Parlare dell’evento morte, senza trascurare il “dopo”

Molto spesso, quando viene affrontato il tema della morte. vi sono tendenze a considerare le fasi che la precedono, magari estendendosi a quelle immediatamente successive, come l’approccio al lutto (che, secondo lo “schema Kubler-Ross”, è un modello a fasi e non a stadi, dove le fasi possono alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità e senza un ordine preciso, proprio come fanno le emozioni, mentre gli stadi sono dei passaggi consequenziali, fasi che, secondo tale modello, sono individuate in 5) ed al cordoglio (non sempre distinguendone le differenze), in termini spesso di aiuto all’elaborazione del lutto.
Si pensi al sito www.sipuodiremorte.it (chiedendo venia a quanti frequentino altri siti), oppure all’importante iniziativa dell’Università di Padova, il cui Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata attiva, ormai da anni, specifici master di I livello “Death studies & the end of life for the intervention of support and accompanyng – Studi sulla morte e sul morire per l’intervento di sostegno e per l’accompagnamento” (https://uel.unipd.it/master-e-corsi/endlife-death-studies-the-end-of-life-for-the-intervention-of-support-and-the-accompanying/), di altissimo livello (anche qui chiedendo venia per eventuali non ulteriori richiami), come alla galassia delle iniziative di A.M.A. (Auto Mutuo Aiuto), variamente presenti nelle diverse realtà.
Si tratta di realtà (includendovi anche tutte quelle non citate, solo per motivi di brevità espositiva) che meritano attenzione e non solo. Ma hanno un elemento comune, quello di non considerare il “dopo”, ponendo la propria attenzione sul “prima” della morte, e su un qualche “dopo” del tutto limitato ad un certo arco temporale, spesso soggettivo, quando vi è un “dopo” più … lungo.

”Dopo” rispetto a che cosa (od a quale “fase”)?
Chi opera nell’ambito dei cimiteri è, per plurime motivazioni, portato ad avere una visione maggiormente estesa nel tempo, dovendo affrontare le tematiche che si hanno alla fine della “sepoltura” (si ricorre alla virgolettatura, per mettere assieme pratiche tra loro differenti, non solo per le modalità loro proprie, ma principalmente per le tempistiche e gli effetti che se ne registrato alla loro “fine”: si pensi che, nell’inumazione, il turno ordinario – non a caso definito come tale – di rotazione è di almeno 10 anni che, per inciso, non è un termine per provvedere all’esumazione, quanto il termine iniziale a partire dal quale quest’operazione è ammissibile, e la cui concreta esecuzione è rimessa alla programmazione in sede locale, che risente della “domanda” di queste tipologie di “sepolture”).
Oppure, considerando la pratica funeraria della tumulazione, non può evitarsi di osservare come essa, sostanzialmente impostata su un criterio di “conservazione” (qualcuno parla/va di “accumulo”) e non di “rotazione”, non presenta una durata standard predefinita se non un limite fissato in un massimo (non superiore a 99 anni), e dove le operazioni di estumulazione sono stabilite “alla scadenza della concessione”.
Un discorso a parte, per la sua specificità, andrebbe fatto quando vi sia ricorso alla cremazione, ma, almeno nelle ipotesi in cui le urne cinerarie siano oggetto di tumulazione, in larga parte può farsi ricorso analogico alla pratica della tumulazione.

