Iconografia ed officio funebre

Le ultime suggestioni emerse con grande chiarezza, anche dalla mostra internazionale di articoli mortuari TaneXpo 2022, dove si sono approfondite diverse tipologie di liturgie esequiali, ci dimostrano come i nuovi ambiti di sviluppo, legati al settore funerario, siano soprattutto abbinati ad aspetti meramente immateriali del servizio.
Organizzare una cerimonia di commiato, oltre ad aride questioni di ordine burocratico e legislativo, cui l’impresa deve senza dubbio provvedere, comporta sempre un inconscio risvolto spirituale.
Il lutto, infatti, come ha rilevato la sociologia francese che si riconosce nelle posizioni di Durckaim, è un’elaborazione culturale di gesti e segni.
Tali procedure sono in grado, grazie un complesso rituale figurato, di condurre i dolenti attraverso diversi stati emotivi, così da sostenerli in una difficile, ma serena, accettazione della morte.
Ogni canone o protocollo si fonda, inevitabilmente, su codici formali, vale a dire su simboli ed impliciti rimandi, comunemente accettati dalla cultura dominante, che costituiscono i precordi di qualsiasi dottrina o sistema filosofico.
A queste rappresentazioni, in ogni occasione, si debbono attribuire nuove ed originali configurazioni di significato. In questo modo schemi di pensiero astratti, quasi impersonali, possono conformarsi alle esigenze concrete ed alla sensibilità reale degli individui, acquisendo progressivamente nuova forza o valore.
Uno dei veicoli prediletti dal pensiero occidentale per trasmettere i sentimenti più delicati e le impressioni più recondite è certamente l’immagine.
La riproduzione visiva, realizzata con svariate tecniche pittoriche, traduce quei concetti metafisici, che si collocherebbero in una zona dell’essere da noi difficilmente decifrabile, se non fosse per la potenza espressiva della linea o del colore.
Dinnanzi a fatti grandiosi e terribili, eventi in qualche misura sovrannaturali, che la sola ragione non potrebbe mai comprendere completamente si avverte un senso di inquietudine.
L’animo sente, da sempre, il bisogno di rendere le passioni ed estrinsecare gli angosciosi tormenti in testimonianze concrete, secondo le rassicuranti coordinate dello spazio e del tempo.
Trasformare ed, in qualche misura, comprimere le realtà dello spirito in atti concreti trasferisce quel senso di sublime affanno e rapimento su di un piano materiale, certo più accessibile per l’intelletto.
Il grande sviluppo delle arti sacre, in particolar modo scultura e pittura, nella civiltà cristiana, dove, non dimentichiamo, l’Eterno nella sua pienezza si rivelò non solo come spirito, ma come storia e carne nella persona del Cristo, è inscindibilmente legato a questa profonda esigenza conoscitiva.
Persino dopo la Rivelazione del Verbo, infatti, la necessità di rendere, con un linguaggio comprensibile anche per il mondo terreno, le ineffabili bellezze celesti rimase un problema di difficile soluzione. Anzi, sotto determinati aspetti, le difficoltà si acuirono.

Teologi eruditi ed esegeti dell’Evangelo, spesso, dovettero affrontare la spinosa questione delle “strade interrotte” già studiata da Platone.
Da sempre, in effetti, i filosofi cristiani erano alla ricerca di quell’intuizione remota che permettesse alla logica di non cadere nell’assurdo, spiegando, magari, il paradosso di un Dio che si storicizza e della Santissima Trinità: una sola sostanza immortale in cui convivono tre distinte Persone.
Le arti visive si caricarono così di una straordinaria tensione narrativa, il quadro o la statua non sarebbero più stati semplici e superficiali imitazioni del reale.
Al contrario, avrebbero rivestito la funzione di simbolo, quindi di un oggetto fisico o di una figura che, partecipassero dell’intima natura del sacro e del trascendente.
L’immagine pittorica avrebbe così potuto degnamente rappresentare, con luminosi colpi di colore, accorte variazioni delle prospettive oppure sapienti effetti chiaroscurali, quella divina sostanza che permea, con la sua grazia, sia la natura che la dimensione oltremondana.
Quest’antica ricchezza polisemica, dove l’estro creativo del genio prefigura perfezione e beatitudine, si è progressivamente ridotta, almeno dagli inizi del XX secolo.
Nel ‘900, infatti, il principio di un’arte soggetta alle spietate regole del mercato, in cui è l’efficienza economica il principale metro di giudizio, ha inevitabilmente privilegiato la riproducibilità in larga scala delle immagini, anche a scapito della loro originaria funzione simbolica.

