Riti funebri nella religione del Vecchio Testamento – 1/3

Questo articolo è parte 1 di 3 nella serie Riti funebri religione Vecchio Testamento

“L’erba fiorisce e cresce, la sera appassisce e si secca, insegnaci a contare i nostri giorni, perché noi apriamo il nostro cuore alla saggezza”
“Quando cammino nella valle della morte non temo alcun male, perché Tu sei con me…”

Nel culto ebraico, il complesso dei riti funebri si è codificato durante il corso di una tradizione plurimillenaria, grazie al progressivo integrarsi della liturgia più ancestrale, considerata comunque obbligatoria, con nuove forme e precetti per la commemorazione dei defunti, raccomandati, in diversi periodi, dai più autorevoli maestri.
La religione dell’Antico Testamento chiede all’uomo, anche se affranto dal dolore, di considerare giusta la decisione divina, persino quando non si riesca a capire la ragione di tale volontà, e l’“Eterno” rimanga ai nostri occhi un mistero imperscrutabile.

L’Ebraismo, considerando la morte come parte di quell’ordine universale, retto dalla divina Sapienza, ha sviluppato diverse “Mitzvot“ (doveri religiosi) e consuetudini sull’estinguersi della vita e sul lutto; cerca, tuttavia, di evitare ogni aspetto feticista o di morbosa e teatrale ostentazione verso la sofferenza.
Le usanze più arcaiche prescrivono numerosi atti e comportamenti obbligatori, per aiutare i dolenti a vivere pienamente la loro angoscia, in modo che affanno e tristezza possano, così, essere gradualmente accettati e superati.

La Legge Divina considera, poi, l’assistenza ai morenti ed i servizi funebri un obbligo primario per i fedeli. Ogni persona deceduta, sin dai remoti tempi biblici del Patriarca Abramo, ha sempre avuto diritto alle esequie (si veda il capitolo 23 della Genesi sull’origine dello Jus Sepulchri nell’Antico Testamento) e, se il defunto non ha congiunti, l’onere, allora, incombe sulla comunità tutta, ed ogni suo membro deve assistere alla cerimonia funebre.
All’annuncio della morte di un famigliare è un preciso dovere per gli Ebrei raccogliersi in preghiera e pronunciare questa solenne benedizione: “Benedetto sia tu, Eterno, nostro Dio, re del mondo e giudice di verità”.
L’intera comunità partecipa attivamente al lutto, stringendosi con affetto attorno alla famiglia, per confortarla e sollevarla dal disbrigo delle diverse pratiche religiose e civili.
In questo modo la morte assume un significato pubblico, perché investe anche la sfera dei rapporti sociali; è, quindi, un vincolo assoluto, informare tutti i componenti della famiglia, anche in caso di rapporti allentati o deteriorati, perché le esequie devono promuovere e favorire la riconciliazione dei vivi nel ricordo dei defunti.

È compito della famiglia contattare il rabbino per definire i dettagli della funzione religiosa, come l’orazione commemorativa e la lettura di alcuni passi delle Sacre Scritture.
L’avviso del decesso rimane un atto strettamente intimo e privato; i famigliari ne danno personalmente notizia ad amici e parenti e difficilmente ricorrono a necrologie o manifesti murali.
Durante la vestizione mortuaria, (di solito, ma non necessariamente, si procede alla preparazione della salma circa 30 minuti dopo il decesso).
Ovviamente occorre il preliminare nulla osta del medico necroscopo che, discrezionalmente, dovrà mediare tra gli obblighi di legge e le legittime istanze dei dolenti.

Il corpo esanime, coperto con un lenzuolo bianco, deve avere le gambe rivolte verso la porta e la testa appoggiata ad una pietra.
Vicino alla salma sarà poi collocato un cero a fuoco vivo o una lampada ad olio.
Questi segni testimoniano, anche nel lutto, la sacralità del corpo umano che deve sempre essere trattato con il massimo rispetto e con grande cura, soprattutto quando nella sua debolezza di creatura si trova ad affrontare il mistero della morte.
Alla tolettatura funebre provvede sempre un componente della stessa comunità ebraica, mentre non è mai prevista la partecipazione di persone estranee (necrofori o infermieri).
Ogni comunità ben organizzata dispone sempre di una compagnia funebre, vale a dire di un gruppo di soli volontari (la pietà verso i morti è un dovere metagiuridico e non può divenire oggetto di lucro o speculazione!) i quali attendono alla composizione dei defunti.

Precise norme impongono che la vestizione dei morti sia eseguita sempre da una persona del loro stesso sesso, ma i figli, secondo i più autorevoli maestri, non possono mai compiere questo servizio mortuario verso i genitori.
Siccome, secondo il terribile monito biblico (“Polvere eri e in polvere ritornerai”, (Genesi cap. 3 v.19) le spoglie debbono ritornare al nulla primigenio, non si procede mai ad alcun trattamento conservativo, se, tale intervento non è espressamente richiesto, per motivi igienici o sanitari, dalla legislazione civile (art. 32 D.P.R. 285/1990).
Eventuali accertamenti necroscopici invasivi, benché siano percepiti come una violenza verso la salma, sono consentiti, d’ufficio, solo per gravi ragioni di medicina pubblica (= riscontro diagnostico) o per ordine dell’autorità giudiziaria ex art. 116, comma 1 D.Lgs. 271/1989.

Dopo la sistemazione ed il lavaggio rituale, la salma, senza alcun indumento, con le braccia lungo i fianchi e gli occhi chiusi, viene avvolta, con scrupolo, in un lenzuolo di lino bianco, avendo cura di coprirne anche il volto, e, dopo, appoggiata sul pavimento.
Si deve poi prestare grande attenzione a liberare la bocca del defunto da eventuali lembi del sudario; secondo un antichissimo dettato, infatti, “imbavagliare” i morti è un gesto foriero di gravi sventure. Una particolare consuetudine vuole che sulle palpebre e sulle mani sia posato un pizzico di terra di Israele.
La tradizione, molto rigida ed austera, non contempla nessuna distinzione di trattamento tra i sessi, anche se permette che solo agli uomini sia adagiato sul capo e sulle spalle il “Talif” lo scialle di preghiera bianco con i bordi di color blu, premurandosi, però, di tagliarne prima le frange, in segno di lutto.

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Carlo Ballotta

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