Sereno Scolaro (I Servizi Demografici n. 10/2009)

La disponibilità dei sepolcri.

[….]Se fino al 9 febbraio 1976 (in quanto al 10 febbraio 1976 era entrato in vigore il d.P.R. 21 ottobre 1975, n. 803) si sarebbe potuto discutere se i sepolcri potessero, o meno, essere oggetto di disposizioni per atti tra vivi o per causa di morte, sulla base della previsione dell’art. 71, commi 2 e ss. r.d. 21 dicembre 1942, n. 1880 1, il quale prevedeva, a certe condizioni neppure tanto ampie, simili ipotesi, anche in relazione al fatto che, essendo tale previsione in contrasto con la previsione dell’art. 824, comma 2 c.c. 2, si veniva a porre, tra l’altro, l’ulteriore questione se il predetto r.d. 21 dicembre 1942, n. 1880 avesse natura di norma di rango primario oppure di rango secondario (questione che, se risolta nel primo senso consentiva di qualificare tale disposizione come norma speciale rispetto alla pari-ordinata, e previgente, disposizione del codice civile, mentre se risolta nel secondo senso, portava a concludere per l’inefficacia del predetto art. 71, commi 2 e ss. r.d. 21 dicembre 1942, n. 1880), a partire dalla data del 10 febbraio 1976, risulta divenuto fuori di dubbio come il diritto di sepolcro non sia proprio suscettibi le di atti di disposizione tra vivi o per causa di morte, tanto più che il diritto di sepolcro, per sua natura ha carattere personale e, come tale, deriva dall’appartenenza alla famiglia del concessionario (o dell’appartenenza all’ente, per queste concessioni), appartenenza familiare che prescinde dalla proprietà, materiale, del manufatto sepolcrale.
Non altrettanto netta è la preclusione alla disponibilità della componente “patrimoniale” del (o, meglio, sul) manufatto sepolcrale, che conservando, fino alla scadenza della concessione (o a tempo indeterminato, se la concessione dell’area sia stata rilasciata a tempo indeterminato) il contenuto “patrimoniale”, pur cui può anche (e forse) ritenersi ammissibile un mutamento nella proprietà del manufatto sepolcrale medesimo.
Ciò potrebbe portare il gestore del cimitero a ritenere ammissibile il fatto di provvedere alle registrazioni conseguenti all’atto giudiziale, quale esso sia purché definitivo, di soddisfacimento di crediti vantati nei confronti del precedente titolare della proprietà sul manufatto sepolcrale medesimo, non tanto sotto il profilo del soddisfacimento del credito (non rilevante dal punto di viste delle registrazioni cimiteriali), quanto dal punto di vista di prenderne atto degli effetti sulla titolarità del manufatto sepolcrale.
Solo che non si può prescindere dal considerare come tale titolarità sul manufatto sepolcrale costituito dalla cappella funeraria comporta che il soggetto subentrante ne abbia acquisito gli aspetti disponibili, cioè sia venuto a trovarsi, accettandola, nella condizione di assumere le obbligazioni che riguardano la cappella funeraria, ma senza che ciò possa minimamente comportare che il soggetto subentrante acquisisca anche il diritto di sepolcro, in quanto esso è collegato all’appartenenza alla famiglia o, per le concessioni fatte ad enti, all’appartenenza all’ente, secondo quanto previsto, in concorso tra loro, dall’atto di concessione e dall’ordinamento dell’ente 3. Non solo, ma tra le obbligazioni che sorgono dalla titolarità della componente patrimoniale del manufatto sepolcrale, vi è anche quella della conservazione in essa dei feretri già tumulativi, nonché dell’accoglimento di quelli di altre persone che, appartenendo all’ente, rientrino nella riserva per cui sussiste il diritto di sepoltura”.

Sembrano, così, necessarie alcune premesse di ordine generale.

Il diritto di sepoltura in un sepolcro privato ex art. 93 comma 1 I Periodo D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285, cioè in concessione a singola persona, famiglia (od ente – persona giuridica -, ma qui si trascura l’ipotesi in quanto non pertinente) è “riservato” alla persona del concessionario nonché alle persone appartenenti alla famiglia di questi, si trascura volutamente la fattispecie, qui residuale, del sepolcro ereditario.

Prezzi-funerali-attenzione-ai-furbi-del-business-58c82b8a886fc4L’individuazione delle persone che siano da considerare quali afferenti (cioè membri) alla famiglia del concessionario, è, di norma, oggetto di definizione da parte del Regolamento comunale di polizia mortuaria ed in subordine dall’atto di concessione, il quale – naturalmente, avendo natura para-contrattuale (ha valore di legge tra le parti contraenti ex Art. 1372 Cod. Civile) non può certo violare la norma amministrativa da cui trae, pur sempre legittimità, in effetti il regolamento comunale di polizia mortuaria si pone come logica premessa fondamentale e sovraordinata rispetto a tutti i procedimenti di polizia mortuaria dell’Ente Locale, quando, ovviamente, quest’ultimo non agisca d’ufficio.

 

Per altro, è legittimo che il concessionario, al momento della stipula dell’atto di concessione (ma solo ed unicamente in questo momento costitutivo del rapporto giuridico) possa indicare alcune proprie specifiche volontà integrative, come, esempio, l’ampliamento della rosa di soggetti viventi portatori dello jus sepulchri, di escluderne alcuni potenzialmente titolari, se operasse di default l’art. 93 comma 1 D.P.R. n.285/1990 o simili, decisione irrevocabile che deve, comunque, risultare esplicitamente dall’atto di concessione.

Per quanto riguarda un secondo aspetto strategico nella gestione cimiteriale, ovvero la questione se il coniuge superstite del concessionario abbia diritto automaticamente alla successione del sepolcro o meno, va osservato come si tratti anche di questo caso di materia che è oggetto di regolazione, in via esclusiva, da parte del Regolamento comunale di polizia mortuaria: infatti, tale situazione può essere affrontata con diversi approcci metodologici, anche di ampio respiro, vale adire in proiezione di A volta anche in modo differenziato, nello stesso ambito comunale, per tipologie di sepolcri.

Ne consegue che è imprescindibile un rinvio alle norme di tale Regolamento comunale di polizia mortuaria.

Rimando che si rende, ulteriormente, necessario per gli esiti del rapporto concessorio in conseguenza del decesso del concessionario primitivo (cioè del fondatore del sepolcro).

Infatti, anche per questa evenienza nefasta (comunque certa, poichè è giocoforza che il concessionario, persona fisica, prima o poi abbia a decedere, specie se la concessione si protrarrà per tempi molto lunghi o, addirittura, indeterminati), il Regolamento comunale di polizia mortuaria potrebbe prevedere, ma potrebbe anche escludere, che vi sia un c.d. “subentro” al concessionario primo in seguito al suo decesso, individuando quali persone appartenenti alla famiglia vi abbiano titolo (nonché le eventuali altre conseguenze, come ad esempio l’imputazione degli oneri manutentivi o anche la stessa titolarità dello jus sepulchri, compressa o dilatata a nuovi fruitori dello spazio sepolcrale).

Non si può nemmeno negare, a priori (cioè senza fare riferimento alle norme dello specifico Regolamento comunale di polizia mortuaria), che possa sussistere la previsione di una cessazione della concessione per causa estintiva, ma non patologica, nel qual caso, invece, interverrebbe la dichiarazione di decadenza sanzionatoria (http://www.funerali.org/cimiteri/la-decadenza-delle-concessioni-cimiteriali-915.html).

