Ripartire dalle basi

Ripartire dalle basi

E’ prevedibile che le vicende, che hanno portato alla caduta del governo Conte, possano avere tra gli effetti collaterali anche quello di mettere in crisi l’iter del disegno di legge AC 1143.
Per il momento sono state rinviate sine die le audizioni delle associazioni di categoria calendarizzate a settembre presso la XII Commissione Affari sociali della Camera dei deputati.
È altrettanto auspicabile che l’ultima maggioranza politica e la compagine governativa rinnovata instradino su un ‘binario morto’ un provvedimento fortemente voluto da una forza ‘sovranista’ che, paradossalmente, da una parte non faceva altro che importare in modo superficiale modelli e assetti di impresa da ben diversi ordinamenti funerari, mentre, dall’altra, lacerava, fino a renderle inconoscibili, le nozioni stesse di polizia mortuaria e di universalità del cimitero pubblico.
È di tutta evidenza che il nostro ordinamento debba essere profondamente modificato. Il livello statale si fonda ancora sui precetti primo-novecenteschi (quando non ancora pregressi) di un regio decreto dalla veneranda età di ottantacinque anni e su un regolamento ministeriale che si avvia a compierne trenta.
I (pochi) inserti di questo secolo (cfr. la L. 130/2001) ancora oggi risultano ancora privi di una compiuta armonizzazione con il resto delle norme statali, cosa che ha favorito la proliferazione di interventi regionali disparati e confusi, i cui ultimi – e avvelenati – frutti solo recentemente sono stati censurati dal Governo che ha avanzato multiple e radicali eccezioni di incostituzionalità (con riverbero anche su tutta la normazione regionale degli ultimi decenni).
La gravità di una situazione – in cui molte parti del Paese seguono proprie e difformi regole per i funerali, i cimiteri e i crematori, mentre in altre non se ne segue nessuna –, una perdurante disattenzione nei confronti delle esigenze delle famiglie in lutto – spogliate anche dei più elementari diritti sociali di cittadinanza, e lasciate in mano ad una congerie di incombenze e costi al di fuori di ogni controllo, quando non esposte a dolose operazioni predatorie da parte di agenti senza scrupoli –, sono elementi che dovrebbero auspicabilmente indurre le forze politiche ed il Governo a mettere mano ad una compiuta ed organica riforma dell’ordinamento funerario adottando legislativamente una sorta di ‘testo unico’ del sistema funebre e cimiteriale che faccia finalmente chiarezza su molti versanti.
Senza indulgere in ‘occorrismi’ non possiamo esimerci dal segnalare, tra le altre, alcune criticità:
– le diverse sensibilità, sorte negli ultimi decenni nella società italiana, hanno profondamente modificato la nozione e le modalità di esercizio dei diritti individuali, trasformato i perimetri e le funzioni dell’istituto della famiglia, ampliato il novero di soggetti che, in micro-comunità non solo virtuali, interagiscono sia con gli uni che con le altre: tutti elementi che mal si conciliano con le rigide classificazioni civilistiche del soggetto, della famiglia e con il perdurare di arcaismi come l’istituto della concessione cimiteriale, a scapito di altre e possibili forme di relazione nella gestione e l’uso di beni comuni;
– mai come in questi ultimi anni è cresciuto lo scarto tra i valori e le aspettative della comunità e la realtà economico-sociale, implementando così sentimenti di perdita di fiducia nel futuro e di rancore verso le istituzioni. Conseguentemente occorre definire un nuovo welfare, assicurando un perimetro certo alle potestà della P.A. per la gestione di defunti e di sepolture in stato di abbandono e dei defunti custoditi. A tempo stesso, per l’esercizio delle funzioni di regolazione e controllo dei fatti funebri e cimiteriali, vanno assicurati livelli di governo muniti di una efficace infrastruttura conoscitiva, tecnologica e procedimentale che sia in grado di metterli ‘in rete’ evitando sovrapposizioni e ridondanze;
