Associazioni dei consumatori e SEFIT allo stesso tavolo

Oggi 23 ottobre 2008 si sono incontrati a Roma, nella sede della Federutility – SEFIT rappresentanti delle Associazioni dei consumatori e della SEFIT. Quest’ultima ha consegnato loro copia del libro bianco sul settore funerario italiano, chiedendo che concorrano nella modernizzazione del settore funerario italiano. Interesse e disponibilità sono state dimostrate dalle Associazioni presenti.

Di seguito si riporta un estratto del libro bianco, che si può scaricare integralmente cliccando su www.sefit.eu/librobianco

Perché un “Libro Bianco” sul settore funerario in Italia?
Il settore funerario in Italia costituisce una realtà di cui non vi è una diffusa conoscenza poiché le
tematiche proprie dei servizi funebri e cimiteriali sono o ignorate, a volte anche “rimosse”,
raramente approfondite, rimanendo spesso confinate nell’ambito di chi vi operi. Per questo, appare
importante l’occasione per illustrarle, cogliendo così anche l’occasione per opportune, quanto
necessarie, precisazioni sul ruolo che nel settore giocano le aziende partecipate dalle Autonomie
Locali, nonché delle stesse Autonomie Locali, in sostanza dei momenti di rappresentanza della
popolazione sul territorio e delle forme di gestione con cui le istanze elettive di rappresentanza
assicurano questi servizi sul territorio.
FederUtility-SEFIT (Servizi Funerari pubblici Italiani) costituisce il settore che, all’interno di
FederUtility (aderente a ConfServizi), associa le aziende pubbliche, ed i comuni, operanti nei
servizi funebri e cimiteriali.
Il settore funerario comprende il complesso dei servizi funebri, cioè i servizi e le prestazioni che si
rendono necessarie a seguito del decesso e fino alla sepoltura, ed i servizi cimiteriali, cioè le
diverse tipologie di accoglimento nei cimiteri, nonché, laddove presenti e richieste, le attività di
cremazione e, quindi, di destinazione delle ceneri.
Nei servizi funerari sono presenti anche attività aventi carattere igienico-sanitario, decisamente
parziali e limitate nel settore funebre, pressoché assenti (salvo situazioni accidentali) in quello
cimiteriale. Ciò porta a constatare come, pur in presenza di impianti normativi del passato che, in
tutt’altro contesto, tendevano a fare ricorso a strumenti di regolazione tendenzialmente monotestuali,
nella realtà prevalgono, sia dal punto di vista qualitativo che da quello quantitativo, una
serie di altri aspetti che coinvolgono discipline molto articolate, ma, anche, ed escludere che
possano determinarsi competenze esclusive in un unico livello di governo, ma, al contrario,
di più livelli. Probabilmente, l’accento dovrebbe essere, in una visione moderna, posto sugli
aspetti dei c.d. diritti di cittadinanza, cioè dei diritti civili e sociali.
Non a caso, sono presenti tipologie di servizio che assumono il carattere della “istituzionalità”, non
solo per alcuni caratteri di indifferibilità di taluni servizi, ma proprio al fine di garantire trattamenti e
livelli di servizio tendenzialmente omogenei.

I destinatari dei servizi del settore funerario.
Una particolare, se non del tutto preliminare, attenzione va posta nei riguardi dei destinatari dei
servizi inclusi nel settore funerario, che, per la particolarità del settore, non sono mai “clienti”, ma, a
certe condizioni, “utenti” e, principalmente, “cittadini”. Oltretutto, specie per quanto riguarda i
servizi funebri, i destinatari presentano la caratteristica di doversi avvalere (dato che né il
momento, e spesso neppure il luogo, sono rimessi ad una scelta) di tali servizi, nel momento del
lutto, cioè nel momento di maggiore fragilità emotiva, dove tendono – comprensibilmente – ad
operare pulsioni motivate sugli affetti, rinviando criteri di scelta tipicamente commerciali (che
richiederebbero parametri di scelta del fornitore meno esposti all’atteggiamento affettivo) ad altre
fasi. Constatandolo, si perviene a dover prendere atto dell’a-simmetria tra le parti. Oltretutto, e ciò
emerge, purtroppo, dalle cronache e dai mass-media, non sono assenti pratiche di acquisizione
dei servizi non sempre corrette e, a volte, decisamente illecite (come le “segnalazioni”, le dazioni in
denaro ed altro).

