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Detraibilità spese funebri

Cremazione

Esumazioni ed estumulazioni

Diritti di sepolcro e doveri di manutenzione della tomba

Attività funebre

Altre questioni

115 thoughts on “Chiedi alla Redazione

  1. Daniele

    Buongiorno, scrivo dalla Regione Lazio per porre il seguente quesito: qualche tempo fa a seguito di un incidente stradale avvenuto nel Comune di Roma, una signora è stata ricoverata presso una RSA della nostra città (SM in provincia di Roma). Passati venti giorni dall’incidente, la signora è deceduta. L’Autorità giudiziaria, per accertare se il decesso fosse avvenuto a seguito dei danni procurati dall’incidente, ha richiesto di trasferire la salma presso l’obitorio di Roma per svolgere l’autopsia. Ora la società che ha effettuato il trasporto della salma ( una partecipata del Comune di Roma ) chiede al nostro Ente comunale il pagamento dello stesso. Il nostro Ente comunale non ritiene invece di dover procedere al pagamento di questo servizio. Vi chiediamo, cortesemente, di poterci dare delle delucidazioni in merito e nello specifico indicarci quale sia il soggetto che deve assumersi gli oneri del trasporto in altro comune richiesto dall’Autorità giudiziaria. Grazie.

    1. Carlo

      X Daniele,

      il testo unico spese di giustizia di cui al D.P.R. n.115/2002 esclude tassativamente che siano a carico dell’Autorità Giudiziaria i costi relativi al cosiddetto servizio necroscopico di raccolta/recupero salme incidentate (decesso per accidente in luogo pubblico) di cui al paragrafo 5.1 della circolare ministeriale 24 giugno 1993 n. 24 esplicativa del regolamento nazionale di polizia mortuaria – – D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285 (si veda, a tal proposito l’art. 16 comma 1 lett. b) del citato D.P.R. il quale pone in capo al comune l’obbligo di provvedere, seppure in via residuale, al trasporto dei defunti.

      Magari il regolamento municipale di polizia mortuaria potrebbe esser più preciso e capillare nell’individuare le fattispecie di trasporto funebre ancora soggette eccezionalmente a regime di gratuità per il richiedente.

      L’art. 1 comma 7-bis Legge 28 febbraio 2001 n. 26 stabilisce la generale onerosità del trasporto funebre statuendo, implicitamente questa regola: l’onere è sempre a carico di chi dispone il trasporto stesso, fatto salvo, appunto il trasporto necroscopico (trasporto su chiamata della pubblica autorità o per indigenti).

      Pertanto trattandosi di trasferimento di cadavere, NON rinvenuto in luogo pubblico o inidoneo a fungere da deposito d’osservazione, ordinato dalla Magistratura per interessi di giustizia riteniamo, in buona sostanza che sia quest’ultima ex art. 70 D.P.R. n. 115/2002 a dover sostenere la spesa, in difetto, dall’inerzia dell’amministrazione municipale per il Comune, il quale senza ricorrere alla gestio negotii di cui agli artt. 2028- 2032 Cod. Civile (= anticipazione della somma e successiva ripetizione del denaro erogato) si accollasse indebitamente l’onere si verificherebbe il danno erariale di cui all’art. 93 D.Lgs n. 267/2000 con necessità di segnalazione immediata alla corte regionale dei conti (L’azione si prescrive in cinque anni!)

      1. Daniele

        Prendo atto della sua risposta. Ora, però, la società partecipata del Comune di Roma che ha effettuato il trasporto della salma per conto dell’Autorità giudiziaria, ci chiede a noi come Ente dal quale è stato trasferito il cadavere di effettuare il pagamento a loro favore, visto che loro sostengono che solamente il nostro Comune potrà richiedere all’Autorità giudiziaria la restituzione della somma versata. Noi riteniamo invece che deve essere la società stessa ad avanzare richiesta del pagamento al soggetto da cui ha ricevuto richiesta di intervento. Quale delle due tesi è corretta?

        1. Carlo

          X Daniele,

          Se il trasporto mortuario è in via ordinaria a carico di chi lo dispone sarebbe corretto che l’impresa funebre fatturasse direttamente alla Procura della Repubblica, rientrando questa fattispecie di servizio richiesto, pleno jure, nelle spese di giustizia contemplate dal D.P.R. n. 115/2002.

          Ad ogni modo l’Ente Locale, qualora dovesse, per ragioni di opportunità o tempestività, anticipare la somma (secondo me indebitamente!) dovrà ricorrere agli usuali strumenti civilistici per la ripetizione del denaro erogato, giusto per non incorrere nel cosiddetto danno erariale. Si rammenta pure l’importanza strategica dell’art. 191 comma 4 D.Lgs n. 267/2000.

  2. Michele

    Buongiorno, sono Michele e scrivo da Manfredonia FG (Puglia) per porvi il seguente quesito: Mia nonna prese in concessione una tomba di famiglia dalla confraternita della mia citta con dieci loculi per lei ed i figli. Attualmente è sepolta lei ed altri tre,
    mio padre è morto due anni fa ma non è stato sepolto nella tomba di famiglia. Vorrei sapere se per questo motivo possono esserci dei problemi…tipo la perdita del diritto della concessione…oppure posso stare tranquillo e la concessione comunque rimane agli eredi (moglie e figli). Avrei bisogno della risposta con urgenza perchè lunedi dovrei andare alla confraternita per altri motivi legati sempre alla predetta tomba. grazie.

    1. Carlo

      X Michele,

      Il diritto di sepolcro è pur sempre una facoltà esercitabile o meno, e mai un obbligo!

      Tuttavia allorquando un contratto di concessione di un sepolcro privato (sono tali tutte le “allocazioni” cimiteriali diverse dall’inumazione in campo comune) indichi espressamente i nominativi dei defunti per cui esso è predisposto, il mancato utilizzo o il parziale uso o, ancora, l’estumulazione ex art. 88 D.P.R. 285/90, comportano l’estinzione (naturale o…per causa patologica?) della concessione, come conseguenza dell’esaurimento dei fini per cui era sorta: infatti la consegna di un loculo, ad esempio, da parte del Comune al concessionario potrebbe essere assimilata, in termini civilistici, ad una sorta di obbligazione di risultato ( con questa ratio: chi lo riceve in concessione d’uso si impegna ad utilizzarlo per ivi collocare una determinata salma (= un famigliare) ovvero il corpo esanime di soggetto appartenente ad una determinata categoria sociale quando ricorrano gli estremi per la concessione ad Enti ex Art. 90 D.P.R 285/90 ).
      La concessione palesa profili para-contrattuali, non è, infatti, un contratto privato gestibile in piena autonomia, essa, infatti, implica degli incombenti pubblici, nell’interesse della collettività, a cui la società stessa si deve attenere.
      Anche il “non uso” può esser un’inottemperanza cagione di decadenza, si pensi, ad esempio ad una “tomba prenotata” rimasta vuota anche dopo la morte dell’avente diritto ad esservi tumulato, il quale, ovviamente sia stato sepolto in altro sito, con il conseguente animus, per facta concludentia, di lasciare definitivamente il sepolcro.
      La decadenza non è pronunciata, ma dichiarata: sembra solo nominalismo, ma è importante sottolineare come la dichiarazione di decadenza non abbia effetti costitutivi, bensì puramente ricognitivi (la decadenza si attiva per effetto dell’inadempimento da parte dei concessionari).

  3. Domenico

    Il comune di C…… ci chiede di esumare il nonno per concessione scaduta e non più rinnovabile .
    Ci chiede poi le ricevute del pagamento delle concessione effettuate dai nostri genitori ormai morti, dei 20 anni e dei 40 anni che ovviamente non possiamo trovare.
    In alternativa le vuole essere ripagate al costo di 40 euro anno.
    Vi chiedo cortesemente se lo può fare .
    Saluti
    Domenico Stasi

    1. Carlo

      X Domenico,

      Se non ho capito male il Suo Comune Le chiede, perentoriamente, la ripetizione di una determinata cifra di denaro relativa alla concessione in scadenza, forse perchè in archivio non sono più presenti documenti probatori dell’avvenuto pagamento, a suo tempo, quando, cioè fu posto in essere l’atto di concessione.

      Premesso che la concessione di un loculo presupponga la rogazione di un contratto (per atto pubblico o scrittura privata autenticata, registrabile, in caso d’uso ex D.P.R. n. 131/1986) le cui parti contraenti sono il Comune e l’intestatario della concessione stessa a cui compete l’onere della corresponsione di un importo pari al canone annuo vigente del loculo (esso può esser versato anche in un’unica soluzione ai sensi del D.M. 1 luglio 2002), oltre alle spese contrattuali ai sensi della Legge n. 604/1962 ed alle relative marche da bollo (una da apporre sulla domanda di concessione e le rimanenti due da apporre ciascuna sulla duplice copia dell’atto), debbo obbligatoriamente segnalare quanto segue:

      La presenza di un regolare atto di concessione (formula aulica, ma sempre molto efficace!) è espressamente prevista dall’art. 98 D.P.R. 10 settembre 1990, n. 285, recante l’approvazione del regolamento nazionale di polizia mortuaria, quale necessaria condizione per la sussistenza di una concessione d’uso di sepolcri privati, quale ne sia la tipologia di sepolcro privato, incluso quindi quella che abbia per oggetto un posto a tumulazione singola (loculo).

      Va tenuta anche presente la risoluzione dell’Agenzia delle entrate n. 149/E dell’8 luglio 2003 con cui è stato ribadito, ove necessario, che le concessioni cimiteriali hanno decorrenza dalla stipula del relativo regolare atto di concessione oppure da quella, eventualmente, successiva che sia, espressamente, prevista nell’atto di concessione.

      Tuttavia, non va esclusa, ove espressamente indicata nel Regolamento comunale di polizia mortuaria, la possibilità che la durata della concessione venga calcolata effettivamente dal momento in cui ne inizia l’utilizzo (ad esempio: in occasione della prima sepoltura) o, per talune fattispecie, anche dal momento del versamento della tariffa stabilita perché si faccia luogo alla concessione.

      Considerando come, a volte, possano esservi situazioni di mancata stipula dell’atto di concessione non imputabili al privato parte interessata (concessionario), quanto piuttosto a fattori esterni, talvolta anche riferibili all’attività degli uffici comunali, si ritiene che, se ne esistano i presupposti regolamentari di cui al periodo precedente, possa procedersi alla stipula, seppure tardiva, dell’atto di concessione, salva, se occorrente, la integrazione dell’imposta di bollo ex D.P.R. 642/1972, cui l’atto di concessione è oggetto fin dall’origine, nella misura attualmente vigente.

      Nelle eventualità in cui la tariffa stabilita per la concessione non sia stata versata, e il mancato perfezionamento dell’atto di concessione sia presumibilmente imputabile a questo fatto, si deve considerare come la concessione sia insussistente, ossia abusiva.

      In tali evenienze, si sarebbe in presenza di un uso indebito del loculo, e ciò comporterebbe comporta l’esigenza che il comune provveda a richiedere la corresponsione delle somme per l’utilizzo di fatto avvenuto, sulla base di tariffe vigenti o, in mancanza, di somme non inferiore ad un pro-rata annuo delle tariffe di concessione presenti nel tempo, incrementati degli interessi almeno nella misura del saggio legale (artt. 1277 e 1284 C.C.). In difetto, sorgerebbe la responsabilità patrimoniale (art. 93 D.Lgs. 18 agosto 1990, n. 267 e succ. modif.). Restano salve le norme sulla prescrizione (art. 2946 Cod. Civile). La regolarizzazione può comunque avvenire previo versamento delle somme previste dalla tariffa attualmente in vigore e con decorrenza dalla data della stipula dell’atto di concessione.

  4. Benedetto

    1.La realizzazione di una nuova cappella o edicola funeraria all’interno di un cimitero esistente da oltre 70 anni e nel caso specifico esistente dall’anno 1890, è soggetta a N.O. Paesaggistico o al N.O. per i beni culturali?
    2.La demolizione del un muro di cinta risalente al 1890, esistente da oltre 70 anni e risalente alla realizzazione dello stesso cimitero, può essere eseguita senza il N.O. Paesaggistico o al N.O. per i beni culturali?
    In conclusione, il cimitero è di notevole interesse pubblico ed ai sensi dell’art. 10 com. 1 del Codice è un bene culturale tutelato fino ad esito negativo di una verifica di accertamento?
    Grazie, Benny

    1. Carlo

      X Benedetto,

      Il plesso normativo di riferimento, per una volta almeno organico ed omogeneo, è dato dal D.Lgs 22 gennaio 2004 n. 42 – codice unico dei beni culturali e del paesaggio – emanato ai sensi della Legge 6 luglio 2002 n. 137.

      condivido appieno la Sua tesi sulla necessità di un provvedimento liberatorio da parte della Soprintendenza.

      Vediamo ora i motivi.

      Non esiste una definizione giuridica univoca di cimitero “storico”, fortunatamente sussiste, però, l’individuazione legale, assimilabile per analogia, di bene culturale (art. 10 comma 1 del D.Lgs. n. 42/2004) a cui può essere ricondotta la parte più antica dei cimiteri (di oltre 70 anni).

      Se un cimitero possa o meno essere considerato un bene culturale soggetto a vincolo è stabilito la Soprintendenza ai Beni ambientali e culturali.

      Finchè la Soprintendenza non si sia espressa sulla sussistenza o meno del vincolo, tutti i beni demaniali di oltre 70 anni e di autore morto sono considerati vincolati (art. 12 comma 1).
      La procedura più corretta (art. 12 commi 2 e 3), sarebbe fornire alla Soprintendenza l’elenco di tutti i beni demaniali del Comune e chiedere preventivamente quali siano quelli obbligatoriamente vincolati.

      Sulla base di questa lista, la Soprintendenza valuta quali dei beni elencati sia meritevole di tutela. Gli edifici residui non sono soggetti a tutela (art. 12 comma 4).
      Il Comune può chiedere (art. 7 e seguenti della Legge n. 241/1990) di partecipare all’istruttoria, e in questa sede può entrare in dettaglio, nel caso, dei cimiteri, eventualmente identificando le parti da vincolare (esempio: il cimitero storico) dalle parti non soggette a vincolo (esempio: gli ampliamenti a batteria di loculi).

      Sì, le opere di costruzione o demolizione nei cimiteri (tutte quelli di natura edilizia e cioè dalla manutenzione alla ristrutturazione o messa in sicurezza nonché alla nuova realizzazione) sono soggette al parere della Soprintendenza, qualora si tratti di area cimiteriale/manufatti esistenti da oltre 70 anni.

      Si è, infatti, del parere che trovi applicazione l’art. 21 del Testo Unico in questione, per quanto concerne l’abbattimento del muro di cinta e la relativa autorizzazione.

      l’art. 824 comma 2 Cod. Civile include espressamente i cimiteri (ancora attivi, per quelli dismessi o soppressi il regime normativo è diverso ex Capo XIX D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285!) nel demanio comunale, quest’ultimi, pertanto, risultano legati ad una funzione prettamente pubblica (Artt. 337, 343 comma 1 e 394 R.D. n. 1265/1934) che prevale sull’interesse dei privati, i quali vantano sul bene sepolcrale solo diritti affievoliti, addirittura essi degradano ad interesse legittimo dinanzi la potestà regolamentatrice dell’amministrazione cittadina. Su questo punto c’è giurisprudenza costante in materia di contenziosi tra Amministrazione Cittadina e privati.

      Si richiama, inoltre, la centralità strategica, almeno per i nuovi interventi di edilizia sepolcrale, del piano regolatore cimiteriale come strumento di sviluppo e controllo sull’attività cimiteriale stessa e sulla sua futura espansione. Detto piano ha carattere programmatorio e di pianificazione nel medio/lungo periodo ed è pre-condizione di legittimità affinché si faccia concessione a terzi di aree su cui, poi, edificare sepolture private a sistema di tumulazione in forza dell’art. 91 D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285, recante, come risaputo, ma…repetita juvant, l’approvazione del Regolamento Statale di Polizia Mortuaria attualmente in vigore.

      La soprintendenza, come organismo a ciò istituzionalmente deputato, avvia la procedura tecnico-amministrativa per ottenere un vincolo su un dato bene: l’attuazione della tutela varia e di differenzia tra i beni di proprietà pubblica e quelli, invece di proprietà privata.

      Nel caso di proprietà pubblica (come accade per i cimiteri, appunto) la protezione dell’interesse culturale opera AUTOMATICAMENTE per i beni architettonici aventi più di 70 anni di età, giusta l’art. 10 comma 5 del D.lgs n. 42/2004 così come novellato dalla Legge n.106/2011.

      Nell’evenienza di proprietà privata è necessario, al contrario, un esplicito provvedimento di dichiarazione dell’interesse culturale, rilasciato sempre dalla Soprintendenza.

      Si ritiene il cimitero, come complesso, inquadrabile anche quale bene paesaggistico; soprattutto i cimiteri storici, specie quelli frazionali, un tempo “parrocchiali”, ricadono pienamente all’interno del comma a) dell’ art. 136 (Immobili ed aree di notevole interesse pubblico) del suddetto Codice, quindi sono compresi anche all’interno delle condizioni di tutela paesaggistica (Capo II – Individuazione dei beni paesaggistici).

      Attenzione: la rimozione del muro di cinta, con suo seguente spostamento (immagino per un ingrandimento del camposanto ed una dilatazione della sua volumetria) può comportare un’importante variazione della fascia di rispetto ex art. 338 Testo Unico Leggi Sanitarie così come modificato dall’art. 28 Legge n. 166/2002. E’ aspetto da valutarsi attentamente in sede di progettazione dell’opera, perchè ha notevole impatto sull’urbanistica generale, perchè incide sulle zone non edificabili che circondano il cimitero (per un raggio di max 200 m, riducibile a 50 m. non ulteriormente comprimibili).

  5. massimo

    Salve

    Ho un problema con il vincolo cimiteriale.
    Il vincolo persiste anche se il cimitero è stato dismesso?
    Il cimitero è del 1871, non conosco l’anno esatto di dismissione.
    Nel cimitero sono presenti 2 lapidi attaccate al muro ( 1 con data decesso 1920 ed 1 con data 1942)
    Sul terreno ci sono 2 croci ed 1 lapide.
    Qualcuno continua a curare il terreno e a portare candele votive.
    Se il cimitero è stato dismesso, non avrebbero dovuto trasferire le lapidi, sembra un cimitero ancora in funzione. grazie

    1. Carlo

      X Massimo,

      chiedo, anticipatamente, scusa del leggero ritardo con cui rispondo, ma ho dovuto attentamente ponderare, data la complessità del quesito proposto; procedo, pertanto, per singoli punti tematici:

      Premessa: il vincolo cimiteriale persiste nella sua totalità non sin quando sussista appieno la ciclica funzione cimiteriale stessa (sostanzialmente: immissione di nuove sepolture), ma si estende per un periodo più lungo, come cercherò di dimostrare qui di seguito.

      1) il vincolo cimiteriale (Art. 338 Testo Unico Leggi Sanitarie – R.D. n. 1265/1934 così come modificato dall’art. 28 della Legge n. 166/2002) attiene alla legislazione igienico-sanitaria, che, quindi, prevale sulle norme di diritto comune (leggasi usuali strumenti urbanistici).

      2) Il vincolo cimiteriale incide pesantemente anche sul piano regolatore generale: esso persegue una triplice finalità: in primo luogo vuole assicurare condizioni di igiene e di salubrità mediante la conservazione di una “cintura sanitaria” intorno allo stesso cimitero, in secondo luogo garantire la tranquillità e il decoro ai luoghi di sepoltura, in terzo luogo consentire futuri ampliamenti del cimitero (T.A.R. Piemonte, Sez. I, 2 febbraio 1989, n. 111); anche se l’ultimo aspetto potrebbe essere controverso quando si tratta dei limiti esterni alla fascia di rispetto. In relazione a queste finalità la circostanza che una costruzione sia o meno interrata non è determinante, essendo in ogni caso idonea a turbare l’equilibrio ambientale che il vincolo stesso vuole tutelare.

      3) Il vincolo cimiteriale impone un divieto assoluto di edificazione (Consiglio di Stato, Sez. V, 22 giugno 1971, n. 606). Il concetto di costruzione non è, però, univoco perché è definito in relazione al contesto all’interno del quale è considerato e, soprattutto, alle finalità della norma specifica in applicazione della quale la definizione assume rilievo:
      la discriminate è da porsi tra l’uso temporaneo o non stanziale e la trasformazione non irreversibile del suolo, da una parte, e l’insediamento umano, così come la realizzazione di manufatti (interrata o meno) che lo renda possibile, dall’altro.

      4) Il Cimitero è area del demanio comunale ex art. 824 comma 2 Cod. Civile, così come comunale è la funzione cimiteriale ai termini degli artt. 337, 343 comma 1 e 394 Testo Unico Leggi Sanitarie, una volta cessata definitivamente l’attività cimiteriale l’intero terreno (quando sia stato accuratamente bonificato) può esser “s-demanializzato”, con suo conseguente trasferimento nella sfera giuridica patrimonio comunale disponibile (ad esempio: può esser alienato!)

      5) La soppressione del cimitero, con futuro cambio di destinazione della zona (ad es. per esser adibita ad uso abitativo) attraverso apposita modifica da apportare al piano regolatore generale, è attualmente regolata dagli artt. 96 e segg. D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285. Essa è deliberata dal Consiglio Comunale e non produce effetti solo immediati, poichè quest’ultimi si dispiegano in un arco temporale di una certa consistenza, e la necessità di assicurarne una decorosa manutenzione per l’intero periodo di vita residua costituisce un impegno sul bilancio del Comune proiettato nel tempo.

      6) Il Regolamento statale di polizia mortuaria prevede: a) l’interruzione definitiva delle nuove inumazioni, quando lo smantellamento del cimitero sia divenuto esecutivo. b) un momento di guarentigia pari ad almeno 15 anni dall’ultima inumazione effettuata, lasso di tempo superiore, quindi, al turno ordinario di rotazione in campo di terra oltre il quale si provvederà al diligente dissodamento del terreno. Dopo questa fase si ritiene si estingua il vincolo cimiteriale, in quanto, esaurito il suo precipuo scopo, non avrebbe più ragion d’essere

  6. Carlo

    X Avv. Luana

    In nessun caso, il feretro può essere conservato, neppure temporaneamente, in luogo diverso dal deposito di osservazione o dalla camera mortuaria del cimitero (sono “impianti” distinti).