Per altro, e – sempre – facendo salve le norme di questa fonte regolamentare, potrebbe anche essere ammissibile che “terzi” (ossia persone che non abbiano titolo sulla concessione in quanto non appartenenti alla famiglia del concessionario ai fini del diritto di essere sepolte nel singolo sepolcro), possano assumere – a questo punto, unilateralmente – obbligazioni di ordine patrimoniale, come gli oneri relativi alla manutenzione, ordinaria e straordinaria, del manufatto tombale (almeno, fino a quando esso non rientri nella piena e libera disponibilità del comune).

Questo farsi carico di obbligazioni (in sostanza aventi carattere di liberalità) originariamente non proprie, richiederebbe, sotto il profilo della forma, un atto pubblico, registrato; per il quale va corrisposta l’imposta di registro in misura fissa (D.M. (Fin.) 15 dicembre 1977, n. 13348) (a rigore, dovrebbe essere esclusa la trascrizione nei registri immobiliari presso l’Agenzia del territorio ex D. Lgs. 30 luglio 1999 n. 300, ora confluita, da 2012 in avanti, nell’Agenzia delle Entrate, in quando il diritto sull’area cimiteriale non ne è soggetto) e debitamente depositato agli atti del comune.

Per altro, prima che le persone interessate ad accollarsi quest’obbligazione unilaterale a carattere patrimoniale procedano in questo senso, risulta del tutto opportuno (per non dire necessario) un approfondimento volto a verificare l’effettiva portata delle previsioni dello specifico Regolamento Comunale di polizia mortuaria.

TANATOPRASSI D’Oltralpe: i consigli di un esperto.

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Vi proponiamo una serie di piccoli trucchi ed astuti stratagemmi che potrebbero esser utili all’operatore funebre nei momenti d’empasse, quando e se anche in Italia si diffonderanno i servizi di tanatoprassi ed imbalming, come fenomeni di massa.

Il primo comandamento consiste nel nutrire sempre grande fiducia verso le proprie capacità e nelle tecnologie per il post mortem su cui, oggi, il mondo delle estreme onoranze può contare; d’altra parte chi si ricorda o ricorre ancora alla formula, imparata durante il periodo di formazione professionale Ci x Vi = Cf x Vf?
Naturalmente C rappresenta la concentrazione iniziale dell’aldeide formica, ossia il valore che si legge sulla confezione della cartuccia, V, invece è il volume del balsamo conservante da inserire nel collettore d’iniezione, C significa la concentrazione della miscela contenuta nel cilindro della siringa, mentre V indica la capienza dell’apparecchio con stantuffo, questa piccola pompa servirà ad inserire la soluzione a base d’aldeide formica nel sistema circolatorio della salma.

Vi posso assicurare, in tutta tranquillità, che durante un corso, in una delle mie trasferte didattiche, la regola di cui stiamo parlando mi fu davvero utile, perché, quando mi trovavo a corto di fluido per l’imbalsamazione temporanea, un collega mi soccorse con grande gentilezza, prestandomi un flacone di liquido antiputrefattivo dal nome e dalle caratteristiche chimiche a me sconosciuti, infatti, non lo avevo mai usato prima.

Grazie alla teoria appresa a scuola riuscii ugualmente ad interpretare correttamente le caratteristiche d’utilizzo di quel prodotto completando egregiamente il mio lavoro.

 

Per quanti abbiano la fortuna di lavorare nella propria saletta settoria della chambre funèraire il sistema d’intervento più consigliato ed efficace consisterebbe nel lasciare fluire liberamente il preparato a base di aldeide formica nei tessuti della salma per gravità, senza alcuna spinta o sovra pressione artificiale.

Una simile procedura è sì un po’ più lenta, ma combinata ad un efficiente drenaggio venoso permette d’ottenere risultati straordinari.

Diversi tanatoprattori, come chi vi parla, anche operando a domicilio privilegiano, sempre questo metodo.

Per snellire i tempi praticano un’aspirazione del sangue a livello cardiaco, dove maggiori sono dimensione e portata dei vasi sanguigni.

Piuttosto controversa, soprattutto sul versante meramente pratico, è la consuetudine di siringare la cavità addominale del cadavere durante le fasi che separano l’iniezione mediale da quella distale.

Per quale ragione si dovrebbe infiltrare confusamente formaldeide nelle viscere del defunto, con il serio rischio d’ improvvise perdite di liquami misti a formolo dagli sfinteri, invece di approfittare del comparto artero-venoso ancora integro per raggiungere anche le zone più periferiche ed estreme del corpo umano?

Per evitare un modesto, ma sempre spiacevole, reflusso del liquido impiegato nella puntura, quando, appunto, si estrae la sonda dal vaso sanguigno incanalato, è sufficiente un piccolo batuffolo di cotone da usare come tampone per contenere questo lieve contrattempo e solo dopo aver inoculato il formolo nelle parti più lontane del corpo umano (, mani, dita…) si potrà proseguire con l’iniezione generale, in modo da garantire la presenza in tutto l’organismo di formaldeide.

Per il trattamento di una salma, in cui sia presente un notevole trauma cranico, è stata elaborata dalla scuola francese una particolare procedura che consiste in un’iniezione asimmetrica del fluido antiputrefattivo. Ecco le diverse fasi:
1. Si porta in superficie la carotide sinistra
2. Con una pinza chirurgica si provoca una strozzatura in quest’ultima, così da rendere impossibile il deflusso nel sangue. Interrompere a quest’altezza il passaggio del flusso ematico significa impedire un’antiestetica tumescenza dei tessuti para orbitali. (la pelle che circonda l’occhio e le palpebre stesse) già duramente provati dalle ferite riportate durante il decesso dal cadavere.
3. S’incide la carotide destra per inserire il condotto che inietterà il liquido conservante.
4. Si ripete l’operazione sulla carotide sinistra, prima occlusa dalla pinza, così da raggiungere con il balsamo anche la parte sinistra della testa.

La quantità di liquido introdotta è sensibilmente minore e riduce eventuali rigonfiamenti o ulteriori irritazione della pelle.
E’ quasi inutile ricordarvi di prestare sempre particolare attenzione agli improvvisi rumori che potrebbero provenire dalle interiora della salma.

Un consistente gorgoglio, avvertito nella zona dello stomaco, potrebbe ragionevolmente esser avvisaglia di un problematico rigurgito di materiale gastrico dalla bocca, mentre un leggero ribollio dei fluidi nel collettore d’iniezione è, quasi sempre, segno di un buono svolgimento delle operazioni, siccome il formolo fluisce velocemente in arterie e vene, senza incontrare ostacoli.

L’onerosità del servizio necroscopico a carico dell’erario comunale

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Prima di addentrarci in medias res, è consentanea ed opportuna una rapida classificazione del servizio necroscopico obbligatorio per ciascun comune (si vedano anche, tra l’altro, il D.M. 28 maggio 1993, l’Art. 3 comma 1 lett. a) n. 6 D.Lgs n.216 del 26 novembre 2010, l’Art. 21, comma 3 L. 5 maggio 2009, n. 42) :

pm-1Con tale termine, derivante dall’antica lingua greca, si contemplano, in genere, i servizi pubblici locali dovuti per compito istituzionale, quindi a carico del bilancio comunale (sulla loro contabilizzazione si veda il D.P.R. n.194/1996), nonché le pubbliche funzioni autorizzative, di supervisione, vigilanza, controllo, e pianificazione (cimiteriale), propriamente di polizia mortuaria, le quali qualche legislazione locale (esempio: Emilia-Romagna: art. 3, lett.) C. Legge Regionale 29 luglio 2004 n. 19) tende, per maggior completezza, a distinguere dai primi, più prettamente operativi.

