TAR Liguria, Sez. I, 28 aprile 2022, n. 324

TAR Liguria, Sez. I, 28 aprile 2022, n. 324

Pubblicato il 28/04/2022
N. 00324/2022 REG.PROV.COLL.
N. 00614/2021 REG.RIC.
N. 00700/2021 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria
(Sezione Prima)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 614 del 2021, proposto da
Luana B., Marina B., Luigi Br., Giorgio G., Grazia G., Maria Grazia G., Adriana M., Balbo M., Elvira M., Ilvana M., Marisa Elvira M., Franca Ma., Rita Ma., Massimo Me., Mirna Moretti, Stefania N., Daniela P., Enrico Po., Stefano Pol., Giovanni R., Paola Rob. e Paolo T., rappresentati e difesi dall’avvocato Davide Maresca, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;
contro
Comune di Borzonasca, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Ettore Chiti e Armando Gamalero, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;
e con l’intervento di
ad adiuvandum
Margherita M., Luca Pol., Luigi Rob. e Pierpaola S., rappresentati e difesi dall’avvocato Davide Maresca, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;
sul ricorso numero di registro generale 700 del 2021, proposto da
Francesco C. ed Ester Maria Mi., rappresentati e difesi dall’avvocato Davide Maresca, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;
contro
Comune di Borzonasca, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Ettore Chiti e Armando Gamalero, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;
per l’annullamento
quanto al ricorso n. 614 del 2021:
– delle ordinanze n. 1 del 19.4.2021, n. 2 del 19.4.2021, n. 5 del 19.4.2021, n. 7 del 19.4.2021, n. 8 del 19.4.2021, n. 9 del 19.4.2021, n. 10 del 19.4.2021, n. 12 del 19.4.2021, n. 14 del 19.4.2021, n. 15 del 19.4.2021, n. 16 del 19.4.2021 e n. 18 del 9.6.2021, recanti l’intimazione di procedere entro il 31.12.2021 all’esumazione dei resti dei parenti contenuti nelle tombe ubicate nella cappella di San Rocco nel cimitero di Borzonasca;
quatenus opus sit del regolamento di Pol.zia mortuaria del Comune di Borzonasca;
quanto al ricorso n. 700 del 2021:
– delle ordinanze n. 8 del 19.4.2021 e n. 13 del 19.4.2021, recanti l’intimazione di procedere entro il 31.12.2021 all’esumazione dei resti dei parenti contenuti nelle tombe ubicate nella cappella di San Rocco nel cimitero di Borzonasca;
quatenus opus sit del regolamento di Pol.zia mortuaria del Comune di Borzonasca;
Visti i ricorsi e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Borzonasca;
Visti tutti gli atti delle cause;
Relatore, nell’udienza pubblica del giorno 11 marzo 2022, la dott.ssa Liliana Felleti e viste le conclusioni delle parti, come da verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
FATTO
1. Con ricorso R.G. n. 614/2021, notificato il 28 luglio 2021 e depositato il 27 agosto 2021, i ventidue ricorrenti indicati in epigrafe hanno impugnato, ciascuno per quanto di interesse, le ordinanze nn. 1-2-5-7-8-9-10-12-14-15-16-18 del 2021, con cui il Comune di Borzonasca ha intimato loro di esumare le salme dei parenti contenute in dodici tombe collocate all’interno della cappella di San Rocco presso il cimitero cittadino, fatta salva la facoltà di stipulare una concessione temporanea onerosa, ai sensi del regolamento locale di Pol.zia mortuaria.
Hanno dedotto i seguenti motivi:
I) Violazione e falsa applicazione dell’art. 21-septies della legge n. 241/1990. Carenza assoluta di potere. I provvedimenti gravati risulterebbero assunti in carenza assoluta di potere, poiché i sepolcri in contestazione apparterrebbero agli esponenti in proprietà privata. Ciò emergerebbe sia dalla documentazione storica, sia dalle note inviate nel corso degli anni dall’Amministrazione civica.