    Diciamo che ogni cimitero dovrebbe disporre di una camera mortuaria (art. 64 dPR n.285/1990; qualcuno puo’ ricordare come la corrispondente norma del d.P.R. n 803/1975 prevedesse il caso in cui i comuni non dispongano ‘ancora’ di camera mortuaria …, dove l’ancora teneva conto del fatto che l’obbligo della camera mortuaria in ogni cimitero era sorto con il R.D. n 1880/1942).

    Senza addentrarmi in medias res, per brevitas suggerisco la consultazione di questi links:

    1) http://www.funerali.org/cimiteri/operazioni-in-camera-mortuaria-incompatibilita-con-losservazione-delle-salme-44597.html
    2) http://www.funerali.org/cimiteri/la-camera-mortuaria-e-la-sua-funzione-istituzionale-1149.html
    3) http://www.funerali.org/cimiteri/due-condomini-scomodi-una-camera-mortuaria-ed-una-cappella-951.html

    Sono costernato, immaginando (…ma sono malizioso e prevenuto) che, nella specie, tutto il meccanismo autorizzativo non si sia bloccato o inceppato per esigenze di giustizia (giusto per usare un’espressione di rito, molto asettica e formale).

    Astrattamente, potrebbe esservi la possibilità di un giudizio per indennizzo del c.d. danno esistenziale (ex art. 2043 Cod. Civile), con azione in sede civile, ma non so ne’ posso stimare quanto questa possa avere un esito positivo (ne’ in quali tempi).

    Se le ingiustificate lungaggini e pastoie burocratiche concernono prettamente il provvedimento di concessione del loculo (= tomba a sistema di tumulazione), ricorderei che:

    1) le tumulazioni tutte (= sepolcri privati nei cimiteri), intendendosi con esse ogni differente allocazione di un feretro, rispetto al campo comune d’inumazione, non costituiscono per l’amministrazione comunale un obbligo, bensì solo una semplice facoltà ex art. 90 D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285, la cui condicio sine qua non è, tra l’altro, la previsione delle concessioni nel piano regolatore cimiteriale ex art. 91 D.P.R. citato. Il Comune, pertanto non è necessariamente tenuto a concedere cappelle, sacelli gentilizi o loculi monoposto, se decide di agire in questo senso si muove entro un perimetro di alta discrezionalità, comunque, da non confondersi con l’arbitrio ed il capriccio più sfrenato.

    2) il regolamento municipale in tema di concessioni è *quasi* sovrano (ovviamente entro la norma quadro rappresentata dall’art. 90 D.P.R. 285/1990) per modalità, durata, tempistica e tipologia delle concessioni stesse. In questo atto generale ed astratto, se non disgraziatamente silente, specie se un po’ datata e risalente nel tempo, si possono reperire utilissime indicazioni. I regolamento municipale si colloca, a monte, come fonte legittimante di ogni procedimento o decisione del Comune in tema di gestione cimiteriale.

    3) La Legge n.241/1990 e successive modificazioni/integrazioni, intervenendo a più riprese su trasparenza ed economicità del procedimento amministrativo, a garanzia del cittadino ci fornisce qualche spunto di vivo interesse: non da ultimi, ma senza la pretesa d’esser esaustivo nell’enumerazione, cito gli artt. 2 comma 2 ( conclusione in max 30 giorni della fase che conduce all’adozione del provvedimento), 2-bis (conseguenze del ritardo ingiustificato), 29 comma 2 (vincolo per gli enti locali di varare un apposito regolamento in cui disciplinare i procedimenti propri di ciascun Comune, tra cui, magari, annoverare anche quello sulle concessioni cimiteriali).

    1. luana

      grazie ancora per gli importantissimi spunti normativi !
      nessun blocco della salma per questioni di giustizia come ha ben intuito…. la salma sta nella c.d. camera mortuaria del cimitero perchè il Comune, dopo aver fatto versare quanto per l’assegnazione del loculo, non provvede all’assegnazione stessa adducendo soliti ritardi della ditta… degli uffici etc….
      può immaginare lo stato d’animo dei parenti che ancora non hanno una tomba su cui piangere e anche le ovvie questioni sanitarie-igieniche…soprattutto con il passare del tempo e l’arrivo di temperature più miti
      ( confido che per quel periodo sia risolto)..

      grazie ancora gentilissimo.
      Luana

  7. luana simonetti

    buongiorno,
    sono un legale e avrei necessità di informazioni in una materia complessa e per me assolutamente nuova. quali sono i termini massima di giacenza in un deposito comunale ? potreste indicarmi la normativa di riferimento ?

    1. Carlo

      X Luana Simonetti

      1) i servizi cimiteriali (artt. 337, 343 e 394 Testo Unico Leggi Sanitarie) e quelli necroscopici, tra cui si annoverano, senz’altro, la raccolta salme incidentate in luogo pubblico o inidoneo a fungere da deposito d’osservazione su disposizione della pubblica autorità, lo stesso deposito d’osservazione, l’obitorio, il trasporto funebre per indigenti, fattispecie, quest’ultima ormai residuale ex art. 1 comma 7-bis Legge 28 febbraio 2001 n. 26, data la generale onerosità del trasporto funebre, sono prestazioni erga omnes, obbligatorie per ogni Ente Locale ai sensi del combinato disposto tra il D.M. 28 maggio 1993, l’Art. 3 comma 1 lett. a) n. 6 D.Lgs n.216 del 26 novembre 2010, l’Art. 21, comma 3 L. 5 maggio 2009, n. 42. Esse sono poste a carico della fiscalità generale (si veda il D.P.R. 31 gennaio 1996, n. 194 sulla contabilizzazione di questi oneri, ancorché parzialmente abrogato o novellato da fonti successive e sovraordinate che , qui, per brevitas…e pigrizia trascuro!)

      2) a norma del capo III del regolamento nazionale di polizia mortuaria approvato con D.P.R. 10 settembre 1990 ogni Comune deve necessariamente di strutture quali il deposito d’osservazione e l’obitorio, per imprescindibili esigenze igienico-sanitarie (riscontro diagnostico/autopsia, celle frigorifere, trattamenti conservativi…) o di ordine pubblico (salme “sotto procura” in quanto interessate da indagini dell’Autorità Giudiziaria, esposizione di ignoti per il loro riconoscimento o identificazione). Il tempo di permanenza delle salme dell’edificio deputato ad assolvere la funzione obitoriale è INDEFINITO ex art. 13 comma 1 lett.) b D.P.R. n. 285/1990, sin quando esse siano a disposizione della Magistratura, ossia sino al momento in cui essa, chiusa la fase istruttoria degli accertamenti per causa di giustizia, non emetta provvedimento liberatorio (è il cosiddetto nulla osta alla sepoltura del cadavere ai termini dell’art. 116 comma 1 D.Lgs n. 271/1989 recante disposizioni d’implementazione al Cod. Proc. Penale.).

      3) Salvo l’intervento della Magistratura, comunque, predominante sulla fase eminentemente amministrativa della polizia mortuaria comunale; nei casi non al vaglio della Procura della Repubblica (“salma libera”, si suole dire in perfetto gergo necroforese intendendo, così, implicitamente il benestare delle competenti autorità al trasporto del cadavere in cimitero!) per gestire la tempistica della sosta dei defunti in deposito d’osservazione/obitorio,, una puntuale disciplina di dettaglio può e deve esser contenuta nel regolamento municipale di polizia mortuaria, per meglio contemperare l’erogazione del servizio mortuario e i bisogni della cittadinanza locale, soprattutto al fine di un’equa ripartizione degli oneri di conduzione di questa complessa ed imprescindibile attività necroscopica.

      Rimango in attesa di Sue notizie…auspicabilmente positive!

      1. luana

        La ringrazio; gentilissimo.
        trattasi di ” salma libera” in giacenza presso c.d.deposito ( in realtà è locale indecoroso di rimessaggio attrezzatura edile del Comune ) da quasi oltre due mesi a causa delle lunghezze burocratiche di assegnazione del loculo. sto valutando un ricorso d’urgenza dinanzi al Trib. grazie ancora. La aggiorno a breve sul prosieguo. Il regolamento comunale in materia nulla dice in proposito per la tempistica
        cordiali saluti Luana

  8. Sergio

    Nel mio Comune, l’Associazione dei Pensionati ha avuto in concessione un lotto novantanovennale sul quale costruì, molti anni fa (50 circa), una cappella riservata ai soli soci della stessa. La mia domanda è questa:
    Può il Presidente dell’Associazione “vendere” un loculo, sia ai soci dell’Associazione e sia a persone non iscritte alla stessa, per 25 anni stabilendone arbitrariamente il prezzo (si parte da 500€ fino ad arrivare a 1000€) ?
    Grazie anticipatamente per la cortese risposta.
    Distinti Saluti.

    1. Carlo

      X Sergio,

      Nel caso di concessioni a confraternite (tecnicamente: enti o anche corpi morali), non deve essere in alcun caso confuso il rapporto di concessione intercorrente tra comune ed ente (confraternita) con i rapporti che intercorrano tra la confraternita e le persone che vi appartengano. Si tratta di un aspetto che é stato più volte segnalato su questo blog (almeno per chi abbia la pazienza di leggerci!)

      L’art. 63 D.P.R. 10/9/1990, n. 285 ci fornisce qualche spunto di vera riflessione.

      In caso di concessioni di aree (art. 90 d.P.R. n. 285/1990), si ha un duplice fine funzionale e strumentale, rispetto all’esercizio del personalissimo diritto di sepoltura.

      a) concessione dell’area, ad un dato fine (concessione che attiene al demanio dell’area cimiteriale, e puo’ essere oggetto di costituzione, con regolare atto di concessione, di diritti di terzi (rispetto al titolare della demanialità)
      b) realizzazione sull’area, così concessa, di un edificio sepolcrale affinché si possa far valere, atempo debito, lo jus sepulchri.

      Il sepolcro, quando esso sorga come fattispecie famigliare, è sì di proprietà dei concessionari, anche se il suo diritto di utilizzo non e’ legato all’esercizio della proprietà di esso, bensi’ all’appartenenza alla famiglia ecc. ecc., sin quando duri la concessione, cessando quest’ultima, il manufatto cessa di essere di proprietà dei concessionari, per divenire (accessione, art. 935 Cod.Civile) parte del demanio.

      Per inciso, si dovrebbe anche considerare quale sia la natura ed il significato di demanio.

      Non si rileva incongruenza, qualora si tenga presente la distinzione tra la concessione dell’area, ad un dato fine, rispetto al manufatto erettovi.

      Ma, trattandosi di concessione ad “ente”, va tenuto sempre presente come vi sia un doppio livello di rapporti, il primo intrattenuto tra comune ed ente, che puo’ anche essere (in relazione all’epoca in cui sia sorto) perpetuo. il secondo, invece, è una relazione giuridica, di diritto squisitamente PRIVATO, tra l’ente e le persone facenti parte di questo stesso, e come tale tutelabile avanti il Giudice Ordinario.

      Sotto questo ultimo profilo la durata di permanenza di un feretro potrebbe anche essere a tempo determinato (essendo indipendente dal rapporto intercorrente tra comune/ente).
      In caso di modifica dell’ordinamento dell’ente, che avvenga, ovviamente, in conformità alla sua natura, l’ente dovrebbe porsi la questione se rapporti pregressi possano subire modifiche a seguito di una successiva diversa regolazione dei rapporti tra ente/appartenenti (aspetto su cui, in assenza di altri elementi, e’ ben difficile fornire indicazioni di sorta).

      La durata di questo secondo rapporto, é disciplinata dall’ordinamento/statuto dell’ente.

      Nelle concessioni ad Enti la “lex sepulchri”, ossia la riserva delle persone che ex art. 93 comma 1 D.P.R. n. 285/1990 siano, quando ancora in vita, titolari dello jus sepulchri primario, nonchè la regola generale sull’ordine di assegnazione dei posti feretro, e sul tempo di permanenza dei defunti nella loro nicchia sepolcrale di cui risulteranno beneficiari, giusto per evitare capricci o abusi di sorta è determinata dallo statuto stesso del corpo morale; tradotto: solo i soggetti iscritti ed appartenenti per ciò stesso all’ente in questione potranno vantare il diritto di sepoltura. E’pertanto un comportamento indebito (per non dir di peggio!) la cessione del diritto d’uso sulle tombe in oggetto ad individui estranei, si richiama l’art. 92 comma 4 D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285 (concetto chiarissimo, ma ripreso, se necessario, pure dalla circ. min. 24 giugno 1993 n. 24) sul divieto di lucro e speculazione nelle concessioni, soprattutto in quelle fatte ad enti, congreghe o confraternite, associazioni no profit…

      Ad ogni modo, è tassativamente escluso dalla lettera della Legge che il Presidente possa “vendere” (nel senso di alienare) loculi, per altro non suoi, al massimo si potrebbe ragionare di un corrispettivo richiesto per l’uso dei singoli spazi di sepoltura a sistema di tumulazione. I sepolcri tutti, in quanto tale, sono, infatti, demaniali e questa loro natura impedisce atti di disposizione su di loro di natura privatistica (non compravendita, no, usucapione!). Ogni operazione in senso contrario (acquisto a non domino?) è nulla di diritto!

  9. Nicola Perrini

    Caro Carlo,
    continuando la mia serie di domande, volevo farLe presente che sono slegate e che ora è bene farLe un quadro esaustivo della situazione.

    La informo che a scrivere è mia mamma.

    Nel 1905 mio nonno chiede al comune di voler acquistare un suolo cimiteriale per la costruzione di una cappella.

    Il comune gliela concede con delibera consiliare e la cappella in questione porta la scritta in rilievo “Famiglia …” (segue il nome della famiglia.

    Mio nonno ha avuto 5 figli: due si trasferiscono in altri comuni lontani da Tursi (Matera), un terzo muore senza eredi e gli altri due figli, mio padre e mio zio, sposati, hanno avuto rispettivamente tre e due figli.

    Nel 1953 muore mio zio (senza eredi) e viene tumulato nella cappella di cui sopra; nel 1956 muore mio padre e viene tumulato nella stessa cappella; nel 1960 muore mio zio (per precisare, la persona che ha avuto due figli) e anche lui viene tumulato nella stessa cappella.

    Nel 1986 e nel 1987, muoiono rispettivamente mia zia e mio cugino, tumulati sempre nella stessa cappella.

    Nel 2005, muore mia cugina, anche lei tumulata lì: ella, prima di morire, con testamento olografo, lascia tutti i suoi beni alla badante, compresa la cappella in questione.

    Il testamento viene pubblicato come per legge.

    A sua volta, la badante redige altro testamento a favore di un nipote; la stessa viene a mancare nel 2016 e viene tumulata nella cappella di famiglia, per volere del nipote, convinto d’essere il legittimo proprietario in virtù dei testamenti a favore prima della zia e poi del suo.

    Prima della tumulazione della badante, ho fatto presente al responsabile dei servizi cimiteriali e al custode del cimitero la mia contrarietà ma non è servito a nulla.

    Ho subito presentato al Comune di Tursi regolare richiesta di subentro e, nel mese di luglio 2016, mi è stata rilasciata relativa concessione.

    Ottenuta la stessa, ritenevo e tuttora ritengo di essere l’unica persona avente diritto ad esercitare l’uso della cappella di famiglia.

    Tale mio diritto viene contestato da chi si ritiene pieno proprietario della cappella in virtù dei testamenti di cui sopra.

    Cosa mi consiglia di fare per far valere il mio diritto?

    L’altra parte sostiene anche che, per aver ospitati altri defunti (i genitori della badante), la cappella non è più gentilizia ma ereditaria.

    La prego di voler studiare la situazione e darmi la migliore risposta possibile.

    RingraziandoLa ancora per la Sua collaborazione, porgo distinti saluti.

    1. Carlo

      X Nicola,

      Lei mi chiede chi, tra i due contendenti, abbia ragione, ma io non sono l’oracolo del Signore, nè il Suo profeta funerario, o più semplicemente il giudice di ultima istanza titolato a pronunciarsi in merito alla controversia.

      Posso solo dirle questo ad integrazione delle precedenti risposte, sulle quali non ritornerò, per ovvie ragioni di brevitas espositiva.

      1) se il sepolcro sorge, come mi par di capire, quale gentilizio (Suo nonno lo fondò per sè e la propria famiglia, ‘nevvero?) il subentro avviene unicamente per diritto di consanguineità e la tomba si tramuta in ereditaria solo una volta estintasi la discendenza del concessionario primo. E Lei, dopo tutto è ancora vivo, grazie al Cielo, quindi c’è ancora in vita qualche famigliare del originario fondatore del sepolcro.

      2) Lo jus sepulchri non si eredita nelle consuete forme successorie che regolano l’ordinario trapasso del patrimonio, perchè è un diritto personalissimo, extra commercium ed indisponibile, esso si trasmette unicamente per vinculum sanguinis; semmai del sepolcro si possono ereditare le obbligazioni manutentive, ma non il diritto d’uso sullo stesso. Chi eredita un sacello, quindi, si trova nella paradossale situazione soggettiva di risponderne civilmente quanto alla possibile omessa cura manutentiva ex art. 2053 Cod. Civile, senza, però, poterlo usare al momento della propria morte.

      3) Se la tumulazione degli estranei è avvenuta illegittimamente, ovvero sine titulo (ma il Comune ex art. 102 del Regolamento Nazionale di polizia mortuaria non dovrebbe preventivamente vigilare sui titoli di sepoltura, prima di autorizzare l’ingresso delle salme nel sepolcro?) Lei, quale nuovo intestatario della concessione, può, per tutelarsi contro la turbativa di sepolcro, esperendo le relative azioni (manutenzione e negazione) di difesa previste dal Cod. Civile agli artt. 1170 e 949 Cod. Civile) averso l’eventuale lesione al suo Jus Sepulchri, così da ottenere la rimozione dei feretri “clandestinamente” tumulati. Si rammenta che, almeno secondo la Cassazione (orientamento costante nel tempo) il diritto di sepolcro si atteggia quale diritto personale, reale e patrimoniale, laddove però la componente economica è solo funzionale al pieno esercizio dello jus sepulchri.

      1. Nicola Perrini

        Grazie per le Sue preziose risposte e per i suoi consigli datici in questi giorni.

  10. Nicola Perrini

    Vorrei sapere se, in una cappella gentilizia (familiare) ove sono seppelliti i genitori della badante dei concessionari, si ha la perdita del carattere familiare della stessa.

    Resta sempre una cappella gentilizia ad uso esclusivo dei discendenti di sangue?

    In attesa di risposta, porgo cordiali saluti.

    1. Carlo

      X Nicola,

      il sepolcro, all’atto della sua costituzione (quando, cioè le parti stipulano l’atto concessorio) può sorgere come famigliare o, in alternativa (ipotesi più rarefatta, ma comunque presente) o ereditario. Secondo la Suprema Corte di Cassazione, poi, il sepolcro famigliare, o – se si preferisce – gentilizio, tramuta in ereditario quando si sia estinta la cerchia dei famigliari dell’originario fondatore.

      Bisogna, poi, distinguere tra la titolarita’ della concessione e la legittimazione a disporre delle salme

      La seconda pone su di un piano di parità i parenti nel grado piu’ prossimo, che devono, comunque, agire di comune accordo; la prima e’ elemento determinante per l’individuazione delle persone a cui e’ riservata la sepoltura in un dato sepolcro in concessione, infatti Infatti i familiari del concessionario sono, in genere, titolari dello jus sepulchri, ma non titolari della concessione, almeno sin tanto che non si verifichi la condizione del subentro.

      Va, quindi, ricordato, come non sia il concessionario a stabilire o individuare arbitrariamente chi possa essere sepolto nel sepolcro in concessione, quanto il fatto dell’appartenenza alla famiglia (e la definizione di famiglia a tal fine é data dal regolamento comunale di polizia mortuaria).

      Il concessionario potrebbe ampliare o restringere la definizione di famiglia pre-stabilita come riservataria del diritto ad essere accolta nel sepolcro (fino al limite della capienza fisica ex Art. 93 comma 1 II Periodo DPR 285/90) in sede di sottoscrizione dell’atto di concessione (e solo in questo memento) ed ai sensi dell’Art. 92 comma 2 DPR 10 settembre 1990 n. 285 il comune può concedere al concessionario la facoltà di tumulazione di persone terze (1), secondo criteri stabiliti dai regolamenti comunali. Parte della dottrina ritiene che solo il concessionario originario, cioè il fondatore (2) del sepolcro sibi familiaeque (3) suae (per sé e per la propria famiglia) possa “derogare” alla familiarità del sepolcro permettendone l’accesso alle spoglie mortali di soggetti terzi rispetto al nucleo famigliare, altri studiosi della materia funeraria, invece sono più possibilisti e tendono a mitigare la rigidità della norma, tuttavia configurandosi il diritto di sepolcro come mera aspettativa per cui l’ordine di sepoltura in posti all’interno di una tomba di cui si è contitolari di concessione, è, salvo patti contrari notificati all’Amministrazione comunale, in relazione all’ordine cronologico di morte occorre il consenso unanime di tutti i titolari di quote della tomba stessa perché si addivenga ad una compressione (6) del loro jus sepulcrhi.

      Se ci atteniamo a questo schema La benemerenza, quindi presupporrebbe una tripla autorizzazione, rendendo molto difficile l’effettivo esercizio di questo diritto, occorrerebbero infatti:

      L’autorizzazione del concessionario (ed essa deve superare un primo vaglio di legittimità ex art. 102 DPR n.285/1990), o meglio il locale ufficio della polizia mortuaria deve attentamente verificare il titolo di accoglimento nel sepolcro
      L’autorizzazione di tutti gli aventi titolo ad esser accolti jure sanguinis in quella determinata tomba (il moltiplicarsi esponenziale degli aventi titolo a pronunciarsi aumenta sempre la conflittualità.
      L’autorizzazione di chi può (o deve?) anche ai sensi dell’Art. 1 comma 7-bis Legge 28 febbraio 2001 n. 26) occuparsi delle esequie del de cuius in quanto titolato in base al diritto di consanguineità enucleato dall’Art. 79 comma 1 II Periodo DPR n.285/90, ed in questo modo rinuncia al proprio potere di disposizione sul de cuius; la benemerenza, infatti si configurerebbe pur sempre come un gesto di liberalità.
      Giova, infine, rammentare come i puntuali criteri per attuare concretamente l’istituto della benemerenza (introdotto nell’ordinamento italiano “solo” il 27 ottobre 1990, quiando cioè entrò in vigore l’attuale regolamento nazionale di polizia mortuaria), al fine di evitare distorsioni al legittimo jus sepulchri debbano esser dettate espressamente dal regolamento municipale di polizia mortuaria, altrimenti questa norma non sarebbe applicabile.

