Il corpo è un “oggetto”?

Due brevi flashes introduttivi. Qualche tempo fa, a cena con colleghi iberici (e rispettando le autonomie: catalani), si discuteva e, tra gli argomenti, era stata posta la questione se il trasporto di feretro rientrasse nella tipologia del “trasporto di cose”, oppure in quella del “trasporto di persone”, dato che la risposta per l’una oppure per l’altra comportava fare riferimento differenti regolazioni, anche in ambito dell’Unione europea.
In un video realizzato dal Ministero della cultura e relativo ad alcuni scavi archeologici avviati in una necropoli di un’area della Sicilia orientale, si dava conto che le operazioni propriamente di scavo contavano sulla partecipazione di stranieri accolti in un vicino centro per stranieri rifugiati.
È stato anche intervistato uno di questi, di origine egiziana, che ha espresso proprie iniziali perplessità nel convincimento personale che gli scheletri dei defunti non dovessero essere esumati, ma lasciati “dormire” (e la stessa etimologia di “cimitero” origina da “luogo di riposo” o “luogo dove si dorme”) laddove deposti.
Verrebbe da citare il film Poltergeist (1982) con la sua violazione di un cimitero dei nativi, oppure il Cimitero ebraico di Praga dove (si dice) che i defunti siano stati accolti in strati (12) uno sopra all’altro, per giustificare le pendenze delle lapidi, dato che anche nel contesto ebraico non si prevede l’esumazione (salvo questa non sia mirata alla traslazione in Israele delle ossa).
Si tratta di approcci che pongono una domanda: ma il corpo dei defunti è un “oggetto” o che altro?
Usiamo qui corpo per sottrarsi a tutte le questioni terminologiche che investono “salma”, “cadavere” (distinzioni di matrice regionalistica, anche se vi sia stata una regione che non ha accolto questi criteri distintivi), ecc., ma anche, e soprattutto, perché il noto Accordo stipulato a Berlino il 10 febbraio 1937 usa, nel suo testo ufficiale (in francese) la parola corps.
Nello standard EN CEN UNI 15017:2019 (così come nella sua versione precedente 2005, per UNI 2006), nel testo inglese, si legge “deceased”, ma anche “body”, cosa che sottrae dalle differenziazioni terminologiche cui spesso si devono fare in conti in sede ermeneutica.

Alla domanda posta, fin dal titolo, non diamo qui una risposta: in fondo, non interessa neppure, dato che ogni possibile risposta è condizionata.
Condizionata dalla cultura, dalle tradizioni e, spesso, anche dalle “visioni” di una data società, non escludendo quelle che trovano la propria ragione nei contesti religiosi.
Vi sono “contesti” in cui il corpo del “defunto” (torna il “deceased” si riconoscono, magari senza coglierne del tutto la ratio, valenze (sia permesso) antropologiche, culturali, affettive, religiose, ecc., come altre in cui l’approccio non risente, o non pienamente o solo in modesta parte, di questi “sostrati”.
Ne consegue che in questi ultimi possano elaborarsi modalità e procedure di “trattamento” (si evita di usare la parola “smaltimento”, che sarebbe esposta a fraintendimenti e a qualificazioni prossime all’empietà) dei << corpi >> volti a soluzioni altrove non presenti, quali (e.g.) la c.d. cremazione fredda (termine decisamente qualificabile come un ossimoro; più tecnicamente: idrolisi alcalina), oppure pratiche di compostaggio dei << corpi >> per ricavarne prodotti da destinare a specifici usi, per quanto green, ecc. In altri contesti, laddove il << corpo >> associ alla propria natura oggettiva anche sistemi di valore, più o meno forti, più o meno radicati, specie quando di condivisione generale, diffusa i “trattamenti” sono spesso preceduti da forme rituali: basterebbe pensare alle esequie, in larga parte precedute da riti (variamente, denominati e altrettanto variamente ritualizzati), quali la “veglia”, il “rosario” (nell’ambito della cultura cattolico-romana, ma senza trascurare il rito ambrosiano), ma anche correlate ai riti (e.g.: il corteo di accompagnamento dal luogo di celebrazione delle esequie al cimitero, la presenza, a corredo di questo, di accompagnamenti musicali (non solo a New Orleans, ma altresì in numerose realtà italiane), la partecipazione di aggregazioni sociali (e.g.: confraternite o altri organismi di aggregazione) dedicate alla memoria dei defunti, con proprie ritualità interne e proprie simbologie), ecc. Queste forme rituali che si svolgono “prima” dell’accoglimento del cimitero (e nel caso di cremazione non andrebbero ignorate le procedure di commiato (Cfr.: art. 3, comma 1, lett. i) L. 30 marzo 2001, n. 130), ma anche l’importanza di una adeguata cerimonialità nella consegna dell’urna cineraria) non sono dissociabili dalle pratiche funerarie, rivestite da “regole”, diversificate a seconda delle tipologie, volte al conservare nel tempo, per la loro durata, elementi di “tutela”, che hanno ragione di sussistere solo riconoscendo che il << corpo >>, per quanto oggettivamente … “oggetto”, mantiene un carattere che lo riveste di valori incomprimibili. In Francia ai cimiteri è riconosciuta la qualificazione di “luoghi sacri civili”.

Le stesse disposizioni (italiane) di cui al Libro II, Titolo IV, Capo II “Dei delitti contro la pietà dei defunti” del C.P. (artt. 407 – 413) rispondono a queste impostazioni.
In difetto, per quale motivo dovrebbe sanzionarsi la violazione (che significa?) di una tomba, sepolcro o un’urna. Oppure, il vilipendio (ancora una volta: che significa?) di un luogo di “sepoltura” (esteso alle “cose destinate al culto dei defunti”) o di cadavere o ceneri (leggi: urna cineraria) o la turbativa di funerale o servizio funebre. La legge, qui penale, prende in considerazione evidentemente che non si sia in presenza di meri “oggetti”, ma che questi (non solo i << corpi >>, o quanto ne rimanga (ceneri, ma, in via più generale: “spoglie mortali”) sono pervasi, rivestiti da valori riconducibili alla pietas verso di defunti e la loro memoria. Questa pervasione di valori è presente anche in quelle realtà in cui si pratichi (e.g. la pratica (che nella sensibilità che vi è nota per il contesto di vita) della c.d. “sepoltura a cielo aperto”, che comporta che il << corpo >> venga lasciato all’aperto, a volte collocato sugli alberi, altre posto nelle acque, spesso anche smembrato per facilitare “processi” attesi, in modo che uccelli, pesci, animali vaganti ne facciano cibo, dato che anche in questi contesti culturali queste “procedure” sono ritualizzate e coperte, rivestite da cerimonie, da formulazioni orali (genericamente: preghiere) volte ad assicurare che la “procedura” abbia in fine voluto, spesso considerando come questo, specie quando avvenga nei tempi e forme previste, sia una condizione di affermazione del rispetto nei confronti della persona deceduta (ancora: deceased).

Una considerazione finale, come stimolo a contestualizzare: ci si è mai chiesto perché tutte le civiltà, culture abbiano, fin da remotissime origini, costantemente fatto ricorso a ritualità e, pressoché sempre, anche all’individuazione di “luoghi” specificatamente deputati all’accoglimento delle persone defunte?

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Sereno Scolaro

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