Impianti di cremazione ecosostenibili. Riduzione dell’impronta carbonica e delle emissioni inquinanti – 4/5

Questo articolo è parte 4 di 5 nella serie Impianti di cremazione ecosostenibili

Crematorio – Riduzione dell’impronta carbonica e delle emissioni inquinanti

Uno dei principi informatori prevalenti delle progettazioni e installazioni di nuovi impianti di cremazione è la riduzione dell’impronta carbonica in termini di emissioni di CO2 e di uso di fonti fossili. Le scelte tecniche sono numerose.
In alcuni Paesi del Nord Europa la temperatura di post-combustione è stata portata a 800°C (dagli 850°C previsti in Italia) senza notare delle differenze nelle performance ambientali, anzi con una riduzione significativa nel consumo di carburante, una riduzione nelle emissioni di gas serra e la riduzione degli ossidi di azoto e dei PM che migliorano la qualità locale dell’aria.
Per quanto riguarda le emissioni di NOx è ormai pratica diffusa l’installazione di sistemi di abbattimento DeNox sui crematori utilizzando un processo chiamato SNCR (Selective Non-Catalytic Reduction); tuttavia, l’efficienza di questo processo inizia a diminuire drasticamente quando la temperatura dei gas di scarico scende sotto gli 800°C.
Il recupero del calore residuo dal processo di cremazione è una opportunità che rimane ancora poco sfruttata.
In genere i fumi in uscita dal forno crematorio hanno una temperatura di circa 850 °C per circa 1.000 Nmc/h di portata nei crematori classici a metano; detti flussi caldi vengono necessariamente raffreddati con un dissipatore o uno scambiatore di calore per portarli ad una temperatura non superiori ai 200 °C, in modo che possano transitare attraverso un sistema di filtrazione a doppio stadio costituito da un dosatore di reagenti (solitamente carbone attivo e carbonato monosodico o ossido di calcio), da un pre abbattitore ad effetto ciclonico e da un filtro a maniche ed essere così efficacemente depurati. Detto raffreddamento implica un determinato consumo di energia elettrica per generare flussi di aria di raffreddamento.
Ciascuna linea di cremazione implica la dissipazione di circa 250 kW termici.
In numerosi templi crematori le potenze termiche generate vengono, in quota minima, recuperate per usi interni (riscaldamento e acqua sanitaria). Detta energia termica potrebbe essere utilizzata per riscaldare ambienti vicini mediante delle piccole reti di teleriscaldamento sostituendo le caldaie a metano.
Da valutazioni sommarie i bacini di utenza teleriscaldabili devono avere una potenza di punta non inferiore a 500 kW per una linea di cremazione e una potenza di punta di 1,000 kW per due linee di cremazione.
La distanza massima, al fine della convenienza economica è di circa 250 mt per una linea di cremazione e 500 mt per due linee. E’ però importare annotare che le zone di rispetto cimiteriale determinano distanze obbligate dalle abitazioni e dai luoghi di permanenza delle persone, rendendo così difficile raggiungere la distanza ottimale di di convenienza economica sopra indicata.
Una alternativa per l’utilizzo dell’energia termica disponibile è costituita da serre per la produzione ortofrutticola o di floricoltura oppure dalla “vendita” dell’energia prodotta tramite una rete di teleriscaldamento (alcuni Paesi Europei hanno programmi avanzati di sviluppo del teleriscaldamento) per usi civili o industriali.
In sintesi, se un crematorio (come molti crematori esistenti nel nostro Paese) non è in grado di usare il calore di scarto disponibile sul posto né di esportarlo a un consumatore vicino, servono altre tecnologie che permettano di utilizzare tale calore.
Potenziali altri usi del calore sono la generazione di elettricità con cicli Organic Rankine Cycle o l’azionamento di refrigeratori ad assorbimento, se c’è una considerevole richiesta di raffreddamento in loco per scopi di condizionamento o di mantenimento in cella frigorifera di defunti.
Probabilmente la generazione di elettricità in loco avrebbe il maggior potenziale, a condizione che un sito esistente abbia spazio sufficiente per accogliere l’impianto aggiuntivo, e che siano disponibili adeguate risorse finanziarie per l’investimento.
Considerazioni ambientali a parte, l’investimento in qualsiasi progetto di recupero dell’energia sarà guidato dalla valutazione economica dell’investimento.
Un progetto con un payback di uno o due anni sull’investimento di capitale andrà avanti, ma se questo aumenta a 10 anni, diventa economicamente non realizzabile.
I progetti che prevedono risparmi di energia risultanti da una riduzione del consumo di elettricità saranno quasi sempre economicamente più attraenti di un progetto che comporti una riduzione dell’uso del gas naturale. Questo è dovuto all’alto differenziale di costo tra le due forme di energia, con l’elettricità da rete che generalmente è più costosa.