      Dopo questa lunga premessa si può agevolmente constatare come, se non è stato attivato l’istituto della benemerenza, la tumulazione dei genitori della badante sia del tutto abusiva ed illegittima, poichè contraddice la natura famigliare della tomba gentilizia.

      Questo uso improprio del sepolcro può (e deve!) esser causa di decadenza della concessione per grave violazione unilaterale (da parte dei concessionari) delle obbligazioni contratte al momento del perfezionamento dell’atto di concessione.

      (1) Cassazione civile, Sez. II, 18 febbraio 1977 n. 727 Nel caso di sepolcro familiare, la titolarità dello jus sepulcri spetta ai componenti la famiglia del fondatore, legati al medesimo jure sanguinis, sempre che il fondatore non abbia diversamente disposto; infatti, la volontà del fondatore è sovrana, potendo senza limiti restringere od ampliare la sfera dei beneficiari del diritto e determinare entro quali limiti vada intesa, la famiglia ai fini della titolarità di tale diritto. Detta volontà può essere manifestata in qualsiasi forma, purché in maniera non equivoca, e può risultare anche indirettamente, in base ad elementi indiziari o presuntivi, rimessi alla valutazione del giudice del merito, il cui convincimento al riguardo costituisce giudizio di fatto, sindacabile in cassazione soltanto sotto il profilo della congruenza logica, del rispetto dei principi di diritto e dell’adeguatezza della motivazione

      (2) Cassazione civile, sez. II, 24 gennaio 2003, n. 1134 Posto che, ai fini della determinazione della cerchia dei soggetti che hanno diritto alla sepoltura in un edificio sepolcrale, la concessione amministrativa fa soltanto presumere la coincidenza della figura del fondatore con quella del titolare della concessione stessa, assume rilevanza preminente la volontà del fondatore, che può essere manifestata in qualunque forma e risultare anche da elementi indiziari e presuntivi (nella specie, è stato qualificato cofondatore di un sepolcro il soggetto che, sebbene non titolare della concessione amministrativa, aveva contribuito per metà alle spese di costruzione e di mantenimento del sepolcro e il cui nome era inciso sul frontespizio della cappella, dove era stato seppellito insieme ad altri familiari).

      (3) Corte d’appello di Perugia, 20 maggio 1995 Nel caso di sepolcro familiare, il diritto primario di sepolcro si trasmette a tutti coloro che sono legati al concessionario da rapporti di consanguineità, ivi compresi, in mancanza di discendenti diretti, i parenti collaterali, la cui presenza impedisce che il diritto di sepolcro si trasformi da familiare in ereditario

      1. Nicola Perrini

        RingraziandoLa per la celere risposta, volevo sapere se, morto il fondatore, i consanguinei hanno tutti uguale diritto sulla cappella gentilizia o se uno solo di essi può, con testamento olografo regolarmente pubblicato, autorizzare la tumulazione della propria badante e donare in proprietà l’intera cappella di famiglia.

        Le voglio precisare che il Comune, fatti i dovuti accertamenti, mi ha fatto subentrare alla concessione cimiteriale.
        Per tale ragione, sono io la nuova concessionaria.

        Cordiali saluti.

        1. Nicola Perrini

          Caro Carlo,
          ricollegandomi al discorso precedente e precisando che sto scrivendo a nome di mia mamma, La informo che nel 1905 Il Comune di Tursi (MT), con delibera consiliare, VENDE ad un privato cittadino un’area cimiteriale per la costruzione di una cappella.

          Mi preme sapere se le successive leggi nazionali hanno modificato la qualifica da proprietario in concessionario o l’area cimiteriale è da ritenersi, ancora oggi, area privata e non area demaniale.

          RingraziandoLa ancora per la cortese collaborazione, porgo distinti saluti.

          1. Carlo

            X Nicola,

            All’epoca del perfezionamento dell’atto, (a mio avviso di natura concessoria) di acquisto vigeva, come disciplina speciale di polizia mortuaria il Regio Decreto n. 448/1892; comunque no, non si è in presenza di una compravendita nel senso civilistico del vocabolo.

            In effetti fatte salve rare, ma molto insolite situazioni, del tutto antecedenti al T.U.LL.SS. – Regio Decreto n. 1265/1934, e a condizione che il “bene” (singolo sepolcro) risulti autonomamente accatastato come “cimitero” privato di una data persona/famiglia, fattispecie, per altro oggi regolata dall’art. 104 comma 4 del DPR 10 settembre 1990 n. 285.).

            Eccettuata tale ipotesi del tutto marginale (talmente rarefatta da ritenersi probabilmente esclusa, ma vigente il vecchio codice civile i sepolcri non afferivano ancora esplicitamente al demanio comunale: cfr. Art. 824 comma 2 Cod. Civile in vigore attualmente ), la risposta negativa si argomenta così: di norma una tomba di famiglia presenta la caratteristica per cui si é in presenza di una concessione di area cimiteriale (e, per questo, demaniale), cioe’ di un rapporto di diritto pubblico intercorrente tra comune e concessionario.

            Nel caso di decesso del concessionario primo, fondatore del sepolcro, spetta al Regolamento comunale di polizia mortuaria definire le persone che subentrino in questo rapporto di diritto pubblico nei rapporti con il comune, nel senso di definire se queste persone – discendenti del concessionario – acquisiscano anch’essi la posizione di concessionario, oppure abbiano solamente il diritto di esservi sepolti.

            Nei sepolcri privati all’interno dei cimiteri (con ciò intendendosi ogni forma di ‘sistemazione’ cimiteriale diversa dall’inumazione in campo comune), vi può anche essere una componente “patrimoniale” (concernente, quando vi sia concessione di area, nel manufatto sepolcrale e nelle opere murarie di cui esso consta assieme agli arredi votivi), che si estrinseca negli obblighi di manutenzione e conservazione dell’edificio sepolcrale medesimo, tuttavia essa è ontologicamente orientata al fine di consentire la sepoltura dei corpi del concessionario e delle persone appartenenti alla di lui famiglia, appartenenza che attiene ad aspetti “personali”, che prevalgono sugli aspetti ‘patrimoniale’, e, dunque, privatistici quando sussistano..

            L’ambito di appartenenza alla famiglia del concessionario é (o, dovrebbe essere) stabilita dal Regolamento comunale di polizia mortuaria e non rientra, di norma, tra i diritti (o, meglio, le aspettative) disponibili, seccezion fatta per la sola la possibilità di alcuni appartenenti alla famiglia di rinunciare all’utilizzo per se’ (e per i proprio discendenti).

            Trattandosi di un rapporto di diritto pubblico, ne’ il concessionario ne’ i suoi (o alcuni di essi) discendenti sono legittimati a ‘vendere’ (non trattandosi di proprietà nell’accezione dell’art. 832 Cod.Civile, proprio per la demanialita’ dei cimiteri) o, comunque, a trasferire a terzi diritti (o, aspettative) di uso del sepolcro.

            Oltre alla rinuncia (a titolo personale) già vista, il solo atto di disposizione sul sepolcro, che sia ammissibile è la rinuncia (= retrocessione) del sepolcro al comune, previo trasporto in altra sede dei feretri e la messa del sepolcro in condizioni di piena e normale utilizzabilità per altra assegnazione a soggetti terzi.

        2. Carlo

          X Nicola,

          1)la successione mortis causa nelle concessioni cimiteriali è tecnicamente definita “subentro” ed è disciplinata, in modo esclusivo, dal regolamento comunale di polizia mortuaria di cui ogni comune deve necessariamente dotarsi, ex Art. 344 e 345 Testo Unico Leggi Sanitarie.
          2) Gli atti di disposizione sui sepolcri per acta inter vivos (compravendita, donazione…) o di ultima volontà un tempo previsti dall’art. 71 commi 2 e segg. Regio Decreto n. 1880/1942 sono illegittimi e nulli di diritto, quindi, a far data dal 10 febbraio 1976, quando, cioè entrò in vigore il penultimo regolamento nazionale di polizia mortuaria di cui al DPR n. 803/1975, che abrogava tutta la precedente normativa incompatibile, ma i suoi tratti più salienti si sono trasfusi nell’attuale DPR 10 settembre 1990 n. 285, in un quadro molto stabile, il quale, ad esempio, vieta espressamente all’art. 92 comma 4 il fine di lucro o speculazione nelle concessioni cimiteriali. Secondo altri studiosi della materia funeraria gli atti di disposizione sui sepolcri sarebbero inibiti dall’entrata in vigore del Libro III Cod. Civile, perchè con l’art. 824 comma 2 Cod. Civile i legislatore ha statuito la demanialità dei cimiteri con le logiche conseguenze riassunte nell’art. 823 Cod. Civile.
          3) in caso di frazionamento tra più persone parimenti titolate della concessione si avrà uno “spacchettamento” in quote dello jus sepulchri da cui originerà una particolare comunione solidale ed indivisibile (questo, almeno, secondo un omogeneo orientamento giurisprudenziale della Suprema Corte di Cassazione).
          4) Chi rinuncia agisce solo per la parte di concessione di propria spettanza e produrrà, conseguentemente, un accrescimento delle restanti quote così formatesi ex art. 674 Cod. Civile.
          5) IL diritto di sepolcro anche per le ragioni di cui al punto 2) non può esser ceduto nè donato, esso si acquisce ex capite unicamente per discendenza (se il sepolcro ha natura famigliare), ovvero per questioni di D.N.A., cioè di consanguineità. Paradossalmente una donazione potrebbe riguardare solo gli aspetti patrimoniali che dato il vincolo di destinazione del bene sepolcrale, poi, si tradurrebbero unicamente negli oneri manutentivi. Il diritto d’uso sulle tombe, pertanto non può transitare in capo a soggetti terzi come invece accade per le obbligazioni di carattere patrimoniale.

  11. Marzia

    Buonasera,
    Vi scrivo dalla regione Sicilia. Purtroppo mio nonno è venuto a mancare un paio di giorni fa e non eravamo propriamente preparati. La mia famiglia non possiede una tomba di famiglia e mia nonna, morta nel 2009, è stata seppellita in un cimitero mentre mio nonno, avendo ormai la residenza in un altro comune, è in attesa di sepoltura in un altro cimitero.
    Ora, noi vorremmo tanto poterli far riposare insieme, purtroppo questo nostro essere impreparati ci ha portato a dover, intanto, prendere la decisione di seppellirlo in questo altro comune.
    Arrivo quindi alla domanda: la mia famiglia è in possesso di un terreno (facente parte del comune dove si trova mio nonno) e ci è venuto in mente di chiedere se è possibile, che voi sappiate, costruire la propria tomba di famiglia su quel terreno, considerando ormai che i cimiteri sono sempre più pieni e poter avere tombe del genere è quasi impossibile.
    Spero mi possiate dare delucidazioni a riguardo.
    Grazie

    1. Carlo

      X Marzia,

      La fattispecie dei sepolcri privati e gentilizi (cioè solo ed unicamente famigliari) realizzati fuori del cimitero è disciplinata dall’Art. 340 comma 2 Testo Unico Leggi Sanitarie di cui al R.D. 27 luglio 1934 n. 1265 e dal Capo XXI del Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria approvato con DPR 10 settembre 1990 n. 285.

      La procedura è complessa e prevede una delibera del consiglio comunale, sentita l’AUSL competente per territorio. Tutti gli oneri di questa laboriosa istruttoria sono a carico del richiedente.

      in effetti il problema maggiore è che LA COSTRUZIONE E L’USO della cappella sono consentiti solo se l’edificio sepolcrale è attorniato per un raggio di 200 metri da fondi di proprietà delle famiglie

      Inoltre per l’intero raggio di 200 metri tutt’attorno si va ad iscrivere sui terreni un vincolo di inalienabilità e di inedificabilità (esso da riportare sia nella cartografia di piano, sia nei registri della conservatoria dei beni immobiliari).

      Se non si ha la piena proprietà dei terreni per un raggio di almeno 200 metri tutt’attorno alla cappella, NON si può autorizzare la costruzione della stessa.

      E ovviamente non è ammesso l’uso della cappella nel momento in cui si debbano tumulare feretri.

      NON si può ridurre la zona di rispetto di 200 metri, come, invece, previsto per i cimiteri, perché non è esplicitamente ammessa tale eventualità dal D.P.R. 285/1990, nè dalle recenti novelle legislative in materia di distanze cimiteriali ex art. 28 Legge n. 166/2002.

      1. Marzia

        Gentile Signor Carlo,
        Grazie per la pronta ed esauriente risposta.
        Noi abbiamo un terreno agricolo di oltre 10.000 m, quindi il problema dei 200 m non si pone, per quanto mi renda comunque conto che si tratti di una procedura alquanto loboriosa. E presumo anche molto costosa, ma considerando oggi il costo di un loculo, forse conviene.
        Grazie ancora.

        1. Redazione Autore articolo

          X Marzia
          Raggio di 200 metri significa che facendo una cappella di 4 metri X 4 metri occorre un appezzamento su cui apporre il vincolo di circa 160.000 metri quadri cioè 200 metri in ogni direzione

  12. Francesco Manzo

    Buonasera,
    sono nuovo del sito non di età (ahimè).
    Sto aprendo una agenzia funebre in provincia di Torino, stò creando il sito aziendale e vorrei chiedervi se è possibile inserire nel mio sito, un widget rss che fa riferimento alle news presenti su Funerali.org.
    Premetto che il sito è accessibile ma in costruzione.
    Al momento, se volete controllare, è presente nelle pagine relative alla sola sezione “servizi funebri” nella sidebar di destra.
    Se per caso non fosse possibile, ovviamente la rimuoverò.
    Grazie per l’attenzione

    Francesco

  13. Daniele

    Buongiorno, scrivo dalla regione Lazio. Una confraternita presente sul nostro territorio comunale, vorrebbe realizzare un cimitero privato all’interno del parco d propria proprietà, esclusivamente composto da tombe a terra. Vorrei chiedervi quale siano i requisiti richiesti dalle normative e quali regole debbano rispettare. Inoltre vorrei sapere se ci siano differenze normative nel caso si intendesse realizzare campi per l’inumazione o altre tipologie di sepoltura. Grazie.

    1. Carlo

      X Daniele (il quale, ormai, è un nostro aficionados di lungo corso). Bene: avanti così, Lei chieda pure e noi rispondiamo. Premetto che i rapporti tra lo Stato Italiano egli enti ecclesiastici sono disciplinati dalla Legge n.222/1985.

      1) La proprietà dell’impianto cimiteriale attiene all’ordinamento civile ed è soggetta (art. 117 comma 2 lett. l Cost.) alla sola legislazione statale, pertanto no, non è possibile impiantare, ex novo, cimiteri privati, poichè il camposanto è pubblico (e, quindi afferente al demanio comunale) ai sensi del combinato disposto tra gli artt. 337, 343 e 394 Testo Unico Leggi Sanitarie di cui al Regio Decreto n. 1265/1934 e l’art. 824 comma 2 Cod. Civile, che nella fattispecie, seppur legge ordinaria al pari del R.D. n.1265/1934 assume il rango privilegiato di normativa quadro nel diritto civile, essendo un corpus più omogeneo e di ampio respiro. I cimiteri particolari (o. se si preferisce, di proprietà di privati) se ancora in funzione sono “tollerati” dalla legge (Art. 104 comma 4 DPR 10 settembre 1990 n. 285) purchè preesistenti all’entrata in vigore del Testo Unico Leggi Sanitarie, avvenuta nell’agosto del 1934 ed il regolamento nazionale di polizia mortuaria li sottopone, comunque, al controllo ed alla vigilanza dell’autorità comunale.
      Dirò di più: ai sensi dell’art. 340 R.D. n. 1265/1934 è tassativamente vietato, con norma dunque, imperativa e categorica seppellire un cadavere fuori del cimitero comunale.
      Le uniche eccezioni a questo disposto così tranchant sono rappresentate da:

      a) Tumulazione privilegiata ai termini dell’Art. 341 R.D. n.1265/1934 e dell’art. 105 DPR n. 285/1990
      b) sepolcri privati fuori del cimiteri ex CApo XXI DPR n. 285/1990. Quest’ultima fattispecie contempla la possibilità di costruire cappelle esclusivamente gentilizie e, quindi, famigliari (non certo conventuali) esternamente al recinto cimiteriale, ma solo a sistema di tumulazione stagna.

      Il suggerimento che si ritiene di fornire, nel caso si voglia venire incontro alla comunità religiosa è di riservare all’interno di un cimitero comunale una porzione di terreno per la sepoltura a sistema di inumazione delle salme delle persone facenti parte della confraternita.

      Si otterrebbero due benefici: la inumazione (che in genere è preferita rispetto alla tumulazione in ambito ecclesiastico) e la individuazione di concessione di area ad Ente (ecclesiastico) senza scopo di lucro, che seppellisce gli appartenenti all’Ente, nei limiti della capienza dell’area concessa.

  14. Sarli Renato

    Imperia – Regione Liguria – 27/10/2016

    Sono residente in un Comune della provincia di IMPERIA, Io e mia moglie Stefania volevamo solo spostare la BARA con la salma di mio padre Enrico di un metro circa …
    Abbiamo una tomba di Famiglia con 8 posti ( 4 a destra e 4 a sinistra ) … mia madre tumulata nel 1997 nella stessa Cappella mortuaria …. il giorno del funerale di mio Padre Enrico non abbiamo molto riflettuto dove porlo … ( 25/04/2016 ) mentre ci chiedevamo se si poteva traslare la bara dal posto dove è tutt’ora al posto vuoto sottostante a quello di mia madre, sulla medesima linea verticale … che normative da rispettare ci sono e da chi si può far fare questo lavoro …. Ringraziando anticipatamente, salutiamo cordialmente Renato&Stefania Sarli – Chiusanico – IM – Gradita risposta via mail ….

    1. Carlo

      X Renato&Stefania,

      sopra o sotto, a destra o a manca: insomma: “basta che ci sia posto” per il pieno ed effettivo esercizio dello jus sepulchri.
      Ma…il cosiddetto requiescant in pace (leggasi principio della stabilità delle sepolture) al fine di evitare vorticosi giri di walzer per i feretri già tumulati è ancora valido?
      L’operazione cimiteriale da voi delineata si chiama, in gergo tecnico, “traslazione”, ed essa compete, come tutte le altre, al gestore del cimitero, in via esclusiva.
      Certo si può fare, senza problema alcuno e con oneri totalmente a carico del richiedente, applicando l’art. 88 del regolamento nazionale di polizia mortuaria approvato con DPR 10 settembre 1990 n. 285.

      I passaggi sono i seguenti: si inoltra da parte degli aventi diritto a disporre della spoglia mortale del de de cuius apposita istanza in bollo al Comune (ufficio della polizia mortuaria) il quale rilascerà apposita autorizzazione calendarizzando l’intervento sulla tomba in oggetto.

      Soprattutto se la sepoltura è recente conviene premunirsi, allertando l’impresa funebre di fiducia, perchè lo spostamento del cofano (si pensi ad eventuali urti) potrebbe produrre rottura della cassa interna di zinco, con sgradevole fuoriuscita di miasmi cadaverici. Si renderà, allora, necessario io rifascio del feretro lesionato, con apposito cassone esterno di metallo, da saldare sul posto.

      Se la traslazione avviene all’interno dello stesso sepolcro famigliare e gentilizio, non occorre l’autorizzazione al trasporto, bastando la variazione, fors’anche questa superflua, nelle annotaazione sui pubblici registri cimiteriali.

      1. Anita

        Buonasera ,scrivo dall’Emilia Romagna. Vorrei chiedere quali sono i parenti che devono dare il consenso per poter spostare due persone da un cimitero ad un altro (in un comune diverso). In questo caso sono deceduti due coniugi, serve l’assenso di tutti i figli? I loculi sono intestati ad un figlio che pur avendoli pagati con denaro dei defunti richiede il pagamento di tali loculi agli altri fratelli; gli altri fratelli possono spostare i defunti per lasciare i loculi liberi nella disponibilità dell’intestatario? Grazie mille, Anita

        1. Carlo

          X Anita,

          In questa risposta piglio a riferimento la sola normativa statale, non tanto per pigrizia, ma perchè quella regionale emiliano-romagnola nulla innova a tal proposito, se non per aspetti, qui marginali, di vigilanza sanitaria sull’attività cimiteriale.

          1) in caso di concorrenza di più parenti dello stesso grado occorre il consenso unanime (in questo frangente di tutti i figli) per deliberare la traslazione dei feretri in latra sede ai sensi dell’art. 88 del Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria approvato con DPR 10 settembre 1990 n. 285. La norma, applicabile, per analogia ed estensivamente a tutti gli atti di disposizione sul post mortem, è dettata dall’art. 79 comma 1 II Periodo DPR n. 285/2000, anche se ad un esame superficiale essa sembra scritta unicamente in tema di cremazione. Detta volontà sarà verbalizzata presso l’ufficio della polizia mortuaria del cimitero “ a quo”, ossia di quello dove attualmente sono tumulate le due bare. Occorrerà produrre agli atti dell’istanza anche il titolo d’accoglimento dei defunti in oggetto presso un diverso cimitero (sostanzialmente una nuova concessione), solo così l’autorità amministrativa potrà rilasciare l’autorizzazione all’estumulazione ed al conseguente trasporto funebre fuori del recinto cimiteriale.

          2) Il Comune potrebbe pure accettare, per snellire la procedura burocratica, che uno solo dei fratelli firmi la duplice richiesta (all’estumulazione ed al trasporto) asserendo ufficialmente di agire, quale nuncius, in nome e per conto degli altri consanguinei, attenzione, però, la Legge (Art. 76 DPR n. 445/2000) punisce le dichiarazioni mendaci o, comunque, non veritiere.

          3) Chiedo a Lei lumi sull’ultimo punto del quesito, non ho infatti capito la motivazione per cui dovreste lasciare i loculi nella disponibilità di un fratello titolare della concessione. Potrebbe esser più chiara? Aggiungo solo che se gli avelli furono concessi, a suo tempo, solo per la tumulazione dei due coniugi ora defunti l’eventuale traslazione potrebbe comportare l’estinzione del rapporto concessorio per intrinseco esaurimento dei suoi fini, cosicché le due tombe rientrerebbero d’imperio in pieno possesso del Comune per una nuova assegnazione ad un diverso concessionario, secondo regole, modalità e procedimenti propri del regolamento municipale di polizia mortuaria.

