L’autunno che verrà

Riteniamo utile per i nostri lettori rilanciare su questa testata un articolo apparso in data 9 giugno 2022 su www.cdscultura.com, dal titolo “L’autunno che verrà” a firma del Dott. Andrea Gandini, economista ferrarese. Ne consigliamo la lettura.

L’autunno che verrà

Ciò che accade in Russia (inflazione e recessione) è un esempio di quello che avverrà da noi e nel dopoguerra (e già in autunno). Lo scenario più probabile è un Nuovo Ordine Monetario Internazionale dove accanto ad un dollaro in declino, crescerà lo yuan come nuova moneta di scambio mondiale (ora solo 8%) in metà del mondo, in base al nuovo controvalore che avranno le materie prime e su cui hanno puntato negli ultimi 7 anni Cina e Russia. Se l’America ha infatti la finanza (che contava quasi tutto in un mondo global dove tutto si può acquistare), l’Oriente avrà le materie prime e la divisione delle catene di fornitura produrrà forte inflazione tra le due grandi aree di commercio che si vanno formando: da un lato Usa, Europa, Australia, Giappone, Israele e altri paesi filo Occidentali, dall’altro Cina, Russia, India, Pakistan, Brasile, Iran, Cuba, gran parte dei paesi africani e del medio oriente. Molti Paesi (Cina, India, Brasile, etc.) continueranno a commerciare con entrambe le aree ma subiranno le pressioni di stare o con gli Usa o con Cina-Russia e il cosiddetto libero commercio si ridurrà (già oggi non è per niente libero essendoci ben 354 deroghe che erano solo 22 trent’anni fa). Dietro la narrazione del “libero” commercio, abbiamo invece assistito negli ultimi 30 anni ad una crescente politicizzazione (e dazi) degli scambi tra paesi.

Ciò porterà nel 2022 e ‘23 ad un forte aumento dei prezzi. In Italia a maggio siamo già a +6,9% (su maggio 2021) ma l’inflazione annualizzata 2022 è dell’11% (fonte Istat) e proseguirà nel 2023. Le bollette di gas ed elettricità in autunno saranno uguali se non maggiori delle ultime stratosferiche e in 2-3 anni il potere d’acquisto degli italiani rischia di ridursi del 20-30%, riducendo vieppiù quello delle classi medie (già in via di sparizione) e facendo crescere la quota di poveri. Per fare un piccolo esempio l’Italia consuma ogni anno 75 miliardi di metri cubi di gas che nel 2020 ci costavano 15 miliardi di euro, oggi ne costano 80-90 (o meglio si fanno pagare 80-90 miliardi, perché 2/3 sono stati acquistati da Eni, Snam, Edison & c. ai prezzi del 2020-21), per cui famiglie e imprese pagheranno quest’anno circa 70 miliardi in più (di cui circa 50 miliardi sono extraprofitti). Già nel 2020 la spesa media delle famiglie (2.328 euro mensili) è scesa del 9% sul 2019, un calo mai visto negli ultimi 30 anni. E la contrazione proseguirà nel 2022 e ’23.

Il Governo cerca di ridurre la caduta di redditi e spesa coi bonus (da settembre 2021 a luglio 22 -quando scatta il bonus da 200 euro- saranno erogati 35 miliardi a famiglie e imprese, di cui 20 per le famiglie, di cui 9,8 alle più povere). La compensazione è però attorno al 10% della perdita di potere d’acquisto, essendo tutti i prezzi al galoppo con vantaggi dei tanti, lesti a ritoccare i listini anche se hanno acquistato a prezzi più bassi.

L’Autority per i controlli dei prezzi non è pervenuta.

Inflazione significa anche pagare molti più interessi sul debito pubblico (i bond nostrani sono già saliti a 3,4% e lo spread a 220 punti base).

Molte filiere di produzione cambieranno: saranno più nazionali, all’interno dei paesi del proprio “blocco” e in questo nuovo scenario le economie diventeranno più LOCAL. Insieme a impoverimento e inflazione potranno esserci però anche cambiamenti positivi ispirati a maggiore sobrietà nei consumi e minor impatto sulla Natura. L’agricoltura per esempio potrebbe riprendere le produzioni locali di cereali ostacolate per decenni dai prezzi bassi dell’import da Usa e Ucraina-Russia. Una strategia di protezione delle economie nazionali che farebbe bene anche all’Africa. Un mondo più multipolare favorisce il potenziale produttivo locale, artigiano e delle attività tradizionali di tutti i paesi (e dell’Italia), dando un colpo a quella globalizzazione consumistica che distrugge le economie LOCAL. Investire in agricoltura significa anche valorizzare il paesaggio, la bellezza e prevenire disastri dovuti all’abbandono delle aree “marginali”.