II) Violazione e falsa applicazione dell’art. 92 del d.p.r. n. 285/1990. Violazione e falsa applicazione degli artt. 3 e 7 della legge n. 241/1990. Eccesso di potere per carenza di motivazione. Eccesso di potere per carenza di istruttoria. Eccesso di potere per contraddittorietà, manifesta illogicità ed ingiustizia. Arbitrarietà. In subordine, i deducenti sarebbero titolari di concessioni cimiteriali perpetue, come si ricaverebbe in base all’istituto dell’immemorabile, essendo i sepolcri in uso alle loro famiglie da lunghissimo tempo. Inoltre, le ordinanze avversate risulterebbero adottate all’esito di un’istruttoria carente ed assistite da una motivazione insufficiente, essendosi l’ente locale limitato a rilevare il mancato reperimento di un titolo formale negli archivi comunali.
III) Violazione del principio del legittimo affidamento. Gli atti oppugnati confliggerebbero con il legittimo affidamento maturato dai ricorrenti in ordine al possesso perenne delle tombe di famiglia.
2. Con ricorso R.G. n. 700/2021, notificato il 14 settembre 2021 e depositato il 13 ottobre 2021, i due ulteriori deducenti indicati in epigrafe hanno chiesto l’annullamento dell’ordinanza n. 8 del 2021, già gravata con la precedente impugnativa, e dell’ordinanza n. 13 del 2021, concernenti due tombe ubicate nella medesima cappella di San Rocco, articolando motivi identici a quelli proposti nella causa anteriormente radicata.
3. Il Comune di Borzonasca si è costituito in entrambi i giudizi, eccependo l’inammissibilità dei ricorsi e, in ogni caso, sostenendone l’infondatezza nel merito.
4. Nel primo processo quattro residenti nei comuni di Genova e di Lavagna hanno spiegato intervento ad adiuvandum, facendo propri il secondo e il terzo motivo di censura dedotti dai ricorrenti e instando per l’accoglimento dell’impugnativa.
5. In ambedue i giudizi le parti hanno depositato memorie ex art. 73, comma 1, c.p.a., insistendo nelle rispettive conclusioni.
6. Alla pubblica udienza dell’11 marzo 2022 le cause sono state assunte in decisione.
DIRITTO
1. Preliminarmente il Collegio dispone d’ufficio la riunione dei ricorsi ai sensi dell’art. 70 c.p.a., in quanto connessi sotto il profilo oggettivo, essendo gravata in entrambe le cause l’ordinanza n. 8 del 2021 (relativa alla tomba utilizzata da Franca Ma., Rita Ma. ed Ester Maria Mi.).
2. Sempre in via preliminare occorre scrutinare l’eccezione di inammissibilità sollevata dalla difesa civica, per omessa tempestiva impugnazione della deliberazione consiliare n. 37 del 2019, che ha modificato il regolamento di Pol.zia mortuaria stabilendo, all’art. 36, che le tombe poste all’interno della cappella cimiteriale di Borzonasca siano soggette a concessione onerosa di durata sessantennale.
Il rilievo processuale non può essere condiviso.
La nuova norma fissa in sessant’anni il termine di durata delle concessioni dei sepolcri in parola, senza nulla prevedere, perlomeno espressamente, in ordine ai rapporti concessori perpetui già esistenti (verosimilmente perché il Comune ritiene che i ricorrenti fruiscano delle sepolture sine titulo: v. nota prot. n. 3931 del 3.8.2020, sub doc. 4 resistente, e delibera Giunta comunale n. 5/2021, sub doc. 5 resistente).
Pertanto, la novella del 2019 si presta astrattamente ad una duplice esegesi.
Può, infatti, essere intesa come volta a disciplinare per l’avvenire le sole concessioni nuove, senza variare la durata di quelle preesistenti (essendo pacifico che l’art. 92 del d.p.r. n. 285/1990 preclude per il futuro il rilascio di titoli per l’uso perenne di aree cimiteriali, ma non impone affatto che le concessioni perpetue emesse sotto il vigore del r.d. n. 1880/1942 e, ancora prima, del r.d. n. 448/1892 vengano ricondotte a concessioni a tempo determinato: cfr., ex multis, Cons. St., sez. V, 8 febbraio 2011, n. 842; T.A.R. Campania, NaPol., sez. VII, 6 maggio 2014, n. 2456).