Queste prestazioni vengono gestite nelle forme consentite dall’articolo 113 del T.U. – D.Lgs n.267/2000 con onere a totale carico dell’ente locale e sono:

a) indispensabile raccolta, su ordine della pubblica autorità, sulla pubblica via di salme, come del loro trasporto in obitorio/deposito d’osservazione ex paragrafo 5 Circ. Min. Sanità 24 giugno 1993 n. 24. A tal proposito, per la corretta imputazione dei costi si considerino: gli artt. 16 e 19 D.P.R. n.285/1990, [per esclusione] l’art. 69 comma 1 lett.c) D.P.R. n. 115/2002 recante l’approvazione del T.U. spese di giustizia cui è seguita la relativa risoluzione confermativa del Ministero prot. 4/2 – 780 del 14 dicembre 2007. In senso analogo si veda anche un simile risposta fornita dal Dicastero degli Interni con parere prot. n. 15900/1371/L.142/1Bis/31.f, rilasciato in data 13 febbraio 2007.

b) trasporto di cadaveri da casa inadatta al deposito di osservazione su disposizione dell’Autorità sanitaria;

c) deposito di osservazione ed obitorio di cui agli articoli da 12 a 15 del D.P.R. n. 285/90.

d) trasporto funebre e fornitura di feretro, inumazione, esumazione ordinaria, cremazione di persona indigente, appartenente a famiglia bisognosa o in caso di disinteresse dei familiari o per prevalente interesse pubblico; in questo frangente l’Ente Locale si attiva e procede ai sensi dell’art. 23 comma 1 D.P.R. 24 luglio 1977 n. 616.

e) camera mortuaria e ossario o cinerario comune in cimitero ai sensi degli artt. 64 e 80 comma 6 D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285

Secondo una filosofia più estensiva, meglio se tradotta in apposita norma regionale, rientrerebbero in questo novero (è numerus clausus, cioè un ambito non discrezionalmente ampliabile) anche l’attività di medicina necroscopica ed il servizio mortuario sanitario ex D.P.R. 14 gennaio 1997.

La pubblica funzione (concetto da ricavarsi “induttivamente” ed a contrariis, ex art. 347 Cod. Penale) è di competenza del comune, esso la esercita singolarmente, o in forma associata secondo quanto consentito dal capo V del Titolo II del T.U. 267/2000.

 

Soffermiamoci, ora, su singolo punto d):

La condizione d’indigenza o bisogno della famiglia del defunto va definita, ai sensi della legge 8 novembre 2000, n. 328, dai servizi sociali comunali sulla base della regolamentazione locale in materia di erogazione di prestazioni, servizi sociali ed assistenziali, con le modalità del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 109, quale modificato dal D.Lgs. 3 maggio 2000, n. 130 e relativi strumenti di attuazione. Ove detta regolamentazione non fosse ancora stata aggiornata a seguito delle norme suddette, si applicherebbe, in via resuduale, la vigente regolamentazione locale in materia di servizi sociali.

Il Comune, con proprio regolamento, può stabilire i casi in cui vi sia disinteresse dei familiari. In assenza di diversa disciplina di dettaglio, più capillare ed intrusiva, vale, pur sempre il criterio generale secondo cui si configura la fattispecie del disinteresse dei familiari quando:

a) non sussistano parenti del defunto oltre il 6° grado,

b) essi siano irreperibili,

c) per predominante interesse pubblico.

d) si sia attentamente verificato l’animus, ossia la pervicace volontà degli aventi titolo a non provvedere (spontaneamente?) Secondo un certo filone della dottrina per non incorrere nella responsabilità patrimoniale ex art. 93 D.Lgs n. 267/2000 la Pubblica Amministrazione dovrebbe ripetere le somme magari anticipate attraverso il recupero forzoso del credito, ai sensi della normativa civilistica (si potrebbe ipotizzare anche una “gestio negotii” ex artt. 2028- 2032 Cod. Civile?), o con l’iscrizione a ruolo di cui al D.Lgs. 13 aprile 1999, n. 112, come modificato con D.Lgs. 17 agosto 1999, n. 326 e si veda, anche. il D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, come modificato dal già citato D.Lgs. 17 agosto 1999, n. 326.

 

L’eccezione al postulato della generalizzata onerosità del servizio cimiteriale, ammessa dall’art. 1 comma 7-bis Legge 28 febbraio 2001 n. 26, è limitata sotto un duplice profilo:polizia-mortuaria1

1) oggettivo, perché la gratuità è ristretta alle sole operazioni di cremazione, inumazione ed esumazione ordinaria;

2) soggettivo, siccome di tale gratuità beneficiano solo tre categorie di soggetti.

Per cogliere l’origine ed il senso profondo del comma 7-bis si apprezzi, ulteriormente, quanto evidenziato dalla manualistica specializzata[1]: l’inumazione è stata, per molto tempo, un sistema di sepoltura assicurato gratuitamente, a carico della collettività, così come il trasporto funebre in privativa (Art. 1 comma 1 punto 8 R. D. n.2578 del 15 ottobre 1925 ora abrogato con l’Art. 35, 12, lett. g) L. 28/12/2001, n. 448) e la stessa provvista dei feretri, oltre all’ovvia realizzazione e manutenzione dei cimiteri (Artt. 337, 343 comma 1 e 394 T.U.LL.SS; Art. 824 comma 2 Cod. Civile, Art. 51 comma 1 D.P.R 285/90, Art. 91 lett. f) punti 11 e 14 T.U.L.P.C. approvato con R. D. n. 383 del 3 marzo 1934[2], Capitolo IV R. D. n.2322/1865 e, soprattutto Allegato c L. n. 2248/1865) corrispondente ad una concezione reputata normale, per la quale la sepoltura dei cadaveri costituisce un incombente della comunità locale; così che anche lo stesso impianto ed esercizio dei cimiteri è stato elevato a dovere d’istituto, indispensabile per i Comuni, in tutta la legislazione italiana post unitaria, sino ai giorni nostri.

Con il comma 7-bis, tale schema concettuale è radicalmente stravolto e così, paradossalmente è il familiare, e non più la collettività, a riappropriarsi dello jus inferendi mortum in sepulchrum inteso come intimo atto di disposizione sulla salma del de cuius, ossia come obbligo non solo morale, ma anche legale a provvedere ad una degna sepoltura per un corpo umano esanime, il quale cessa di essere res nullius (…ma non è mai stato res derelicta, in quanto ogni persona è, pur sempre, portatrice dell’insopprimibile Jus Sepulchri!) per divenire oggetto di lutto individuale, secondo quella “corrispondenza d’amorosi sensi” di foscoliana memoria. Come sopra evidenziato, la stesura testuale della norma rende l’inumazione gratuita, cioè a carico del bilancio comunale, solo per le salme di persone indigenti, appartenenti a famiglie bisognose o per le quali vi sia il disinteresse da parte dei familiari.

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[1] Si legga Sereno Scolaro, ‘La polizia mortuaria’, terza edizione – Maggioli editore, pagg. 162-166.

[2] Abrogato in parte già dalla Legge n.142/1990 e integralmente dall’Art. 274 D.Lgs n.267/2000.

