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Come tumulare nel sottosuolo le cassettine ossario di cui all”Art. 36 DPR n.285/1990 — 1 commento

  1. Si possono già seppellire le urne cinerarie in campo di terra, secondo il disposto dell’art 3 Legge 130/2001 in materia di cremazione?

    La nota vicenda della sospensiva della Legge 130/2001, per la modifica dell’architettura costutuzionale nel riparto di competenze tra Stato e Regioni in tema di polizia mortuaria, ha complicato notevolmente la situazione, creando un impasse procedurale che solo adesso si sta riuscendo a superare, anche se, per il momento, solo in alcune zone del territorio italiano.

    La motivazione del parere del Consiglio di Stato ex DPR[1] 24/02/2004, tuttavia, ha aperto notevoli spiragli, tra cui la possibilità di rendere operative parti di questa Legge attraverso specifici regolamenti attuativi.

    Secondo la più titolata dottrina[2] l’interramento[3] di urna cineraria è pienamente legittimo e possibile solo quando sia, precedentemente, intervenuta una specifica regolamentazione (non è chiaro se comunale o, meglio ancora regionale), in cui si specifichino le caratteristiche tecniche dell’interramento (profondità, larghezza e lunghezza minima della fossa e delle urne, tempi di permanenza della buca…)

    Altra soluzione potrebbe essere un integrazione, o addirittura una nuova stesura, del regolamento comunale (dove inserire i nuovi istituti) da inviare, per l’omologazione, al Ministero della Salute ex Art. 345 Regio Decreto n. 1265/1934

    Ragion per cui, se manca un riferimento esplicito nello ius positum (ovvero nel diritto formale e positivo, proprio perché posto in forma scritta dal legislatore) l’unica tipologia di sepoltura[4] individuale ammessa, entro il recinto cimiteriale, è la tumulazione delle urne in loculo o celletta ossario.

    Le ceneri, però, senza modificare il regolamento municipale di polizia mortuaria potrebbero esser “interrate” se con il termine linguistico di “interro” s’intende la tumulazione in una cella ipogea, ossia collocata in un ambiente sotterraneo rispetto al piano di campagna, si pensi ad esempio ad un pozzetto ricavato, in parte, nello spessore di una lastra tombale che poggi direttamente sul suolo, o nelle fondamenta di un monumento sepolcrale.

    Questo pozzetto dovrebbe presentare almeno le stesse dimensioni minime interne di una nicchia cineraria ed esser costruito con materiale resistente all’azione degli agenti atmosferici, quale cemento, vetroresina, plastica, di consistenza adeguata a sostenere i carichi laterali e sovrastanti. La celletta ipogea dovrebbe, poi, essere adeguatamente sigillata per evitare la entrata accidentale di liquidi.

    Proviamo ora ad esaminare un prototipo di norme in cui siano disciplinate le diverse destinazioni ultime delle ceneri.

    Anche in caso di affidamento familiare ci sarebbero alcune linee guida da seguire assolutamente: l’urna, infatti, deve, pur sempre essere contenuta in un vano predefinito, avente le dimensioni capaci di contenere l’urna cineraria prescelta, così da assicurare alle ceneri destinazione stabile e garantirle contro ogni profanazione.

    Con il termine “vano” bisogna necessariamente intendere luogo confinato e “scatolare” nel quale l’urna sia racchiudibile, a vista o meno. L’indicazione degli estremi del defunto (nome, cognome, data di nascita e di decesso) ove non visibili in modo chiaro dall’esterno, deve essere riportati anche sulla celletta domestica (il piccolo vano) in cui l’urna è riposta.

    Queste modalità piuttosto rigide sono previste in ottemperanza all’Art. 343 del Testo Unico Leggi sanitarie approvato con Regio Decreto del 27 luglio 1934

    Detto articolo è ancora perfettamente valido e produce tutti i suoi effetti giuridici di obbligatorietà, in quando non abrogato da legislazione di pari rango approvata in tempi successivi: quindi, nel nostro Paese non è ancora consentita, come invece si vede in tanti films americani, la conservazione delle urne su semplici mensole, consolles o tavolinetti, quasi fossero eccentrici soprammobili oppure orpelli ed oggetti d’arredo.

    Passiamo ora alla fattispecie più complicata: l’inumazione delle ceneri: le urne, di solito, sono costituite da un recipiente realizzato con essenza pregiata e dotato, al proprio interno, di un’anima, in metallo o plastica, dove materialmente sono racchiuse le ceneri.

    L’Art. 75 comma 1 del DPR 285/90 è tassativo sulla natura delle sostanze da immettere nel ciclo cimiteriale delle inumazioni: è proibito, infatti, l’uso di metalli o altri materiali non facilmente decomponibili, dunque le ceneri, per esser seppellite, dovrebbero esser raccolte solamente entro urne completamente biodegradabili.

    C’è poi un altro aspetto: le ceneri se inumate con urna biodegradabile sono destinate, inevitabilmente a confondersi e mescolarsi con la terra della fossa, grazie alla percolazione delle acque piovane negli strati più profondi del terreno ed alla sua azione solvente, quindi saremmo dinnanzi ad una vera e propria dispersione, anche se in area situata internamente al recinto cimiteriale, pratica che richiederebbe, di sicuro, una precisa volontà del de cuius in favore della dispersione e forse anche l’autorizzazione da parte dell’ufficiale di stato civile, la figura preposta a consentire lo spargimento delle ceneri, ex Art. 2 Legge 130/2001.

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    [1] Si tratta di un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica per ottenere la piena operatività della conservazione a domicilio delle urne cinerarie. Il ricorso è stato accolto con la formula tecnica di un decreto presidenziale.

    [2] Si veda la Circolare SEFIT n. 5478 del 12 novembre 2004.

    [3] La Legge 130/2001 usa proprio questa espressione linguistica che nasconde qualche ambiguità semantica.

    [4] Con il termine “sepoltura” s’intende un trattamento delle ceneri finalizzato alla loro conservazione individuale in un luogo certo, il cinerario comune, invece, rappresenterebbe una destinazione in cui le ceneri sono collocate in maniera indistinta.

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