          1. Anita

            La ringrazio tanto per la cortese risposta. Le spiego l’ultimo punto. Fra i fratelli ci sono da anni discordie personali. Anni fa morì il padre dei 3 fratelli. Al tempo quindi la moglie rimasta vedova incaricò uno dei figli a disbrigare le pratiche burocratiche per l’acquisto dei loculi,che si intestò per sé pur pagando con soldi ricevuti dalla madre. Ora anche anche la madre è deceduta e il figlio intestatario dei loculi per ripicca (per le vecchie questioni personali) richiede il pagamento della quota agli altri fratelli,asserendo di averli a suo tempo pagati ti tasca sua o in mancanza di pagamento inizierà una causa civile. I due fratelli trovano ingiusta questa richiesta,e chiedono di acquistare dei nuovi loculi per evitare ogni ulterioriore futura discussione . Secondo lei è possibile? Grazie mille. Anita

          2. Carlo

            X Anita,

            è senz’altro possibile ottenere in concessione due nuovi loculi in cui traslare le spoglie mortali dei due genitori defunti, per giunta in un diverso cimitero (di altro Comune). Occorre, comunque, per deliberare lo spostamento dei feretri il consenso dei tre fratelli, UNANIME!

            Ho come l’impressione che qualcuno pensi di “monetizzare” i due loculi attualmente occupati, certo essi si libererebbero, ma se non si estingue la concessione, di default, per esaurimento naturale dei propri fini, il fratello “cattivo” concessionario potrebbe solo retrocederli al Comune, ricevendo un parziale rimborso, o usarne almeno uno….morendo, ma è un’eventualità da non augurarsi! Ricordo che i sepolcri, quali beni demaniali, sono extra commercium e, pertanto, non sono cedibili tra privati con normale atto negoziale privatistico.

  15. Alessandrina

    Gentile Redazione,

    Vi scrivo per un parere legale. Abbiamo una tomba di famiglia al cimitero Verano di Roma (sarcofago tipo arca da 12 posti) acquistata dalla mia nonna paterna. Nell’atto di concessione è specificato che la proprietaria (la nonna, deceduta nel 1994) dava in uso il sarcofago, oltre che per se stessa, per la tumulazione di: “coniuge (deceduto nel 1985), discendenti, parenti e affini”. Tre mesi fa alla morte di mia madre (nuora di mia nonna), essendo mio padre (figlio della capostipite) ancora in vita, abbiamo sepolto mia madre nella suddetta tomba di famiglia. Gli altri fratelli di mio padre, informati della cosa, non hanno fatto alcuna opposizione. Ovviamente, al momento della sepoltura, ho provveduto a fare apporre foto e scritta sul sarcofago (spesa: €450 più IVA) e in più ho dovuto spendere la somma di €200 (più IVA) per adeguare alle nuove norme di sicurezza la tomba, altrimenti non sarebbe stato possibile usare il macchinario ora previsto dalla nuova normativa che regola le tumulazioni. Spesa totale €650, ai quali va aggiunta l’IVA. Pur sapendo che i 200€ (più IVA) di spesa da me sostenuti si sarebbero dovuti suddividere per tutti gli eredi, ho pagato io il lavoro senza chiedere nulla. Appena apposta la scritta, ho fotografato il sarcofago per mostrare a mio padre come era stato fatto il lavoro (precedentemente concordato) e gli è piaciuto. A poco più di tre mesi dalla morte di mia madre, mio zio (fratello di mio padre), mi chiama per dirmi che vuole spostare la scritta dietro: premesso che, in tanti anni lui non ha mai manifestato la volontà (né a me, né a mio padre) di volere quello spazio libero (ogni anno si reca al cimitero); alla mia richiesta di spiegazioni mi dice che in quello spazio voleva mettere la foto di mio nonno, suo padre. L’epigrafe di mio nonno, morto nel 1985, fu messa sul retro della tomba da mia nonna, per motivi personali e per sua volontà. Mia nonna è morta nel 1994, sono passati quindi ben 22 anni durante i quali non si è mai manifestata la volontà di nessuno di non occupare quello spazio, né di fare lavori o cambiamenti. Dopo avergli fatto notare la cosa, lui mi dice che dovevo chiedergli il permesso (ma mio padre ed io abbiamo gli stessi suoi diritti). Preciso che, dalla morte alla tumulazione di mia madre, sono passati ben undici giorni durante i quali il suddetto zio avrebbe potuto riferire le sue preferenze circa l’apposizione di foto e scritta, venire con me al cimitero o dal marmista o dirmi qualcosa il giorno del funerale, cosa che non si è verificata (secondo lui dovevo essere io, che ero sconvolta, a riferirgli dove volevo mettere la scritta). Solo ora, dopo aver visto il lavoro, pretende di rimuovere la scritta. Primo: né io, né mio padre siamo d’accordo. Secondo: pure se lo fa a spese sue (come ha detto) e contro la nostra volontà, non è disposto a rimborsare le spese da noi sostenute appena tre mesi fa (€650 più IVA). Mi è stato anche contestato il fatto che la scritta è troppo grande: quando chiesi al marmista, mi rispose che doveva rispettare le proporzioni di quella accanto (fatta proprio da questo zio) e che doveva essere messa accanto a quella di mia nonna per rispettare l’estetica del manufatto, dunque mi sono attenuta alle regole. A conclusione dell’accesa discussione, mi ha detto che lui sposterà comunque la scritta. Arrabbiata per questo modo di fare irrispettoso del mio lutto e del fratello (mio padre), ho minacciato di adire a vie legali. Chiedo un consiglio legale sulla faccenda, al momento mi è stato consigliato solo di scrivere una lettera privata tramite raccomandata in cui specifico che non autorizzo a spostare scritta e foto di mia madre; tale lettera dovrebbe avere valore di diffida in caso lui spostasse l’epigrafe (e, mi auguro, di risoluzione bonaria). Cosa dice esattamente la legge? Cosa posso fare per tutelarmi ed evitare questo oltraggio alla memoria di mia madre? A quanto ammonterebbero i danni materiali e morali? Grazie anticipatamente.

    1. Carlo

      X Alessandrina,

      per sommi capi: ogni lavoro, anche di marmeria, per collocare lastre tombali ed epigrafi commemorative, avvero ogni altro stabile arredo funebre, che si svolga all’interno del cimitero DEVE NECESSARIAMENTE esser autorizzato dal competente ufficio comunale della polizia mortuaria, tramite apposito provvedimento.

      E’un’ idea insana e profondamente sbagliata ragionare dei sepolcri in concessione come di un oggetto nella piena e capricciosa disponibilità dei concessionari (= la tomba è mia e me la gestisco io nella libertà più sfrenata di fare e disfare a mio piacimento) il regime della concessione amministrativa, appunto, per ovvie ragioni di interesse pubblico predominante, sottrae le tombe alla assoluta libertà dei dolenti: Per intenderci: siete senz’altro PROPRIETARI del sacello gentilizio, almeno riguardo agli obblighi manutentivi, ma questo diritto di proprietà viene contemperato e mitigato dalla potestà regolamentativa del Comune, attraverso due strumenti principe: il regolamento municipale di polizia mortuaria ed il piano regolatore cimiteriale.

      Esempio sciocco, ma così ci dovremmo capire: nella tomba avuta in concessione non posso, per disdegnoso ed eccentrico gusto, apporre una lapide che rechi incisi simboli o raffigurazione più esplicite in contrasto con la sacralità del luogo, perché ne turberei l’intima sacertà ed decoro. Detto altrimenti: in una zona caratterizzata da edifici sepolcrali bassi e di lieve impatto architettonico non posso impunemente edificare una PIRAMIDE MONUMENTALE e di proporzioni mastodontiche in spregio alla norme dell’edilizia cimiteriale invocando un presunto diritto di proprietà (della serie: tanto è mia e l’ho pagata io!). No, nella polizia mortuaria proprio non funziona così!

      E’pertanto da rigettare risolutamente l’ipotesi remota che suo Zio senza una preventiva autorizzazione del comune possa manomettere (comportamento indebito soggetto a sanzione amministrativa) l’assetto della tomba, spostando scritte e foto che a suo tempo furono collocate sul cassone della tomba a sterro. (cioè sulla sommità del parallelepipedo sporgente verso l’alto rispetto al piano di campagna.)

      Suo zio dovrà rispettare l’iter previsto per questi casi: ossia dovrà presentare apposita istanza in bollo al comune al fine di ottenere la dovuta autorizzazione, in questo preciso momento Lei potrà inoltrare, in opposizione, sempre al Comune la Sua contrarietà motivata e scritta al rilascio della prefata autorizzazione, adducendo tutte le opportune contro-argomentazioni.

      Attenzione: con i diritti di sepolcro si scherza poco, perchè essi, spesso, ingenerano liti dilaceranti destinate a chiudersi solo dinanzi la Cassazione, conviene ponderare lungamente prima di esperire il rimedio giudiziale, anche per l’intrinseca aleatorietà insita in ogni umano giudizio.

      1. Alessandrina

        Gentile signor Carlo,
        la ringrazio molto per la dettagliata e sollecita risposta. Alla morte di mia madre, come spiegato sopra, ho messo la scritta e la foto davanti e dove suggerito dal marmista. In quella circostanza lo zio, come spiegato, non si è interessato, né ha manifestato preferenze. Ovvio che il marmista, insieme a me, è andato all’ufficio del Comune per l’autorizzazione. Ripeto: mi sono attenuta alle regole del Comune e alle regole architettoniche: secondo le indicazioni del marmista, ho fatto una scritta semplice e in stile classico. Avendo seguito la legge, nessuno mi ha detto che avrei dovuto sentire lo zio per apporre la scritta di mia madre. E’ così? Dovevo interpellarlo? Io sapevo di no. Lo zio in questione, pochi giorni fa, ha detto di voler spostare la scritta di mia madre sul retro. Vorrei sapere se ho capito bene: la lettera via raccomandata in cui intimo e diffido dal fare qualsiasi modifica alla scritta e foto di mia madre, è meglio mandarla oppure no? Parlo di una raccomandata, non di andare dai carabinieri. Oppure, come mi pare di aver capito, devo attendere che lui faccia qualcosa e poi inoltrare la mia contrarietà all’autorizzazione data a mio zio dal Comune? E può il Comune autorizzare mio zio senza il consenso mio e di mio padre? Posso lasciare al Comune in via preventiva la mia contrarietà per iscritto in modo di impedire sul nascere il rilascio di tale autorizzazione, qualora mio zio la richiedesse? Mi scusi le tante domande, grazie ancora. Cordiali saluti.

        1. Carlo

          X Alessandrina,

          la raccomandata, come strumento di dissuasione preventiva, è sempre un mezzo abbastanza efficace ed esperibile.

          Le conviene notificare al Comune la sua opposizione motivata (riscostruendo indicativamente tutta la vicenda nei suoi punti essenziali e di diritto) allo spostamento delle iscrizioni tombali.

          Gli estremi anagrafici del defunto non sono opzionali, bensì rappresentano un elemento identificativo della sepoltura obbligatorio.

  16. Daniele

    Buongiorno, scrivo dalla regione Lazio. Dovendo variare le tariffe delle concessioni per le diverse tipologie delle sepolture all’interno del nostro cimitero comunale, vorrei chiedervi se tali tariffe debbano essere variate esclusivamente in base all’adeguamento dei prezzi stabilita dall’Istat o se possano essere variati a discrezione della Giunta Comunale. La medesima domanda vorrei porla anche per quanto riguarda il canone della luce votiva. Infine, vorrei chiedervi, essendo stabilito nel nostro vecchio regolamento cimiteriale, che per il rimborso delle concessioni dei loculi, venga pagata una somma pari al prezzo della concessione attuale rivalutato per un fattore pari a 0,90 ( 90% del costo ) al netto dei rimanenti anni di concessione non fruiti, se tale rivalutazione del 90% sia stata stabilita categoricamente da qualche normativa, se sia stata arbitrariamente decisa da chi scrisse il vecchio documento o se tale rivalutazione possa essere cambiata a discrezione dell’organo competente. Grazie per le risposte, che so, ci saranno certamente di aiuto.

    1. Carlo

      X Daniele,

      La definizione dei criteri generali sulla politica tariffaria del Comune compete al Consiglio Comunale (Art. 42 comma 2 lett. f) Testo Unico Ordinamento Enti Locali di cui al D.Lgs n. 267/2000, mentre è la Giunta ad implementare nel dettaglio e nello specifico questo indirizzo, fissando i relativi prezzi per i servizi locali a titolo oneroso per la singola utenza.

      sul web circolano attendibilissimi tabulati di raffronto tra i piani tariffari, e da una lettura sinottica di quest’ultimi emerge chiaramente come non vi sia uniformità nello stabilire i canoni concessori o i costi delle inumazioni in campo comune, ovvero delle relative e conseguenti operazioni cimiteriali.

      L’unico parametro applicabile su tutto i territorio nazionale è dato dall’art. 117 del D.Lgs n. 267/2000, il quale lascia, com’è giusto che sia, ampio margine di manovra alle amministrazioni cittadine, purchè non si creino voragini nei conti pubblici, a tal proposito si veda l’art. 93 (sul danno erariale) del D.Lgs n. 267/2000.

      Le entrate dopo l’art. 1 comma 7-bis Legge 28 febbraio 2001 n. 26 (onerosità generalizzata delle prestazioni cimiteriali) devono esser tali da garantire il break even point, ossia il punto di pareggio di bilancio, anzi esse, preferibilmente, dovrebbero esser un poco superiori, per compensare i residui casi di gratuità delle sepolture (stato d’indigenza, disinteresse, appartenenza a famiglia bisognosa…).

      Per i rimborsi attinenti alla retrocessione dei loculi si richiama il principio nominalistico dettato dall’Art. 1277 Cod. Civile, è una scelta fortemente discrezionale, nella quale non entriamo, alcuni regolamenti comunali di polizia mortuaria, ad esempio, molto drastici a tal proposito, non contemplano questa possibilità, per cui al concessionario rinunciante non è riconosciuto alcunché.

  17. Daniele

    Buongiorno, scrivo dalla regione Lazio. Il nostro cimitero, come credo la maggior parte dei cimiteri italiani, soffre di una carenza di loculi disponibili. Fortunatamente, sembra che verranno costruiti nuovi loculi nei prossimi mesi. Ora, essendo molto alta la richiesta, l’amministrazione, anche per finanziare l’opera, ha pensato di concedere i tumuli anche in assenza di defunto. Nel nostro cimitero le concessioni dei loculi hanno durata di trent’anni. Da regolamento la data di concessione ha inizio dalla data della prima tumulazione e non dalla data di stipula del contratto di concessione. Si vengono a creare, però, così, diversi problemi. In alcuni casi il decesso si presenta dopo diversi anni dalla stipula del suddetto contratto. Così facendo il tumulo risulta occupato per i tempi di “vacanza” del defunto, oltre alla normale durata della concessione che è trentennale. Molte volte il titolare della concessione richiede il loculo per la sua stessa tumulazione. Ora vorremmo sapere se al momento della tumulazione si possano contare anche gli anni di mancata tumulazione per la maturazione della scadenza e di conseguenza far pagare al momento della scadenza reale della concessione, calcolata a partire dalla stipula del contratto, un rinnovo della concessione, per mantenere il cadavere nella tomba almeno per il periodo legale di sepoltura. Faccio un esempio per essere più chiaro. La stipula del contratto viene firmata oggi. Il decesso si presenta tra vent’anni. Il loculo risulta occupato per tutto quel periodo e quindi, in teoria mancherebbero dieci anni alla scadenza della concessione ( calcolando la durata della concessione alla stipula del contratto di concessione ). Visto che il cadavere come minimo deve rimanere per venti anni in quel loculo, si può prevedere nel regolamento comunale di chiedere ai familiari di pagare un rinnovo della concessione? Se si, in che modo ci consigliate di farlo? Rimango in attesa di un vostro parere. Grazie.

    1. Carlo

      X Daniele,

      La presenza di un regolare atto di concessione è espressamente prevista dall’art. 98 D.P.R. 10 settembre 1990, n. 285 quale condizione per la sussistenza di una concessione d’uso di sepolcri privati, quale ne sia la tipologia di sepolcro privato, incluso quindi quella che abbia per oggetto un posto a tumulazione singola (loculo). Va tenuta anche presente la risoluzione dell’Agenzia delle entrate n. 149/E dell’8 luglio 2003 con cui è stato ribadito, ove necessario, che le concessioni cimiteriali hanno decorrenza dalla stipula del relativo regolare atto di concessione oppure da quella, eventualmente, successiva che sia, espressamente, prevista nell’atto di concessione.

      Tuttavia, non va esclusa, ove espressamente indicata nel Regolamento comunale di polizia mortuaria, la possibilità che la decorrenza venga fatta decorrere dal momento in cui ne inizia l’utilizzo (ad esempio: sepoltura) o, per talune fattispecie, anche dal momento del versamento della tariffa stabilita perché si faccia luogo alla concessione.

      la Vostra norma in oggetto, ahimè legittima e vincolante (ma, mi sia permesso, molto inopportuna) sino a quando il Consiglio Comunale non delibererà una seria riforma del Regolamento Municipale di Polizia Mortuaria non può esser disattesa e rischia di condurVi in un vicolo cieco, con un paralizzante immobilizzo del patrimonio cimiteriale disponibile che, come ampiamente noto, non è dilatabile all’infinito, per un’ovvia legge della fisica.
      In situazione di carenza di posti salma è un non senso consentire ancora la cosiddetta prenotazione del loculo quando si è ancora in vita, soprattutto con aspettative di vita anche molto lunghe. Si consiglia quindi di provvedere ad una revisione complessiva della Vostra disciplina locale sulle concessioni cimiteriali, per meglio razionalizzare lo spazio residuo.

      Per Legge (Art. 92 comma 1 DPR 10 settembre 1990) le concessioni cimiteriali debbono aver durata certa e limitata nel tempo (max 99 anni salvo eventuale rinnovo).

      L’atto di concessione presenta profili paracontrattuali, non è infatti, un semplice negozio giuridico di natura strettamente privatistica, da gestire in piena autonomia tra le parti, tuttavia comprende in sé anche aspetti civilistici tra cui una sorta di obbligazione di risultato, secondo questo schema: io comune ente di diritto pubblico concedente, e per tale ragione parte sovraordinata e dominante nel rapporto concessorio da instaurarsi concedo a te privato cittadino, in qualità di concessionario il diritto d’uso sulla sepoltura a sistema di tumulazione individuale e tu ti impegni a fruirne per il tempo successivo alla tua morte; siccome sarebbe da folli omicidi obbligare a morire i titolari dello jus sepulchri ancora vivi si innesca, come facilmente dimostrato, un circuito perverso il quale comporterà sempre più, se protratto negli anni, ad una cronica mancanza deficitaria di loculi.

      Sic stantibus rebus, cioè essendo comunque questa la realtà effettuale del Suo comune, tuttavia, si rammenta e si ribadisce come le concessioni cimiteriali possano (è una sola facoltà dell’Amministrazione e non un atto dovuto, giusto per non ingenerare nella cittadinanza false aspettative!) esser prorogate, (di solito una volta sola!) previo pagamento dei vigenti canoni concessori. La concessione si configura sempre come una sepoltura uti singuli, a titolo oneroso, altrimenti avremmo un ab-uso sulla stessa, cioè un uso sine titulo e legittimazione, pertanto nessun periodo di effettivo o anche solo potenziale uso deve rimaner scoperto dalla relativa tariffa, se l’ufficio della polizia mortuaria non vuole incorrere nella responsabilità patrimoniale per danno erariale di cui all’Art. 93 D.Lgs n. 267/2000.

      Se alla naturale scadenza della concessione (con data stabilita nell’atto di concessione) i famigliari del de cuius non vorranno assumersi gli ulteriori oneri per prolungare il rapporto concessorio sarà di rigore l’estumulazione ordinaria, ex Art. 86 comma 1 DPR 10 settembre 1990 n. 285 anche se saranno trascorsi meno di 20 anni di tumulazione stagna, il feretro una volta aperto ex art. 86 comma 2 e 75 comma 2 DPR n. 285/1990 sarà avviato ad inumazione in campo indecomposti per almeno altri 10 anni o cremato, con procedura aggravata siccome il defunto è ancora cadavere e non resto mortale, su istanza degli aventi diritto, se il regolamento comunale non prevede un diverso trattamento d’ufficio.

  18. Daniele

    Buongiorno, scrivo dalla regione Lazio. Si è presentato un caso per il quale vorremmo chiedere la vostra consulenza. Presso un loculo all’interno del nostro cimitero, 19 ( diciannove ) anni fa è stata tumulata la salma di un signore. Ora in questi giorni è deceduta la moglie. I figli, concessionari del loculo, vorrebbero inserire nel loculo la salma della madre, moglie del defunto tumulato, previa cremazione del padre defunto e tumulato in quel loculo da diciannove ( 19 ) anni. La durata delle concessioni dei loculi, presso il nostro comune, è di trenta ( 30 ) anni. Vorreemmo sapere se possiamo autorizzare l’estumulazione straordinaria, per procedere alla successiva cremazione o se dobbiamo attendere la scadenza del periodo legale di tumulazione, che se non ricordiamo male è di venti ( 20 ) anni. Rimaniamo in attesa di un vostro parere. Grazie.

    1. Carlo

      X Daniele,

      La Regione Lazio – fortunatamente –non è ancora intervenuta in materia di polizia mortuaria, se non per aspetti che esulano dal quesito proposto, quindi i principi guida da assumersi in tema di cremazione sono ancora quelli dettati dalla normativa statale immediatamente applicabile, ossia dall’Art. 79 DPR 10 settembre 1990 n. 285 o secondo un recente orientamento ministeriale, espresso con circolare n. 14991 del 30/05/2016 dall’Art. 3 Legge 30 marzo 2001 n. 130 che sarebbe ormai valevole su tutto l’intero territorio nazionale, a prescindere da eventuale norma locale d’implementazione.
      In ogni caso sia si segua il vecchio dettato del regolamento statale di polizia mortuaria sia si ottemperi fedelmente ai disposti della Legge n. 130/2001 (è solo un problema procedurale, interno al circuito della polizia mortuaria, che poco interessa al comune cittadino, se non per le forme in cui manifestare la volontà cremazionista rispettivamente al dirigente di settore (Art. 107 comma 3 lett. f) D.Lgs n. 267/2000 o all’Ufficiale di Stato Civile) è senz’altro possibile autorizzare la cremazione postuma di un cadavere, precedentemente tumulato, prima del decorso completo del periodo legale di sepoltura in loculo stagno fissata in anni 20 per effetto del DPR 15 luglio 2003 n. 254.