 

 

 

 

In obitorio da oltre 15 giorni; salma in giacenza non richiesta: possibili conseguenze procedurali alla luce dell’art. 72 comma 3 D.P.R. n.396/2000

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Cara Redazione,

Scrivo dal Comune di… X.Y.Z.

Solo oggi ho appreso dalla Direzione Sanitaria del locale Ospedale che circa 15 gg. fa è deceduta una persona, residente in “carcere” di altro Comune, di cui nessuno reclama la salma. E’ un cittadino italiano. Non avendo la Direzione sanitaria denunciato il decesso tempestivamente, deve essere avvisata la Procura della Repubblica?
A chi compete fare accertamenti per ricercare eventuali parenti? Essendo costui materialmente “residente” in altro Comune, può il nostro Comune effettuare funerali di “povertà” attivando il servizio sociale?

Attendo, con ansia, la Vostra risposta.

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L’eventuale inadempimento degli obblighi di trasmissione, entro i termini perentori, dell’avviso di morte (art. 72 comma 3 Regolamento per la Revisione e la Semplificazione dell’Ordinamento di Stato Civile di cui al D.P.R. n.396/2000) non trova ormai alcuna obitorioconseguenza “punitiva” (il titolo XII R.D. n. 1238/1939 è stato formalmente abrogato e analoga misura non avrebbe potuto essere prevista nell’odierno Regolamento, essendo quest’ultimo normativa di rango secondario, inidonea, per sua stessa natura, ad introdurre sanzioni ex 23 Cost.).

La segnalazione al Pubblico Ministero (= Procuratore della Repubblica) va inoltrata, d’ufficio, solo nei casi dell’art. 75 D.P.R. n.396/2000, che non sembrano, qui, sussistere, anche se ripetuti ritardi o omissioni in grado di rallentare o, peggio, ancora bloccare tutto il procedimento di Stato Civile/Polizia Mortuaria potrebbe esser di qualche interesse per la Magistratura, presentando addirittura alcuni profili penali.

Data la particolare condizione del defunto, non va dimenticato l’Ordinamento Penitenziario, cioè il D.P.R. 30 giugno 2000, n.230 “Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà” (in S.O. alla G.U. n. 195 del 22/8/2000).

L’art. 92 disciplina le procedure del post mortem spettanti al sanitario ed alla direzione del carcere nel caso di decesso (in carcere) di un detenuto o di un internato.

Il medico dell’istituto deve provvedere alla denuncia della causa di morte (Scheda ISTAT) con le modalità dell’art. 103 T.U.LL.SS. e dell’art. 1 d.P.R. 10 settembre 1990, n. 285; nel caso di sospetto di malattia infettiva-diffusiva è tenuto anche a dare le relative e tempestive comunicazioni al Sindaco (autorità sanitaria locale) e all’AUSL di riferimento, secondo il consueto schema dettato dal Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria – D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285.

La direzione del carcere deve, poi, attivarsi nei termini dell’art. 138, comma 2 ordinamento dello stato civile (oggi, art. 72 D.P.R. n.396/2000), nonché informare l’autorità giudiziaria da cui il defunto dipendeva e il Ministero di Grazia e Giustizia (art. 44 legge 26 luglio 1975, n. 354) e il servizio del casellario giudiziale.

La salma è messa immediatamente a disposizione dei congiunti, con, ovviamente, oneri a loro carico; qualora essi appalesino disinteresse e non decidano autonomamente e di proprio impulso sulla destinazione della spaglia mortale, scegliendo luogo, tecnica e modalità della pratica funebre, la sepoltura, in forma semplice, cioè a sistema d’inumazione in campo comune, ha luogo a cura ed a spese dell’amministrazione penitenziaria (quindi è escluso che il costo dell’inumazione e dell’esumazione ordinaria, ai sensi dell’art. 1 comma 7-bis Legge 28 febbraio 2001 n. 26, sia a carico del Comune, ma si ricorda come stante l’art. 69 D.P.R. n. 115/2002, tali incombente sia escluso dalle spese di giustizia in senso stretto; sembra un sofisma ma è importante, in tempi di spending review, focalizzarsi, con precisione, sulle competenze dei vari centri di spesa, nella complessa architettura degli apparati statali.)

Il cadavere è (di fatto, può essere …) riservato all’insegnamento e alle indagini scientifiche (art. 40 D.P.R. 10 settembre 1990, n. 285 e art. 32 R. D. 31 agosto 1933, n. 1592).

Considerazione – a latere – molto ed alquanto, generale: le norme, muovendo da una concezione assai pessimistica dei rapporti umani, intrinsecamente litigiosi, tendono a regolare le situazioni in cui si ritiene o si percepisca possano esservi conflitti (ne cives ad arma ruant, recita un antico brocardo latino!), ma non quelle in cui non si rinvenga, o riscontri il “FUMUS” di potenziali contenziosi.

La legislazione in materia funeraria é (ancora?) impostata sulla “normalità” del decesso in abitazione, e sull’eccezionalità della morte in nosocomio (o, strutture simili), anche se da tempo le frequenze “quantitative” sono a favore della seconda ipotesi.

Ma anche nel caso del ricovero o detenzione, si presume che i famigliari ne abbiano una qualche conoscenza di questo status, che vistino l’ammalato o il detenuto.

Oltretutto, in questi frangenti in sede di permanenza in istituti “totalizzanti”, come, appunto, le carceri, si tende preventivamente ad acquisire informazioni sui famigliari o altre persone con cui il soggetto sottoposto a misure restrittive sulla libertà personale, intrattenga relazioni significative, …

Ad ogni modo, non vi è una precisa norma che individui chi e soprattutto come debba occuparsi di un’informazione sul decesso: c’è, in effetti, una zona grigia di “cortesia istituzionale”, con cui anche il Legislatore più accorto, nell’impossibilità di normare capillarmente tutto, si affida alla diligenza, informale, di chi abbia notizia del decesso stesso, fatti salvi gli obblighi minimi contemplati dalla Legge, per improcrastinabili esigenze di ordine pubblico.

Modena: forum sul futuro delle attività funerarie, tra aspetti giuridici, senso etico e prospettive religiose.

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Modena, dinanzi ad un pubblico d’eccezione ( il parterre era formato dal gotha dell’imprenditoria funebre modenese) si è tenuto, lunedì scorso, 30 gennaio 2017, presso la Sala Arcelli della C.N.A. Provinciale di Modena, una partecipato forum sulle evoluzioni normative, religiose e etiche proprie del settore funebre e cimiteriale.

Di grande rilievo il tavolo dei relatori: si è infatti, spaziato dal Senatore Stefano Vaccari (primo firmatario dell’Atti Senato n. 1611 – riforma delle attività funerarie -) a Don Alberto Zironi (Vicario Episcopale della Diocesi di Modena/Nonantola), da Milvia Folegani (Direzione Generale Assessorato Sanità Regione Emilia Romagna), per chiudere con il pirotecnico intervento Gianni Gibellini (Presidente EFI – Eccellenza Funeraria Italiana).

il Sen. Vaccari ha aggiornato gli astanti sull’andamento dell’iter di approvazione della nuova legge in materia funeraria che qualche apprensione sta destando per la tempistica piuttosto dilatata e macchinosa, confermando, però, la concreta volontà espressa dal Governo e dal Parlamento per arrivare presto, dopo le opportune correzioni, al varo del testo.
Dopo tutto la Commissione Igiene e Sanità si è prefissata scadenze certe, seppur con qualche dilazione, funzionale alla discussione degli emendamenti presentati. Molto dipenderà dalla durata residua della Legislatura: certo, un improvviso scioglimento anticipato della Camere sovvertirebbe l’ordine dei lavori, con il concreto rischio di vanificare tutta la fase preparatoria di audizioni protrattasi per quasi due anni. Ad avviso del Senatore il tempo della discussione preliminare ed istruttoria volta ad ascoltare le composite voci di questo (dis-)articolato comparto, si è chiuso ed è il momento di “fare sintesi” per addivenire ad una positiva conclusione su cui possano convergere (come anticipato all’ultima edizione di Tanexpo), in una legge quasi bipartsan i contributi decisivi di maggioranza ed opposizione, per fornire alle onoranze funebri regole moderne e certe, in un quadro di ritrovata legalità.