Parlare della “fine” della “sepoltura” (e di seguito unificheremo questi due termini, ora separati) non coinvolge solo il personale che è, in ragione del proprio ruolo, chiamato ad eseguire le operazioni di esumazione, od estumulazione, ruolo che meriterebbe ben maggiore considerazione di quanto non gli sia riconosciuta (il contatto, per così dire, quotidiano o comunque frequente, con le spoglie mortali, che possono rinvenirsi in differenti esiti dei processi trasformativi cadaverici, non può lasciare indifferenti e produrre effetti da non sottovalutare), ma anche quanti assolvano a ruoli, chiamiamoli amministrativi, collegati, come la programmazione, gli aspetti autorizzatori, e, in primis, il rapporto con i famigliari dei defunti.
Si tratta di approcciare il rapporto, il dialogo, la comunicazione con i familiari con atteggiamenti che non siano meramente di natura tecnico-amministrativa, ma anche avendo presente come siano in gioco elementi di affettività, di relazioni interpersonali tra familiari e persone defunte, anche quando siano decorsi termini temporali in cui possa presumersi del tutto elaborato il lutto.
Per esempio, in caso di esumazione, dopo 11, 12, 13, 14 anni (frequentemente molti di più) quale è la “sensibilità” dei familiari che va tenuta presente (e che, al primo approccio, è del tutto ignota), oppure, quale è dopo 30, 40, 50, 75, o 99 anni dalla tumulazione?
Magari, nelle tumulazioni di maggiore durata, è ben possibile che i familiari non abbiano neppure più alcun rapporto affettivo con le persone defunte: un conto è quando queste siano state genitori, a volte nonne/i, ma quando si tratta di bisnonne/i o trisavole/i, si cui, probabilmente, si ricorda il nome solo in quanto oggetto di un’iscrizione presente sul sepolcro, l’atteggiamento non può che essere che diverso. Ma non per questo consente si abbassare il livello di rispetto.

Per quanto noto (ammettiamo un’ignoranza), non risultano molti studi in proposito attorno ai diversi fattori che entrano in gioco in occasione della “fine della sepoltura”, ma ciò non permette alcuna sottovalutazione.
In particolare, per quanto riguarda il personale chiamato per la propria collocazione nel servizio cimiteriale ad eseguire, anche materialmente, le operazioni di esumazione o di estumulazione (sotto questo profilo, accettiamo di chiamarci “operaisti”), laddove alcune criticità potrebbero essere affrontate con adeguati criteri di rotazione, turnazione del personale, cosa che non sempre è possibile, specie nelle realtà medie (e, a maggiore ragione, ulteriormente minori), salvo non estenderla a funzioni non cimiteriali (es.: in dati comuni, il personale cimiteriale potrebbe essere turnato divenendo personale di manutenzione di edifici e/o strade, utilizzando queste ultime figure come personale cimiteriale), soluzioni che sono insoddisfacenti in quanto si perderebbero conoscenze specifiche, spesso arricchenti ed arricchite dalla continuità del ruolo (nelle diverse figure).
Vengono alla mente esperienze in cui il personale “affossatore” (nel passato non mancavano casi in cui vi fossero (specie quando per l’accesso a certe figure era ancora ammissibile non ricorrere al concorso pubblico) anche … tradizioni di famiglia) aveva tanta conoscenza del cimitero, da conoscere le “vene” di terreno in cui i processi trasformativi cadaverici si realizzavano normalmente e quelle in cui si poteva ragionevolmente stimare a priori che questi processi avessero assunto caratteri conservativi, spesso stimando i diversi possibili gradi di conservazione.
Oppure, la conoscenza di come in date tumulazioni, decorsi un certo numero di decenni, potesse stimarsi il rinvenimento di situazioni quali quelle considerate dall’art. 86, comma 5 D.P.R. 10 settembre 1990, n. 285 e s.m.

Tuttavia, queste “memorie” non consentono di sottovalutare, in particolare da parte di quanti abbiano responsabilità nella gestione del personale, la necessità di un’adeguata attenzione agli aspetti psicologici, cioè a valutare quando/quanto diventi opportuno adottare misure di “aiuto” al personale per affrontare, con la maggior possibile adeguatezza, le criticità che “avere a che fare con le spoglie mortali” pongono, o possono porre.
Anche questo rientra tra le misure di sicurezza nei luoghi di lavoro.

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Sereno Scolaro

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