Come si è evoluto il settore?
Il settore, con particolare riferimento all’ambito funebre (essendo i servizi cimiteriali rimasti
quantitativamente immutati), si è avuta una crescita nel numero degli operatori, molto rilevante
(sull’ordine dell’86 %), a fronte di una sostanziale, a parte fluttuazioni fisiologiche, stabilità nella
“domanda” di servizi, con la conseguente riduzione del numero medio (su base nazionale) di
servizi annualmente assicurati dai singoli operatori. Ciò ha accentuato l’asprezza nei rapporti
reciproci tra concorrenti, costituendo, probabilmente, uno dei motivi di ampliamento delle modalità
illecite di acquisizione dei servizi e incrementando i costi unitari dei servizi a carico dei fruitori.
Un “mercato”, ammesso che si possa parlare di mercato, non assicura la riduzione dei prezzi e
l’elevamento della qualità delle prestazioni, solo in relazione al numero di operatori, ma anche se
questi operatori si trovino nelle condizioni di operare, in termini d’impresa, in condizioni di
sufficiente remuneratività (inclusa la remuneratività dei fattori della produzione).
In altre parole, si è in presenza di una forte “polverizzazione” nel settore, che incrementa non la
qualità, quanto la loro aggressività sia nella fase di acquisizione dei servizi, sia nella
determinazione dei prezzi. Oltretutto, la polverizzazione, oltretutto operante su bacini fortemente
localistici, fa constatare anche come siano altamente presenti situazioni di carenza delle dotazioni
e risorse minimamente necessarie per assicurare i servizi offerti, e, conseguentemente, il ricorso
ad un ventaglio ampio di soluzioni non sempre legittime od estemporanee.
Nel settore funebre, sia per la polverizzazione degli operatori, sia per la limitatezza del bacino di
riferimento, sia per la discontinuità, anche temporale, dei servizi, non sempre sono presenti “piani
industriali” che permettano un’adeguata impostazione delle politiche aziendali, che non trovano
riscontro in altri settori economici; tuttavia, sono presenti situazioni in cui i margini dei ricavi si
collocano su livelli elevati, con conseguente onerosità a carico delle famiglie dei dolenti.

La presenza delle aziende “pubbliche”.
Nel contesto sopradescritto, le aziende “pubbliche” (sia che si tratti di gestioni in economia,
attraverso aziende speciali o società partecipate) hanno una presenza sul territorio limitata, su
base nazionale, ma risentono della loro natura che porta sia all’osservanza delle regole, sia ad
un’attenzione verso la domanda, vista più come cittadino od utente che non come cliente. Spesso
la presenza di aziende “pubbliche” (in tal caso escludendo le poche gestioni in economia) risponde
a scelte delle Autonomie Locali motivate sull’esigenza di far fronte a prestazioni di servizio,
sottraendosi ai vincoli (es.: limitazioni nell’acquisizione delle risorse di personale, rispetto del patto
di stabilità interno) di una gestione diretta, pur richiedendo, nel contempo, un’attenzione al servizio
come un servizio sociale e una remuneratività.
Ma le aziende “pubbliche” presentano anche la caratteristica dell’approccio in termini di “servizio”,
dove i fattori economici assumono una valenza strumentale alla prestazione del servizio, che
deriva dal fatto di essere “forme di gestione” di servizi che rispondono a scelte degli organi elettivi
di rappresentanza delle comunità locali.
A volte, è anche vero che la scelta dell’azienda pubblica risponde a logiche di “alleggerimento” da
difficoltà proprie delle gestioni in economia diretta, ma questo atteggiamento “di servizio”
costituisce una caratteristica, difficilmente smentibile, anche quando da ciò derivino, per l’azienda,
maggiori oneri.
Proprio la loro natura di “forma di gestione” determina, altresì, anche un approccio all’osservanza
delle “regole”, sia in materia di rapporti con il personale, di misure di sicurezza nei luoghi di lavoro,
nella gestione amministrativa e tributaria, così come negli altri aspetti della conduzione aziendale.
Ma non ostante queste componenti, che costituiscono innegabilmente fattori di costo non
altrettanto, almeno uniformemente, presenti in altri operatori del settore, le aziende pubbliche
assolvono ad una funzione non solo moralizzatrice (provando come i servizi funebri possano
essere acquisiti anche senza ricorrere a male pratiche), ma altresì assicurando un controllo sui
prezzi, dal momento che questi sono determinati anche dal concorso di decisioni degli organi di
rappresentanza democratica locale (generalmente, restii ad incrementi tariffari), contenimento dei prezzi che trova la propria cartina di tornasole nell’animosità che si registra da parte di altri
operatori, pur se questi siano nelle condizioni di sottrarsi a determinati fattori di costo.