Effetti che saranno mondiali. In Russia ciò che preoccupa Putin, per esempio, non è l’uscita di multinazionali come Mc Donalds, Starbucks, Ikea, Netflix (che sono state sostituite da prodotti locali) e neppure le sanzioni (nemmeno quelle sul blocco dell’export del petrolio –che scatta da febbraio 2023- sebbene siano le più dure mai applicate negli ultimi 70 anni ad un Paese) anche perché in passato nessun paese colpito dalle sanzioni (Cuba, Venezuela, Iran, Nord Corea) ha mai cambiato governo (anche se hanno sofferto i suoi cittadini). Putin non è preoccupato neppure dall’inflazione che, dopo un fortissimo aumento (+19%), è tornata a maggio ad azzerarsi (con la rivalutazione del rublo) tanto che i consumi interni e il PIL sono saliti nel 1° trimestre 2022 del +3,5% (sullo stesso trimestre 2021) e l’industria manifatturiera è a +5,1% anche se le previsioni sono quelle di una inflazione elevata come in Usa ed Europa e di un calo del PIL nel 2022 (-8%) maggiore di quello di Usa ed Europa. Difficile pensare che i russi siano spaventati se non possono più bere il caffè di Starbucks o mangiare al McDonald’s o non vedere i film di Netflix, specie se i “fondamentali” (cambio del rublo sul dollaro e riserve della banca centrale) sono al sicuro per il grande avanzo commerciale dovuto all’aumento dei prezzi di petrolio e gas, che rimarrà anche con l’embargo UE del petrolio russo dal febbraio 2023.

Ciò che invece preoccupa anche Putin è il fatto che la rottura delle catene di fornitura porterà (probabilmente già in autunno) a finire le scorte di chip e semilavorati occidentali di beni strategici come aerei civili, auto, tlc (mentre modeste sono le ripercussioni su alimentare, abbigliamento, arredo, lusso di alta gamma). Cambieranno così i fornitori, che saranno cinesi, indiani, turchi,… (golosi di un mercato da 140 milioni di consumatori). In Occidente, come già detto, l’effetto sarà una fortissima inflazione in quanto moltissime materie prime e semilavorati sia alimentari che per produrre beni tecnologici (terre rare, nickel, litio, cobalto,…) sono per l’80% in mano a Cina-Russia.

Anche a noi la “rottura” delle catene di fornitura farà, pertanto, molto male accrescendo inflazione e perdita di potere d’acquisto e di occupati. Ci sarà quindi per tutti nel mondo inflazione alta, perdita di potere d’acquisto e di occupati (via nuovi fornitori) che durerà a lungo (3-4 anni?) e che porterà ad un nuovo commercio mondiale nel quale si apriranno nuove opportunità per tutti e la possibilità di impostare un modello socio-economico più umano (e sobrio), più LOCAL, meno legato al consumismo del superfluo e a ciò di cui abbiamo davvero bisogno e che si era smarrito nella sbornia consumistica degli ultimi 50 anni (se prevarrà la ragione e il cuore). Piccolo inciso finale. Se si voleva davvero indebolire la Russia non bastava congelare le riserve della Banca centrale all’estero (come fatto su proposta di Draghi), ma diminuire gli afflussi netti di valuta, bloccando gli acquisti di gas e petrolio (quest’ultimo parte dal febbraio 2023 con importanti eccezioni per Rep. Ceca –dal 2024- e per quei paesi che lo ricevono via oleodotti: Ungheria, Slovacchia, Polonia e Germania) e, forse non sarebbe neppure servito, perché dietro il nano economico russo c’è il gigante cinese che ha deciso dal 2009 di diventare un protagonista anche monetario del XXI secolo. Tutti argomenti che spingono per fare la pace quanto prima nell’interesse di tutti, non solo ucraini e russi ma europei e americani.

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