Come sanificare un loculo interessato dallo scoppio del feretro

La percolazione di liquami cadaverici, in un loculo posto sopra il piano di campagna, e, quindi, non ipogeo, è un evento molto doloroso per una famiglia.
Si tratta di un inconveniente che costringe, drammaticamente, a prender atto degli aspetti più sgradevoli intrinseci alla sepoltura in opera muraria.
Il DPR 285/90 stabilisce:

  • le caratteristiche dei loculi (art. 76 commi 6, 7, 8 e 9);
  • l’onere per la conservazione dei manufatti (art. 63/1);
  • le caratteristiche dei feretri all’atto della tumulazione (art. 77);
  • il tipo di sistemazione del feretro (perfetta tenuta) quando si provvede ad un suo trasferimento in altra sede (art. 88).

Secondo la legge, dunque, la circostanza della mancata tenuta del loculo non è prevista, rectius… non è ammessa!
Il DPR 285/90, infatti, richiede espressamente che l’impermeabilità ai liquidi ed ai gas debba essere mantenuta nel tempo.
Purtroppo, però, le escursioni termiche stagionali, o comunque le alte temperature raggiunte in estate, o altri fenomeni provocano situazioni critiche che possono dar luogo a rotture della cassa metallica, con successive perdite di liquami cadaverici all’interno del tumulo.
Questo malaugurato frangente determina interventi da parte dei servizi cimiteriali e sanitari per ripristinare la tenuta stagna del feretro, generalmente con rifasciatura esterna alla cassa di legno che contiene vasca e coperchio di lamiera.
Nelle vicinanze della tomba interessata da fenomeni percolativi l’aria si fa irrespirabile a causa degli odori nauseabondi.
I necrofori sono costretti a lavorare in condizioni operative disagiate, a causa dei miasmi maleodoranti e spesso corrono anche un grave rischio di contaminazione, perché i fluidi post mortali sono vettori di agenti patogeni, si pensi, ad esempio, a liquami provenienti da cadaveri portatori di morbo infettivo diffusivo.
Sfilare la bara dal loculo è sempre un momento pericoloso, perché alta è la probabilità di sversamento di tutti i liquidi trattenuti a fatica dal cofano di zinco, in cui si sono aperte falle.
Se la percolazione è abbondante, nemmeno il materiale assorbente (lo strato di segatura, torba o polvere), è in grado di neutralizzare la perfusione del materiale putrefattivo.
L’industria funeraria italiana, negli ultimi anni, ha elaborato prodotti e strumenti per migliorare drasticamente, anche ai fini dell’applicazione del D.Lgs n.81/2008, le condizioni di lavoro, spesso problematiche, degli affossatori in servizio presso i nostri cimiteri.
Invece di estumulare subito la cassa, dopo aver rimosso la lastra marmorea, se presente, si pratica un foro con un trapano di sezione opportuna nel tamponamento del loculo costituito o da muratura o parete di cemento.
Con una pompa, o ancor meglio con un compressore, si spruzza nella cella sepolcrale un composto a base enzimatica, capace di metabolizzare il percolato cadaverico, riducendone il fetore e la carica ammorbante, solo in un secondo momento si interviene con la normale smuratura, così da avere diretto accesso al feretro.
I trattamenti necessari per il risanamento del tumulo possono anche essere individuati in specifici articoli del regolamento comunale di polizia mortuaria.
In assenza di specifica norma, prevista dal regolamento cittadino di polizia mortuaria comunale, compete al Sindaco (ai sensi dell’art. 51 DPR 285/90), su proposta del dirigente del servizio cimiteriale e sentita l’A.USL, emanare apposita ordinanza che preveda, in via generale, un protocollo operativo.
Il regolamento (o l’ordinanza sindacale) possono fissare in tutto o in parte:

  • a chi competa disporre l’intervento (di norma il responsabile del servizio cimiteriale)
  • l’attribuzione del relativo costo (al concessionario del manufatto)
  • i criteri di esecuzione
  • le modalità di avviso o notifica al concessionario se proprietario del manufatto
  • chi dovrà eseguire l’intervento (in genere il gestore del cimitero, ma, in caso di cappella privata, potrebbe esser anche una ditta esterna, se il Comune non ha assunto in privativa tale servizio).

In mancanza di tale individuazione preventiva, si opera, di volta in volta, attraverso ordinanza del Sindaco, ai sensi dell’art. 51 del DPR 285/90.
Ci sono soluzioni empiriche abbastanza efficaci messe a punto nel corso degli anni come:

  • impermeabilizzazione della parte inferiore del loculo (base di appoggio del feretro e lateralmente per circa 10 cm. in altezza)
  • spargimento sul fondo del loculo di una generosa quantità di calce o altra sostanza assorbente
  • adeguata pendenza del piano di appoggio verso l’interno (fondo loculo), secondo il dettato del comma 6 Art. 76 DPR 285/90
  • collocazione di vaschetta impermeabile sotto il feretro
  • adozione di valvole o altri dispositivi atti a neutralizzare i gas di putrefazione ai sensi dell’Art. 77 DPR 285/90

L’impermeabilità, pretesa dal regolamento di polizia mortuaria, è ,in molte occasioni, un wishful thinking, ossia una pia illusione, perché spesso, nella parete posteriore della cella, data l’inclinazione del piano d’appoggio, compare una macchia, mentre il fenomeno percolativo in molte occasioni riesce ad infiltrarsi nei loculi sottostanti ed adiacenti.
Nel lontano, ormai, anno 1997, sulle pagine de “La Nuova Antigone”, fu pubblicato un bel saggio dal titolo “Cause e soluzioni alla corrosione precoce delle casse di zinco tumulate”, in cui si dimostrava, con dovizia di dati tecnici, come l’aggiunta di magnesio all’interno del feretro potesse ritardare l’insorgere dei fenomeni corrosivi ed evitare, così, la perdita dei liquami stessi.
Potrebbe esser la giusta direzione in cui lavorare, per sviluppare un prodotto di qualità e risolvere, finalmente, un problema che, da sempre, attanaglia i nostri cimiteri.
L’autorizzazione all’uso di questo sistema, sino a pochi anni fa, sarebbe stata di competenza statale, come ribadito anche dalla Circolare del Ministero della Salute del 21.05.2002 n. 400.VIII/9L/1924, perché sarebbe ricaduto, a buon diritto, nella fattispecie inquadrabile nella previsione, di cui all’articolo 115, comma 1, lettera b) del decreto legislativo n. 112 del 1998 (inerente ai compiti ed alle funzioni amministrative conservati allo Stato): “adozione di norme, linee-guida e prescrizioni tecniche di natura igienico-sanitaria”. Oggi, però, l’orientamento del Ministero della Salute è drasticamente mutato e dette prerogative autorizzative sono state devolute alle Regioni, secondo linee statali predefinite.
Si tratta, tutto sommato, di un dispositivo piuttosto semplice: perché non testarlo seriamente?

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