Le profonde parole di Don Zironi hanno riguardato, soprattutto il tema della cremazione e del senso “sociale” e, dunque, comunitario delle esequie; il prelato ha illustrato la posizione ufficiale della Chiesa anche alla luce dell’ultimo istruzione, “Ad resurgendum cum Christo”, recentemente pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Secondo l’autorità ecclesiastica l’evento morte, nella contemporaneità di un mondo secolarizzato, produce inevitabilmente due rischi: il disinteresse (si delega in toto l’impresa funebre al fine di abbandonare al più presto dei morti, quasi che essi fossero un imbarazzante rifiuto, in una malcelata idea di immortalità terrena) e, per converso, l’estrema privatizzazione del fatto luttuoso con intenti, per così dire, possessori, in particolar modo verso le ceneri del defunto, atteggiamento psicologico di negazione, da cui originerebbero fenomeni quali la conservazione a domicilio delle urne, non certo idonei all’elaborazione della perdita e del distacco irreversibile da una persona cara, ormai scomparsa.

Milvia Folegani ha bene esplicato con un’ineccepibile relazione molto tecnica e taglio squisitamente giuridico, le disposizioni regionali sulla polizia mortuaria, con tutti i suoi limiti, quando, ad esempio, sussistano rapporti di extraterritorialità con realtà finitime che si siano, però, dotate di differenti assetti normativi, fornendo utili ragguagli i in merito ai requisiti formativi, gestionali ed operativi richiesti per lo svolgimento puntuale dell’attività funebre (il legislatore emiliano-romagnolo propende per la tipologia dell’impresa strutturata con propri mezzi e personale necroforo) e alle forme contrattuali da utilizzare per l’inquadramento dei lavoratori, dopo le recenti novelle legislative introdotte dal Job Act. Nell’azione dell’impresa funebre, infatti, coesistono elementi giuslavoristici, di diritto sanitario e commerciale.
Ha poi rimarcato come i rischi più comuni cui è soggetto l’addetto alle onoranze funebri (contaminazione biologica, movimentazione dei carichi e burn out, cioè stress emotivo), se non valutati attentamente entro la corniche della disciplina sulla sicurezza, espongano l’imprenditore a sanzioni elevatissime, addirittura di natura penale.

Gianni Gibellini, esuberante come sempre, ha espresso il pieno sostegno di E.F.I. al disegno di legge per un’unica normativa quadro nazionale, così da superare la cronica frammentazione di una polizia mortuaria ormai destrutturata su disomogenei e caotici livelli di governo ed ha ribadito la necessità di vedere posti in essere controlli più rigorosi e più efficaci sulle attività funerarie e cimiteriali in un momento storico in cui vuoi per gli effetti delle spending review vuoi per carenze di organico o risorse da investire i pubblici poteri sembrano in disordinata ritirata dalle loro storiche funzioni di indirizzo, pianificazione e, soprattutto, repressione degli illeciti che, come ci insegnano le frequenti corruttele scoperte dalla Magistratura in questo comparto, spesso assumono profili penali. Il presidente di E.F.I. lamentando un certo deprezzamento delle forniture, in forza delle recenti tendenze, quali la cremazione, scommette molto sui meccanismi di detrazione delle spese funebri previsti dall’Atti Senato n. 1611 per sconfiggere la piaga endemica del sommerso e dell’evasione fiscale o contributiva.

Dopo un avvio di dibattito a volte anche molto duro e teso, ma sempre corretto, con una platea numerosa e particolarmente coinvolta (c’è chi ha ruggito contro la liberalizzazione delle licenze di pubblica sicurezza o di commercio; altri, per converso, hanno positivamente salutato la deregulation, in particolar modo nei rapporti di lavoro) – presente in sala anche il segretario di FederCoFIt, a a rappresentare l’ala del dissenso più netto rispetto ai principi del DdL Vaccari, specie in tema di visione strategica dell’impresa funebre (quale mission in ultima istanza per queste aziende?) EFI e CNA Modena, nella persona dei Presidenti Gianni Gibellini e Roberto Masi, hanno firmato un protocollo di intesa che vedrà nei prossimi anni una intensa collaborazione fra i due Enti nel condurre progetti e iniziative condivisi.
La tavola rotonda è stata preceduta da un seminario sull’efficienza nell’attività funeraria alla luce delle sempre più frequenti richieste di certificazione di qualità ad opera delle Imprese che puntano ad una eccellenza competitiva.

Stato Civile & Polizia Mortuaria: il problema e la procedura del “Giunto Cadavere” alla luce del D.P.R. n.396/2000: quali le competenze?

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L’art. 1 della Legge 29/12/1993 n. 578 (Norme per l’accertamento e la certificazione di morte), recita: “la morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo”, tale legge stabilisce inoltre i metodi per l’accertamento di morte, gli obblighi per i sanitari, i tempi di osservazione dei cadaveri e le sanzioni inflitte nel caso in cui non venga rispettata la suddetta normativa.

 

Il permesso/licenza di seppellimento… non esiste più, almeno dal 30 marzo 2001, quando, cioè entra in vigore il D.P.R. n.396/2000.

Esso, infatti, ha, semplicemente, mutato denominazione e natura: oggi si dovrebbe parlare di autorizzazione all’inumazione. oppure di autorizzazione alla tumulazione (art. 74 D.P.R. n.396/2000).

La concessione di una tra queste autorizzazioni spetta all’Ufficiale di Stato Civile del comune di decesso (salvo solo il caso in cui non sia noto il luogo di decesso, eventualità nella quale competerebbe all’Ufficiale di Stato Civile del comune in cui il corpo e’ deposto (= giunto cadavere) (art. 72 D.P.R. n. 396/2000).

L’autorizzazione al trasporto concerne, anche quando il cadavere sia stato trasferito altrove (ad es. per disposizione (scritta) della c.d. pubblica autorità) al comune di decesso (vedi, anche, punto 2, 2. lett. b) circolare Min.Sanita’ n. 24 del 24/6/1993).

Nell’ipotesi in cui l’evento della decesso si sia consumato in circostanze particolari, quasi “estreme”, e non sia possibile individuare esattamente il luogo dell’exitus (rinvenimento di persona già cadavere, o sopravvenuto decesso durante il trasporto presso una struttura ospedaliera), il Massimario per l’ufficiale dello stato civile, nell’edizione dell’anno 2011, si è pronunciato ritenendo che l’Autorità sanitaria debba procedere a trasmettere l’avviso di morte all’ufficiale dello stato civile del Comune sede dell’istituto ospedaliero in cui la morte è stata certificata.