In tale prospettiva, allora, la disposizione regolamentare si rivela insuscettibile di incidere sulle posizioni dei ricorrenti.
In alternativa, la norma potrebbe interpretarsi nel senso di avere anche disposto la trasformazione delle concessioni cimiteriali perpetue in temporanee.
In tal caso, a prescindere dalla concreta praticabilità di una simile opzione ermeneutica (perché una modifica assai significativa sarebbe stata introdotta con una previsione implicita), è evidente che la lesività specifica della delibera avrebbe richiesto la comunicazione individuale agli interessati (per casi analoghi cfr., ex multis, Cons. St., sez. I, parere n. 1095 in data 23 aprile 2018; T.A.R. Basilicata, sez. I, 7 agosto 2018, n. 550). Il Comune, invece, pur conoscendo i nominativi e gli indirizzi degli utilizzatori dei sepolcri (avendoli convocati nel 2017 ad una riunione per domandare la loro partecipazione alle spese di restauro della cappella), non ha provveduto all’adempimento in questione, essendosi limitato alla pubblicazione sull’albo pretorio.
Onde, in entrambe le ipotesi, i ricorsi risultano tempestivamente notificati nel termine decadenziale di sessanta giorni dalla ricezione delle ordinanze avversate.
3. In accoglimento dell’eccezione dell’Amministrazione, l’intervento ad adiuvandum va dichiarato inammissibile, per difetto di legittimazione e di interesse degli intervenienti.
Ai sensi dell’art. 28 c.p.a., chiunque non sia parte del giudizio e non sia decaduto dall’esercizio delle relative azioni, ma vi abbia interesse, può intervenire accettando lo stato e il grado in cui il giudizio si trova.
Costituisce ius receptum l’orientamento in base al quale nel processo amministrativo l’intervento adesivo ad adiuvandum può essere proposto solo dal soggetto titolare di una posizione giuridica che, sebbene non radicante un’autonoma legittimazione al ricorso, sia comunque qualificata e differenziata, e che, inoltre, vanti un interesse collegato o dipendente rispetto a quello azionato dal ricorrente in via principale, che gli consenta di ritrarre un vantaggio indiretto e riflesso dall’accoglimento del gravame (Cons. St., sez. IV, 28 marzo 2022, n. 2245; Cons. St., sez. IV, 30 giugno 2020, n. 4134; Cons. St., sez. V, 23 febbraio 2017, n. 849; Cons. St., sez. VI, 26 giugno 2012, n. 3764).
I quattro interventori hanno rappresentato di nutrire, “in quanto cittadini”, “un interesse personale all’accoglimento del ricorso, giacché gli stessi hanno interesse affinché il Comune di Borzonasca riconosca e applichi l’istituto della concessione cimiteriale perpetua alle sepolture effettuate nel cimitero di sua competenza nel periodo antecedente al 1975” (pag. 9 atto di intervento).
Orbene, la mera qualità di cittadini, peraltro non residenti nel comune di Borzonasca, è del tutto insufficiente a qualificare e differenziare la posizione sostanziale degli intervenienti ai fini della legittimazione processuale, né essi possono invocare un astratto interesse alla legalità dell’azione amministrativa, non versandosi in un caso di azione popolare.
Né a diverse conclusioni potrebbe giungersi qualora le due intervenienti Pierpaola S. e Margherita M. siano le medesime persone indicate come destinatarie delle ordinanze n. 2 del 2021 e n. 7 del 2021, giacché l’atto di intervento non può essere impiegato come strumento per eludere i termini perentori per ricorrere. Nella specie, comunque, la statuizione giurisdizionale si estenderà anche ai destinatari cointeressati che non hanno tempestivamente impugnato le ordinanze gravate dagli odierni ricorrenti, trattandosi di atti plurimi inscindibili (rientranti tra i casi eccezionali in cui il giudicato amministrativo produce effetti ultra partes: cfr. Cons. St., ad. plen., 27 febbraio 2019, nn. 4-5).