      Atto preliminare è l’autorizzazione all’estumulazione “straordinaria” ex Art. 88 DPR n. 285/1990. La procedura standard, sarà, comunque, quella aggravata, normalmente contemplata per la cremazione “ a caldo” di qualunque cadavere: sostanzialmente debbono emergere due elementi:

      L’uno, soggettivo, cioè la volontà di cremare il corpo (a questo punto sulle modalità in cui estrinsecare tale decisione si richiama la circolare Min. Interno 1 settembre 2004 n. 37, secondo cui il famigliare, nel silenzio del de cuius, in realtà formula alla pubblica amministrazione, quale semplice nuncius, un desiderio non proprio, ma maturato dal de cuius stesso, e riferito solo verbalmente ai più stretti congiunti di cui questi ultimi si fanno latori. Conformandoci a questo approccio ministeriale la richiesta di cremazione si sostanzierà in un atto sostitutivo di atto di notorietà sottoscritto dagli aventi diritto a pronunciarsi.

      L’altro tipicamente oggettivo ovvero l’esclusione anche solo del sospetto di morte violenta o peggio ancora dovuta a reato, in questo frangente, se ipoteticamente (ma è più un caso di scuola) fossero ancora in corso indagini della Magistratura occorrerebbe il nulla osta ex Art. 116 comma 1 D.Lgs 271/1989 rilasciato proprio dall’Autorità Giudiziaria. Le informazioni necessarie a fugare questi dubbi possono esser reperite o dalla scheda Istat (Art. 103 comma 1 sub. a) R.D. n. 1265/1934 ed Art. 1 DPR n. 285/1990, il cui esemplare dovrebbe esser custodito presso l’archivio della locale AUSL o, più difficilmente dal certificato necroscopico allegato ex post all’atto di morte, il cui fascicolo dovrebbe esser stato riversato presso la Prefettura. In effetti, 19 anni fa non era ancora in vigore l’attuale DPR n. 396/2000 sull’ordinamento di stato civile, il quale – oggi – prevede l’obbligo per il medico necroscopo, in sede di accertamento di morte, la segnalazione di possibili segni di morte violenta o cagionata da fatto delittuoso. Convengo su questo, a distanza di quasi vent’anni è altamente improbabile reperire il medico che firmò o il certificato necroscopico o la denuncia sulla causa di morte, affinchè produca agli atti l’attestazione di cui all’Art. 79 comma 4 DPR 10 settembre 1990 n. 285. Soprattutto per situazioni abbastanza risalenti nel tempo diventa assai complicato reperire questi dati, i quali, però, sono indispensabili per il perfezionamento dell’autorizzazione alla cremazione. Le soluzioni alternative sono poche, o pressochè nulle, l’extrema ratio è pur sempre rappresentata dall’esecuzione (pratica straziante e molto onerosa del riscontro diagnostico, da effettuarsi proprio quasi alla scadenza del periodo legale di sepoltura, e sull’opportunità di questa scelta di potrebbe lungamente ragionare!)

      Per il resto, sul problema della competenza geografica ad adottare il provvedimento si rinvia al paragrafo 14 della Circ. Min. 24 giugno 1993 n. 24 esplicativa del DPR 10 settembre 1990 n. 285.

      Interessante un’ultima osservazione: una volta assolti tutti questi adempimenti amministrativi, dovete individuare un impianto di cremazione abilitato a trattare i feretri costituiti dalla doppia cassa di legno e zinco, poiché ai sensi dell’art. 349 Cod. Penale non è legale aprire la bara (almeno prima del 20 anni di tumulazione stagna) infrangendo i sigilli di garanzia che furono apposti il giorno del funerale ai termini del paragrafo 9.7 Circ. Min. 24 giugno 1993 n. 24.

  19. ANNAMARIA

    Buonasera,
    scrivo per chiedere se potete fornirmi di un fac-simile fattura per un servizio funebre. Faccio confusione con l’iva.

    Grazie per la disponibilità

    1. Redazione Autore articolo

      X Annamaria
      Per un fax simile se è una impresa funebre si rivolga al suo commercialista

  20. Carlo

    X Sandra,

    ‘stamattina ho dimenticato, per pigrizia, giusto “qualche” postilla, poi i nostri posts si sono incrociati, quindi piglio lo spunto per qualche nuova osservazione, nella sincera speranza di non essere noioso o peggio ancora pedante.

    Titolo di questa risposta, al quesito testé proposto potrebbe esser: “ la circolazione mortis causa dei rapporti giuridici in via di formazione”. e bisogna, con molta fantasia ricostruttiva, attingere a nozioni di diritto privato.

    Allora: Con l’espressione “successione a causa di morte” si intende «il subentrare, alla morte di un individuo, di altra persona nella situazione giuridico-patrimoniale che aveva il defunto, anche nelle situazioni non necessariamente di tipo economico (Lo Jus Sepulchri è, infatti, diritto eminentemente personale, in cui la componente materiale di opere murarie ed arredi funebri è teleologicamente finalizzata e strumentale all’esercizio del dare o ricever sepoltura.

    L’interesse sullo sfondo di conferire certa e stabile titolarità di beni e relazioni giuridiche costituisce il substrato assiologico alla base del generale principio alla trasmissione dei rapporti già facenti capo del defunto ai suoi successori, fatta eccezione per quelli caratterizzati dall’intuitus personae, come appunto accade per le concessioni cimiteriali, il cui trapasso è regolato *solo* dall’eventuale istituto del subentro, normato esclusivamente, dal regolamento municipale di polizia mortuaria.

    I caratteri della fungibilità e dell’infungibilità dispiegano le più prossime conseguenze proprio con riferimento alla circolazione mortis causa delle situazioni giuridiche soggettive. Infatti, diversamente dalle situazioni giuridiche ad appartenenza plurima variabile, le situazioni organicamente avvinte ad un determinato titolare (cd. situazioni intuitus personae) non possono formare oggetto di vicenda successoria, in quanto, originandosi nell’interesse esclusivo di un soggetto, si estinguono al venir meno dello stesso.

    Per converso accade che la trasmissione a causa di morte delle posizioni contrattuali non intuitus personae sia un fenomeno naturale, al contempo necessario, laddove si consideri che, in assenza di un meccanismo di subentro – ope legis-ope voluntatis – dell’erede al defunto, i rapporti giuridici facenti capo a quest’ultimo sarebbero destinati a rimanere senza titolare, con inevitabili incertezze sui traffici giuridici.

    Un sicuro indice sistematico capace di suffragare tale conclusione può essere tratto dall’attento orientamento che ha compiuto, nel prisma di una interpretazione sistematico- assiologica, un’opera di sistemazione delle singole prescrizioni che sanciscono la intrasmissibilità agli eredi della posizione contrattuale del defunto. Attraverso la leva metodologica dell’assiologia, si è distinto a seconda che la intrasmissibilità a causa di morte dipenda da un interesse “inerente ora alla persona del titolare, ora a una o ad entrambe le parti, ora agli eredi o alla parte contraente superstite, ora a una dimensione di portata più generale. In primo luogo, l’inerenza dell’interesse alla persona del titolare esclude la successione nella posizione attiva dei diritti di personalità, tra cui si annovera, appunto, lo Jus Sepulchri come diritto d’uso, proiettato nell’oscuro post mortem, su di un manufatto cimiteriale.

    …E per i rapporti negoziali ancora in via di formazione?

    Una volta delineata la regola generale della trasmissibilità agli eredi dei contratti già facenti capo al defunto, ferma la diversa sorte dei rapporti intuitus personae, bisogna stabilire, in medias res, come il medesimo principio si atteggi quando la vicenda successoria investa i rapporti negoziali ancora in corso di perfezionamento e quelli preliminari a parziale indeterminatezza soggettiva.
    In linea generale, può rilevarsi che una delle peculiarità del concetto di successione, che vale a differenziarlo da quello di trasferimento risiede proprio nel fatto che il primo, non già il
    secondo, può avere ad oggetto rapporti in via di formazione. La vicenda successoria si collega in questa caso «ad un rapporto giuridico, il quale tuttavia non è preso in considerazione come rapporto in atto, ma come rapporto in potenza ». Quest’ultima affermazione, al di là degli svolgimenti riflessivi successivi, merita fin da subito di essere precisata. Se la morte di un contraente interviene quando il procedimento di formazione della fattispecie negoziale è ancora incompleto, e non sono ancora insorti effetti giuridici preliminari, il processo di formazione della fattispecie rimane definitivamente interrotto, in quanto l’erede non può subentrare in elementi di mero fatto. E difatti, se l’intesa da raggiungere fra le parti è ancora largamente incompleta, non coprendo ancora gli elementi essenziali, sarebbe del tutto distonico ritenere trasmissibile per successione frammenti instabili di un potenziale accordo che allo stato non esprima alcuna seria volontà impegnativa. Laddove, invece, la morte intervenga quando l’intesa abbia cominciato a coprire almeno gli elementi essenziali, ed ha così determinato una situazione giuridica soggettiva prodromica – al rapporto giuridico che sorgerà quando il soggetto titolare della situazione stessa l’avrà esercitata – allora il processo di formazione della fattispecie non rimane interrotto. IL successore, in questo caso, subentra al de cuius nella titolarità della posizione giuridica preliminare alla quale costui già partecipava, salvo trattarsi di una situazione strettamente inerente alla persona di quest’ultimo.

    È chiaro che l’avente causa non può subentrare in elementi di mero fatto, ma può succedere in situazioni preliminari rispetto alla costituzione di un rapporto. I presupposti della successione mortis causa sono, in questo caso, la esistenza di una situazione giuridica soggettiva preliminare, nella quale l’erede subentra; il requisito della patrimonialità del rapporto, quale condizione essenziale affinché la successione si verifichi e l’esclusione della natura strettamente personale dello stesso.

    La concessione cimiteriale presenta aspetti para-contrattuali, poichè non è mai un comune contratto di diritto privato gestibile in piena autonomia.

    Dunque…alla fine della fiera e proprio per esser formalisti (sì…alla formaldeide che è liquido antiputrefattivo tanto caro a noi indomiti beccamorti!) la morte della signora richiedente avvenuta prima della stipula dell’atto concessorio a rigor di logica avrebbe dovuto determinare l’improcedibilità nel rilascio della concessione per mancanza di una parte dello stesso costituendo rapporto concessorio, se però gli aventi causa del de cuius per facta concludentia hanno versato il corrispettivo del canone di concessione e ottenuto la tumulazione del de cuius stesso nel quarto loculo disponibile, mostrando volontà inequivocabile ad addivenire titolari della concessione ancora allo stato latente si ritiene si sia realizzato una sorta di subentro, ma il Vostro Regolamento Comunale di Polizia Mortuaria, purtroppo, non considera questo istituto la sciando così un alone d’incertezza difficile da dissipare.

    Ripeto: secondo la normativa di settore lombarda (testo Unico Leggi Sanitarie Regionali n. 33/2009 in cui è stata trasfusa la vecchia legge n. 22/2003 sulla polizia mortuaria) una concessione può esser fatta al momento stesso del decesso e non deve necessariamente preesistere rispetto all’effettivo uso dei posti feretro, come, invece, richiesto dall’Art. 50 D.P.R. n. 285/1990.

  21. Daniele

    Buongiorno, scrivo dalla Regione Lazio. Vorrei sottoporre al vostro parere una questione che si è presentata nel nostro cimitero. Ci sono delle aree cimiteriali per le quali è stata assegnata la concessione perpetua prima del 1975. Ora in queste aree alcuni concessionari non hanno ancora edificato alcuna Cappella Gentilizia ne Tomba familiare. Alcuni dei concessionari inoltre sono deceduti. Come ci si deve comportare in questi casi? Possiamo applicare l’esercizio del subbentro all’erede più prossimo, stipulando una nuova concessione non più perpetua, che impegni il subbentrante alla costruzione del sepolcro entro una data stabilita? E in questo caso come andrebbe gestito il diritto alla sepoltura? Nel caso nessun erede intenda costruire il sepolcro nei termini stabiliti dalla nuova concessione, è possibile revocare la stessa e far riaquisire l’area al patrimonio comunale?

    1. Carlo

      X Daniele,

      Non solo è possibile, ma è sin anche doveroso che il Comune riacquisisca il pieno possesso delle area date in concessione e non usate, è il primo principio di una buona e seria politica cimiteriale.

      Io, poi, non mi complicherei oltremodo la vita con un ricorso cervellotico ed “obliquo” all’istituto del subentro (http://www.funerali.org/cimiteri/la-morte-del-concessionario-e-listututo-del-subentro-7523.html) ( “a tutti i costi”, il quale – è bene ribadire il concetto – è normato dal solo regolamento comunale di polizia mortuaria, poiché nella disciplina quadro statale manca ogni riferimento a questa fondamentale figura, in tutte le sue poliedriche articolazioni.

      Il subentro, in ogni caso, salva diversa previsione contenuta nell’atto concessorio, al momento della sua stipula,, trattandosi lo Jus Sepulchri di diritto reale, patrimoniale, ma soprattutto personale, è sempre jure coniugii e jure sanguinis, e mai jure haereditatis (la posizione successoria di erede attiene unicamente a beni di rilevanza economica, come potrebbe, appunto accadere per le obbligazioni di manutenzione inerenti al sepolcro, ma in questo caso spogliate del diritto d’uso.), sempre che il sepolcro, sin dalla sua fondazione avesse carattere famigliare e non ereditario, altrimenti la situazione si complicherebbe ancora di più. In effetti, dopo oltre 40 anni dall’avvenuta concessione, molti titolari della stessa potrebbero esser deceduti, e bisognerebbe, per il locale ufficio della polizia mortuaria, prodigarsi in lunghe e laboriose ricerche anagrafiche (DPR 30 maggio 1989 n. 223 e Legge n.1228/1954, le quali potrebbero anche riuscire infruttuose, perchè non necessariamente l’eventuale erede è anche e sempre un congiunto del de cuius, ma a questo problema si potrebbe ovviare esaminando le dichiarazioni di successione.

      E’da notare come per la Cassazione il sepolcro famigliare si tramuti in ereditario, all’estinguersi della rosa di persona in rapporto di parentela con il fondatore della cappella gentilizia, con effetto ambiguo, almeno per parte della dottrina: non è, infatti, chiaro se l’erede, (rectius: l’onerato) in quanto tale assuma solo gli obblighi manutentivi ab origine a carico del primo concessionario e dei suoi aventi causa, o divenga a sua volta concessionario pleno jure acquistando per sé stesso il diritto di sepolcro, inteso nella duplice facoltà di esser sepolto o dar sepoltura in quella tomba (per i loculi residualmente disponibili ex Art. 93 comma 1 II Periodo DPR 10 settembre 1990 n. 285….se non c’è più posto, lo Jus SEpulchri spira ex se e chi prima muore meglio alloggia! )
      Ci sono due soluzioni validamente esperibili, meglio se contemplate, per gli aspetti di dettaglio, nel vigente regolamento municipale:

      1) L’Art. 92 comma 3 del D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285 – recante l’approvazione del regolamento statale di polizia mortuaria – pare proprio delineare a carico del concessionario un’obbligazione di risultato in base a questi semplici passaggi: concessione di area –> edificazione del sepolcro –> tumulazione degli aventi diritto secondo ordine, solitamente, di premorienza –> mantenimento dell’edificio in solido e decoroso stato per tutta la durata della concessione, laddove l’elemento del fabbricato (= opere murarie ed apposizione delle suppellettili funebri, come lapidi ed arredi, rappresentano un sostrato materiale ontologicamente funzionale all’esercizio dello Jus Sepulchri (= dare sepoltura alle spoglie mortali delle persone portatrici, in vita, del diritto di sepolcro). Orbene il ritardo ingiustificato, o peggio ancora la volontaria omissione, nella costruzione della tomba che possano integrare la fattispecie del “NON USO”irresponsabile si configurano come il più classico esempio di fatto-inadempimento il quale conduce alla dichiarazione di decadenza. MI spiego meglio se qualcuno non muore non gli può certo esser imputata responsabilità alcuna, ma se per, appunto, facta concludentia gli aventi diritto all’atto del loro exitus vengo tumulati altrove si evince un preciso animus di non fruire più di quel determinato spazio sepolcrale oggetto di concessione.
      La motivazione è semplice: il patrimonio cimiteriale non è dilatabile all’infinito ed il Comune non può tollerare più di tanto un’occupazione di superficie, fine a sè stessa, non destinata all’effettivo accoglimento dei defunti. Tra l’altro l’avvio della procedura di decadenza-sanzionatoria (comunicazione agli interessati con apposita notifica, adozione del provvedimento, esecutività dello stesso, secondo il dettato della Legge n. 241/1990) permetterebbe di far emergere la volontà o meno dei concessionari a mantenere la titolarità della concessione e finalmente provvedere ad erigere il sepolcro.

      2) Ormai, in via amministrativa, si ritiene pacificamente versante in stato d’abbandonato un sepolcro ex Art. 63 comma 2 D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285 o per incuria (http://www.funerali.org/cimiteri/lo-stato-di-abbandono-del-sepolcri-percorsi-giurisprudenziali-e-regolamentari-di-definzione-45924.html) o per morte degli aventi diritto, quando siano decorsi almeno anni 20 dalla scomparsa (si badi bene dalla morte e non dalla sepoltura) dell’ultimo titolare, senza che, naturalmente, vi sia stato subentro.

      In ambedue i casi il lotto di terreno cimiteriale rientra d’imperio nella disponibilità del Comune ed esso potrà riassegnarlo nelle modalità e con i tempi definiti dal regolamento comunale di polizia mortuaria.

    2. Sandra

      Buongiorno Carlo, siamo una partecipata di un Comune nella Regione Lombardia.
      Vorrei un Suo parere in merito a questo situazione: la concessionaria di una tomba giardino è deceduta prima della firma dell’atto di concessione. Precisato che il nostro Regolamento non contempla il subentro, ma il diritto d’uso della sepoltura avviene automaticamente trasmesso all’erede successore senza atti formali, chiedo se secondo Lei il contratto devo lasciarlo intestato alla richiedente e farlo firmare all’erede specificando la sopraggiunta morte, oppure devo rifarlo intestandolo direttamente all’erede.
      Grazie.

      1. Carlo

        X Sandra,

        1) buona festa dell’Assunzione di Maria Santissima…cioè, più prosaicamente, buon ferragosto, almeno per chi è in ferie e non in ufficio a lavorare!

        2) senza il “regolare atto di concessione” (formula aulica, ma sempre molto efficace!) di cui all’Art. 98 D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285 – recante l’approvazione del regolamento statale di polizia mortuaria (per questi aspetti concessori pienamente valido anche in Regione Lombardia!) non sussiste proprio il rapporto concessorio da cui origina lo Jus Sepulchri.

        3) La concessione è atto d’imperio, tipicamente unilaterale, adottato dall’Ente concedente cui si accompagna sovente la cosiddetta convenzione, cioè la componente bilaterale e meramente contrattuale dove le parti contraenti stabiliscono le rispettive obbligazioni sinallagmatiche, con reciproci diritti e doveri; pertanto senza la stipula del regolare atto di concessione (che ha natura para-contrattuale, in quanto non è gestibile in piena autonomia tra le parti come un qualunque altro negozio patrimoniale di diritto privato) non è possibile, per il privato vantare diritti su porzione di area o di edificio cimiteriale, soggetto, ab origine, al regime dei beni demaniali (Artt. 823 e 824 comma 2 Cod. Civile).
        4) La concessione, rogata dal segretario comunale ex Art. 97 comma 4 Lett. c) D.Lgs n. 267/2000 o nella forma della scrittura privata (Art. 107 comma 3 lett. f) D.Lgs n. 267/2000), registrabile in caso d’uso, se non è ancora stata perfezionata con la duplice sottoscrizione dell’atto tra le parti, mi pare molto difficile possa esser intestata ad un soggetto già deceduto (come si fa a far firmare i morti???), in quanto con la morte cessa la capacità giuridica, di conseguenza, in modo quasi surrettizio, avreste attuato una sorta di voltura nella titolarità della stessa.

        4) Con sommo e sublime orrore continuo a leggere di eredità sulla concessione cimiteriale, in realtà è un errore assai diffuso, pure tra gli addetti ai lavori, per diradare e dissipare ogni dubbio a tal proposito, rammento questa fatto: la posizione di erede attiene unicamente a questioni patrimoniali, legate al trapasso mortis causa delle sostanze del de cuius, mentre l’unica forma legale di successione nelle concessioni cimiteriali è rappresentata dall’istituto del subentro, così tanto “aborrito”, almeno formalmente, dal Vostro Regolamento Municipale.

        5) Se non c’è subentro l’assetto del sepolcro, con relativi diritti di gestione, rimane tale e quale quello solennemente delineato alla fondazione del sepolcro, senza più la possibilità di dilatare lo jus sepulchri in capo a nuovi soggetti, per default, così opererebbe l’Art. 93 comma 1 D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285 quando definisce la “Lex Sepulchri”, ossia rosa delle persone portatrici, in vita, dello jus sepulchri, le pone su un livello di pari ordinazione/legittimazione a fruire della tomba, in proiezione del loro post mortem, lasciando alla naturale cronologia degli eventi luttuosi (premorienza) il compito di stabilire l’accesso delle salme al sepolcro stesso, sino alla saturazione fisica dello spazio ricettivo (chi prima muore…meglio alloggia, finchè c’è posto!) oltre la quale lo stesso Jus Sepulchri spira ex se, divenendo non più esercitabile.

        6) Il subentro, non è certo il male assoluto, ma è pur sempre una scelta di alta politica funeraria, lo reputo, personalmente, una sorta di procedimento a geometria variabile tale da permettere il costante aggiornamento nella titolarità delle concessioni, anche e soprattutto ai fini dell’imputazione degli eventuali oneri manutentivi, poi, incidentalmente si possono porre altri problemi (concessionario fisso o scorrevole, estensione pleno jure dello jus sepulchri anche ai subentranti, o per converso, restrizione di quest’ultimo (salvo che per le obbligazioni manutentive) solo all’originario fondatoree d alla di lui famiglia….) che gli aficionados di questo blog, nel corso degli anni, hanno imparato ad apprezzare.

        A mio avviso la procedura corretta, quindi, è la sottoscrizione dell’atto concessorio da parte dei discendenti/aventi causa della signora nel frattempo scomparsa.

