Riti funebri nella religione del Vecchio Testamento – 2/3

Questo articolo è parte 2 di 3 nella serie Riti funebri religione Vecchio Testamento

Presso alcune comunità israelitiche è invalso l’uso, ormai secolare, di abbigliare i cadaveri con una particolare camicia di puro lino, accompagnata da pantaloni, calze e guanti bianchi; sul capo, invece, andrà posto un particolare cappello, (questi indumenti si contraddistinguono per una strana caratteristica: non presentano tasche, a simboleggiare il distacco dai beni terreni; così, almeno idealmente, il defunto, affrontando il Giudizio Divino, nel viaggio oltremondano, non reca con sé stesso alcuno oggetto materiale, ma solo le sue opere morali).
Quando siano terminate le operazioni di vestizione, è assolutamente vietato intervenire nuovamente sulla spoglie, nemmeno per rassettare i capelli o la barba.
La salma, una volta conclusa la preparazione, deve essere deposta nel feretro, accelerandone al massimo la chiusura [1], perché il rito ebraico non prevede il momento della veglia funebre a “cassa aperta”, né è, per altro, favorevole a che i visitatori vedano il defunto composto entro la bara.

Inutile ricordare che il cofano, se deve recare un simbolo religioso, presenterà sul coperchio la stella di Davide (a sei punte).
Anche in assenza di specifiche istruzioni in merito al confezionamento del feretro, è fortemente consigliato l’utilizzo di un legno naturale, di colore chiaro, massimamente liscio e di forma sobria, senza orpelli o modanature.
L’imbottitura del cofano, siccome deve richiamare il tradizionale sudario, è assolutamente bianca; mentre la cassa, di norma non spallata, sarà realizzata con essenza lignea preferibilmente tenera e di ridotto spessore, ex paragrafo 9.1 Circ. Min. Sanità n. 24/1993, senza dimenticare il D.M. 12 aprile 2007 [2], se la sepoltura prescelta sarà l’inumazione, (fatti, ovviamente, salvi i casi in cui il Regolamento di Polizia Mortuaria, o la Legge Regionale, impongano necessariamente la cassa zincata non vicariabile con altro dispositivo impermeabilizzante ai sensi dell’art. 31 D.P.R. 285/1990 con relativi D.M. attuativi).
Una particolare caratteristica del cofano è che esso deve presentare sul fondo, una tavola o un asse estraibile da sfilare prima della calata nella fossa.
Questi accorgimenti servono a facilitare il processo degenerativo delle spoglie, poiché è nell’ordine delle cose che le membra morte ritornino in polvere.
Una strana usanza, poi, legittimata da un costume invalso da secoli, vuole che accanto alla salma sia posto una generosa quantità di calce, così da favorire la naturale distruzione della carne corrotta dal peccato [3].

È comunque da rilevare che azioni, volte a modificare, o manomettere l’assetto definitivo del feretro, risulteranno possibili solo se vi sia un permesso dell’Autorità Comunale o Sanitaria per riaprire, in cimitero, il cofano, così da richiuderlo, una volta eliminata la tavola aggiuntiva.
Altrimenti, per un intervento più drastico, volto a rimuovere l’intera cassa mortuaria, a questo punto utile solo per il trasporto, si veda il paragrafo 8 della Circ. Min. Salute 31 luglio 1998 n. 10….ma con molti dubbi sulla reale applicabilità.
Negli atti rituali volti a rendere il dovuto onore ai defunti non è previsto l’uso degli arredi funebri, ed anzi diverse norme religiose fanno divieto di esporre qualunque paramento quale, ad esempio, tendaggi, fondali, drappi colorati, tappeti, e immagini simboliche sino all’assoluta proibizione di allestire una camera ardente nel significato occidentale del termine.
Si registrano due sole eccezioni a questo rigido protocollo: sono ammessi semplici ceri e, nel giorno del funerale, la velatura degli specchi di casa con un drappo.
Questa pratica così teatrale è forse l’unico vero segno di lutto visibile, il suo significato, altamente simbolico, è impedire che il dolore, anche solo idealmente, si rifletta.
Per tradizione sono sconsigliate le decorazioni floreali, anche se non sono mai state formulate specifiche limitazioni a tale proposito.
Il modo più corretto per onorare i morti, sono le offerte per la carità o altri gesti di compassione che la cultura ebraica apprezza notevolmente.
Secondo i precetti biblici, le salme non possono varcare l’entrata del tempio ebraico dimora del Dio Vivente, in quanto macchiate da impurità e dallo stigma della morte; da ciò deriva, dunque, che il trasporto è volto dal luogo ove giace la salma (servizio mortuario sanitario, deposito d’osservazione, obitorio, casa funeraria, domicilio privato …) direttamente al cimitero.


[1] Si deve, quindi, comprimere il periodo d’osservazione, magari con gli strumenti di cui all’art. 8 D.P.R. 285/1990.
[2] Cofano in cellulosa con solo telaietto autoportante in legno.
[3] La legge italiana vieta espressamente quest’operazione, assimilabile all’odioso reato di vilipendio di cadavere, molto meglio ricorrere ad enzimi naturalmente biodegradanti ex Circ. Min. Salute n. 10/1998.

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Carlo Ballotta

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