4. Nel merito, i ricorsi sono parzialmente fondati, nei termini in appresso indicati.
4.1. A norma dell’art. 824, comma 2, cod. civ., i cimiteri comunali sono soggetti al regime del demanio pubblico: pertanto, ai sensi dell’art. 823 cod. civ., sono inalienabili e non possono formare oggetto di diritti a favore di terzi, se non nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge.
La natura demaniale dei cimiteri comunali, sancita espressamente dal codice civile del 1942, era riconosciuta dalla dottrina e dalla giurisprudenza già nella vigenza del codice civile del 1865, sia pur ricollegandola, in mancanza di un’espressa previsione normativa, alla loro specifica destinazione all’uso pubblico diretto ed immediato. Inoltre, il regolamento di Pol.zia mortuaria approvato con r.d. n. 448 del 25 luglio 1892 qualificava espressamente come concessione il provvedimento dell’Amministrazione civica di assegnazione al privato di un’area del cimitero per sepolcri individuali o di famiglia (artt. 97 e ss. relativi alle “Concessioni di sepolture private nei cimiteri comunali”).
Va pertanto escluso che le tombe contenute nei cimiteri municipali, appartenendo al demanio comunale c.d. specifico, possano essere oggetto di un vero e proprio diritto dominicale ex artt. 832 e ss. cod. civ.
Invero, secondo l’elaborazione pretoria, i privati possono essere titolari del c.d. ius sepulchri, ossia del diritto alla tumulazione nella tomba, situazione giuridica soggettiva che nasce dalla concessione, da parte dell’autorità amministrativa, di un’area di terreno o di una porzione di edificio in un cimitero pubblico e che presenta carattere Pol.edrico: diritto reale assoluto di godimento, assimilabile al diritto di superficie di cui agli artt. 952 e ss. cod. civ., nei rapporti interprivati; interesse legittimo nei confronti dell’Amministrazione concedente, come tale soggetto ai poteri autoritativi di stampo pubblicistico (in argomento cfr., ex multis, Cons. St., sez. V, 7 maggio 2019, n. 2934; Cons. St., sez. V, 28 ottobre 2015, n. 4943; Cons. St., sez. V, 8 marzo 2010, n. 1330; T.A.R. Campania, NaPol., sez. VII, 6 maggio 2014, n. 2456, cit.; nonché, nella giurisprudenza civile, Cass. civ., sez. II, 10 gennaio 2019, n. 467; Cass. civ., sez. un., 4 settembre 2018, n. 21598).
4.2. Nel caso in esame, i ricorrenti non possono vantare un diritto di proprietà privata sulle tombe, data la natura demaniale del cimitero cittadino, ma, in applicazione dell’istituto del c.d. immemorabile (o immemoriale), si può presumere che i loro avi ne abbiano avuto in concessione l’uso perpetuo e che, quindi, essi esercitino legittimamente il diritto al sepolcro.
L’istituto in parola è stato elaborato nel diritto romano per fornire tutela a situazioni le cui origini si perdono nel tempo e per le quali, anche per questo, non è possibile addurre un titolo formale. L’immemorabile, largamente diffuso durante il medioevo, è stato abbandonato con l’avvento delle moderne codificazioni (in Italia, con il codice civile del 1865), in quanto non più compatibile con le norme in tema di prescrizione e usucapione previste nei rapporti tra privati. Tuttavia, esso “sopravvive nel diritto pubblico e trova applicazione al fine di riconoscere, attraverso un procedimento presuntivo, la legittimità di un esercizio di fatto corrispondente ad un diritto per un tempo immemorabile, allorché manchi un atto formale di concessione e si intenda adeguare per «un’elementare esigenza di giustizia» la situazione fattuale a quella giuridica «quale principio generale valido ai sensi dell’art. 12 preleggi»” (così Cass. civ., sez. un., 4 settembre 2018, n. 21598, cit.; cfr. altresì Cons. St., sez. V, 24 ottobre 2019, n. 7267).