L’acquisizione dei servizi funebri.
E’ già stato ricordato come siano variamente presenti pratiche illecite nell’acquisizione dei servizi
funebri, in particolare nei luoghi, come negli ospedali, case di cura, case di riposto e simili, dove
con maggiore frequenza di registrano decessi, a volte anche fino a partire dai singoli reparti,
aspetto che porta ad affrontare con la dovuta attenzione le criticità di queste situazioni, nel
convincimento che non sia sufficiente, al fine di prevenire queste male pratiche, il solo richiamo
alla tenuta di comportamenti corretti, dovendosi valutare la possibilità di interventi strutturali che
superino queste criticità.
La debolezza, e scarsità, dell’attività di controllo.
L’articolazione delle attività coinvolte nei servizi che, come già osservato, riguarda una ampia
platea di aspetti, determina che sia abbastanza assente un’attività di vigilanza e di controllo, non
solo per la potenziale pluralità di soggetti e di competenze, ma anche per la constatazione della
carenza di risorse, oltretutto crescente, in capo ai soggetti che avrebbero titolarità in questa
azione. Per non dire, inoltre, come l’ampio spettro di aspetti e materie coinvolte venga anche a
porsi la domanda sul “chi controlla che cosa e come ”.

La cremazione.
In Italia sono presenti circa 50 impianti di cremazione, seppure con una distribuzione territoriale
non equilibrata. Non ostante questo, la pratica della cremazione registra costantemente trend di
crescita, che risultano non influenzati dagli aspetti concernenti la sua onerosità.
Andrebbero valutati, nella prospettiva, gli effetti che la crescita del ricorso alla pratica della
cremazione potranno determinare sul sistema cimiteriale, al fine di porre in essere le misure
idonee a rendere coerenti l’uno e l’altro, in modo da prevedere, per tempo, risposte maggiormente
adeguate alle istanze della popolazione.