Nel settore funebre, un ambito in cui il ritratto o la sacra rappresentazione, da secoli, ricoprono un ruolo fondamentale per il culto della memoria, questo distacco si avverte con particolare intensità.
Alle intemperanze stilistiche del passato la società di massa ha risposto con un brutale appiattimento di temi e soggetti. Proprio quando l’estetica postmoderna esalta la libera scelta individuale, in un turbine di poliedriche forme che si moltiplicano in modo esponenziale e si scindono, per poi aggregarsi convulsamente, si assiste ad uno svilimento dell’oggetto artistico.
L’odierna iconografia funebre non è certo un modello per la diversificazione negli stili e delle formule comunicative.
Decine di sacri ritratti, con la medesima espressione anoressica o con lo sguardo assente e plastificato, campeggiano da anni su necrologi e ricordini, assieme a soggetti ormai triti e logori quali la corona di spine o lo sfondo dominato da una sinistra croce.

Dopo queste considerazioni, sarebbe dunque opportuno riscoprire la freschezza incorrotta e la straordinaria vitalità dell’iconografia bizantina, superbo esempio su cui si sono formati gli artisti più illuminati di una cultura millenaria.
Le stesse imprese di servizi funerari potrebbero proficuamente attingere a questo immenso patrimonio per rinnovare il corredo di soluzioni grafiche da proporre alla clientela. [1]
Nella tradizione cara alla Chiesa d’oriente, l’icona, al pari della preghiera, è investita di una dignità salvifica, perché è la diretta conseguenza dell’incarnazione di Dio in Cristo e testimonia l’infinita tenerezza dell’Onnipotente verso l’uomo.
Secondo la più autorevole dottrina, chi contempla le divine immagini, anche se idealmente, è già in comunione con il Regno dei Cieli.
Le icone sono rappresentazioni di forte impatto emotivo, anche se apparentemente quasi rozze dal punto di vista della tecnica pittorica alla quale siamo abituati.
I colori, le forme composte ed armoniose, le pose solenni dei personaggi, affascinano lo sguardo di chi si pone loro davanti.
La disposizione più naturale per i sacri vessilli è, dunque, sull’iconostasi, quel diaframma, formato da una balaustra di alte colonnine e da ampi pannelli, che, nelle chiese ortodosse, cinge e separa dall’assemblea il sacerdote, al momento della consacrazione eucaristica.
La stessa organizzazione dello spazio sacro, all’interno delle basiliche, è fondamentale per il culto ortodosso. Arte ed architettura, infatti, si integrano mirabilmente con la preghiera, in un’esperienza mistica che si sviluppa su diversi piani, coinvolgendo l’intelletto e le emozioni.
La chiesa, con i suoi superbi arredi, è un riflesso della gloria celeste e diviene un passaggio sovrannaturale verso i beni eterni; è una porta che si schiude su un altro cielo, come recita una celebre formula di età patristica.
Anche la liturgia funebre nel rito bizantino è profondamente influenzata da questa convinzione. Mentre il formulario cattolico romano privilegia la forza evocatrice della parola, la chiesa d’oriente ha elaborato un rito più articolato e teatrale, dominato dall’espressività del gesto e dell’immagine.
L’assemblea dei fedeli affida così i propri defunti alla divina Misericordia attorniandoli con i sacri ritratti, perché questi possano idealmente vegliare sulla persona scomparsa e proteggere la sua anima dalle insidie del male.
Durante l’ufficio funebre, infatti, è posta tra le mani dei morti una preziosa immagine, silente testimone della misteriosa presenza di Dio che si dona all’umanità.
Nelle icone decade qualsiasi orientamento prospettico; la luce naturale non ha rilevanza, il lucore di cui sono nimbati il Cristo ed i beati, in effetti, non si diffonde mai da un punto preciso.