– per gli evidenti disequilibri va superata l’illusione di un mercato funerario ‘perfetto’ e va fatta chiarezza sui temi della tutela del richiedente dei servizi funerari e delle modalità con le quali esso viene messo in grado di esercitare i suoi diritti;
– allo stesso modo va affrontato il tema della sostenibilità economica e dei requisiti dimensionali, etici e qualitativi irrinunciabili per l’attività d’impresa in un settore che – in forza di una improvvida deregulation – ha visto contro ogni evidenza demografica esplodere in questi anni il numero di operatori che continuano ad agire in un opaco contesto di fiscalità;
– per converso, è non più sostenibile l’incertezza delle normative ambientali, tecniche e contabili riguardo alla gestione dei crematori e, più in generale, dei cimiteri, dove quasi due secoli di memoria delle comunità versano in stato di abbandono; così come è urgente venga fatta chiarezza, rendendo obbligatoria l’adozione di requisiti europei per i servizi funerari e per i materiali da impiegare;
– è infine singolare che – nonostante vi siano importanti esperienze accademiche all’estero – non via sia in questo Paese una definizione unitaria di un percorso disciplinare rivolto ai soggetti pubblici e privati che, a vari livelli, sono chiamati a svolgere funzioni delicatissime, mentre tutto viene delegato alla mutevole cognizione delle varie regioni e solamente per attività di meramente operative.
Pre-condizione fondamentale di ogni possibile esito è che le associazioni di settore de-pongano le belligeranze e le illusioni che, per fare i propri interessi, occorre semplice-mente allearsi con le forze politiche in quel momento dominanti.
Da tempo, chi scrive auspica che su questi temi si apra un ampio dibattito sui valori condivisi e che le stesse associazioni possano essere promotrici di una ‘messa in rete’ delle realtà presenti nei vari mondi.
Una sorta di Convocazione degli Stati Generali tra coloro che hanno a che fare con la morte e la memoria, a partire dai contesti di prossimità delle associazioni dei malati terminali e gruppi di auto-aiuto sorti in varie città, per andare poi a coinvolgere quanti nel modo accademico e della tutela dei beni storico-culturali sono interessati ai riti funebri ed alle sepolture.
La storia di questi ultimi decenni sta a dimostrare quanto male ha fatto all’ordinamento funerario il vagheggiamento che l’unico schema possibile di democrazia decidente fosse quello che nasceva da una vocazione maggioritaria delle forze politiche. Ciò non solo ha fatto perdere alle stesse forze politiche la cognizione delle complessità sociali ed economiche che innervano la società italiana, ma ha anche finito per diffondere paradigmi acritici e narrazioni che hanno alimentato il rancore in coloro che rimanevano, a vario titolo, esclusi.
Le soluzioni per temi così delicati e fragili – e pur tuttavia embricati nel vissuto profondo delle comunità – come quelli agiti in ambito funebri e cimiteriale mal si conciliano con istanze avanzate a colpi di maggioranze.
A ben vedere i due ultimi regolamenti di polizia mortuaria del dopo guerra (D.P.R. 803/1975, governo Moro IV e D.P.R. 285/1990, governo Andreotti VI) sono il frutto della cultura politica che si basava su uno schema equilibrato di rappresentanza politica e di composizione degli interessi. Oggi da molte parti si invoca l’abbandono del maggioritario ed il ritorno in tempi brevi ad un sistema elettorale perfettamente proporzionale (peraltro connesso alla riduzione del numero dei parlamentari).
L’auspicio è che per l’assetto che verrebbe a formarsi, una sorta di Prima Repubblica 2.0, si faccia tesoro degli errori del passato e si innesti una stagione nella quale i vari attori politici e sociali possano ascoltarsi vicendevolmente e sforzarsi di trovare punti di mediazione e convergenza per disegnare il futuro del nostro settore.

Nota di redazione: il numero ISF194, compreso questo articolo, è stato chiuso in tipografia il 13/9/2019 e può riportare considerazioni basate su fatti allora ignoti.

Editoriale di Antonio Dieni, pubblicato su I Servizi Funerari 4/2019.

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