Il settore dei cimiteri.
Il sistema cimiteriale italiano, pur se ancora improntato sulla pratica funeraria dell’inumazione
(quanto meno normativamente), ha visto forti trasformazioni che hanno portato ad una prevalenza
del ricorso alla pratica della tumulazione (avente sempre il carattere di sepoltura “privata” nei
cimiteri), caratterizzato da una forte domanda di spazi (in termini di volumetrie) ma anche da
durate maggiori, quando non a tempo indeterminato (fino a che è stato ammesso), frequentemente
senza che vi siano stati effetti coerenti sul livello di onerosità (e quindi sulla componente delle
entrate), con la conseguenza che numerosi oneri che, a rigore, non possono che spettare se non a
quanti ne fruiscano, sono rimasti a carico dei bilanci delle Comunità locali, rendendo difficile la
gestione dei cimiteri, in particolare quelli caratterizzati, per aspetti architettonici o artistici, da
caratteri di monumentalità. In altri termini, le pratiche tariffarie largamente, per non dire
generalmente, presenti sono tali da risultare inferiore ai valori economici che ne dovrebbero
derivare secondo ordinari criteri di economicità influenzando negativamente le attività
d’investimento. Inoltre, il carattere dei cimiteri come impianti generalmente a durata non
determinata, con il costante afflusso di nuove sepolture, porta ad una costante esigenza di risorse
correnti che, quando non derivino da entrate tariffarie, non possono che derivare da altre fonti di
finanziamento dei comuni a scapito di altri servizi sul territorio.
In Italia sono presenti all’incirca 15.384 cimiteri, prevalentemente gestiti dai comuni nella forma
dell’economia diretta e, in pochi casi, affidati ad aziende speciali o a società di capitali a totale
partecipazione pubblica, anche come conseguenza della natura di bene (e funzione) demaniale
dei cimiteri. Gran parte dei cimiteri sono sorti nel corso del XIX secolo e molti presentano fattori di
monumentalità, a volte anche significativa (al punto che all’interno dell’A.S.C.E. (Association of
Significant Cemeteries in Europe) la partecipazione dei comuni italiani è fortemente rilevante e, per inciso, tale partecipazione vede la presenza di importanti realtà che sono, anche, spesso aderenti
a FederUtiliy-SEFIT. In alcune realtà sono presenti esperienze, frequentemente riconducibili alle
legislazioni degli Stati pre-Unitari, di presenza di cimiteri particolari, sia quali cimiteri “parrocchiali”,
che di strutture associative un tempo definite di assistenza e beneficenza, oppure nelle forme delle
gestioni da parte di associazioni di fedeli (a mente del Codice di diritto canonico), frequentemente
(ma sono presenti anche altre denominazioni) denominate quali Confraternite, presenti in
particolare nel Sud Italia, situazioni in cui possono essere presenti (a seconda del momento storico
originario) sia le tipologie delle concessioni di aree cimiteriali ad enti, sia le tipologie della titolarità
di determinate aree risalente ad epoca pre-Unitaria.
La prevalenza della tumulazione sull’inumazione ha prodotto, nel tempo, il passaggio graduale
dalla concezione del cimitero “a rotazione” verso quella del cimitero “ad accumulo”, che amplia la
domanda, determinando criticità per la difficoltà di ampliamento di cimiteri, le cui fasce di rispetto,
originariamente previste anche per garantire questa eventuale espansione, si sono
progressivamente andate a ridurre, non senza considerare l’impossibilità, facilmente intuibile, di
impianto di nuovi cimiteri, in particolare (ma non solo) in contesti urbani ad alta densità abitativa.
I problemi legati alla pratica diffusa della tumulazione sono aggravati dalla presenza di numerose
concessioni cimiteriali a concessione regolate da un regime di perpetuità (la cui ammissibilità è
venuta meno solo da poco più di 30 anni), cui si collegano fisiologicamente sia fenomeni di
saturazione, sia di abbandono, anche per le trasformazioni nelle strutture familiari e la perdita
dell’interesse rispetto a defunti di cui i discendenti hanno perso la memoria.
La scarsa sensibilità verso una valorizzazione realistica dei costi che i cimiteri devono sostenere,
in termini di gestione ed investimenti, e quindi della scarsa attitudine a definire un sistema tariffario
tale da permettere il raggiungimento dell’obiettivo senza gravare sul bilancio dei comuni è
dimostrato dal dato di fatto che, fino al 2001, le sepolture ad inumazione erano gratuite per
l’utenza, indipendentemente dalla situazione economica dei soggetti interessati, ed a carico del
bilancio comunale. Si tratta di un atteggiamento generale che ha determinato, ad esempio, la
definizione di tariffe di concessione che non tenevano, e neppure ancora oggi tengono, conto,
spesso, degli oneri di manutenzione nel corso della concessione e degli oneri successivi alla
scadenza della concessione medesima. Complessivamente, l’effetto indotto da tale forma mentis è
che, complessivamente, le tariffe mediamente praticate si collocano a livelli nettamente inferiori a
quello che sarebbe il loro valore reale, se determinate con criteri economici.