Tra le due visioni dell’istituto che dal medioevo hanno diviso i commentatori, quale mezzo di prova del diritto ovvero quale modalità di acquisizione dello stesso, è sicuramente la prima ad essere accolta nell’attuale ordinamento. Infatti, mentre non si rinvengono indici normativi atti a suffragare la seconda tesi (anzi, la tipicità dei modi di acquisto dei diritti reali, nel campo del diritto privato, e il principio di legalità, nel diritto pubblico, rappresentano indizi di segno opposto), la prima ricostruzione trova un fondamento nella disciplina generale della prova per presunzioni di cui all’art. 2729 cod. civ.: dal fatto noto – l’utilizzo del bene protratto senza soluzione di continuità e senza contestazioni per un arco temporale assai lungo, del cui momento iniziale non si ha traccia – è possibile dedurre il fatto ignoto – ossia l’esistenza di un titolo (presunzione che, in quanto semplice o iuris tantum, può essere superata da una dimostrazione contraria).
Orbene, nel caso di specie sussistono tutti i presupposti dell’immemorabile, perché effettivamente i deducenti ed i loro antenati fanno uso delle tombe nella cappella di San Rocco da un tempo remoto e senza che negli anni vi siano mai state contestazioni.
Anzi, dalla documentazione versata in atti emerge che il Comune ha sempre riconosciuto il possesso dei sepolcri in capo agli esponenti e, prima di loro, ai membri delle loro famiglie (sulla rilevanza delle precedenti condotte dell’Amministrazione quale principio di prova di una concessione cimiteriale cfr. T.A.R. Piemonte, sez. II, 22 dicembre 2020, n. 899). E infatti:
– con missiva del 16 giugno 1968 l’ente chiese al signor Augusto M. e agli altri “comproprietari” il rimborso della quota di competenza per i lavori di riparazione del tetto della cappella mortuaria, eseguiti d’ufficio per inadempimento degli utilizzatori (doc. 31 ricorrenti);
– nel novembre 1991 l’Amministrazione autorizzò il signor Serafino Rob. ad estumulare dal “deposito di famiglia” i resti del cognato, deceduto nel 1952, ed a tumulare, insieme con tali spoglie, la salma della moglie (doc. 32 ricorrenti);
– più recentemente, con lettere del 20 marzo 2017 il Comune ha convocato i “proprietari” delle tombe per definire la ripartizione dei costi di sistemazione e messa in sicurezza della cappella (doc. 33 ricorrenti).
Contrariamente a quanto argomentato dalla difesa civica, inoltre, è possibile presumere non solo l’esistenza delle concessioni sepolcrali, ma anche la loro natura perenne.
In proposito, deve rammentarsi che sino al 1975 le concessioni cimiteriali potevano essere rilasciate sine die, secondo quanto previsto dall’art. 70 del r.d. n. 1880 del 1942 e, in precedenza, dall’art. 100 del r.d. n. 448 del 1892, mentre solo l’art. 83 del d.p.r. n. 803/1975 (ora art. 92 del d.p.r. n. 285/1990) ha introdotto il principio della necessaria temporaneità dei nuovi titoli concessori (che sono a tempo determinato e di durata non superiore a novantanove anni, salvo rinnovo).
Nella fattispecie in esame, il carattere sempiterno delle concessioni può essere desunto sia dal fatto che il possesso delle sepolture perdura da lunghissimo tempo, sia dagli scritti storici concernenti la cappella cimiteriale prodotti in giudizio dai ricorrenti.