Le figure sono prive di ombreggiature, brillano come di un proprio nitore, immerse in un intenso riflesso sovrannaturale.
Le angolature sono completamente sovvertite perché le linee, invece che verso un punto di fuga, posto all’interno del dipinto, come vorrebbero i canoni classici, convergono all’esterno, verso lo spettatore.
In questo modo permettono al volume di proiettarsi nello spazio reale ed avvolgere, in un misterioso abbraccio, il fedele colto da estatica elevazione.
Questa scelta geometrica pare riecheggiare le parole dell’Evangelo: “Il Regno di Dio è già in mezzo a voi”. L’icona, così, diviene una finestra sull’eternità, un varco dimensionale che unisce la sfera trascendente con il mondo terreno.
Le masse fisiche e la gravità dei pesi sembrano svanire in una profusione di bagliori aurei e colori densi. Il corpo risulta quasi smaterializzato, diventa solenne, etereo come lo spirito, perché la profondità possa dissolversi in un vortice razionale di riferimenti e richiami allegorici.
Spesso i tratti sfuggenti dei volti o gli ampi drappi delle vesti si sovrappongono alle traiettorie curvilinee di vele ed archi d’imposta. Nella concezione bizantina, infatti, la pittura non è una banale decorazione delle architetture, ma il perfezionamento di quello spazio mistico che navate, pilastri e capitelli stupendamente delineano.
I personaggi raffigurati nelle basiliche bizantine presentano membra esili e slanciate, non sono persone fisiche, ma armoniosi riverberi della gloria del Signore.
Il Salvatore è spesso immaginato assiso sopra un maestoso trono, indossa eleganti sandali, la sua tunica riluce d’oro ed è attraversata da due ricami purpurei, mentre un manto dai generosi panneggi gli copre le spalle. La mano destra, con il palmo aperto è alzata in atteggiamento benedicente, la sinistra invece regge il santo Evangelo.
Gesù non è immaginato come il giovane vestito con un semplice abito bianco, secondo l’interpretazione tipica dell’arte paleocristiana.
La novità più impressionante è il Suo viso, che presenta i tratti di un uomo maturo, dalla lunga barba, segno di autorità e saggezza.
Il volto, quindi, domina sempre la scena. Figure con lineamenti orientali, dagli enormi occhi sgranati che tradiscono una sottile malinconia, popolano l’iconografia bizantina.
Il realismo dei ritratti si risolve negli sguardi fissi e profondi, impressi sul viso dei Santi, quasi che le anime elette pregassero di esser tratte dalla notte dell’oblio.
La fronte alta e spaziosa, le lunghe ciocche di capelli, divisi da una netta scriminatura, ed un lungo naso sottile assieme ad un viso affilato testimoniano la costante ricerca, da parte dei pittori, di fattezze e volti che testimoniassero purezza interiore, candore ed ascesi.
Tutte le composizioni sono pervase da un elegante ordine geometrico; raffinate simmetrie s’impongono agli occhi del visitatore.
L’elemento di rilievo attorno cui gravitano tutti i protagonisti delle sacre Scritture è sempre il Cristo, punto centrale del creato e giudice della storia; a Lui, porta di salvezza, tendono da sempre ogni retta volontà e limpido sentimento religioso.


[1] Le immagini di fattura orientale sono accettate e venerate anche dalla Chiesa Cattolica, si pensi ai bellissimi mosaici di S. Apollinare a Ravenna o al duomo di Monreale (Palermo). In queste basiliche di rito cattolico apostolico romano, infatti, si possono ammirare stupendi esempi di arte bizantina.

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Carlo Ballotta

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