        1. Sandra

          Sì Carlo, so bene che il termine erede era improprio, naturalmente intendevo il successore avente diritto, che nel caso specifico, essendo unico parente, dal punto di vista patrimoniale era anche erede.
          Comunque, chiarito ciò, se ho ben capito. procederei con la stipula di un nuovo contratto di concessione della sepoltura al discendente/avente causa, citando in premessa che la sepoltura era stata richiesta dalla signora X e che nel
          frattempo la signora è deceduta.
          Ho la sua approvazione?
          Grazie infinite..

          1. Carlo

            X Sandra,

            Erede o discendente avente titolo? Vabbè, tutto risolto ed è meglio così, tengo molto alla separazione semantica e funzionale tra queste due posizioni attorno cui ruotano differenti diritti soggettivi ed interessi legittimi , e poi si sa…repetita juvant!

            Comunque:

            1) Ma la signora nel frattempo deceduta aveva già firmato atti preliminari (…una sorta di precontratto o solo un’istanza volta all’ottenimento della concessione) rispetto alla vera e propria stipula dell’atto di concessione? Chiedo ciò perché (mea culpa, ben inteso!) non mi è ancor chiaro se il rapporto giuridico sia già stato posto in essere, magari in modo ancora latente, o al contrario, non si sia ancora perfezionato.
            2) Nel primo caso avremmo una semplice voltura nella titolarità della concessione (= subentro) , nel secondo, invece, sorgerebbe un rapporto concessorio del tutto nuovo, con il discendente/aventi diritto (rispetto al de cuius) quale intestatario della costituenda concessione, ancora da rogare ufficialmente, sempre che l’avente causa in questione sia ancora interessato alla concessione della tomba giardino.
            3) E’importante definire attentamente nell’atto di concessione la figura del concessionario (persona vivente!) siccome è rispetto a quest’ultimo che si formerà la cosiddetta “riserva” ex Art. 93 comma 1 D.P.R. 0 settembre 1990 n. 285 ossia la rosa di soggetti (solitamente i famigliari se il sepolcro è gentilizio e fondato sibi familiaeque suae, ma potremmo avere anche la fattispecie – marginale – del sepolcro ereditario sibi haeredibus suis) portatori dello jus sepulchri primario, ossia del diritto di dare o ricever sepoltura.
            4) La procedura da Lei delineata mi pare corretta e secundum legem.
            5) Sarebbe quasi paradossale che la signora oggi scomparsa non potesse trovar degna sepoltura nella tomba da lei stessa fortemente voluta, ecco quindi l’opportunità (ma è una scelta discrezionale e massimamente “politica”, in sede di istituzione della Lex Sepulchri, ovvero della famosa “riserva”) di estendere a quest’ultima lo jus sepulchri , tuttavia – ripeto il concetto – non si tratta di un elemento squisitamente di diritto.

          2. Sandra

            Dunque Carlo, la signora richiedente e ormai defunta, aveva sottoscritto la richiesta di concessione per una sepoltura 4 posti, ai fini della traslazione da altra sepoltura nella nuova, dei genitori e successivamente vi abbiamo tumulato anche la sorella. il quarto posto era per se stessa. E al momento del decesso l’abbiamo infatti tumulata nell’ultimo posto rimasto libero.
            La signora aveva sottoscritto la richiesta della concessione impegnandosi al pagamento. Il pagamento è stato eseguito.
            Il contratto, che viene redatto dopo il pagamento, è stato preparato e già sottoscritto da parte nostra. Purtroppo la signora non ha fatto in tempo a firmarlo perchè non riuscivamo a contattarla, tra l’altro non sapendo nemmeno che da tempo fosse ammalata. Poi abbiamo avuto la notizia del suo decesso. A quel punto ho ritenuto procedere con la tumulazione, il caso contrario come dice Lei, sarebbe stato paradossale.

  22. Davide

    Buongiorno, sono titolare di una ditta individuale di commercio al dettaglio di articoli cimiteriali e di un’agenzia d’affari per disbrigo pratiche (non ho l’impresa di onoranze funebri).
    Nel comune dove risiedo “mi hanno promesso” la gestione del cimitero con tutti i doveri e oneri (esumazioni, inumazioni, tumulazioni, custodia e pulizia, etc…). Premesso che sto frequentando il corso per operatore cimiteriale, il comune vuole anche che sulla visura camerale sia aggiornata l’attività gestione cimiteriale, esumazioni etc…. Come devo procedere ai fini amministrativi? Devo predisporre la scia al comune e poi attivarla alla camera di commercio? Grazie a chi risponderà.
    Davide

    1. Redazione Autore articolo

      x Davide.
      I titoli in suo possesso non possono consentire l’affidamento del servizio alla sua ditta.
      La promessa del Comune è un non senso, visto che il Comune è tenuto a fare o una gara per l’affidamento del servizio o una indagine conoscitiva di mercato se l’importo è sotto un acerta soglia economica variabile in relazione al regolamento comunale (per dimensione demografica, in genere).
      Sicuramente occorre che faccia variare in Camera di commercio l’oggetto della propria attività estendendolo a lavori cimiteriali.
      Per quanto riguarda le procedure esatte si rivolga alla sua Camera di Commercio.

      1. Davide

        La ringrazio per la risposta. Stiamo parlando di un comune di 1100 abitanti, per cui non occorre gara. La camera di commercio mi ha risposto che occorre scia, il suap del comune dice che non può fare scia, chi ha ragione?
        Cosa intente poi per i titoli in mio possesso non possono consentire l’affidamento? La gestione del cimitero non può essere affidata a chi ha come me un negozio di commercio al dettaglio o un’agenzia d’affari? o si riferisce solo ai titoli personali?
        Grazie

        1. Redazione Autore articolo

          X Davide. Ribadiamo che è necessario che in camera di commercio sia registrato per la sua attività il codice ateco corrispondente ad attività cimiteriale X operazioni cimiteriali.

  23. Enrico

    Savle, scrivo dalla taoscana provincia di Firenze. Di recente un amico di famiglia è venuto a mancare e ha nominato me erede universale mediante testamento olografo; Il testamento risulta valido. La salma è stata inumata quindi, secondo la prassi, tra 10 anni si procederà ad esumazione e seppellimento in ossario comure. La persona non aveva figli, genitori o coniuge ma solo parenti alla lontana (nello specifico mi risulta ci siano 2 cugine in vita e relativa prole). Vorrei sapere se, in qualità di erede, posso decidere io sul destino delle spoglie (se collocarle in ossario comune, cremazione, ossario privato eccetera). Vorrei inoltre sapere se posso estendere tale diritto anche sulle salme dei genitori della persona morta.

    Distinti saluti

    1. Carlo

      X Enrico,

      lo jus sepulchri (= dare e ricever sepoltura) così come ogni ulteriore atto di disposizione su salme, cadaveri, resti mortali ossa o ceneri è diritto personale, seguendo assolutamente la regola dello jus coniugii e, in subordine dello jus sanguinis, mentre la posizione di erede attiene solo alle questioni di trapasso mortis causa, del patrimonio del de cuius.

      L’Art. 85 comma 2 del Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria approvato con DPR 10 settembre 1990 n. 285 a proposito della destinazione delle ossa provenienti da esumazione ordinaria, tuttavia, ragiona semplicemente e con grande lungimiranza in termini di soggetti interessati a fornir loro una nuova sistemazione privata e dedicata (= tumulazione in loculo o celletta ossario); quindi: possiamo concludere che la legittimazione a decidere sorga sempre jure coniugii o jure sanguinis, e queste due fonti prevalgono sempre ,ma nel silenzio o peggio ancora nel disinteresse manifesto dei congiunti, il legislatore vede, parimenti, con favore anche gli atti di liberalità = sostanzialmente Lei potrà autonomamente provvedere a sostenere, in forza di un vincolo morale, affettivo o di amicizia, le obbligazioni inerenti alle operazioni di esumazione e ricollocazione delle ossa rinvenute in apposito tumulo. In caso di conflitto (ipotesi remota?) prevarrà pur sempre la volontà degli aventi titolo a pronunciarsi jure sanguinis o jure conugii.

      1. Enrico

        l’ipotesi di conflitto è remota ma concreta. Una delle 2 sorelle mi ha mandato una lettera nella quale manifesta esplicitamente il suo disinteresse (sarà mia premura farla vedere a chi di dovere per stabilire la validità del suo disinteresse manifesto). Se ciò risultasse valido potrei cercare di contattare anche l’altra sorella e farmi scrivere una sorta di nulla osta.

        L’ipotesi più probabile tuttativa è che, quando sarà il momento neanche loro saranno più su questa terra quindi questo onere passerà automaticamente ai loro figli. Se le 2 sorelle, essendo ancora in vita, manifestano in forma scritta il loro disinteresse i loro figli e nipoti possono comunque interferire con una mia decisione?

        Un’ultima domanda: saranno gli addetti del cimitero a ricercare i parenti tra 10 anni (escludendo quindi me dalla convocazione) oppure la richiesta di esumazione è un atto che deve fare un congiunto del defunto?

        1. User necroforo

          X Enrico,

          il disinteresse si configura tale, nel procedimento amministrativo di polizia mortuaria quando:

          1) sia dimostrato l’animus degli aventi titolo di “fregarsene” bellamente, nonostante ripetuti avvisi o richiami a provvedere.
          2) manchino coniuge superstite o famigliari sino al sesto grado di parentela.

          Il disinteresse deve esser manifestato all’ufficio della polizia mortuaria, non tra privati, perché sarebbe irrilevante.

          Lo Jus Sepulchri jure sanguinis è assoluto ed imprescrittibile, quindi figli e nipoti delle due sorelle potrebbero entrare in conflitto con Lei solo laddove essi decidessero, imponendosi in ogni caso, per una diversa sistemazione delle ossa, ma data la rarefazione nei rapporti di parentela l’ipotesi appare quanto meno remota. Tra il disinteresse ed un atto di disposizione in termini di liberalità prevale sempre quest’ultimo, anche perché l’ordinamento giuridico tutela il sentimento di pietas verso i defunti e la pia pratica sepolcrale.

          Allo scadere dei 10 anni d’inumazione in campo comune l’amministrazione cittadina procede D’UFFICIO all’esumazione ordinaria, dandone opportuna pubblicità notizia, pertanto, quando sarà il momento le converrà attivarsi unilateralmente e motu proprio per ottenere con atto di liberalità (senza cioè essere a ciò obbligato) una nuova sepoltura privata e dedicata (= tumulazione) per i resti ossei esumati, con la spontanea assunzione dei relativi oneri.

  24. Roberta

    Buonasera. Non so se potete rispondere al mio quesito. Mio nonno costruì una cappella di famiglia. A lui sono succeduti 6 figli, i quali hanno suddiviso le spese di manutenzione nel tempo. Morti i 6 figli(tra cui mio padre), le successive spese di manutenzione devono essere divise sempre per 6 o per il numero di eredi ora viventi(vale a dire i figli dei figli?)
    Grazie

    1. Carlo

      X Roberta,

      Gli eredi, in senso tecnico, vengono – solo – ad assumere le obbligazioni patrimoniali di cui all’art. 63 del regolamento nazionale di polizia mortuaria approvato con DPR 10 settembre 1990 n. 285, ma non certo diritti personali, quali sono il titolo all’accoglimento nel sepolcro.
      il D.P.R. 285/1990, all’art. 63, prevede espressamente che ai concessionari spetti l’obbligo manutentivo dei manufatti sepolcrali da loro realizzati su area avuta in concessione e che permangono nella loro proprietà (anche se con vincolo di destinazione e funzionale all’esercizio del diritto di sepolcro). Il comma 2 dell’art. 63, prevede che, alla morte di avente diritto (cioè di concessionario) gli obblighi manutentivi vadano posti in carico alla famiglia del concessionario. Ma, essendo la tomba un bene di proprietà del concessionario, questa proprietà dovrebbe seguire la suddivisione ereditaria (ordinariamente legittima, salvo diversa volontà successoria), eccetto espressa e scritta rinuncia sia alla sepoltura sia alla proprietà.

      Il frazionamento nella titolarità della concessione, tra i soggetti di pari grado legittimamente subentrati all’originario fondatore del sepolcro produce una particolare forma di comunione, solidale ed indivisibile, con questa logica conseguenza: tutti essi, nel caso di pluralità, sono obbligati in solido ex Art. 1292 Cod. Civile.
      In questa direzione si è sempre pronunciata la giurisprudenza, secondo la quale lo Jus sepulchri familiare si differenzia dalle ipotesi di ordinaria comunione per alcune condizioni fondamentali: la mancanza della quota come titolo per partecipare alla comunione stessa, l’assoluta indisponibilità inter vivos o mortis causa e l’imprescrittibilità ed irrinunciabilità del diritto del singolo partecipante. In buona sostanza paga chi sia succeduto al fondatore primitivo, tramite l’istituto del subentro, nell’intestazione della cappella privata e gentilizia.

      1. Roberta

        …In buona sostanza paga chi sia succeduto al fondatore primitivo, tramite l’istituto del subentro, nell’intestazione della cappella privata e gentilizia.

        E quindi, nello specifico, io dovrò pagare un sesto delle spese, oppure la quota che sarà esattamente uguale a quella degli altri cugini succeduti ai padri defunti?

        Mi sovviene altro quesito: non è possibile ricorrere ad una divisione dei loculi(un tot diviso i sei rami familiari)? Se no, chi ha diritto ad essere sepolto, a parte i discendenti ius sanguinis? Anche le mogli dei cugini?
        Grazie

        1. Carlo

          X Roberta,

          1) A questo punto sono i figli (tra cui Lei) dei figli dell’originario fondatore del sepolcro (Suo nonno) a subentrare nella titolarità del manufatto funerario, in una sorta di comunione solidale ed indivisibile, ed a sostenere di conseguenza le relative obbligazioni patrimoniali di manutenzione dell’edificio funerario. In tal caso abbiamo un ulteriore spacchettamento in parti eguali tanto dello jus sepulchri (= dare e ricever sepoltura) e del diritto sul sepolcro in sé attinente alla componente materiale della tomba (= sostanzialmente le opere murarie e le suppellettili funebri quali arredi ed oggetti votivi sempre funzionali all’esercizio del diritto di sepolcro il quale, non dimentichiamo, è diritto personale o sin anche personalissimo).

          2) Comprensibilmente, l’impiego dei posti feretro residuanti ed ora disponibili, sarà decretato dall’ordine (non preconizzabile, ma comunque certo!) di … riempimento in base alla cronologia degli eventi luttuosi, sempre nell’ottica del massimo volume ricettivo della tomba, insomma cronologia se non c’è materialmente spazio per immettere nuovi feretri nel tumulo il diritto di sepolcro si esaurisce ex se e chi prima muore…meglio alloggia! La questione posta è un po’ complessa, siccome, in linea di massima, dovrebbe sussistere nella titolarità della concessione tra più persone una comunione indivisibile, anche se possano esservi “regolazioni” pattizie tra diversi soggetti (regolamento su cosa comune ex art. 1106 Cod. Civile?), sempre se ed in quanto dichiarate ammissibili o consentite dal Regolamento comunale. In tale ipotesi, l’utilizzo, pro-indiviso, si verifica in conseguenza di fattori esterni alla volontà degli interessati, cioè all’evento del decesso di persone aventi diritto, in quanto concessionarie o appartenenti alla famiglia del concessionario, e fino al raggiungimento della saturazione del sepolcro stesso. È tradizione che vi sia una sorta di divisione dei posti in base alla quota di proprietà del sepolcro, ma questo non è elemento di diritto. Fermo restando il necessario rinvio al Regolamento comunale (che, in questi casi, senza mai dimenticare l’art. 117 comma 6 III Periodo Cost. assume/svolge un ruolo importante, quando non assoluto), potrebbe – forse – anche riuscire comprensibile un intervento giudiziale di “regolazione”, del diritto di sepolcro; qualora il giudice acceda a questa tesi detto frazionamento, per altro, comporterebbe una sorta di compressione dei diritti di ciascuno degli altri soggetti interessati, venendosi così ad alterare il postulato per cui il titolo ad essere sepolti andrebbe ponderato in occasione del suo immediato utilizzo, in base al combinato disposto tra il regolamento comunale di polizia mortuaria e l’atto di concessione.

          1. Roberta

            Molto gentile, grazie.
            L’unico dubbio che mi rimane è se le mogli dei discendenti hanno diritto per appartenenza alla famiglia oppure no…
            E seppure il regolamento comunale lo consentisse, una divisione dei loculi per ramo familiare si potrebbe avere solo con il consenso della maggioranza dei soggetti, giusto?
            Buona serata

          2. Roberta

            Aggiungo che il regolamento comunale tace in proposito.
            Dubbio un po’ ingenuo, probabilmente: tre fratelli di mio padre hanno avuto ciascuno 3 figli, da là svariati nipoti, io invece sono figlia unica. Non ho alcun diritto in termini di discendenza(se non c’è suddivisione condivisa di loculi per ramo familiare), pur dovendo pagare lo stesso importo di chi ha già ed avrà riservati molti loculi…

          3. Carlo

            X Roberta,

            Si invita, per risolvere positivamente il caso in esame, a scrutinare con estrema attenzione le clausole dell’atto concessorio da leggersi a rime parallele con i disposti del regolamento comunale di polizia mortuaria (meglio quello attualmente vigente, perché eventuali discriminazioni di genere,, all’epoca consentite, sotto l’imperio del Cod. Civile di epoca fascista, sarebbero comunque nulle di diritto, in quanto superate dalla riforma, nel 1975 del diritto di famiglia.

            Data la voluta genericità del primo comma dell’art. 93 del Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria, (DPR 10 settembre 1990 n. 285) la definizione della rosa delle persone da considerarsi come appartenenti alla famiglia del fondatore è rimessa al regolamento comunale di polizia mortuaria. Ciò dà modo ai comuni di utilizzare tale individuazione come strumento di gestione del cimitero e di rispondere alle esigenze locali. La regolamentazione dell’ente costituisce così la fonte sostanziale e centrale per ogni definizione di “famiglia” del concessionario (se non diversamente stabilito tra gli aventi titolo).
            Sul punto la giurisprudenza comunemente afferma, anche nel rispetto del significato semantico generalmente usato ed accettato, che la famiglia è costituita da un nucleo sociale formato da persone del medesimo sangue o legate tra loro da vincoli di matrimonio, ivi comprese quelle di sesso femminile, che, ancorché coniugate e con diverso cognome, fanno parte del nucleo familiare, salva l’eventuale contraria volontà del fondatore, al quale è riconosciuta la facoltà di ampliare o restringere la sfera dei beneficiari del diritto.
            Infatti, il criterio stabilito dalla regolamentazione comunale può non utilizzarsi o per espressa scelta dello stesso fondatore, che può individuare nell’atto di concessione un diverso ambito familiare (purché nei limiti del rapporto di consanguineità) o anche la destinazione del sepolcro a persone predeterminate, o per il fatto che il sepolcro non si presta ad accogliere un numero di feretri sufficiente per tutti i discendenti
            Se manca invece l’indicazione dei destinatari della tomba familiare, in base a norme consuetudinarie viene riconosciuto il diritto ad esservi seppelliti al coniuge, a tutti i discendenti maschi del fondatore per linea maschile e loro mogli, alle discendenti femmine per linea maschile, con l’esclusione in ogni caso dei mariti delle discendenti femmine e dei collaterali, anche se fratelli del fondatore, a meno che, limitatamente però a questi ultimi, il fondatore sia morto senza figli o altri discendenti.
            In particolare, per quanto riguarda i coniugi dei discendenti giova ricordare la seguente decisione (Trib. Catania, sez. III, 9 marzo 2005, in Giur. Aetnea, 2005, 2): “Nel caso di sepolcro familiare, non può ritenersi esaustivo il riferimento al concetto di discendenza fatto dal disponente, dovendosi attribuire rilievo anche al rapporto di coniugio tra il discendente ed il proprio consorte, dal quale sono nati altri discendenti, in capo ai quali va sicuramente riconosciuto il diritto alla sepoltura, proprio perché su tale rapporto giuridicamente e socialmente riconosciuto si fonda l’istituto della famiglia legittima. Negare al coniuge del discendente il diritto ad essere sepolto nella cappella di famiglia del proprio coniuge significherebbe svilire tale riconoscimento e infrangere l’unità dei membri del consorzio familiare”.

            Sul frazionamento dello jus sepulchri tale da originare una divisione in quote “prenotate” dello spazio sepolcrale si rinvia a questo link: http://www.funerali.org/cimiteri/divisione-di-sepolcro-gentilizio-5283.html

          4. Roberta

            …”Il comma 2 dell’art. 63, prevede che, alla morte di avente diritto (cioè di concessionario) gli obblighi manutentivi vadano posti in carico alla famiglia del concessionario. Ma, essendo la tomba un bene di proprietà del concessionario, questa proprietà dovrebbe seguire la suddivisione ereditaria (ordinariamente legittima, salvo diversa volontà successoria), eccetto espressa e scritta rinuncia sia alla sepoltura sia alla proprietà.”
            …”A questo punto sono i figli (tra cui Lei) dei figli dell’originario fondatore del sepolcro (Suo nonno) a subentrare nella titolarità del manufatto funerario, in una sorta di comunione solidale ed indivisibile, ed a sostenere di conseguenza le relative obbligazioni patrimoniali di manutenzione dell’edificio funerario”.

            Nella suddivisione dei lavori di ristrutturazione incipienti, i miei cugini hanno pensato bene di dividere la somma per i sei rami, includendo nel mio ramo anche mia madre, in quanto erede per metà con me di mio padre.

      2. Carlo

        X Roberta,

        di norma ed in linea di massima, la ripartizione interna degli oneri manutentivi avviene, pro-quota, tra tutti i co-intestatari della concessione; sui criteri di suddivisione, beh…omissis, è, infatti, questione in cui il Comune, per fortuna, non interviene e resta estraneo, in quanto verso la pubblica amministrazione, tutti i co-titolari sono egualmente obbligati in solido.
        Per ottenere un più equo frazionamento della spesa complessiva, magari anche a fronte di una regolazione giudiziale dell’accesso al sepolcro, per il futuro, è sempre possibile adire il Giudice Ordinario, in sede civile. Si segnale che il Giudice di Pace non è competente per materia.

        1. Roberta

          Grazie sempre per le risposte.
          La materia è ostica.

          “…Ma, essendo la tomba un bene di proprietà del concessionario, questa proprietà dovrebbe seguire la suddivisione ereditaria (ordinariamente legittima, salvo diversa volontà successoria), eccetto espressa e scritta rinuncia sia alla sepoltura sia alla proprietà.”

