Si parla soprattutto della sofferenza provata dai proprietari quando a morire è l’animale amato, ma perché non prendere in considerazione anche la situazione opposta: ossia quando a soffrire per lutto si ritrova un animale a causa della loro morte?
Quanti animali avranno sofferto per la morte delle loro proprietarie o dei loro proprietari, vegliandone i corpi morti?
Quanti animali si saranno lasciati morire per l’incapacità di sopportare il dolore provato per tali morti?
Infine, quanti animali si saranno trovati senza più acqua né cibo alla morte di chi li nutriva e si prendeva cura di loro?
Il tema preso in considerazione, ritenuto significativo per proporre questa riflessione, tratta la morte di Adone.
La prima opera intitolata Adone morto [Laurent de La Hyre, Adone morto, 1626 circa, olio su tela, Al 109 x La. 48 cm. Museo del Louvre, Parigi, Francia] fu dipinta dal pittore francese Laurent de La Hyre (Parigi, Francia, 27 Febbraio 1606 – 28 Dicembre 1656).
Nel quadro Adone giace morto disteso sopra la sua lancia posata sulla superficie del terreno, pudicamente protetto da veli.
Lo veglia il suo cane, seduto con elegante compostezza, a lui vicino poiché cosciente dell’accaduto.
L’animale, con le orecchie abbassate e il muso rivolto verso il terreno in un atteggiamento di contenuto dolore, è rappresentato in un momento di discreto raccoglimento, a lato del suo proprietario deceduto a causa di una ferita procurata dall’attacco di un cinghiale.
I due personaggi sono protetti da una natura rigogliosa in un’atmosfera di pace e serenità, dove nessun dettaglio è superfluo e dove l’episodio funebre è sviluppato in una composizione semplificata con un luminosissimo splendido corpo.
Un’altra rappresentazione di Adone morto è Venere raggiunge Adone morente, [Jusepe de Ribera, Venere raggiunge Adone morente, 1637, olio su tela, Al. 179 x La. 262 cm. Galleria Corsini, Roma, Italia] eseguita da Jusepe de Ribera, noto anche come José de Ribera o con il soprannome di Spagnoletto (Xàtiva, Spagna, 17 Febbraio 1591 – Napoli, Campania, Italia, 2 Settembre 1652).
Sulla tela il mito di Venere e Adone è giunto all’atto conclusivo. Adone, il bellissimo giovane amato da Venere, è rappresentato ferito a morte da un cinghiale durante una battuta di caccia. Venere sembra irrompere sulla scena con un balzo che lega quest’interpretazione alla narrazione di Ovidio. Nel X Libro delle Metamorfosi si narra che Venere, mentre viaggiava nel cielo sul suo carro trainato da cigni di ritorno da Cipro, sentendo i lamenti di Adone morente, si precipitò per raggiungerlo.
Anche in questo caso il suo cane da caccia è rappresentato a lui vicino, mentre il corpo del giovane risalta per il colore rosso del panneggio, che pare alludere al colore dell’anemone: il fiore in cui sarà trasformato il suo sangue.
L’episodio è stato riletto in chiave cristologica con il poema intitolato L’Adone, scritto dal fondatore e massimo esponente italiano della poesia barocca Giovanni Battista Marino (Napoli, Campania, Italia, 14 Ottobre 169 – 26 Marzo 1625).
Il poema idillico (uno dei più lunghi della letteratura italiana) fu pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1623 presso Oliviero di Varennes. L’opera descrive gli amori di Venere e Adone e la morte di quest’ultimo.
Nell’opera di Jusepe de Ribera la ferita di Adone è sul costato, e non sotto l’inguine come descritto nel poema di Ovidio, e il modo in cui Venere solleva le braccia in segno di disperazione è stato messo in relazione con l’iconografia della Maddalena.
Antonio Carneo, detto anche Carniello (Concordia Saggittaria, Venezia, Veneto, Italia, 26 Novembre 1637 – Portogruaro, Venezia, Veneto, Italia, 16 Dicembre 1692), dipinse La morte di Adone con un’impostazione che ricorda quella di Laurent de La Hyre.
Il corpo esanime di Adone domina la scena in primo piano. Accanto a lui il suo cane fedele sembra osservare il cinghiale responsabile della tragica morte.
Venere è raffigurata in alto, sopra il suo carro emerso dalle nuvole e trainato dai cigni, illuminata da una luce in contrasto con le ombre cupe del paesaggio ad amplificare la disperazione che la pervade mentre si appresta a soccorrere il suo amato.

L’impostazione della scena è in diagonale, il ritmo e l’enfasi è data dalle pennellate morbide, corpose e modulate dai bianchi, dai grigi, dalle luminosità accese e dai riverberi del cielo.
I colori di Carneo, riferiti alla materia di cui è fatta la terra e alla luce che emerge dalle ombre, sono un mezzo potente per esaltare la tensione emotiva e per accentuare il senso di spiritualità meditativa degli avvenimenti, in una contrapposizione chiaroscurale e in impostazioni compositive drammatiche.
Oltre agli artisti fino ad ora citati per aver rappresentato in pittura il dolore di un cane per la morte del proprietario, attraverso il tema della morte di Adone, è da menzionare il pittore britannico Briton Rivière (Londra, Inghilterra, 14 Agosto 1840 – 20 Aprile 1920) che nella seconda metà dell’Ottocento si è distinto per numerosi dipinti di animali.
Tra le molte opere dedicate alla rappresentazione dei cani, attinente al tema proposto è Requiescat eseguita nel 1888.

La locuzione latina requiescat in pace, tradotta letteralmente significa “che ella/egli riposi in pace” ed è spesso abbreviata dall’acronimo RIP, relativo alle parole pronunciate durante cerimonie funebri o poste sulle lapidi. Il cane, accanto al suo amato proprietario non più in vita, ha uno sguardo smarrito. Ogni rumore sembra essere ormai lontano ed è come se riposasse in pace con lui, fianco a fianco, come morti entrambi.
La realtà del dolore è testimoniata da una sensibilità artistica in grado di donare alla memoria un’opera, che presenta la morte in secondo piano rispetto al dramma vissuto in solitudine della vita presente.
Il cane, rappresentato col muso parallelo alla mano distesa che lo ha accarezzato, amato, curato, porta il pensiero di chi guarda all’esperienza invasiva del lutto, per ciò che non conosciamo e fa paura, ed è l’immagine di due corpi unificati dall’amore e dalla relazione che tocca l’anima e l’interiorità.
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