Come, infatti è stato rilevato in dottrina solo nelle situazioni più estreme quali decapitazione, maciullamento, avanzata decomposizione la dottrina (M. Cingolani, L. Leone, R. Penna,Problemi medico-legali, La guardia Medica 2004, Menarini edizioni) sarebbe ammissibile la l’eventualità che l’assoluta certezza della morte sia attestata non già dal necroscopo, ma anche dal medico che per primo esamina il cadavere, nel luogo in cui quest’ultimo si trova.

Tale avviso, prosegue il Massimario, qualora non siano note tutte le doverose e puntuali indicazioni di cui all’art. 73 del Regolamento dello Stato Civile di cui al D.P.R. n.396/2000, deve riportare solamente la circostanza effettuale che il defunto è «giunto già cadavere in ospedale” o è stato «rinvenuto cadavere». Conseguentemente, l’ufficiale dello stato civile che riceve questa trasmissione deve formare l’atto di morte civile e riportare sugli appositi fascicoli tutte le annotazioni di rito, nonché rilasciare le relative autorizzazioni all’inumazione o tumulazione, riportando i dati così come indicati nella comunicazione del decesso recapitata dalla struttura sanitaria, stante, in ogni caso, la necessità di registrare tempestivamente il fatto luttuoso anche quando non siano noti alcuni degli elementi previsti dal citato art. 73 per la stesura dell’atto di morte.

È ovvio, conclude il Massimario, che l’atto di morte così redatto potrà essere successivamente integrato tramite l’ordinaria procedura di rettificazione (o di correzione di errore materiale, nei casi in cui questa sia possibile ai sensi della Circolare F/397 – prot. 5999 del 4 giugno 2008) qualora vengano acquisiti e accertati ulteriori elementi di conoscenza riguardo anche al luogo ove è avvenuto il decesso nelle circostanze prospettate.

In Emilia-Romagna, ad esempio, nel frangente di “giunto cadavere al Pronto Soccorso”, di morte improvvisa e/o non spiegabile, di decesso senza assistenza medica, di decesso sulla pubblica via o comunque fuori dall’ospedale, come previsto dall’art. 8, comma 1, della Legge Regionale. n. 19/2004, in assenza di ipotesi di reato, occorre compilare la ML M/P02/14 “Scheda per istruttoria decessi nel territorio in applicazione della L.R. 19/2004” da parte del medico necroscopo che procederà ad una istruttoria raccogliendo gli elementi necessari ai fini valutativi per definire la causa di decesso.

Qualora questa non sia definibile dopo l’istruttoria effettuata, il medico necroscopo chiederà la valutazione medico legale (riscontro diagnostico?) per ulteriori approfondimenti ( Il certificato necroscopico non deve contenere la causa di morte (art. 74 del D.P.R. 396/2000 e art. 4 del D.P.R. 285/1990) che deve, invece, essere riportata nella scheda ISTAT prevista e disciplinata dai commi 6 e 7 dell’art. 1 del D.P.R. n. 285/1990).

Il problema “Concessione Cimiteriale” in dottrina e giurisprudenza: natura e forma dell’atto.

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Piglio l’abbrivo, nella stesura di questo breve saggio, con una citazione d’autore, traendo esplicitamente spunto dalle note di Paolo Richter ne: “Il diritto al sepolcro tra normativa statale, regolamenti comunali e clausole contrattuali”, testo liberamente reperibile on line.

“Il vocabolo “concessione” è di derivazione settecentesca, ante rivoluzione francese, siamo, dunque, in piena epoca di assolutismo monarchico, e indicava gli atti di benevolenza sovrana – fons honorum – con i quali si attribuiva un privilegio nel senso che si riconosceva “al beneficiario una condizione particolare [di vantaggio] , di cui altri non godeva”; si pensi, in proposito, alle materie di prerogativa della Corona, quale quella dei titoli nobiliari e degli ordini cavallereschi. La moderna legislazione democratica degli Stati, succedutasi nel tempo, ha conservato il termine solo come struttura logica, cambiandone tuttavia il significato semantico, il quale oggi si estende a materie che un tempo erano rette dal diritto privato. Il primo assetto teorico dei procedimenti concessori (e autorizzatori) si deve agli studi di O. Ranelletti (in Rivista italiana per le scienza giuridiche anni 1894, 1895, 1896), secondo cui l’effetto principale di tali procedimenti consiste nel conferire nuovi diritti in capo a soggetti estranei alla P.A. (M.S. Giannini, Diritto Amministrativo, vol. II, Giuffrè, 1993, 652 ss.)”.

Secondo il più tradizionale dibattito giuridico (Romano e Sandulli), la concessione è la manifestazione di volontà, avente rilevanza esterna, con il quale la Pubblica Amministrazione (P.A.) conferisce ex novo posizioni giuridiche attive, nella sfera del destinatario, di cui egli non era precedentemente titolare, ampliandone in tal modo la sfera d’azione nel mondo del diritto.

La concessione, ad avviso della dottrina più recente, è altresì definita come il provvedimento amministrativo tramite il quale la P.A. attribuisce ai concessionari diritti di cui essa stessa è titolare (c.d. concessioni traslative) o che sorgono con la concessione (c.d. concessioni costitutive): Mattarella, voce Atto amministrativo, tipologia, in Dizionario di diritto amministrativo, a cura di Clarich e Fonderico, Milano, 2007, 82.

Si coglie così la divaricazione semantica e funzionale con l’autorizzazione intesa, secondo la definizione della dogmatica più risalente (O. Ranelletti) come l’atto della P.A. che rimuove gli impedimenti giuridici posti all’esercizio di un diritto o potere che già esiste in capo al privato. Più precisamente, secondo l’impostazione della dottrina dominante, l’autorizzazione si distingue dalla concessione poiché nella prima si rimuove un limite legale generale che inibisce lo svolgimento di un’attività riguardante un preesistente diritto soggettivo, potere o facoltà i quali – invece – nella concessione, non esisterebbero già prima nella sfera giuridica del privato, tant’è che a fronte del potere concessorio della P.A., il privato vanta un mero interesse legittimo pretensivo al provvedimento.
Oltre che dal punto di vista strutturale, attenta dottrina (R. Garofoli – G. Ferrari, Manuale di diritto Amministrativo, Nel diritto Editore, 2012, 931) ha osservato come concessione e autorizzazione differiscano tra loro anche per la fisionomia dei rispettivi procedimenti: la legge sul procedimento amministrativo ha infatti sostituito l’autorizzazione necessariamente espressa con l’istituto del silenzio-assenso (art. 20 L. 7 agosto 1990, n. 241: per i provvedimenti autorizzatori a limitato tasso di discrezionalità) e con la segnalazione certificata di inizio attività (S.C.I.A.) – già denuncia di inizio attività (D.I.A. – art. 19 L. 241/1990: per i provvedimenti autorizzatori impropri, stante la natura vincolata dell’azione amministrativa che li riguarda, oggi questi due istituti, tra l’altro sono stati profondamente riformati dalla recentissima “Legge Madia”: L. n.124/2015 sotto l’impulso di una certa spinta liberalizzatrice).

La concessione di aree cimiteriali rientra nel novero della concessioni c.d. traslative , atteso che – a differenza di quelle c.d. costitutive – il diritto sussista in capo alla P.A., sicché si può addivenire a questa asseverazione: in capo al privato passa, tramite un provvedimento esplicito (= il famoso ed aulico “regolare atto di concessione” ex Art. 98 comma 1 D.P.R. 285/90 quale condicio sine qua non per poter vantare diritti sul bene cimiteriale) l’esercizio di un diritto ravvisabile, nel caso di specie, nella possibilità di sfruttare le utilitates connesse al bene pubblico identificato nello spazio cimiteriale, oggetto di concessione (in tal senso, E. Casetta, Manuale di diritto amministrativo, Giuffrè editore, 2006, 320).

