Riti funebri nella religione del Vecchio Testamento – 3/3

Questo articolo è parte 3 di 3 nella serie Riti funebri religione Vecchio Testamento

La liturgia di commiato si tiene nell’oratorio del cimitero ebraico, o direttamente sulla tomba (solo raramente può capitare che, specie negli ambienti più progressisti, il mesto officio si svolga nella Sinagoga).
Durante il trasporto (sull’auto funebre può campeggiare solo la Stella di Davide) se si forma il corteo funebre, verranno recitati i versi del Salmo 91.
Dare sepoltura (Jus Inferendi Mortuum in Sepulchrum) [1] con rispetto è un gesto di pietà prezioso agli occhi dell’Eterno, tuttavia le esequie non possono assolutamente avere luogo né di sabato né nei giorni di festa solenne stabiliti dal Talmud.
Tale dovere appartiene ai figli oppure al coniuge, in casi estremi è a carico di tutta la comunità locale.
Dal decesso sino alla sepoltura, la persona scomparsa non può mai essere abbandonata, i famigliari, allora, si organizzano in turni per garantire la lettura continua dei Salmi, in ogni lingua, anche se la versione originale dei testi, in ebraico, sarebbe da prediligere.

A Gerusalemme il trasporto funebre non avviene su di una vettura, ma con una barella (sbarre di legno su fasce di ferro), il feretro di un uomo è coperto con il Tallet, mentre per le donne si ricorre ad un semplice lenzuolo; almeno nell’ultimo tratto della processione questo uso andrebbe osservato anche all’Estero.
Il cerimoniale ebraico che si è sviluppato in Italia, non ritiene disdicevole che la bara sia velata con un panno nero, anche se il rito antico sconsigliava questa prassi, perché motivo di sofferenza estrema per l’anima del trapassato.
Almeno nella millenaria esperienza degli Israeliti in Italia, i fedeli si astengono dallo smuovere o comporre le salme quando è sabato, se però l’intervento è di assoluta necessità può essere svolto da una persona non ebrea ed eventualmente dall’operatore funebre.
La processione funebre accompagna la salma sino alla fossa, dove si svolge il rito di commiato, chiamato: “Sidduq ha din” (“Giustificazione del giudizio divino”) che è ispirato ad episodi riferiti dal libro del Talmud.
I parenti, raccogliendosi in silenzio attorno alla bara, declamano per almeno 10 minuti, il Quaddisch mentre tutte le letture vengono proposte dal rabbino, o da una persona delegata, nell’originale lingua dei profeti.
Durante la cerimonia si può pronunciare un’orazione, opportunamente concordata con i famigliari, per commemorare il defunto, assieme al canto di inni e salmi, di solito si recitano i salmi 16, 49, 91.
Alcune comunità più progressiste pregano anche con il Salmo 23, che in ambienti conservatori viene piuttosto intonato per una celebrazione lieta.

La tradizione ebraica vieta tassativamente la consegna della foto in ricordo del defunto ad amici e parenti, perché questo gesto sarebbe avvertito come un’intollerabile violenza alla memoria ed ai sentimenti dei congiunti.
Il metodo di sepoltura più diffuso, affermato da diversi secoli e approvato dalla dottrina rabbinica, prevede quasi sempre l’inumazione ma, poiché, un tempo, i cadaveri erano collocati anche in sepolcri scavati nella roccia è pure ammessa la tumulazione in nicchie, colombari o apposite strutture murarie.
Dalla religione ebraica è invece assolutamente vietata, invece, la cremazione sia perché è considerata un modo violento per distruggere il corpo, sia perché rievoca tragici episodi di un recente passato come l’olocausto.

L’usanza di porre sassi, invece che fiori, sopra le lastre tombali è un atavico retaggio dell’antichissima epoca nomade, quando gli Ebrei vagavano tra lande desolate ed aride pietraie.
Da rilevare che per questo particolare momento finale del rito della sepoltura, i famigliari possono chiedere la più stretta intimità.
Terminata la cerimonia, i presenti formano poi due file, tra le quali passano i famigliari in lutto, e li rincuorano con questa frase: “L’Onnipotente consoli voi e tutti quelli che sono in lutto in Sion e Gerusalemme.”
La cerimonia si chiude con un gesto profondo e suggestivo, i fedeli, mentre escono dal cimitero, strappano dell’erba e gettandola alle loro spalle, citano un passo del salmo 103,14: “Egli sa che noi siamo polvere” ed alcuni versetti di Isaia: “Il signore asciugherà le lacrime da ogni volto” (Isaia 25,8).
Nella cultura ebraica il ricordo è indispensabile per esercitare la pietà religiosa e per le opere di misericordia, e per questa ragione le sepolture debbono esser perpetue, siamo esse nella nuda terra o in loculo, così i sepolcreti non possono mai essere distrutti o soppressi.
L’esumazione o l’estumulazione di un corpo sepolto e la demolizione di un cimitero ebraico sono gesti considerati come vere e proprie profanazioni dal sinistro sentore sacrilego.


[1] Ai sensi dell’art. 16 L. 8 marzo 1989, n. 101 le sepolture israelitiche sorgono in regime di concessione 99ennale e “sempre” rinnovabile sine die; si veda anche il Capo XX D.P.R. 10 settembre 1990, n. 285.
È forse l’unico caso, de facto, di sepolture perpetue, ex Lege, posteriore all’entrata in vigore del D.P.R. 803/1975.

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Carlo Ballotta

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