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Chi deve rimuovere il pace-maker nei cadaveri destinati a cremazione? — 4 commenti

  1. il solito casino di leggi italiane , poi ogni regione legifera in modo diverso e il luogo in cui si muore determina la modalità burocratica più o meno incasinata.
    propongo di far mettereobbligatoriamente il peace maker a tutti i politici anche se non consenzienti
    moriturus vos saluta

  2. X Daniele,

    Regione Emilia-Romagna ‘nevvero?

    Si segue, in toto, il dettato dell’Art. 12 della Legge Regionale 29 luglio 2004 n. 19 secondo cui la vigilanza sulle operazioni cimiteriali transita in capo allo stesso gestore del camposanto.

    Solo per le esumazioni ed estumulazioni straordinarie, in particolari situazioni, si potrà richiedere il parere igienico sanitario.

    Si segnala però la necessità di normare in sede comunale le modalità delle esumazioni ed estumulazioni, individuando anche la figura sostitutiva per la verifica del rispetto delle condizioni regolamentate dal CAPO XVII DPR n. 285/1990, che la L.R. già individua nel personale da cui sono effettuate le operazioni cimiteriali, purché esso sia adeguatamente formato.

    Sarà quindi necessaria l’emanazione di una specifica normativa in materia (ordinanza del Sindaco ai sensi del combinato disposto tra gli Artt. 82 comma 4 e 86 comma 1 DPR n. 285/1990 o regolamento di polizia cimiteriale) e conseguentemente prevedere uno specifico percorso d’addestramento per i necrofori-affossatori, anche per risolvere situazioni dubbie di questo tipo.

    La questione dello stimolatore cardiaco è annosa rileva soprattutto per gli apparecchi di vecchia concezione, alimentati a nuclidi radioattivi, perché durante la cremazione potrebbero, per il forte calore, esplodere, provocando ingenti danni alle pareti del forno, realizzate con materiale refrattario.

    Ponzio Pilato (noto igienista il quale sui problemi di giustizia terrena e natura cristologica si lavava bellamente le mani) suggerirebbe:

    a) di far firmare a chi richiede la cremazione del resto mortale, su propria responsabilità, civile soprattutto, ma anche penale ex Art. 76 DPR n. 445/2000 una dichiarazione, nella forma dell’atto sostitutivo di atto di notorietà, in cui escluda la presenza del pacemaker sul corpo da incinerare o comunque la sua intrinseca pericolosità.

    b) reperire presso i famigliari del defunto la documentazione sanitaria in cui si attesti la tipologia del pacemaker impiantato, eccettuando, così, ab origine, la malaugurata ipotesi di batteria a radio nuclidi, assolutamente deleteria per l’impianto di cremazione.

    La soluzione di cui al punto b) sarebbe la più ragionevole, veritiera e certa, anche ai sensi dell’Art. 49 DPR n. 445/2000 secondo cui le attestazioni sanitarie non sono surrogabili da soggetti terzi attraverso l’autocertificazione, ma per interventi d’impianto molto risalenti nel tempo è assai improbabile poter produrre agli atti tutte le necessarie certificazioni sanitarie, anche perché, dati i decenni ormai trascorsi, il medico che eseguì l’applicazione dello stimolatore cardiaco, potrebbe anche non esser più rintracciabile o reperibile.

    Si ritiene che in sede di ricognizione sul mancato stato di avvenuta mineralizzazione del cadavere, quando cioè si schiude la cassa di zinco e si rinviene il defunto ancora o parzialmente integro competa a chi esegue questa operazione, invero, piuttosto scabrosa (di solito, quindi, al caposquadra necroforo) la rimozione di eventuale pacemaker (L’AUSL nella stesura dell’ordinanza sindacale di cui cui sopra potrebbe suggerire anche, magari a latere, in modo particolare per quanto riguarda raccolta e smaltimento del rifiuto) un piccolo protocollo operativo cui i necrofori dovranno scrupolosamente attenersi (tanti auguri ai colleghi in servizio presso il Suo cimitero perché rovistare nella cavità toracica di un resto mortale alla ricerca del pacemaker non deve esser per nulla gradevole!).