La concessione a privati delle utilità, derivanti dall’utilizzo beni pubblici, produce fenomeni giuridici di carattere patrimoniale i quali possono essere semplici, ma anche molto articolati. Nel primo caso tali rapporti sono regolati dalle clausole della concessione o del “disciplinare”, allegate al provvedimento di concessione, predisposte unilateralmente dalla P.A., ma ad effetti bilaterali. Gli esiti, cui s’addiviene, diventano invece complessi quando in capo ad entrambe le parti del rapporto concessorio sussistano obblighi patrimoniali con le caratteristiche proprie dell’obbligazione; in tale evenienza, al provvedimento concessorio si collega un contratto negoziato tra le parti (c.d. contratto accessivo della concessione); in certi frangenti, tuttavia, si segue la pratica degli atti c.d. di sottomissione, in cui il privato dichiara in via preventiva che accetterà certe clausole (M. S. Giannini, Diritto Amministrativo, cit., 431 ss.). La dottrina, per lungo tempo, ha seguito la tesi di O. Ranelletti, secondo cui le concessioni sarebbero state da reputare quali atti amministrativi ad effetti bilaterali. La giurisprudenza, invece, ha da subito preferito applicare al rapporto patrimoniale le norme sulle obbligazioni e, poi, quelle sui contratti, delineando così la figura della “concessione-contratto” (Corte Cass., 12 gennaio 1910 in Riv. Dir. Comm., 1910, 248, ove si afferma che la concessione o, meglio, il procedimento concessorio consta di due momenti giuridici distinti e precisamente: a) un “atto di sovranità”; b) una “vera e propria stipulazione di contratto” di diritto privato, per la disciplina degli aspetti di carattere patrimoniale).

Anche la dottrina più evoluta ha finito col rigettare la teoria del Ranelletti e, trovando più convincente l’approccio metodologico giurisprudenziale, ha, così, sviluppato una dogmatica degli atti negoziali della pubblica amministrazione e della relazione tra l’atto amministrativo e il contratto. In buona sostanza, i due atti sono strettamente collegati, atteso che l’annullamento del provvedimento concessorio a monte produca riflessi sulla concessione-contratto a valle che diviene inefficace e non viceversa, si motiva così la scelta di devolvere alla giurisdizione esclusiva del Giudice Amministrativo le controversie tra concedente e concessionario, ex art. 5 L. 6 dicembre 1971, n. 1034, ora art. 133, comma 1, lett. b) Codice del Processo Amministrativo approvato con D. Lgs. 2 luglio 2010, n. 104.

In materia di contenziosi concessori, si segnala l’orientamento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (formatosi prevalentemente in relazione a controversie possessorie) secondo cui, nelle liti tra privati, in cui il rapporto concessorio di una delle parti con la Pubblica Amministrazione costituirebbe il semplice presupposto storico della controversia tra i privati senza che il rapporto concessorio sia in alcun modo coinvolto o ne sia minimamente intaccato, un problema di difetto di giurisdizione del giudice ordinario non si può neppure porre (cfr. in tal senso, in generale, Cass. Sez. Un. n. 1392 del 4 febbraio 1993; n. 114 dell’8 gennaio 1992, n. 3269 del 19 aprile 1990, Ord. n. 404 del 22 giugno 1989, sent. n. 5769 del 22 dicembre 1989).

Localizzazione e gestione di un crematorio in cimitero particolare ex Art. 104 comma 4 D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285?

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E’ di rigore un primo riferimento al (solito) art. 343 comma 1 T.U.LL.SS. di cui al R.D. 27 luglio 1934 n. 1265: esso prevede come gli impianti di cremazione debbano essere realizzati all’interno dei cimiteri (ed esclusivamente comunale è la funzione cimiteriale ai sensi delcombinato disposto tra gli artt. 337, 343 e 394 T.U.LL.SS ed 824 comma 2 Cod. Civile) , tanto che i comune, quando sia interessato da questa richiesta, deve concedere l’area strettamente necessaria, oltretutto a titolo gratuito, in deroga alla regola generale sull’onerosità delle concessioni cimiteriali.

Bisogna poi considerare anche un secondo rimando, cioè quello dell’art. 6, comma 2 L. 30 marzo 2001, n. 130, che, se possibile novella pure il prefato art. 343 comma 1 R.D. n. 1265/1934; in forza di questa norma la gestione dei crematori spetta ai comuni ed essi la esercitano attraverso una delle forme contemplate dall’articolo 113 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali. Si rammenta che ai sensi dell’Art. 12 comma 4 L. di conversione n. 440/1987 la cremazione è servizio pubblico locale.

In presenza di un camposanto privato che, tecnicamente, si denomina quale “cimitero particolare preesistente” al T.U.LL.SS. (art. 104, comma 4 d.P.R. 10 settembre 1990, n. 285), la prima condizione (quella sulla costruzione del crematorio necessariamente all’interno dei cimiteri) sarebbe (o, meglio, potrebbe apparire) soddisfatta, oltretutto senza necessità, per il comune, di concedere l’area, in quanto essa sarebbe già nella disponibilità del soggetto titolare del cimitero particolare. Saremmo, infatti, dinanzi ad un cimitero a tutti gli effetti, per di più operativo.

Meno agevole affrontare il secondo requisito sostanziale, quella sulla riserva della conduzione in capo al comune, che merita di essere sviluppato ed enucleato per gradi, cioè simulando prima una situazione (diversa da quella qui rappresentata, ma, su base nazionale, da considerare come di ordine generale), cioè l’ipotesi dell’impianto di cremazione da edificare entro il cimitero “comunale” (o, meglio, demaniale).

In questa situazione generale, costituendo l’impianto di cremazione un servizio pubblico locale a rilevanza economica esso può essere oggetto di affidamento in una delle due forme di gestione considerare dall’art. 23.bis, comma 2, lett. a) e lett. b) D.-L. 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, nella L. 6 agosto 2008, n. 133, e, successivamente (da ultimo), modificato dall’art. 15 D.-L. 25 settembre 2009, n. 135, convertito, con modificazioni, nella L. 20 novembre 2009, n. 166, ed, infine, d.P.R. 7 settembre 2010, n. 168 “Regolamento in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica, a norma dell’articolo 23-bis, comma 10, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n.133.”

Attenzione, però, intere parti del D.L. 25 giugno 2008 n. 112 sono state cassate, perchè illegittima, dalla Corte Costituzionale (si trascurano, intenzionalmente in quanto non pertinenti i casi concernenti “periodi transitori”, riguardando affidamenti di servizi in essere).

Sic stantibus rebus, queste sono le modalità con cui possa aversi la gestione dell’impianto di cremazione, alla luce dell’attuale normativa speciale e di settore.

Esse, allora, richiedono una premessa fondamentale, ossia che l’impianto di cremazione venga deliberato all’interno del cimitero comunale, in quanto non potrebbe esservi un servizio pubblico locale a rilevanza economica insediato nell’area di un soggetto terzo o, detto con altri termini, l’impianto di cremazione se sito all’interno del cimitero particolare, e, dunque, privato, non sarebbe installato entro il recinto del cimitero (comunale) e questa discrasia altererebbe, e non poco, così anche il primo presupposto normativo indicato all’inizio.