          Ma nella suddivisione delle spese di manutenzione tra noi cugini, anche mia madre è tenuta a partecipare, in qualità di erede di mio padre defunto? Insomma, non si segue la regola dello iure sanguinis? Risponde anche lei della comunione? E se sì, perché non dovrebbero risponderne anche le mogli dei cugini che da quel che ho capito, hanno diritto ad essere sepolte in cappella?

          1. Carlo

            X Roberta (…che mi sta facendo bonariamente impazzire!)

            ancora con questa storia dell’erede? Allora non ci siamo proprio capiti! Anche se Sua madre jure successionis (vale a dire secondo la disciplina civilistica) ha materialmente ereditato dal coniuge defunto (e la qualità di erede attiene sempre ad una posizione patrimoniale) nell’oscura materia della polizia mortuaria l’unica forma di successione nella titolarità di una concessione cimiteriale è data dall’istituto del subentro jure coniugii e jure sanguinis, sempre che il sepolcro sia sorto come famigliare e non come ereditario (ma questo dato è desumibile solo dall’atto di concessione!) Di norma le obbligazioni manutentive sono a carico dei concessionari, cioè dei titolari del diritto sul sepolcro in sé (diritti di gestione e proprietà superficiaria dell’edificio, seppur con l’ovvio limite del vincolo di destinazione). MI spiego meglio, con un esempio – spero calzante – perchè questo passaggio così critico può esser dirimente.

            Se mio padre con suo fratello costruisce un sepolcro privato e gentilizio, con co-intestazione della concessione io come figlio di mio padre, sin quando durerà la concessione stessa avrò senz’altro il diritto di sepolcro (= ricever sepoltura), ma le spese manutentive, sino alla morte di mio padre saranno a suo esclusivo carico (al massimo al 50% con il fratello), io solamente quando e se subentrato nella co-titolarità della concessione mi vedrò imputare gli oneri di eventuali lavori manutentivi.

            Ergo, ricapitolando: al posto di Suo padre, nel frattempo deceduto, chi è subentrato nella quota di co-intestazione nel rapporto concessorio: Lei, Roberta, o forse Sua madre? In estrema sintesi: paga chi è subentrato.

            In effetti lo Jus Sepulchri, che è diritto della persona, in certe condizioni può esser scisso dal mero diritto di proprietà sul manufatto sepolcrale, e talvolta divergere da esso.

  25. Giuliano

    Cara Redazione,

    qual è la differenza di fondo tra riscontro diagnostico ed autopsia giudiziaria, atteso che si tratti in entrambi i casi di un esame invasivo e cruento volto alla dissezione del cadavere?

  26. Carlo

    X RENATO,

    Nel caso da Lei prospettato si rilevano alcuni errori e gravi mancanze, non solo per Sua responsabilità.

    Una concessione sussiste unicamente quando vi sia agli atti un regolare atto di concessione, di cui il Comune deve necessariamente mantenere una copia in archivio.

    In primis la proprietà sui manufatti sepolcrali non è mai da intendersi nel pieno significato civilistico del termine, essa, infatti, è teleologicamente orientata e strumentale (o se si preferisce subordinata) all’esercizio del personalissimo diritto di sepolcro. Quindi è inesatto e molto riduttivo pensare: “il sepolcro è mio e lo gestisco io in piena autonomia e libertà” tant’è vero che dalla mera proprietà sul corpus di opere murarie ed arredi votivi di cui la tomba consta, potrebbero originare anche solo obbligazioni di ordine patrimoniale (= gli oneri manutentivi!) scollegate dallo jus sepulchri, inteso come il potere di dare o ricever sepoltura dedicata in quel dato sacello privato.

    ll diritto di sepoltura, quale diritto della personalità, cioè sociale e civile e perciò di competenza della sola legge statale, segue solo il dettato dell’Art. 93 D.P.R. n.285/1990, ossia del Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria (e ciò ci salva dalle indebite ingerenze di leggi e leggine regionali) e cioè spetta al concessionario e ai suoi familiari, per diritto di consanguineità.

    La rosa delle persone, in vita, riservatarie dello jus sepulchri (aspettativa in prospettiva dell’oscuro post mortem?) è definita dal combinato disposto tra il regolamento comunale di polizia mortuaria vigente al momento della stipula della concessione e lo stesso atto concessorio. Solo in questa fase il fondatore del sepolcro può intervenire ampliando o comprimento la definizione “canonica” di nucleo famigliare, fornita, in via generale, dalla fonte regolamentare comunale.

    La questione è appunto questa: se concessionario resta sempre l’originario o, come anche io sostengo, previo inserimento della previsione nel regolamento comunale di polizia mortuaria, con il subentro nella concessione si ha un concessionario scorrevole (detto altrimenti: “mobile” e quindi nuovi familiari hanno diritto alla sepoltura, seppur, entro la massima capienza ricettiva del sepolcro.

    Se, fisicamente, non c’è più spazio nella tomba lo jus sepulchri, quale mera aspettativa si comprime naturalmente, sino ad estinguersi ed a spirare ex se.

    Nella trasmissione del diritto di sepolcro, proprio perchè questa avviene linearmente per jure sanguinis, è vietato ogni atto inter vivos, secondo parte della dottrina, invece, ciò sarebbe possibile per acta mortis causa.

    In buona sostanza occorre normare il subentro nella intestazione della concessione. Una volta disciplinato con il regolamento comunale di polizia mortuaria, l’istituto del subentro segue i criteri della successione (legittima o testamentaria).

    Nell’evenienza di titolarità vacante della concessione ( a tal proposito Lei deve subito rimediare attivandosi presso gli uffici comunali al fine di regolarizzare la Sua posizione, subentrando nella titolarità della concessione quando e se possibile) alcuni regolamenti comunali, molto saggiamente congelano la situazione di fatto, inibendo l’ingresso di nuovi defunti nel sepolcro, sino a quando non sia ri-stabilita, con certezza, l’intestazione del rapporto concessorio, giusto per prevenire dissidi e conflitti, potenzialmente nocivi.

    Il diritto alla tumulazione (relativo a sepolcro familiare o, detto diversamente, gentilizio) invece, si acquista per il solo fatto di trovarsi in un determinato rapporto di parentela con il fondatore (ossia, jure sanguinis e non jure sucessionis), non può essere trasmesso per atto tra vivi, né per successione mortis causa e si estingue per ciascun titolare nel momento in cui il cadavere del medesimo viene deposto in quel dato sepolcro, salvo quel suo aspetto secondario attinente agli atti di pietà e di culto.

    Lo jus sepulchri che jure privatorum si atteggia a diritto reale opponibile a terzi é tutelabile con l’azione negatoria (art. 949 cod. civile), diretta ad impedire od eliminare l’introduzione nel sepolcro delle salme di coloro che non vi avessero diritto generando, così una turbativa di possesso.

    Altrimenti si possono esperire altre soluzioni proposte dall’Art. 1170 Cod. Civile come l’azione di manutenzione, ad ogni modo il comune rimane estraneo alla controversia.

    Bisogna , però, ricordare, anche in base ad una recente sentenza del Consiglio di Stato, Sezione V, sent. n. 4081 del 15 giugno 2010, che in occasione di ogni decesso il comune non può mai omettere un’accurata istruttoria sui titoli, ancorchè formali dello jus sepulchri, ai sensi dell’Art. 102 DPR 10 settembre 1990 n. 285 per verificare a monte del rilascio dell’autorizzazione alla tumulazione in sepolcro privato il diritto, vantato dal defunto, all’accoglimento in un dato avello.

    Il pronunciamento del Giudice Amministrativo evidenzia come gli aspetti di procedimento amministrativo possano, anche, venire a prevalere sulle situazioni di ordine sostanziale, cogliendosi l’occasione per segnalare come la verifica delle condizioni di accoglibilità nei sepolcri privati, costituisca un presupposto la cui omissione può determinare effetti che incidono sulla possibilità d’interventi sanzionatorio delle inadempienze, quando non ab-usi, da parte di privati.

    Detta attività istruttoria dovrebbe concludersi con un’autorizzazione amministrativa, anche se non necessariamente articolata, in quanto si valutano solo i titoli formali (cioè il rapporto di consanguineità del de cuius con il fondatore del sepolcro sulla base del combinato disposto tra l’atto di concessione ed il regolamento municipale di polizia mortuaria).
    Tuttavia, non ci si nasconde come, a volte, possa anche accadere quanto da Lei segnalato, specie laddove la struttura organizzativa dell’ente locale possa presentare determinate caratteristiche di inefficienza gestionale.

  27. Torre Renato

    buonasera,
    vi chiedo di aiutarmi su un problema accadutomi 7 gg fa e che non riesco a risolvere,
    60 anni fa i miei genitori hanno costruito una cappella privata, dopo la loro morte, io , essendo figlia unica , non ho fatto domanda di successione per cui non ho oggi nessun documento che attesti la mia proprietà.
    il problema è che la settimana scorsa ho scoperto che i miei cugini hanno seppellito, nella cappella in questione, la loro mamma in una nicchia già occupata da un altra salma.
    Tutto ciò senza mettermi al corrente.
    Dato che non intendono togliere la salma dalla cappella fino a quando non presento loro un documento che attesti la mia proprietà e visto che il mio problema è proprio questo (non possiedo nessuna carta) come mi devo comportare?
    o meglio cosa posso fare per far rivalere la mia proprietà?
    N.B. ripeto sono unica figlia(la cappella in questione si trova nella provincia BAT in Puglia)

    attendo una risposta,GRAZIE!!!!

  28. Carlo

    X Daniele,

    molte Regioni, ormai, (ma non ancora il Lazio) pure eccedendo la loro competenza legislativa (la regolazione del mercato, con annessa tutela della concorrenza spetterebbero in via esclusiva allo Stato Centrale) anche in forza della Legge n. 287/1990 hanno iniziato a definire l’ambito di operatività delle imprese funebri, richiedendo, seppur con alcune deroghe, almeno la separazione societaria tra l’esercente attività commerciale, come le imprese funebri, ed il gestore di pubblico servizio locale, quale è appunto in cimitero, proprio al fine di scongiurare il possibile conflitto di interessi tra prestazioni suscettibili di valore economico erogate in regime di libero mercato, o, al contrario, assicurate in situazione giuridica di monopolio.

    Converrebbe interessare del caso prospettato l’Autority Antitrust (www.agcm.it) spiegando la situazione nel dettaglio.

    Attenzione, però, sempre in Lazio dopo l’ennesimo scandalo sugli appalti delle camere ardenti ospedaliere, il T.A.R locale si pronunciò negativamente su di un ricorso proposto, volto a sancire l’incompatibilità del servizio mortuario istituzionale con il servizio di pompe funebri, proprio per la mancanza di un’apposita Legge (regionale o nazionale) in materia.

  29. Daniele

    Buongiorno, scrivo dalla regione Lazio. Avrei un quesito da porvi relativamente a un presunto conflitto di interesse tra l’assegnazione di un appalto che prevedeva l’assegnazione di alcuni servizi all’interno del Cimitero comunale. Vorrei sapere, cortesemente, se ci sia incompatibilità, riconducibile a un conflitto di interessi, tra l’assegnazione di alcune prestazioni relative alle onoranze funebri e altri relativi a prestazioni dei Servizi funebri. Grazie.

  30. Carlo

    X Rosario,

    fatto salvo il principio di stabilità delle sepolture, il titolo privilegiato per disporre su eventuali nuove destinazioni della spoglia mortale, dopo un primo periodo legale di sepoltura, spetta innanzi tutto al coniuge superstite, poi ai congiunti di primo grado, ascendenti e discendenti, e così via, a scalare, sino al sesto livello di parentela, l’ultimo, cioè, considerato dal Cod. Civile.

    Si tratta, insomma, di applicare il famoso (o famigerato?) principio di poziorità enunciato, in materia di cremazione, ma valevole per analogia anche verso sistemazioni più “convenzionali” del cadavere, dal Regolamento Statale di Polizia Mortuaria (Art. 79 comma 1 II Periodo DPR 10 settembre 1990 n. 285). Nel criterio di individuazione pozioristico coesistono potere di scelta e preminenza nel decidere, così, in questa graduatoria piramidale tra jus coniugii (rapporto coniugale) e jus sanguinis (diritto di consanguineità) ogni piano di legittimazione sovraordinato esclude di default quelli subordinati. Eccettuato il coniuge superstite che prevale nel caso di famigliari di pari rango è richiesta l’unanimità per deliberare l’operazione cimiteriale Nella fattispecie concreta Lei, con i Fratelli non ha diritto di opporsi al volere della moglie. Dura leex, sed Lex!

  31. rosario

    salve
    ci troviamo in una situazione strana sono passati 6 anni dalla morte di mio fratello e si dovrebbe riesume il cadavere cosa che la moglie non fà come ci dobbiamo comportare in merito a questa questione famigliare chi ha il diritto sul cadavere…grazie

  32. Carlo

    X Sandra,

    Secondo il celebre detto Evangelico non c’è peggior sordo di chi non voglia sentire ed il Suo Comune, mi par di capire, in questo caso, fa proprio orecchie da mercante.

    Dunque: la tomba in questione è ipogea, cioè a pozzo senza un diretto accesso all’esterno, immagino, quindi, sia un vano interrato con i ripiani per i feretri sigillato da una lastra sepolcrale su cui verranno iscritti i nomi del defunti. Attenzione, però: anche se le operazioni di materiale tumulazione verranno svolte da ditte esterne a ciò commissionate dal concessionario, chi lavori all’interno del cimitero, previa autorizzazione, deve dimostrare di saper ottemperare al piano di sicurezza (D.Lgs n. 81/2008) approntato dal gestore del camposanto.

    Un atto scritto ed in qualche modo liberatorio nei vostri confronti, da parte del Comune sarebbe opportuno, ad ogni modo consiglio di mantenere agli atti del cimitero tutta la documentazione disponibile; non mancano, infatti, esperienze lodevoli, per altro (in cui il Comune o l’affidatario del servizio, oltre alle annotazioni minime prescritte dalla Legge, tenga altre registrazioni, a carattere complementare, volte a garantire contezza, per ciascuna singola concessione cimiteriale, di alcune notizie basilari quali i riferimenti all’atto di concessione, alla persona (o, alle persone) del concessionario, alle salme tumulatevi e quanto altro sia utile ai fini dell’ordinaria conduzione, anche dal punto di vista amministrativo, della singola concessione cimiteriale giusta anche l’Art. 102 D.P.R. 285/90, il quale impone per ogni nuova immissione di spoglie mortali in un sepolcro privato una specifica autorizzazione volta ad appurare il pre-esistente titolo di accettazione ex Art. 93 D.P.R. 285/90.

    Per brevitas e facilità di consultazione del quesito in banca dati assumo sempre a riferimento le norme statali, soprattutto quando esse siano fedelmente riprodotte anche nell’impianto normativo regionale che, a tal proposito nulla innova.

    La prego di tenermi informato sui possibili risvolti della querelle.

    1. Sandra

      Buongiorno Carlo,
      volevo semplicemente aggiornarLa sulla querelle.
      Ho chiesto al Comune una liberatoria. Mi ha trasmesso una lettera con la quale dichiara che la pratica era da ritenersi conclusa positivamente e che la stessa veniva archiviata, alla luce dell’asseverazione di conformità del progetto alle norme igienico-sanitarie e della relazione tecnica con la quale il progettista dichiarava la conformità del progetto alle disposizioni dell’all. 2 (art, 16 comma 5) del RR 09/11/2004 n. 6 e vista la certificazione di conformità delle opere al progetto e del certificato di collaudo depositato sempre da parte del progettista.
      Pertanto, ritenendo che questo sia il massimo che il Comune mi potrà mai certificare, avrei deciso di procedere con la tumulazione di un’urna cineraria, perchè i tempi si stanno prolungando oltre ogni ragionevolezza.
      La ringrazio moltissimo per il supporto.

  33. Carlo

    X Sandra,

    a mio umile e modestissimo avviso la procedura adottata è viziata da aspetti di fortissima illegittimità sostanziale. Non sto a ribadirne le ragioni, rischierei di diventare pedante e noioso.

    Comunque il concessionario pare proprio avvalersi dell’Art. 41 comma 2 della Legge Regionale n. 15/2005, non so quanto applicabile all’edilizia cimiteriale ver via della ribadita specialità delle norme (anche e soprattutto regionali) in materia di polizia mortuaria.

    Il Regolamento Regionale è chiaro: il progetto del fabbricato, sia esso anche epigeo, deve esser approvato non fosse altro per stabilire ingombri interni dimensionamento, volumetria ed il numero di posti feretro disponibili. Può parere paradossale, e sto vulutamente esagerando ma il concessionario con questo sistema di estrema semplificazione (assenza tutale di preventivo procedimento autorizzatorio) potrebbe sentirsi legittimato a realizzare un cripta ampia quando un caveau, invece, deve rispettare le previsioni del piano regolatore cimiteriale.

    Una tomba, per la sua precipua funzione (non certamente abitativa) deve garantire determinati standard di fruibilità sepolcrale (esempio: anche escludendo la prova di statica poichè la struttura è interrata, la cubatura dei loculi, la resistenza agli stress meccanici delle pareti, in modo da scongiurare eventuali infiltrazioni di acque meteoriche o percolazione, nelle falde acquifere di liquidi cadaverici eventualmente rilasciati dalla bare ivi deposte. Non dimentichiamo, poi, che i sepolcri ospitano sì i defunti, ma sono visitati dalle persone ancora vive.

    Se il Comune è d’accordo (dopo tutto è lui il soggetto dominus di tutta la faccenda) nulla osta e si proceda pure (detto inter nos e brutalmente: gli enti pubblici omettono i doverosi controlli perché sono finiti i soldi pure per adempiere i compiti istituzionali di vigilanza e controllo sull’attività cimiteriale e poi sempre per esigenze di bilancio si tende a demedicalizzare la polizia mortuaria, con le AUSL che progressivamente, grazie a norme ad hoc, più si ritirano dalle loro responsabilità storiche di supervisione sanitaria ).

    Un consiglio, anche se non scatterà mai nessun accertamento, neppure a posteriori: cautelatevi, prima di rilasciare le autorizzazioni alla tumulazione, nei singoli casi, laddove richiesto, perché lo spinoso problema dei fenomeni percolativi nelle tumulazioni stagne (fuoriuscita di liquami ed odori post mortali) spesso comporta lunghi contenziosi, anche legali, per la ripartizione degli oneri nella sanificazione dei sepolcri, interessati dal cosiddetto scoppio dei feretri (ipotesi, forse fantascientifica…ma non più di tanto!), date le continue vertenze tra concessionari e gestori in questo malaugurato frangente, non poi così raro.

    1. Sandra

      Buongiorno Carlo,
      starei proprio cercando di cautelarmi, ma il Comune non mi invia proprio nessun nulla osta trincerandosi nella propria posizione.
      Comunque la cappella interrata ospiterà solo defunti, i visitatori non Vi possono entrare.
      Inoltre, proprio perchè privata, il nostro Regolamento cimiteriale impegna il servizio di tumulazione, estumulazione ecc. ad operatori di fiducia del concessionario, quindi non saremmo responsabili delle operazioni che Vi si svolgeranno all’interno, ma solo del controllo dei defunti che Vi accederanno.
      Grazie.

  34. Carlo

    X Sandra,

    Rimango dell’idea (opinione mia personalissima e come tale sempre… opinabile!) che il permesso di costruire sia un passaggio ineludibile, proprio per la specialità delle norme di polizia cimiteriale.

    A lavori ultimati e prima che tali edicole o nicchie murarie, comunque denominate, possano essere poste in uso, dovrà esserne accertata l’agibilità od usabilità, naturalmente non a fine abitativo, comprendente anche il rispetto delle disposizioni tecnico costruttive richieste per la tipologia di sepoltura per cui i manufatti sono stati eretti (Artt. 76 e 90 comma 3 D.P.R. n. 285/90, le cui disposizioni sono, in toto, state riprese dalla normativa Lombarda.)

    Le tumulazioni in dette edicole o colombari possono avvenire una volta effettuato tale accertamento, spesso consistente in apposita certificazione di fruibilità per i concessionari e per l’esercizio del loro Jus Sepulchri attivo e passivo.

    In Regione Lombardia, con il comma 1 dell’Art. 23 Reg. Reg. n.6/2004 si limita la potestà autorizzativa alla costruzione di sepolture private al solo Comune (viene quindi depotenziata la disposizione di cui al Art. 94 comma 1 del D.P.R. 285/90, che obbligava a conformarsi al parere della ASL e della commissione edilizia).

    Il T.U. di cui al D.P.R. n. 380/2001 è norma di portata generale, mentre le disposizioni di cui all’Art 94 D.P.R. 285/90 così come novellato in Regione Lombardia dall’Art. 23 Reg. Reg. 9 novembre 2004 n. 6 (e, di conseguenza, anche del Regolamento comunale di polizia mortuaria) hanno carattere peculiare (e, quindi, predominano).

    Oltretutto, anche la disposizione sull’applicabilità del D.P.R n.380/2001 per l’edificazione, da parte di privati, su aree demaniali (il cimitero, infatti, afferisce al demanio comunale ex Art. 824 comma 2 Cod. Civile) ha valore di norma comune; non solo, ma prendendo in esame le definizioni di interventi edilizi (art. 3), è abbastanza diffusa l’opinione per cui il sullodato Testo Unico debba soccombere alle norme speciali (del Regolamento comunale e dei piani regolatori cimiteriali con relativi strumenti attuativi (pre-condizione, quest’ultimi, per far luogo a concessione di aree cimiteriali; ex art. 91 D.P.R 285/1990).

    1. Sandra

      Sono d’accordo con le Sue osservazioni e le ho precisate al Comune, ma dubito che questi retroceda dalla Sua posizione. E tuttavia, i pareri che formula il Comune, in quanto tali, non sollevano la scrivente dalla responsabilità di autorizzare tumulazioni nella sepoltura.
      Nel qual caso pertanto le chiedo: potrebbe ritenersi sufficiente l’asseverazione del progettista/direttore lavori del concessionario di conformità della costruzione alle norme igienico-sanitarie?
      Grazie.

  35. Carlo

    X Sandra,

    IL T.U. Edilizia di cui al DPR n.380/2001 è normativa generale, cioè di diritto comune, che soccombe dinanzi a quella speciale, perché a rilevanza igienico-sanitaria di polizia mortuaria, nella specie Regolamento Regionale Lombardo n. 6/2004 e residualmente, almeno in Regione Lombardia, per le parti non novellate, DPR n. 285/1990.