    Sarebbe molto proficuo interessare l’AUSL, per una sua valutazione complessiva sulla procedura da adottare, siccome casi di questo genere, con l’appressarsi delle estumulazioni massive di feretri sepolti negli anni ‘80 in avelli dati in concessione con durata trentennale (siamo ben oltre i 20 anni fissati dalle legge come tempo minimo di permanenza nel sepolcro) il fenomeno è destinato a ripresentarsi puntualmente ed in modo sempre più frequente.

    Se c’è anche il solo sospetto di una possibile contaminazione con i radionuclidi della pila è d’obbligo la segnalazione all’AUSL, la quale provvederà alla rimozione, in tutta sicurezza con proprio personale, anche se qui da noi, in Emilia Romagna le AUSL si stanno progressivamente spogliando delle funzioni di polizia mortuaria, in forza del processo di de-medicalizzazione della stessa, iniziato ben prima e non so quanto legittimamente, della promulgazione della Legge Regionale n. 19/2004.

    Il pacemaker espiantato è, a tutti gli effetti, rifiuto solido pericoloso (a rischio infettivo anche in quanto è entrato direttamente a contatto con i liquidi cadaverici?) e come tale va trattato, dopo opportuna sterilizzazione ai sensi del DPR n.254/2003

  3. Scrivo dall’Emilia Romagna; in caso di cremazione di resto mortale ( qundi dopo 20 anni dalla tumulazione ) portatore di pacemaker, a chi tocca l’onere della rimozione? Può essere eseguito dagli operatori cimiteriali ? Come si smaltisce il pacemaker ?

  4. E’ bene che il feretro giunga all’impianto di cremazione dopo l’espianto (se non altro perchè non è minimamente ammissibile aprire la bara per operazioni di questo tipo, una volta chiusa e debitamente sigillata; si trascura ogni considerazione se nell’impianto sia presente locale idoneo e/o personale per questo).
    Anche se non prescritto, è opportuno indicare nell’autorizzazione l’avvenuta rimozione del pace-maker (ed evito di indicarne le motivazioni di questo “suggerimento”).

    Da parte di ambienti sanitari si tende a considerare l’eliminazionedel pace maker un c.d. atto medico, in quanto atto invasivo (seppure lievemente), altri, invece, considerano che una (comprensibile) riserva a funzioni di esercenti professioni sanitarie, cessi con la morte (ovviamente, salvaguardando il riscontro diasgnostico oppure l’autopsia o il trattamento di imbalsamazione, indipendentemente da quale sia il procedimento seguito e/o dalla sua efficiacia o durata).

    Nel caso, poi, di cremazione di resti mortali mi sovviene un dubbio un sul rilascio della relativa autorizzazione: essa può basarsi sull’autocertificazione dei parenti i quali dichiarano che il defunto non era portatore di stimolatore cardiaco.

    Si applica, forse, l’art. 49 Comma. 1 del D.P.R. n. 445/2000 dove testualmente si dice: “I certificati medici, sanitari, [……] non possono essere sostitutiti da altro documento, salvo diverse disposizioni della normativa di settore”.

    Personalmente semplificherei, in quanto non si tratta di un certificato medico/sanitario vero e proprio.

    Non bisogna, infatti, attestare uno stato di salute (da tempo, un po’ … cessata), ma se, al contrario, vi sia un “oggetto” (dispositivo) o meno ….

    Così non richiederei neppure una dichiarazione ex art. 47 dPR n.445/2000, ritenendo sufficiente che questa “indicazione” sia presente nell’assenso.

    Oltretutto, nell’eventualità di irreperibilità dei familiari (art. 3, 1, lett. g) L. 30/3/2001, n. 130), chi potrebbe riportare questa notizia, la cui funzione è quella di evitare possibili danni all’impianto di cremazione, si renderebbe, allora, necessaria per ogni estumulazione/esumazione di resto mortale finalizzata alla cremazione dello stesso un’attenta ricognizione, da parte dei necrofori, sullo stato dell’esito da fenomeno cadaverico di tipo trasformativo-conservativo, per nulla facile e scontata.

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