Un ponte per Mictlán

È passato da poco il giorno in cui abbiamo ricordato i nostri cari che non sono più con noi, in una festa, se la possiamo chiamare così, in cui siamo richiamati al passato.
Non siamo fatti per dimenticare e talvolta questa meravigliosa peculiarità della nostra mente che ci tiene stretti momenti lontani crea, con l’aiuto di miti, leggende, religione e spiritualità, un ponte tra il mondo in cui viviamo e un immenso e arcano Aldilà.
Portando fiori e ripulendo le tombe, ci prendiamo cura di chi non c’è come se avesse in qualche modo ancora bisogno delle nostre attenzioni e cure.
In ogni epoca e in ogni cultura il distacco anima-corpo ha avuto la sua spiegazione, così per chi rimane la separazione è stata addolcita da racconti tramandati con le tradizioni e le culture.
È affascinante poter attingere dalle millemila visioni della vita dopo la vita e poter in qualche modo adottare quello che più si adatta alla nostra mente, quella che ci dà più ragione, quella che avvicina all’essenza di chi fisicamente non è qui con noi.
Tutte assolutamente valide ed essenziali per affrontare le varie fasi del lutto e permetterci di continuare a vivere nell’accettazione di un’assenza.

Ma qualcosa quest’anno mi ha attratto a un’atmosfera che ho ritenuto giusto omaggiare un po’ per il calore dei buoni sentimenti, un po’ per la magia che la permea.
Qualche anno fa, qui in Europa, spopolavano disegni di teschi colorati come pattern di qualsiasi cosa che potesse essere figurato. Come sappiamo, le mode passano, ma la gente resta e andando a ritroso per cercare le origini di quel teschio si apre il passaggio verso una tradizione che non è nata di certo per essere la cover di un cellulare o la maglietta da spiaggia.
Facciamo un salto in Messico, dove ci tuffiamo nei preparativi per el Dia de los Muertos. Sì, eccoci nella stessa festività, dedicata ai morti, appunto. Noi non siamo capaci di essere felici nei momenti tristi, o forse sbaglio… La felicità è l’altra medaglia della tristezza e ne fa parte: come potremmo riconoscere un momento di felicità se non avessimo mai assaporato l’amarezza della tristezza? Non è forse la ricerca di una felicità perduta che ci spinge a ricercare il contatto con il passato?

La Catrina (da instagram @catrinachristina)

Ma torniamo in Messico dove vediamo le genti dei pueblo e delle città che si preparano al grande giorno in cui si crede che le anime possano tornare a confondersi tra i vivi e chissà che le ombre non prendano effettivamente corpo!
Questa tradizione si mescola alla religione del passato azteco dove il mondo sotterraneo Mictlán accoglie le anime dei defunti. Fin qui non sarebbe niente di nuovo: un posto invisibile ai nostri occhi come in ogni credenza popolare o religiosa.
C’è una figura che impersona questa festa nata, in realtà, dalla penna di un fumettista: sto parlando de ‘La Catrina’, originariamente chiamata ‘La Calavera Garbancera’. Con questa espressione, garbancero, si intendeva il venditore di ceci il quale, essendo povero, fingeva di essere ricco nascondendo le sue radici indigene, copiando lo stile di vita europeo. ‘Catrín’, infatti, significa un uomo di classe benestante, con molti soldi e bei vestiti, un dandy.

Siamo all’inizio del ‘900, quando durante i governi di di Benito Juárez, Sebastián Lerdo de Tejada e Porfirio Díaz, diventarono popolari dei fogli scritti dalla classe media che beffeggiavano e criticavano la situazione del Messico in tutte le sue sfaccettature. Questi scritti erano arricchiti da disegni di teschi e scheletri.
Ma erano scheletri vestiti con abiti eleganti e di gala in contrapposizione a ciò che la Nazione stava vivendo. Fu così che nacque dalla penna di José Guadalupe Posada il primo disegno che diede l’idea a muralista Diego Rivera nel 1947 nella sua opera “Dream of a Sunday Afternoon in the Alameda Central”, la celebra avvolgendola nel folclore messicano.
Quindi La Catrina impersona la festa del Dia de los Muertos e… tutto qui? No, lei è solo il simbolo perché “La muerte es democrática, ya que a fin de cuentas, güera, morena, rica o pobre, toda la gente acaba siendo calavera” diceva José Guadalupe Posada e cioè: “La morte è democratica, perché alla fine, bianchi, bruni, ricchi o poveri, tutti finiscono per diventare teschi”. E già, e torniamo al filo di magia che conduce alla tradizione.

Esiste una notte in cui si apre un passaggio tra il nostro mondo e il Mictlán in cui le anime tornano, ma come fanno a ritrovare la strada giusta per tornare a casa?
Qui inizia la magia. Ed ecco che i cimiteri si riempiono di candele e ceri che vengono accesi al calar del sole, e i petali di milioni e milioni di cempasúchil, un meraviglioso tagete principalmente di color arancione, segnano la strada da percorrere. Ogni famiglia, poi, in uno spazio inter-no alla casa crea un ‘ofrenda’, un altare con le fotografie, gli oggetti personali, le offerte di cibo e dolcetti, fiori di cempasúchil, candele accese. Tutto perché nessuno sia dimenticato e possa tornare per una notte a rivedere i visi di chi è rimasto.
Ma non sono soli: gli spiriti guida li accompagnano in questo viaggio. E quale miglior spirito guida di un cane?

xoloitzcuintle – da instagram @muerteadasoaxaca
Un cane con un nome difficile da pronunciare ‘xoloitzcuintle’, una vera razza (con classificazione FCI) molto particolare che sembra adatta allo scopo. Che storia meravigliosa!
E la gente aspetta per tutta la notte di vedere questi piccoli e vivaci occhi che precedono la visione dei defunti, che a volte ritornano anche solo per una carezza lieve sulle nostre vite e per infonderci il calore di un ricordo.

Por los que se fueron,
por los que extrañamos,
por los que recordamos,
por los que nunca olvidamos

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