Infatti, nell’estratto di una pubblicazione del 1911, intitolata “Notizie storiche sulla Parrocchia di Borzonasca”, viene riportato che l’antica cappella di San Rocco, già facente parte dell’Oratorio dei SS. Giacomo e Filippo, nel XIX secolo venne adibita a servizio dell’attiguo camposanto. Segnatamente, dopo una prima concessione cimiteriale alla famiglia Mar., dal 1885 in avanti il Comune di Borzonasca “mise in vendita” alle famiglie private numerose porzioni del manufatto per realizzare tombe a terra e colombari, sì che, a causa dell’enorme richiesta per il prezzo vantaggioso, l’intero spazio disponibile fu presto esaurito (“…stante il tenue prezzo di L. 100, stabilito dal comune per un’area di discreta capacità, il suolo di detta cappella è ora quasi letteralmente occupato, come occupato è anche, fino ad una certa altezza, il muro perimetrale interno, a cui sono state addossate le lapidi delle sepolture ad esso aderenti. Ciò rende molto difficile quello che prima era facilissimo, cioè la costruzione intorno al detto muro perimetrale delle cosiddette colombaie. In esse molte famiglie che avessero avuto desiderio di eternare la memoria dei loro cari estinti con una tomba speciale, avrebbero trovato quanto occorreva”: v. doc. 30 ricorrenti).
Analoghe notizie sono contenute in un libretto scritto da don Angelo Adami nel 2016, che ripercorre l’intera storia dell’edificio sacro. In particolare, il fabbricato venne presumibilmente eretto nel XIV secolo come chiesetta fuori dell’abitato e costituì, in seguito, rifugio di pellegrini e ammalati, oltre che, forse, luogo di sepoltura. Con le leggi napoleoniche passò alla Municipalità di Borzonasca e, almeno dal 1877, fu adibito esclusivamente ad uso cimiteriale, con “una prima concessione per una tomba privata alla famiglia Erasmo Mar.” e poi, dal 1885, con la messa “in vendita” ai privati dell’area interna “per la costruzione di tombe di famiglia” (v. doc. 29 ricorrenti).
Ebbene, il termine “vendita” utilizzato negli scritti in questione, pur tecnicamente improprio perché, trattandosi di beni demaniali, non poteva essere impiegato il negozio privatistico di compravendita, bensì il modulo concessorio pubblicistico, è tuttavia indicativo della natura giuridica degli atti conclusi dalle parti e, soprattutto, della loro durata, intesa all’evidenza nel senso della perpetuità (cfr. Cons. St., sez. IV, 28 settembre 2017, n. 4530; T.A.R. Campania, NaPol., sez. VII, 6 maggio 2014, n. 2456, cit.).
Infine, nessun rilievo in senso contrario può spiegare la ricevuta di pagamento del 19 settembre 1940, che attesta il versamento della somma di lire 800 da parte della signora Maria G. per “tassa concessione loculo nel cimitero del capoluogo Nro 20” (doc. 36 ricorrenti). Infatti, la quietanza fa riferimento alla concessione di un loculo nel cimitero cittadino, senza indicarne l’ubicazione proprio all’interno della cappella di San Rocco.
4.3. Accertato che i ricorrenti sono titolari di concessioni cimiteriali sine die, i provvedimenti impugnati si appalesano illegittimi, avendo ordinato loro l’esumazione delle salme sull’errato presupposto che, essendosi rifiutati di stipulare un atto di concessione di durata sessantennale, essi occupino i sepolcri senza un titolo di godimento.
Invero, secondo l’elaborazione pretoria, di fronte ad una concessione perpetua l’Amministrazione non può fare applicazione del regime del rinnovo, predicabile per i soli rapporti di durata sottoposti a termine, ma, semmai, revocare l’atto nell’esercizio del proprio potere di autotutela, per sopravvenuti motivi di interesse pubblico, o per mutamento della situazione di fatto non prevedibile al momento dell’adozione del provvedimento, o anche, semplicemente, per una nuova valutazione degli elementi e dei presupposti preesistenti, ma ciò con il rispetto delle garanzie e delle modalità (soprattutto quanto all’indennizzo economico) previste dall’art. 21-quinquies della legge n. 241/1990 a tutela delle posizioni giuridiche maturate dal privato a seguito dell’atto ampliativo (in tal senso, ex multis, Cons. St., sez. IV, 28 settembre 2017, n. 4530, cit.; T.A.R. Piemonte, sez. II, 22 dicembre 2020, n. 899, cit.).
