Perchè si forma l’adipocera anche nei resti mortali provenienti da estumulazione?

Un lettore ci ha formulato questa domanda:

“Un cadavere, deposto nella duplice cassa lignea e metallica, quando presentava già evidenti segni di putrefazione (uno dei motivi per cui si può abbreviare il periodo d’osservazione) all’atto dell’estumulazione straordinaria, per causa di giustizia ex art. 116 comma 2 D. Lgs n. 271/1989,  é stato rinvenuto in stato di completa saponificazione.
Come si può spiegare questo fenomeno cadaverico di tipo trasformativo-conservativo?
Di solito i corpi racchiusi entro cassa metallica, dopo il periodo legale di sepoltura, si presentano corificati.”

RISPOSTA:

Gentile lettore,

senza addentrarci nei remoti recessi della biologia molecolare o della tanatologia forense cerchiamo, in modo empirico, e non certo con la pretesa di esser infallibili, di rispondere al Suo quesito di sicuro interesse per tutti gli operatori cimiteriali, anche alla luce delle nuove norme regionali sulla polizia mortuaria che affidano al personale in servizio presso le aree sepolcrali il compito di vigilare sulle operazioni di esumazione ed estumulazione e decidere, di volta in volta, i trattamenti o le tecniche di smaltimento consentiti su cadaveri e resti mortali, soprattutto in rapporto alle loro trasformazioni di stato.

Fino ad oggi, infatti, esumazioni, estumulazioni straordinarie e le traslazioni venivano eseguite alla presenza di operatori sanitari, i quali sia nei confronti del gestore, sia degli utenti, si assumevano la responsabilità della esecuzione delle operazioni. Le nuove leggi regionali come quella n.19/2004 dell’Emilia Romagna in materia di servizi necroscopici, funebri e cimiteriali trasferiscono, invece, al gestore tale responsabilità.

Quest’ultimo dovrà esser a conoscenza delle norme di riferimento (in primis ordinanza del sindaco in cui si disciplinano le operazioni cimiteriali, e poi regolamento cittadino di polizia mortuaria) solo dinnanzi a situazioni particolari e non normate potrà rivolgersi alla locale A.U.S.L.

Può, allora, un cadavere, oppure un semplice resto mortale (definizione tecnica ai sensi dell’art. 3 comma 1 lett. b)  D.P.R. n. 254 del 15 luglio 2003) se sono passati 10 anni dall’inumazione o 20 anni dalla tumulazione esser saponificato e non solo corificato?

Assolutamente sì!

La saponificazione, effettivamente, ha luogo quando vengano ostacolati i normali processi della decomposizione organica.

Questa condizione anomala si verifica quando un cadavere:

  1. rimane immerso a lungo tempo nell’acqua corrente alquanto fredda
  2. viene sepolto in terreni umidi o caratterizzati da notevoli infiltrazioni d’acqua, con determinate caratteristiche chimiche
  3. è racchiuso entro contenitore metallico capace di trattenere al proprio interno, in modo ermetico, tutti i liquami originati nella fase colliquativa.

A nostro avviso per cercare, anche solo timidamente, di offrire una risposta plausibile alla questione da Lei posta bisogna far riferimento al caso numero 3.

Il cadavere di cui Lei ci parla era interessato da abbondante perfusione di liquidi, tanto da esser già, prima della sepoltura, visibilmente aggredito dalla putredine, la vasca di zinco sigillata dal coperchio ha, quindi, trattenuto tutti gli abbondanti umori e fluidi putrefattivi rilasciati dal corpo in decomposizione, così il cadavere si è ritrovato come parzialmente immerso nei suoi stessi liquidi post-mortali, senza la possibilità che detto liquame potesse liberamente disperdersi nell’ambiente circostante (la bara di zinco è, infatti, a confezionata per assicurare nel tempo la tenuta stagna).

Il processo trasformativo richiede tempi variabili.

In media occorrono 4 o 6 settimane per la saponificazione dei tegumenti, dai 2 ai 3 mesi per quella dei muscoli scheletrici, da 4 ai 5 mesi per quella degli organi interni.

La trasformazione prosegue fino a sei o dodici mesi, ma si conoscono casi eccezionali di saponificazioni avvenute in poco più di una settimana.

L’adipocera si rivela come una sostanza biancastra, untuosa e viscida, emana un odore rancido, fonde tra i 50 ed i 70 gradi centigradi, insolubile nellacqua, si scioglie invece, nell’alcool.

Essa si origina quando gli acidi grassi della materia organica in disfacimento si combinano con i sali di calcio, sodio o magnesio presenti nell’acqua o nel terriccio.

Con il tempo l’adipocera si disidrata, divenendo cretacea, friabile, bianca come il gesso ed untuosa al tatto.

Sotto lo strato di adipocera, localizzabile negli strati della cute più superficiali, i tessuti sono assai conservati, persino le fattezze del viso si mantengono a lungo nella loro integrità, tanto da permettere l’identificazione del defunto con il semplice esame del volto.

Il cadavere in questione, oggetto del nostro studio, non si è corificato, ma saponificato a causa della notevole quantità di liquidi organici già sprigionati prima della tumulazione.

La corificazione avviene proprio grazie all’azione chimica dei composti metallici ed all’assenza di ricambio dei gas attorno al cadavere (la cassa è saldata) che permettono alla cute di prosciugarsi, ma senza essiccarsi completamente, mantenendo, così, elasticità e morbidezza.

Quindi, di norma, la cassa metallica a tenuta stagna inibisce i processi ossidativi (non c’è passaggio di aria) ed induce una certa ritenzione dei liquidi: parecchi resti mortali non mineralizzati presentano, infatti, ancora parti molli, dopo diverso tempo dalla tumulazione.

La stessa bara in lamiera, però, se il cadavere è soggetto ad una consistente percolazione di liquami (come, appunto, accade in un corpo già in avanzata putrefazione al momento della sepoltura) favorisce la formazione di adipocera, perchè attorno alla spoglia mortale ristagnano molti liquidi (gli stessi della decomposizione).

Per ovviare a questo problema (gli esiti da fenomeno cadaverico di tipo trasformativo-conservativo stanno causando progressivamente la saturazione degli spazi cimiteriali) la moderna tecnologia ha elaborato alcune soluzioni abbastanza efficaci, come un cartoncino a nido d’ape da collocare tra il fondo della cassa e la schiena della salma al momento della deposizione nel cofano mortuario.

La sua particolare struttura a cellette cave, simile a quella di un favo, dovrebbe favorire il libero trafilare del percolato cadaverico verso il fondo della vasca.

Questo spessore, realizzato in materiale totalmente biodegradabile, nei primi mesi dalla tumulazione, quando maggiore è lo sviluppo dei miasmi gassosi e liquidi, mantenendo sollevato il busto dalla base della vasca di zinco, dove, per gravità, si raccolgono i liquami cadaverici dovrebbe, almeno in teoria, impedire che il tronco (la zona del corpo maggiormente interessata dalla formazione di adipocera) rimanga per troppo tempo “annegato” nello strato di liquame bruno e denso prodotto dalla sua stessa decomposizione, nel momento in cui inizia la fusione putrida dei tessuti, già imbibiti e rammollititi dai precedenti stadi della degradazione a carico delle catene proteiche.

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