Morte, salme e cadaveri: qualche orientamento filosofico…

Piccola chiosa o postilla per i fans indomiti ed indefessi della più culta letteratura italiana (può darsi residuati bellici da liceo classico dello scorso secolo, come chi Vi scrive): già il grande autore preromantico Ugo Foscolo, in aperta polemica con le pulsioni ideologicamente egualitarie e livellatrici dell’editto napoleonico di Saint Cloud del 1804, esteso poi ai territori italiani sotto la dominazione francese nel 1806 nel suo celebre carme “I Sepolcri” rilevava, comunque, come fosse ormai necessario sottrarre e sin anche strappare con la necessaria violenza intellettuale alla Chiesa Cattolica, il monopolio esercitato di fatto sull’evento morte, in una nuova prospettiva di celebrazione laica della figura del defunto.
Sotto il profilo antropologico, e tutta la dottrina concorda su questo basilare aspetto di sistema, il rito funebre serve ad un compito ben preciso e specifico, con i suoi paradigmi ora univoci e codificati, ora più (dis-)articolati: impedire l’ingenerarsi nell’animo dei dolenti il caos emotivo, con possibili gravi squilibri all’interno dello stesso corpo sociale (isolamento, atti autolesionistici, prolungati stati depressivi…).
Si pensi, anche in tempi remoti, ai rituali purificatori e di decontaminazione contro l’incipiente aggressione della putredine sul de cuius ormai esanime, il lavacro con acque lustrali, previsto ancora in molte religioni, sino alla più normale (almeno per i nostri canoni contemporanei europei) vestizione mortuaria, da cui, poi, logicamente discendono operazioni quali la tanatocosmesi o ancora più invasive come la tanatoprassi, finalizzate a rimuovere – benché temporaneamente, ed in senso palliativo – i signa mortis che, in breve condurranno alla dissoluzione dei tessuti organici, attraverso i naturalissimi processi di decomposizione della materia biologica. Dopo tutto…” et in pulvem reverteris” come recita il tragico monito biblico o se preferite la versione coranica: “dalla terra ti ho tratto ed alla terra ritornerai!”)
Oggi viviamo una separazione netta e rigida tra la morte e la vita, ma esse dovrebbero esser, invece, avvertite in stretta correlazione tra loro, in un rapporto ancipite. Il cadavere, al contrario, nella sua materiale crudezza, è sentito come un’esternalità negativa cui si contrappone una sorta di intervento culturale, quasi dal valore semantico “antiputrefattivo” e di negazione, la quale assume tratti a volte patologici.
In effetti controllare e governare la tanatomorfosi (ovvero le spesso disgustose trasformazioni post mortali) assume un ruolo antropologico da imprimere sul de cuius; nel nostro modello sociale, costituito da un codice anche figurale di gesti, segni e simboli, la corporeità è vista come costruzione del reale che, poi, si riverbera nel contesto del vivere associato tipico della specie umana.
In alcuni momenti la morte è stata quasi plateizzata, in un apparente conflitto con quella reale, oggi, la stessa è sempre e più ospedalizzata, divenendo un fatto eminentemente igienico-sanitario avvertito come un fallimento della scienza medica…il falso mito dell’immortalità, almeno in questa vita terrena è difficilmente rimovibile nel sentire collettivo tronfio delle sue vane pseudo-certezze, anche una volta decadute le ideologie totalizzanti del XX Secolo.
Un certo filone del confronto accademico, soprattutto di matrice anglosassone, discetta dell’odierno tabu del morire, con una formula linguistica alquanto icastica e di notevole impatto, come di una sorta di “pornografia della morte”, laddove alla sacertà riconosciuta ai defunti si sostituisce un gusto irreprimibile dell’osceno e del ripugnante proibito…ma si sa, alle volte l’inibizione e l’ostentato rigetto generano anche curiosità morbose dagli esiti imprevedibili…

Anticamente, invece, l’evento del decesso era percepito come un passaggio liminare, un vero e proprio processo, almeno nella filosofia cristiana un’ascensione al cielo (o…una discesa agli inferi?) in cui si realizza idealmente un transito tra diversi livelli e zone dell’essere non più sovrapponibili, nella più classica dicotomia tra la carne piagata dal peccato e lo spirito immortale.
La tradizionale sepoltura si traduce, allora, in un exitus sociale, guidato e mediato dalla forza della liturgia funebre, il cui scopo precipuo è proteggere la vita collettiva dal terribile pericolo del “revenants”, dei ritornanti (anime dannate che vagano in cerca di vittime – ecco allora tutta l’affascinante letteratura fantastica sulle teorie, anche cinematografiche, dei “non morti”), o, nella versione più attuale e disincantata, per tutelare la salubrità pubblica dagli infestanti miasmi cadaverici.
Sorgono così, quasi inconsciamente, le cosiddette barriere anti-morte ovvero le necropoli, isolate dal tessuto urbano dalla semplice lontananza rispetto a quest’ultimo, o da diaframmi più marcati come imponenti cinte murarie.
Sussistono elementi comuni, nelle varie elaborazioni culturali e religiose: si tratta di archetipi trasversali, ideati per questi luoghi ultimi, dove l’ordine del costruito cela l’inquietante visione dei morti, mentre l’architettura si carica di un gravoso compito: salvare la fisicità del cimitero, contro l’attuale tendenza alla dematerializzazione del sepolcreto.
Si ragioni a tal proposito su istituti quali l’affido famigliare o addirittura personale delle urne cinerarie o la dispersione delle ceneri all’aperto, apertamente contestate e condannate da Santa Romana Chiesa con la recente istruzione Ad Resurgendum cum Christo per l’eccessiva prossimità (promiscuità?) con il trapassato nel caso della domiciliazione degli esiti da completa cremazione o lontananza nell’evenienza di un loro spargimento incontrollato al di fuori di un qualunque topos dedicato e consacrato al culto della memoria ed alla visita ai propri morti.
Il lutto, almeno per tutta la prima parte del ‘900 esibito ed ostentato con addobbi, cerimonie sontuose e cortei maestosi è quasi, per pudore, celato dai ritmi temporali e spaziali compressi, tipici di oggigiorno, traffici sempre più intensi, parossistici e flussi continui lungo le nostre tentacolari e già congestionate strade, per esempio, sempre più frequentemente impediscono la processione funebre dalla chiesa alla volta del camposanto.

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Carlo Ballotta

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