Parimenti, risulta illegittimo anche l’art. 36 del regolamento di Pol.zia mortuaria di Borzonasca, ove con esso il Comune avesse inteso mutare i titoli perpetui in sessantennali.
La giurisprudenza ha, infatti, sancito che il regolamento cimiteriale comunale può disporre la trasformazione delle concessioni sepolcrali da perenni in temporanee solo allorché sussistano le condizioni stabilite dall’art. 92, comma 2, del d.p.r. n. 285/1990, vale a dire una grave situazione di insufficienza del cimitero e l’impossibilità di procedere all’ampliamento o alla costruzione di un nuovo camposanto (C.G.A. Reg. Sic., sez. giur., 10 settembre 2020, n. 762).
5. Per completezza, si rileva che la soluzione accolta non comporta il rischio, paventato dal Comune, di un utilizzo del demanio cimiteriale foriero di degrado ed abbandono.
Infatti, una volta costituito il rapporto concessorio, l’Amministrazione mantiene sempre il potere di regolamentare le concrete modalità di esercizio dello ius sepulchri, mentre nessun legittimo affidamento del concessionario potrebbe rendere il rapporto insensibile alla disciplina normativa eventualmente sopravvenuta in materia (cfr., ex multis, Cons. St., sez. V, 7 maggio 2019, n. 2934, cit.; Cons. St., sez. V, 28 ottobre 2015, n. 4943, cit.; Cons. St., sez. V, 8 marzo 2010, n. 1330, cit.).
Nel caso in esame, l’art. 39 del regolamento locale di Pol.zia mortuaria, come novellato nel 2019, non contestato dai deducenti, ha posto in capo ai concessionari le spese di manutenzione ordinaria e straordinaria delle tombe, lapidi e ornamenti, mentre ha stabilito che l’Amministrazione civica si faccia carico delle opere concernenti le parti comuni della cappella (v. doc. 6 resistente).
Nell’eventualità in cui i privati concessionari non adempiano alle obbligazioni manutentive su di loro gravanti in forza del rapporto concessorio, il Comune potrà reagire con i rimedi previsti dall’ordinamento, quali l’esecuzione in danno con recupero delle somme sborsate e, nei casi più gravi, l’inflizione della sanzione di decadenza del titolo (in argomento cfr. Cons. St., sez. V, 1° febbraio 2021, n. 935; Cons. St., sez. V, 2 ottobre 2014, n. 4927).
6. In relazione a quanto precede, i ricorsi si appalesano fondati, ai sensi e nei limiti precisati in motivazione, e vanno quindi accolti, con conseguente annullamento dei provvedimenti impugnati. L’intervento adesivo ad adiuvandum deve invece essere dichiarato inammissibile, con conseguente estromissione dal giudizio di Margherita M., Luca Pol., Luigi Rob. e Pierpaola S..
7. In ragione della complessità e peculiarità della controversia, sussistono giustificati motivi per compensare integralmente le spese di lite tra le parti.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sui ricorsi, come in epigrafe proposti, li riunisce e li accoglie, ai sensi e nei limiti precisati in motivazione, e, per l’effetto, annulla i provvedimenti impugnati.
Dichiara inammissibile l’intervento ad adiuvandum di Margherita M., Luca Pol., Luigi Rob. e Pierpaola S. e li estromette dal processo.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Così deciso in Genova nella camera di consiglio del giorno 11 marzo 2022 con l’intervento dei magistrati:
Giuseppe Caruso, Presidente
Angelo Vitali, Consigliere
Liliana Felleti, Referendario, Estensore
L’ESTENSORE (Liliana Felletti)
IL PRESIDENTE (Giuseppe Caruso)
IL SEGRETARIO

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Sereno Scolaro

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