Liturgia cristiano-ortodossa del commiato – 1/3

Questo articolo è parte 1 di 3 nella serie Liturgia cristiano-ortodossa

Dal S. Vangelo secondo Giovanni: “Io sono la resurrezione e la vita, chi crede in me anche se muore vivrà, chiunque vive e crede in me non morirà in eterno” (Cap. 11, vv. 23-27).

Il rito cristiano-ortodosso non prevede una sola formula per i funerali, bensì quattro tipologie di cerimonie esequiali, accuratamente distinte, a seconda del ruolo che il defunto ricoprisse nella comunità locale:

  1. funerale di un laico, senza distinzione tra uomo e donna, con alcune varianti solo se la persona scomparsa era suddiacono o lettore;
  2. liturgia funebre per un chierico, Vescovo, sacerdote o diacono;
  3. esequie di un monaco o di una religiosa;
  4. S. Messa (“Divina Liturgia” nella tradizione ortodossa) in suffragio di un fanciullo.

Nel caso di una persona morta suicida, non è ammesso alcun officio funebre; solo il Vescovo può derogare a questa norma tassativa e categorica, consentendo che si svolga la cerimonia in chiesa.
Il canone varia, tenendo conto del calendario liturgico e, quindi, esiste una celebrazione funebre per la settimana di Pasqua, un protocollo per il tempo che intercorre dalla festa di Resurrezione sino all’Ascensione e una sacra procedura esequiale prevista durante i sette giorni che precedono la Santa Pasqua.

Annuncio di morte

È costume diffondere il mesto annuncio di un decesso con questa formula: “Il fedele … XYZ … cristiano ortodosso, si è addormentato nel Signore. Le esequie si terranno il giorno xyz … Pregate per lui.”

Vestizione

Alla composizione della salma provvedono i congiunti nel caso di laici o di chierici sposati, mentre amici intimi e confratelli attendono alla preparazione delle “mortales exuviae” dei religiosi.
Oggi, soprattutto in occidente, è invalsa l’abitudine di demandare questo compito anche al personale delle onoranze funebri, tale pratica, però, è fortemente deprecata dalla Chiesa Ortodossa.
Nel caso si rendesse indispensabile la presenza dell’operatore funebre o di un medico, per operazioni piuttosto scabrose (asportazione di cateteri, stimolatori cardiaci, indagini necroscopiche, siringazioni cavitarie), sarebbe opportuno che un famigliare oppure un amico, di fede ortodossa, fossero presenti, quasi con il grado di celebrante di questo momento così delicato della vestizione.
L’operazione deve svolgersi in assoluto silenzio ed in taciturna preghiera; siccome il corpo, anche se morto, è tempio dell’Onnipotente e, come tale, è destinato alla resurrezione nell’ultimo giorno, quando il Cristo si manifesterà nella sua vera gloria.

Vestizione di un laico

Bisogna innanzi tutto premettere una regola dura, stringente e che non ammette deroghe, cui sono subordinate tutte le altre forme di onoranze funebri: in ogni caso, infatti è rigorosamente vietato, per tutelare l’intimità dei morti, che uomini compongano le spoglie delle donne e viceversa, anche quando fossero prossimi congiunti.
Solo alla madre è consentito attendere alla vestizione del proprio bambino. Per i laici, il corpo deve essere spogliato di tutti gli abiti per poi essere accuratamente deterso con una spugna naturale.
Con una salvietta umida si traccia il Segno della Croce su fronte, mani, petto e ginocchia, poi si lava ed asciuga il corpo (come va asciugato anche il panno utilizzato a tal fine).
Le spoglie sono poi rivestite con tutti gli abiti abituali, se possibile, di colore non troppo scuro: se si tratti di donna, essa avrà il capo coperto con un fazzoletto oppure un foulard solitamente annodato al collo.
Le mani, sul petto, si sovrappongono con cura ad un’immagine sacra. Soprattutto in Russia, è invalsa l’abitudine di legare con piccoli nastri le braccia e le gambe, anche per facilitare il mantenimento della posizione rituale.
Questi vengono, in un secondo momento, rimossi e deposti nel feretro, prima della sepoltura, perché si crede siano strumenti per la stregoneria o la magia nera.
Il canone consente che i defunti possano conservare addosso anche qualche oggetto prezioso, come la croce del Santo Battesimo o l’anello nuziale nella mano destra (secondo l’uso ortodosso), mentre sono da evitare amuleti e simboli riconducibili a pratiche esoteriche o superstiziose.
Chi, essendo divorziato, ha contratto matrimonio solo civilmente non ha diritto alla fede, il vedovo che eventualmente si sia risposato in chiesa può invece portare ambedue gli anelli nelle esequie.
Nei paesi slavi è costume seppellire le giovani donne nubili con l’abito da sposa, perché, almeno idealmente, celebrino le nozze nell’Oltre-mondo.
Accanto a loro, nella bara si posa una bambolina, triste simbolo di quel bimbo che non potranno più generare.
Un antico retaggio pagano, ancora molto forte nella cultura popolare, vuole che nella bocca del trapassato sia riposta una moneta; si tratta dell’obolo per Caronte, il traghettatore delle anime, o nella più dolce versione cristiana del tributo a S. Pietro, custode del regno celeste.
Soprattutto tra le popolazioni nomadi, d’origine slava, è invalsa la bizzarra abitudine di stipare la bara con oggetti stravaganti come costose sigarette straniere o bottigliette di acquavite, per rendere idealmente più agevole il viaggio oltremondano del defunto.
Nei territori della Bosnia i famigliari del defunto indossano babbucce, in segno di lutto, ed anche i cadaveri calzano particolari scarpe di stoffa che debbono assolutamente essere confezionate in casa.
In Serbia invece è tradizione porre accanto alla salma un rametto di biancospino, pianta capace, secondo la leggenda popolare, di proteggere l’anima dalle insidie del maligno e dagli spiriti infernali.
Qualora la persona deceduta, in vita, ricoprisse una particolare carica religiosa, tale da comportare una specifica divisa, bisogna che la salma indossi i propri paramenti, nella forma più solenne, perché il suo spirito dovrà comparire dinnanzi a Dio, Lui l’Unico, l’Onnipotente ed Eterno.