Le strutture per il commiato.
Da qualche tempo è presente la spinta di alcuni operatori funebri di individuare momenti integrativi
della loro remuneratività aziendale, in particolare nella fase temporale immediatamente successiva
al decesso (cioè laddove è maggiore la propensione di spesa), proponendo l’introduzione di istituti
già presenti in altri contesti culturali (ma dove, in genere, la figura stessa dell’operatore funebre ha
tutt’altra qualificazione e strutturazione), come le strutture del commiato (variamente denominate).
Il pretesto è, spesso, quello di dare una risposta alle disfunzioni di altri soggetti, anche se esse
determinano in capo a chi ne abbia la disponibilità una maggiore presenza sul mercato di
riferimento.
Tra l’altro va segnalato come queste strutture rivelino il sottofondo di una sorta di
individualizzazione della morte, che tende a superare il “vissuto sociale” della morte e del lutto: ma
una società che perda il senso sociale della morte, la centralità della dignità dell’uomo e della
famiglia, per ridurre la morte a fatto privato, individualistico perde i valori per cui essa società
esiste.
Rispetto a queste ipotesi risulta importante cogliere in quali relazioni vengano a porsi rispetto alle
attività funebri e definire le funzioni cui possano assolvere, ancora non pienamente definite, anche
per quanto riguarda il grado di prestazioni “sanitarie” cui possano essere interessate, nonché
tenendo conto che se le funzioni attengano (o, attengano anche) ai c.d. riti per il commiato, non
potrebbe sottovalutarsi come esse, almeno nella realtà italiana, verrebbero a trovarsi quali possibili
alternative a luoghi in cui tradizionalmente avvengono proprio i riti del commiato, cioè i luoghi di
culto, quali essi siano.

Conclusioni e proposte.
Data la situazione del settore funerario in Italia appare opportuno che i diversi livelli di governo,
ciascuno per le proprie competenze, senza “sconfinamenti” né inerzie, valutino le misure da
adottare, ponendo al centro il “servizio” e i suoi destinatari, in particolare per la loro particolare
posizione essendo in gioco il rispetto del lutto e la dignità delle persone, nel momento
maggiormente carico di dolore e significanze.
Per fare questo, ad avviso di FederUtility-SEFIT, occorre:
= Intervenire sulle condizioni di operatività sul mercato, assicurando la piena (e, altresì, parità) di
concorrenza in termini maturi, individuando requisiti tecnico-organizzativi adeguati, ma anche
rispondenti alle diverse realtà territoriali.
= Affrontare, anche in attuazione della normativa dell’Unione europea, la materia fiscale e
tributaria, in modo da consentire una normale regolazione, al pari di altre aziende, che favorisca
anche la trasparenza e la conoscibilità dei fattori operativi.
= Ricercare soluzioni che, concretamente, consentano di contrastare (o, almeno, ridurre) le male pratiche nell’acquisizione dei servizi funebri, eventualmente valutando, in termini di razionalità delle scelte, anche le modalità di assicurazione di prestazioni e servizi indifferibili.
= Individuare quadri di riferimento e linee di indirizzo che consentano, fermo restando il rispetto e
la valorizzazione di tutti i livelli di governo co-interessati, di assicurare omogeneità nei livelli
essenziali concernenti i diritti civili e sociali all’interno di un sistema coerente e non contraddittorio.
= Valorizzare il ruolo, per altro storicamente svolto, delle Autonomie Locali negli ambiti
necroscopici, funebri e cimiteriale, all’interno di un ordinato e coerente rapporto di leale
collaborazione tra i diversi livelli di governo.
= Non sottovalutare come i servizi del settore funerario non sono del tutto assimilabili a servizi cui
normalmente si fa riferimento quando si parla di servizi pubblici in ambito locale a rilevanza
economica, essendo questi ultimi caratterizzati da un contenuto industriale e non sociale.

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