Non solo, ma anche opinando diversamente, cioè con una lettura più possibilista del quadro normativo testé delineato, si avrebbe, in termini di caso di scuola, una situazione del tutto incoerente ed improponibile, ovvero quella di una gestione del comune (magari con affidamento di un crematorio individuato, fuori dal cimitero (comunale), su area di un soggetto terzo rispetto al comune (il titolare del cimitero particolare), e, oltretutto, finanziato a spese di questo ultimo. Ciò determinerebbe un’evidente insostenibilità giuridica dell’ipotesi affacciata, non priva, però, di qualche fascino imprenditoriale.

“Scoppio” del feretro, responsabilità civile e probabili cause tecniche.

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Premettiamo subito che l’edificazione delle sepolture a tumulazione è soggetta, una volta compiuta, alle operazioni di collaudo.

Questo passaggio ineludibile è certificazione della loro corretta esecuzione (salvo non sollevare, in sede giudiziale, querela di falso nei confronti del collaudatore, ma quest’opzione così remota appare, sinceramente, poco sostenibile).

Bisogna, poi, evidenziare quest’aspetto cruciale: pure nell’ipotesi, che si esclude per quanto qui appena osservato, che fosse dimostrata, con un’accurata ricognizione tecnica, una realizzazione dei manufatti sepolcrali in ritenuta difformità dalle disposizioni dell’art. 76 d.P.R. 10 settembre 1990, n. 285, si dovrebbe comunque osservare come ciò resterebbe, non rilevante, siccome il vizio nel confezionamento del feretro, da cui può derivare una fuoriuscita di liquidi e di odori, non può essere influenzato dalle caratteristiche della costruzione (ad esempio qualora i loculi abbiano dimensioni non standard, oppure non presentino un’inclinazione verso l’interno adeguata, si tratta, infatti, di caratteristiche costruttive che sono indipendenti dalla “tenuta” del feretro).

Nell’esempio testé rappresentato non sono considerati alcuni elementi che meritano precisazioni.

Infatti, l’attuale normativa non stabilisce né la cubatura del vano feretro (in realtà la Circ. Min. 24 giugno 1993 n. 24 si limita ad alcuni suggerimenti, senza, però, essr cogente), né la graduazione della pendenza del piano d’appoggio (i soli dati tecnico-costruttivi prescritti riguardano la portata delle solette orizzontali, l’impermeabilità ai liquidi ed ai gas, le modalità di chiusura del tumulo), che sono conseguentemente rimesse alla consuetudine.

Considerando attentamente l’indicazione dell’inclinazione verso l’interno, essa costituisce una precauzione volta a prevenire, ma non aneutralizzare, possibili (lievi) fuoriuscite di liquidi, ma che non costituisce “causa” dell’avvenuta alterazione dello stato del feretro.

Del resto, anche se l’inclinazione fosse rilevante e tale da non permettere la fuoriuscita di una quantità rilevante di liquidi, ciò porterebbe, unicamente, ad un occultamento del vizio, il quale sussisterebbe comunque (e gli oneri per porvi rimedio si allocherebbero al momento in cui, scadendo la concessione, debba provvedersi alla estumulazione, in quanto il concessionario è tenuto a “riconsegnare” il sepolcro nelle condizioni d’uso normale, cioè quelle sussistenti al momento della concessione).

Comunque sia, le tipologie costruttive – ammesso e non concesso che non rispondano alle disposizioni dell’art. 76 d.P.R. 10 settembre 1990, n. 285 – non sono, né possono costituire motivo della fuoriuscita di liquidi e di odori, causa che può essere riferita unicamente ai materiali impiegati e alle modalità di confezionamento del feretro.

Ad ogni modo la garanzia sul prodotto da parte dell’impresa funebre che commercializza articoli funerari, non è legata alla tenuta della cassa di zinco dentro al loculo, essa, infatti, deve solo assicurare che la lastra metallica sia corrispondente a quanto la legge prevede (Art.30 DPR 285/90) e cioé “Lo spessore di lamiera della cassa metallica non deve essere inferiore a 0,660 mm se di zinco, a 1,5 mm se di piombo.”, diventa, per altro, molto difficile imputare eventuali responsabilità all’impresa funebre che materialmente curò il servizio delle esequie, senza un’ispezione sul feretro (ed essa, quasi mai avviene!), poichè di fatto, mai, si addiviene all’apertura del feretro, se non per un’espresso ordine della Magistratura o dell’AUSL.

I prodotti sono garantiti da vizi di costruzione o difetti di materiale riscontrati entro i ventiquattro mesi dalla data di consegna al consumatore (non tra fabbricante e impresa funebre, che ha ordinariamente la garanzia stabilita nel contrato di acquisto, oppure 12 mesi se non previsto all’acquisto).

In base al nuovo articolo 1519-ter del codice civile, il fornitore finale ha l’obbligo di consegnare al consumatore beni conformi a quanto previsto dal contratto di vendita. Si vedano anche gli Artt. 128 e segg. Codice del Consumo.

Il legislatore precisa che i beni devono essere conformi alla descrizione fatta e possedere le qualità del bene eventualmente presentato come campione o modello.

I beni, in ogni caso, devono presentare le qualità e le prestazioni abituali di un bene dello stesso tipo che il consumatore può ragionevolmente aspettarsi tenuto conto della natura del bene e delle dichiarazioni fatte da produttore o fornitore in pubblicità o sulle etichette. Qualora il consumatore scelga il bene per soddisfare un uso “particolare” e porti a conoscenza del fornitore tale volontà di utilizzo, il bene dovrà soddisfare detto uso “particolare” salvo che il fornitore non dimostri di non aver mai accettato la destinazione d’uso “particolare” richiesta dal consumatore.

Difatti sono troppe le variabili in gioco che incidono sulla possibile rottura dello zinco:

ad esempio e senza la pretesa di esser esaustivi:

  • l’esposizione del loculo e l’alternanza di caldo e freddo,
  • la temperatura esterna massima che ha un effetto dilatatore e potenzialmente dirompente,
  • i medicinali con cui è stato trattato il defunto,
  • l’eventuale trattamento antiputrefattivo a base di formalina
  • la causa della morte (ad es. gli annegati hanno una produzione copiosa di liquidi cadaverici),
  • la non corrispondenza dello spessore minimo (stabilito dalla legge) della cassa d zinco,
  • un confezionamento della bara non regolare (ad es. a vite o il chiodo con cui si monta un piedino della bara può essere tropo lungo e “trapassare” lo spessore del legno,
  • l’essenza del legno (ad es. i castagno ha una forte componente di tannini che favoriscono la passivazione dello zinco), il tempo intercorso (lo zinco passiva naturalmente),
  • la consumazione dello zinco per effetto della “pila elettrostatica” che si crea tra armatura in ferro del loculo e lo zinco stesso, in presenza di ambienti umidi, ecc.
  • l’ambiente fortemente acido che si crea all’interno del feretro per la presenza dei liquidi cadaverici.

Si aggiunge che una fessurazione dello zinco può essere stata determinata da una saldatura del coperchio non conforme alla legge (essa, in effetti deve esser continua ed estesa su tutta la superficie di contatto tra il coperchio ed il labbro perimetrale della cassa), o ancora per un accatastamento in magazzino non corretto.

Di tute questi spiacevoli inconvenienti è, in ultima nalisi, ben conscio il legislatore che all’art. 76 del DPR 285/90 ha previsto come rimedio generale anche se, forse, un po’ empirico:

“I piani di appoggio dei feretri devono essere inclinati verso l’interno in modo da evitare l’eventuale fuoriuscita di liquido”.