Vestizione di un prelato

Dopo la vestizione, il cadavere viene adagiato sul letto di morte o su di un catafalco, mai, invece, deve esser subito deposto nel cofano funebre.
Si dispongono intorno al corpo quattro ceri che formino una croce, ossia uno dietro la testa, uno ai piedi e due candele vicino le mani.
Tra le mani del defunto si pone una sacra immagine; il soggetto sarà la “Dei para” (Maria Vergine e Madre) per una donna ed il Cristo in caso di un uomo.
Ovviamente non si usano icone dipinte, ma semplici cartoncini stampati che abbiano impressa la sacra rappresentazione.
Sarebbe quanto mai opportuno che l’agenzia di servizi funebri all’atto di comporre la salma fosse già provvista di questi articoli iconografici.
Vicino al catafalco si colloca un leggio coperto con un drappo, rosso se non si è nel tempo pasquale, nero nella Settimana Santa, bianco, invece, nel periodo di Pasqua. Queste tonalità cromatiche sono indicate anche per la fodera del feretro.
Da questa postazione i famigliari e gli amici della persona scomparsa si alternano nella lettura del Salterio, che si protrae a turni ininterrotti sino al momento della liturgia funebre.
Se si tratta di un chierico non si dovrebbe, in alcun modo, denudare la salma. Quando però per ragioni medico-legali (visita necroscopica?) non si possa evitare in alcun modo di spogliare il cadavere, così da detergerne le membra, per presbiteri e monaci bisogna agire considerando tali precetti: non appena costoro siano spirati si provvede alla tolettatura e si riveste il corpo con biancheria pulita, come la salma aveva al momento del decesso, quasi non fosse mai morta, quindi con una spugna naturale imbevuta d’olio, si traccia il segno della croce sulla fronte, sulle mani, sul torace e sui piedi del defunto, infine si rivestono le spoglie con l’abito talare comprese calze e scarpe assieme a tutti i paramenti liturgici propri del loro grado di sacerdote o diacono, considerando persino copricapo e mitria qualora il defunto avesse in vita il diritto ad indossarli legittimamente.
È importante rammentare questa pratica quando si misurano le dimensioni del cofano, perché si deve valutare anche la presenza alle volte ingombrante e voluminosa del copricapo sacerdotale.
Durante la vestizione, un ministro di culto, un diacono o, in assenza di entrambi, un fedele ortodosso declamano l’invocazione e le preghiere che il chierico, se fosse stato in vita, avrebbe recitato nell’indossare quei paramenti con cui viene abbigliata la sua salma.
Tra le mani del Vescovo o del sacerdote scomparso bisogna porre il libro del Vangelo, mentre il semplice chierico avrà vicino l’incensiere; quindi si copre il loro volto con il velo che si usa di solito durante la celebrazione eucaristica per celare i Santi Misteri dalle miserie di questo mondo terreno e corrotto.
Al Vescovo o al superiore di un monastero si appoggia inoltre sulla spalla sinistra il bastone pastorale.
Terminata la vestizione solenne, i sacerdoti si alternano al leggio e proclamano alcuni passi del S. Evangelo, mentre i laici, invece, recitano il Salterio.

Vestizione di un monaco

Nel funerale di un monaco o di una monaca la salma va rivestita con l’abito monastico, e le mani dovranno essere intrecciate con una particolare corona del rosario, detta in greco “combuschini” ed in russo “ciocco”; se il religioso era anche un sacerdote oppure un diacono, sopra la veste si colloca la stola sacerdotale o diagonale, mentre tra le braccia il defunto dovrà reggere o il Vangelo o l’incensiere.

Vestizione di un fanciullo

Nelle esequie di un bambino, il corpo deve essere deterso con cura, vestito con un abito possibilmente candido e luminoso, nonché attorniato da rami di erbe odorifere.
I mazzi di piante profumate simboleggiano la purezza innocente dell’anima, perché, nella cultura ortodossa, sono segno dell’integrità della carne e di candore verginale.
Tra le piccole mani viene, poi, posta una sacra effige. In Grecia è tradizione disporre attorno alle spoglie dei bimbi, grossi fasci di basilico.

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Carlo Ballotta

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