    Lo Jus Sepulchri fino a che non intervenga il collaudo dei lavori autorizzati, rimane una mera aspettativa e non ancora un diritto (o, meglio, un titolo di accoglimento in un determinato sepolcro privato a sistema di tumulazione.) al collocamento di feretri di defunti appartenenti alla famiglia. Inoltre, il pagamento dei prescritti corrispettivi si colloca nella fase prodromica dell’esame del progetto presentato e ne costituisce pre-condizione.

    Sia il progetto di costruzione della cappella funeraria (rectius: della cripta) sull’area data in concessione, sia quello per eventuali successivi interventi di ristrutturazione o ri-adattamento del manufatto devono essere approvati dal comune e le opere, una volta ultimate, saranno oggetto di verifica della rispondenza di quanto realizzato con il progetto precedentemente approvato, sia di collaudo igienico-sanitario (sostanzialmente: ermeticità della struttura ed impermeabilizzazione delle pareti).

    A lavori ultimati e prima che tali edicole o manufatti, epigei o ipogei comunque denominati, possano essere posti in uso, dovrà esserne accertata l’’agibilità od usabilità, comprendente anche il rispetto delle disposizioni tecnico-costruttive previste per la tipologia di sepoltura per cui i manufatti sono stati eretti. Le tumulazioni in dette edicole possono avvenire una volta effettuato tale accertamento, spesso consistente in apposita certificazione di agibilità.

    Occorre premettere che il certificato di agibilità o usabilità (si tratta di sinonimi, variamente impiegati nelle diverse zone), a differenza del certificato di abitabilità previsto dall’art. 221 del testo unico delle leggi sanitarie, non è contemplato da alcuna norma di legge, ma è sorto, per prassi, come analogia del certificato di abitabilità per “edifici” ad uso diverso da quello abitativo.

    La prima legge che ne fa cenno (la n. 47/1985), e così quelle successive, lo richiama come previsione consolidata, quasi che fosse richiesto da una fonte legislativa (spesso la prammatica è più forte della norma formale dello jus spositum). I sepolcri tra l’altro non sono destinati all’uso da parte di persone, ma per la collocazione e la conservazione per termini predeterminati di cadaveri. La costruzione dei cimiteri e dei loro manufatti è regolata esclusivamente dalle leggi sanitarie (art. 55, comma 2, d.P.R. 10 settembre 1990, n. 285), per cui si deve escludere la necessità del certificato di usabilità.

    Si può considerare propria l’ipotesi di un collaudo igienico-sanitario, per verificare che i lavori eseguiti corrispondano al progetto a suo tempo approvato dagli organi dell’azienda Usl, ma non certo il certificato di usabilità o di agibilità.

    Ove dovesse trattarsi di manufatti sepolcrali eseguiti da privati su aree in concessione, appare corretto che venga richiesto il corrispettivo per la visita necessaria per l’anzidetto collaudo igienico-sanitario, che dovrà essere depositato presso il Comune, prima di poter eseguire qualsiasi collocazione di feretri.

    1. Sandra Carnemolla

      Buongiorno Carlo.
      quindi secondo Lei sarebbe sufficiente il collaudo igienico-sanitario e non il certificato di agibilità.
      Ma devo a questo punto precisare che il concessionario ha dato inizio dei lavori con la D.I.A. presentando asseverazione del progettista che le opere rientravano nei casi in cui era era ammessa denuncia inizio attività in sostituzione del Permesso di Costruire ai sensi della L.R. 12/05.
      A conclusione dei lavori ha depositato in Comune la comunicazione di fine lavori per opere realizzate appunto con D.I.A.
      Pertanto è da escludere che il Comune esca per verifiche o addirittura lo chieda all’Asl.
      In conclusione dato atto che il Comune mai chiederà un collaudo igienico-sanitario, mi deve bastare la comunicazione di ultimazione lavori depositata in Comune e sottoscritta dal concessionario, dall’impresa che ha eseguito i lavori e dal direttore dei lavori?

  36. Sandra

    Buongiorno, avrei un quesito urgente:
    siamo una Società partecipata di un Comune in Lombardia, per la gestione dei servizi cimiteriali. Abbiamo rilasciato concessione di area per costruzione cappella di famiglia. Il concessionario ha costruito una cappella interrata. Ora il Comune non ritiene dover rilasciare l’agibilità in quanto la tomba di famiglia non è soggetta a presenza di persone e non è un “edificio”, visto l’art. 24 del DPR 380/01.
    Io penso che invece che il rilascio del certificato sia condizione necessaria all’uso della struttura, sia pur non esterna ma interrata, in quanto struttura privata oggetto di normativa edilizia e non manufatto cimiteriale la cui costruzione è a noi riservata.
    Qual’è il Vostro parere, e a quale norma legislativa devo fare riferimento? Grazie.

  37. Carlo

    X Daniele,

    Lo Jus Sepulchri attiene ai diritti personalissimi, sociali e civili, e come tali regolati dalla sola Legge Statale, ex Art. 117 Cost., e ciò ci salva dall’indebita intromissione (spesso a sproposito) delle varie leggi e leggine regionali, tra l’altro la Regione Lazio, per fortuna, non ha ancora legiferato in tema di polizia mortuaria, se non per aspetti marginali afferenti soprattutto alla cremazione o alle procedure igienico sanitarie nei trasporti funebri.

    Lo status familiae, presente o passato, che deriva dal vincolo di coniugio, parentela o affinità, costituisce titolo per l’esercizio dello jus sepulchri.

    Esso consiste nel diritto, di natura strettamente personale, che gli individui, legati da vincolo di sangue o di nome con il fondatore del sepolcro, hanno nei confronti dell’autorità comunale di essere sepolti o di collocare una salma nella tomba attribuita alla famiglia.
    Nel sepolcro familiare lo jus sepulcri si trasmette alla cerchia dei familiari presi in considerazione come destinatari della costruzione cimiteriale stessa, acquistandosi dal singolo iure proprio sin dal momento della nascita, per il solo fatto di trovarsi con il fondatore in quel determinato rapporto di parentela o discendenza previsto nell’atto di fondazione o desunto dalle regole comunali o consuetudinarie.

    Lo sviluppo costante dell’elaborazione giurisprudenziale, in questi ultimi decenni ha posto in rilevo la differenza sostanziale che sussiste tra il sepolcro familiare ed il sepolcro ereditario.

    La questione non è di poco conto considerato il diverso regime giuridico che caratterizza le due situazioni.

    Diventa così indispensabile individuare il corretto ambito di appartenenza dell’edificio sepolcrale, al fine di individuare gli effettivi titolari e garantire loro l’esercizio e la tutela del diritto alla sepoltura.

    La prima diversità si riscontra nel momento genetico del diritto.

    Secondo la Corte di Cassazione, mentre nel sepolcro familiare (destinato dal fondatore “ sibi familiaeque suae”), in mancanza di diversa disposizione, l’appartenenza alla famiglia costituisce il presupposto indispensabile per l’acquisto del diritto, nel sepolcro ereditario il fondatore si limita a compiere una mera destinazione del diritto di sepoltura ai propri eredi (“ sibi heredibusque suis”) in considerazione di tale loro qualità.

    Di conseguenza, ciascuno dei successori, subentrando iure hereditatis al fondatore, risulta legittimato alla tumulazione di salme anche non appartenenti alla famiglia di origine, nel rispetto della propria quota ereditaria.

    La seconda differenza si riscontra nella disponibilità del diritto.
    Infatti, come sopra sottolineato, mentre lo ius sepulcri familiare non può essere ceduto o trasmesso iure successionis o perso per prescrizione, lo ius sepulcri derivante da sepolcro ereditario si trasmette invece nei modi ordinari per atto inter vivos o mortis causa dall’originario titolare come qualsiasi altro bene del patrimonio, anche a persone estranee alla famiglia.
    A questo punto è necessaria una precisazione che riguarda la successione dei diritti connessi alla costruzione cimiteriale.
    Nella prima ipotesi la legittimazione del soggetto proviene da un certo status, a prescindere da un rapporto giuridico con la costruzione, mentre nell’ipotesi di sepolcro ereditario il diritto, come già detto di natura reale, insiste sulla materialità della tomba ed è soggetto alle norme generali, comprese quelle concernenti la successione legittima e testamentaria.

    Pertanto, si mantiene la natura gentilizia o familiare del sepolcro fin tanto che rimane in vita un superstite della cerchia della famiglia di origine del fondatore e solo con la morte di quest’ultimo si trasforma in ereditario.
    Quindi, con l’estinzione della classe degli aventi diritto lo ius sepulcri si tramuta in ereditario, rimanendo sottoposto per l’ulteriore trasferimento alle ordinarie regole della successione mortis causa.
    Attenzione, però, questa materia così delicata concernente l’avvicendamento mortis causa nella piena titolarità dello jus sepulchi attivo e passivo, (istituto del subentro) è normata, in via esclusiva dal regolamento comunale di polizia mortuaria, il quale potrebbe contemplare due fondamentali soluzioni in sé assolute ed inconciliabili, eccole nel dettaglio:

    Concessionario mobile o scorrevole: esauritasi la cerchia del famigliari del fondatore primo del sepolcro (estinzione della famiglia) titolari ex capite e pleno jure dello Jus Sepulchri chi eredita, non eredita solo la componente materiale del sepolcro (opere murarie ed arredi funebri posti ad ornamento del sacello gentilizio) con annessi oneri manutentivi, ma diviene titolare a sua volta del diritto di sepolcro, inteso nella sua duplice accezione del dare o ricever sepoltura. (= jus sepeliri e jus inferendi mortuum in sepulchrum) Avremmo, quindi, in questo caso, un subentro in senso pieno nella titolarità della concessione cimiteriale, comprensivo del diritto d’uso sulla tomba. De facto l’erede diventa il nuovo concessionario con piena disponibilità sul sepolcro (ovviamente nei limiti fissati dal vincolo di destinazione e dalla Legge).
    Concessionario fisso: il riferimento da cui far derivare la legittimazione all’uso della tomba continua ad essere il concessionario primo o fondatore del sepolcro, essendo, infatti, lo jus sepulchri intrasmissibile persino per atto di ultima volontà chi eredita subentra solo nelle componente patrimoniale passiva del sepolcro (diritto sul sepolcro in sé) ossia sul corpus compositum di cui la cappella consta, ma non nel diritto di servirsi della stessa ai fini dello jus sepeliri e dello jus inferendi mortuum in sepulchrum). In questa ultima ipotesi prospettata l’erede sarà solamente onerato degli obblighi manutentivi (dovere di mantenere l’edificio sepolcrale in solido e decoroso stato, per tutta la durata della concessione.).

    La scelta strategica tra queste due opzioni di fondo è demandata alla fonte regolamentare comunale ed all’atto di concessione dove in sede di stipula dello stesso il concessionario primo ha impresso al rapporto concessorio da porre successivamente in essere natura familiare o ereditaria.

  38. Daniele

    Buongiorno,
    ho un quesito da porvi. La regione di appartenenza è la Regione Lazio.
    La domanda è relativa al diritto di sepoltura In una cappella gentilizia, della quale il titolare della concessione è defunto e non ci sono in vita familiari diretti e nessuno che possa rivendicare lo ius sepolcris motivato da iure sanguignis.
    Il titolare defunto ha nominato con atto notorio erede universale una persona non legata a lui da nessun vincolo di parentela. L’erede intende tumulare nella cappella gentilizia la salma della madre, anch’essa non legata da nessun vincolo di parentela con il concessionario defunto.
    L’erede ha diritto alla sepoltura della madre? Per cortesia, se vi è possibile rispondete rapidamente.
    Distinti saluti.

  39. Carlo

    X Filippo,

    Bisogna sempre distinguere tra la mera titolarità della concessione che comunque non assurge mai a vero diritto di proprietà, in senso pieno del vocabolo giuridico, se non per gli aspetti materiali del sepolcro, con annessi i diritti di gestione sulla tomba, ed i diritti di disposizione sulle spoglie mortali (traslazione, cremazione, estumulazione, riduzione in cassetta ossario dei resti ossei…..), in quanto queste due legittimazioni possono, in certi casi, pure divergere, ed anche pesantemente.

    I diritti di disposizione del post mortem sono personalissimi ed imprescrittibili, per tanto non si estinguono con il non esercizio (temporaneo?) e di essi ci si può avvalere anche dopo un primo periodo di diversa sepoltura, pur soggiacendo essi al principio altrettanto fondamentale, nel Nostro Ordinamento, di stabilità delle sepolture.

    L’estumulazione finalizzata al trasferimento del feretro in altra sede, come ogni altra opzione sulla destinazione dei defunti, segue SOLO ed ESCLUSIVAMENTE, la regola dello Jus Sangiunis su cui, a sua volta, prevale lo Jus Coniugii.

    Si tratta, insomma di applicare quel “maledetto” principio di “poziorità” (in cui si coniugano potestà decisionale con la preminenza) enunciato in materia di cremazione dall’Art. 79 comma 1 II Periodo DPR 10 settembre 1990 n. 285, recante l’approvazione del Regolamento Statale di Polizia Mortuaria, ma estensibile, per analogia, a tutte le altre pratiche funebri o operazioni di polizia mortuaria che implichino una componente di scelta, PERSONALISSIMA ed intrasmissibile, se non jure sanguinis o jure coniugii

    Dunque prevale “SEMPRE” il volere del coniuge superstite e poi, a scalare, “giù per li rami” (come direbbe Dante) quello dei famigliari di primo grado (ascendenti e discendenti secondo una lettura molto formale della norma) sino al sesto grado di parentela, cioè l’ultimo considerato dal Cod. Civile (Art. 74 e segg.).

    Il legislatore, in modo lungimirante, è perfettamente conscio dei potenziali e dilaceranti conflitti che potrebbero scatenarsi in tema di diritti di disposizione sulle spoglie mortali, quando alto è il tasso di litigiosità tra parenti, anche per ragioni squisitamente ideali, ecco allora la regola generale, tratta da un comune orientamento giurisprudenziale, consolidatosi nel tempo, e cristallizzata, finalmente, in norma positiva nel lontano, ormai, 1990, quando cioè entrò il vigore il DPR 10 settembre 1990 n. 285.

    Ogni livello sovraordinato esclude automaticamente quello successivo (altrimenti sarebbe la babele!), con ciò venendosi a creare una sorta di naturale graduatoria istituita sui legami di sangue o matrimonio su cui è fondato, per la Costituzione della Repubblica Italiana, ogni nucleo famigliare.

    Per capirci: la sorella, seppure concessionaria del loculo, non può, in quanto sine titulo di legittimazione, negare l’atto di disposizione al coniuge superstite, nè opporsi a quest’ultimo, ameno di intentare una rischiosa causa civile in cui si dovrebbe arditamente provare come la volontà del de cuius fosse proprio quella di esser deposto in quel particolare e determinato sepolcro, inibendo così l’eventuale traslazione…ma siamo nella fantascienza giuridica!

    Con lo Jus Eligendi Sepulchrum, cioè il diritto a determinare modalità e forma della sepoltura, non si scherza, e nel silenzio del de cuius sovrana è la volontà del coniuge superstite, addirittura anche se in stato di separazione, poichè per la legge italiana è il vincolo coniugale ad imporsi sugli altri legami di consanguineità

    Per effettuare lo spostamento occorre presentare ex Art. 88 DPR 10 settembre 1990 n. 285, apposita istanza soggetta sin da origine ad imposta di bollo, al competente ufficio comunale del comune, naturalmente, nel cui distretto amministrativo insiste il cimitero di prima sepoltura, il prefato Comune investito della questione, rilascerà, allora, le relative autorizzazioni di polizia mortuaria per l’estumulazione e l’eventuale trasporto fuori del camposanto.

    Tutti gli oneri saranno a carico del richiedente, anche per le necessarie operazioni cimiteriali di apertura del loculo e trasferimento della bara.

  40. Filippo

    Buonasera, vorrei sottoporvi un paio di domande.
    Nel caso in cui un uomo, dopo essere deceduto, venisse sepolto in un fornetto di proprietà della sorella, potrebbe essere trasferito altrove dopo qualche anno su richiesta della propria moglie-vedova (con il parere contrario della sorella del defunto)? Nel caso in cui la moglie-vedova avesse il diritto di spostare il defunto marito, quale autorizzazione necessita per farlo spostare dal fornetto di proprietà della sorella di lui (contraria allo spostamento)?
    Spero essermi spiegato.
    Vi ringrazio in anticipo per la disponibilità.

  41. romolo

    sono trascorsi sei anni dalla morte di mio figlio.Vorrei sapere se è possibile cremare i resti e come procedere per farlo
    distinti saluti

    1. Redazione Autore articolo

      x Romolo
      deve indicare in quale regione si trova ilferetro del figlio. L enorme cambiano di regione in regione

    2. Carlo

      X Romolo,

      non mi addentro nei panneggi normativi di dettaglio poiché essi variano troppo tra le regioni che applicano in toto la Legge n. 130/2001 e quelle che invece seguono il vecchio dettato del regolamento nazionali di polizia mortuaria approvato con DPR n. 285/1990 (ed io non so da quale Regione Lei mi scriva) tuttavia mi preme sottolineare questi principi procedimentali di fondo:

      se sono passati solo 6 anni dal decesso di Suo figlio la spoglia mortale in questione è ancora considerata cadavere, sia essa stata tumulata o inumata, quindi sia la Legge n. 130/2001 sia il DPR n. 285/1990 prevedono una procedura AGGRAVATA, con particolari filtri di legittimità volti ad appurare che:

      1) il de cuius non avesse, in vita, espresso contrarietà alla pratica cremazionista e tale volontà deve esser tutelata, sempre!
      2) sia definitivamente escluso anche solo il sospetto di morte violenta o peggio ancora dovuta a reato, in questo caso (pare un caso di scuola, ma a volte è proprio così) se fossero state aperte indagini da parte della magistratura in occasione dell’exitus di Suo figlio, non ancora concluse, occorrerà uno specifico nulla osta da parte della Procura della Repubblica.

      Accantonate queste questioni preliminari, ma pure sostanziali i passaggi amministrativi da implementare sono i seguenti:

      Nel silenzio del de cuius e di un suo preciso volere per il proprio post mortem in tal senso, occorre un atto di disposizione orientato all’ottenimento dell’autorizzazione alla cremazione da parte dei più stretti congiunti del defunto da formalizzare al comune nel cui cimitero si trova il feretro,: in primis il coniuge superstite se presente, poi a scalare progressivamente di ascendenti e discendenti di pari grado (come potrebbero, appunto essere eventuali figli o i genitori) sino all’ultimo livello di parentela riconosciuto dalla Legge (il sesto!). Ogni grado sovrastante esclude automaticamente quelli subordinati.

      Ottenuta l’autorizzazione alla cremazione, producendo agli atti i titoli formali si presenterà sempre al comune di prima sepoltura istanza, soggetta sin da origine ad imposta di bollo, di disseppellimento del feretro. Le due domande, in sé consequenziali (l’una legittima l’altra!) possono per praticità esser contestuali. Detto comune rilascerà, di conseguenza 3 autorizzazioni:

      1) al disseppellimento (esumazione o estumulazione)
      2) al trasporto del feretro presso un impianto di cremazione
      3) alla cremazione vera e propria.

      Per la destinazione finale delle ceneri (dispersione, tumulazione, interro laddove ammesso, affido famigliare o addirittura personale ci si dovrà basare sulla locale legislazione in tema di servizi funebri, necroscopici e cimiteriali.

  42. Augusto

    sono l’unico rimasto della mia famiglia ancora vivente (classe 1928). Mio papà è morto nel 1931, mia mamma è morta nel 1977. Sono stati sepolti e poi esumati nel cimitero milanese di Musocco. ora, i resti (ossa ) giacciono nel grande ossario posto al centro del suddetto cimitero.
    Io e mia moglie risediamo dal 1977 ad Avio (TN). Ambedue siamo iscritti da molti anni alla Società per la cremazione di Trento. Data la nostra età e la mancanza di parenti a Milano Vi chiedo se è possibile spostare i contenitori dei loro resti ad Avio (TN) dove sarebbero posizionati nell’ Ossario locale. potremmo eventualmente utilizzare l’Azienda funebre locale per provvedere all’incenerimento e la posa in loculi vicini a quelli a noi destinati (speriamo fra molto tempo. E’ possibile e quali procedure devo seguire per questa operazione?
    Grazie anticipate per la Vostra risposta e distinti saluti

    1. Carlo

      X Augusto,

      ma le ossa di cui Lei mi parla sono ancora conservate in cassetta ossario e deposte in apposita celletta ossario, e quindi identificabili e, di conseguenza, traslabili in altro cimitero, oppure, come temo io sono già state DISPERSE in ossario comune?

      Nella prima ipotesi, infatti, basterà richiedere al comune di prima sepoltura l’estumulazione con relativo decreto di trasporto preso la nuova destinazione, solo una volta acquisito il titolo di accoglimento in un differente sepolcro (si tratta, insomma, di stipulare un contratto di concessione per colombario atto a deporvi le ossa) nel cimitero di sua scelta. Poi, per carità, l’ossame potrà anche esser cremato per un avvicinamento (rectius: ricongiungimento famigliare) in un’unica tomba dove racchiudere più urne cinerarie, anzi sarebbe pure una richiesta lungimirante ed intelligente.

      Nel secondo caso, purtroppo per Lei, se le ossa, in forma massiva, promiscua ed indistinta, sono già state sversate nell’ossario comune non sono né saranno più recuperabili per una sepoltura privata e dedicata, quale è, appunto, la tumulazione.

      In effetti, come sarebbe possibile rinvenire nella marea di crani, tibie, femori….depositati per sempre in ossario comune in maniera caotica e senza un dispositivo di riconoscimento, proprio le ossa dei suoi genitori? Queste ossa sono da considerarsi, sostanzialmente perdute, seppur esser siano, pur sempre, custodite entro il sacro recinto cimiteriale, al riparo, allora, da ogni profanazione.

  43. Carlo

    X Cristiana,

    molto dipende dalla legislazione regionale in materia, comunque, in linea di massima, se la normativa locale non frappone ostacoli il crematorio per animali d’affezione, a differenza di quello per spoglie umane, può esser realizzato e gestito da privati e per il possibile si applicano le regole tecniche, sanitarie ed ambientali soprattutto, previste per impianti termici a rilevanza igienico-sanitaria, quali sono appunto gli inceneritori, ma di bassa potenzialità.

  44. Cristiana

    La realizzazione di un crematorio per animali da compagnia è comunque un’opera pubblica disciplinata dalle stesse norme previste per la realizzazione di un crematorio per salme di persone o l’iter che segue è differente?
    Cristiana

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