Crematori – Opposizioni ambientaliste

L’installazione degli impianti di cremazione è stata spesso osteggiata dalla popolazione locale per il ben noto fenomeno NIMBY (Not In My Back Yard).
Tale approccio si è esteso a tutti i tipi di nuove installazioni industriali o che comunque presentassero la presenza di un camino.
Per contrastare tale fenomeno e rassicurare la popolazione, gli Enti autorizzativi impongono limiti di emissioni molto restrittivi non dissimili da quelli previsti per impianti industriali con portate e flussi di inquinanti molto elevate.
Non solo, in molti casi gli Enti Autorizzativi sono intervenuti imponendo anche procedure operative, che tendono in qualche modo a limitare la capacità decisionale autonoma da parte dei gestori.
L’installazione di impianti a servizio della cittadinanza, nei decenni passati, è stata spesso posta sotto scacco da un immobilismo indotto da un ambientalismo velleitario e ideologico, cavalcato da tutte le parti politiche, nessuna esclusa.
Nel caso degli impianti di cremazione, diverse ARPA regionali hanno condotto approfondite campagne di misura sull’ambiente circostante un impianto crematorio senza rilevare differenze certe e misurabili del tasso di inquinamento tra quando l’impianto è in funzione e quando è spento.
Pertanto, si può affermare che il contributo che un forno crematorio apporta alle concentrazioni, che determinano la qualità dell’aria, è sostanzialmente ininfluente.
Fino al 2010 prevaleva l’effetto “NIMBY” di valenza locale (non fare impianti vicino alla mia casa); successivamente, ed in particolare negli ultimi anni, il concetto si è globalizzato e integralizzato diventando un movimento “NO – MOVE”: negazione di qualsiasi intervento di sviluppo. NO TAV, – NO Gassificatori, – NO TRIV., – NO Pale Eoliche – NO Gasdotti, – NO Termovalorizzatori, -NO Autostrade, – NO Crematori, ecc.
Ora, i nodi vengono al pettine e si è costretti a prendere coscienza, drammaticamente, della inadeguatezza del nostro sistema infrastrutturale impiantistico e di approvvigionamento energetico e della insufficienza delle azioni programmatiche della politica nell’ultimo trentennio.
Purtroppo, è parere di molti esperti in ambito tecnico e ambientale, che i valori di un ambientalismo incompetente, condivisi da una parte della popolazione e della politica ideologizzata, si siano ormai talmente radicati che sarà difficile nel futuro avere un approccio alla transizione energetica senza generare forti opposizioni da una componente minoritaria della popolazione.
I nuovi impianti di cremazione dovranno tenere conto dello sviluppo della situazione contingente ambientale ed energetica nel medio e lungo periodo adeguandosi all’impiantistica che costituirà le nuove tecnologie, in coerenza ai nuovi standard ambientali previsti già ora e per il prossimo futuro.
La crisi pandemica ha però dimostrato la rilevanza di un sistema capillarmente diffuso nel territorio nazionale di impianti di cremazione, rendendo meno facilmente contestabile, nell’immediato, installare nuovi impianti di cremazione, quando la popolazione si è spesso resa conto che in situazioni emergenziali la disponibilità di impianti di cremazione è determinante per garantire le sepolture e che spesso a guidare la protesta sono sparuti gruppi di cittadini, spesso desiderosi di salvaguardare la zona in cui abitano, rendendosi invece disponbili o anche molto favorevoli ad installazioni in altre parti della città.

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