Modena, chiesa di San Vincenzo: il pantheon degli Estensi

Il sacro edificio che accoglie le “mortales exuviae” dei principi d’Este sorge a fianco del palazzo di giustizia, in Canal Grande, una tra le vie più prestigiose del centro storico di Modena.
La facciata, in puro stile barocco, presenta il paramento in cotto, mentre tutti le cornici e le ornamentazioni sono in marmo.
Il timpano del portale è sormontato da due misteriose figure marmoree nascoste in un ampio manto dai delicati drappeggi.
Eleganti lesene e semicolonne scanalate ripartiscono con armonia la superficie muraria, producendo un effetto di grande simmetria tra le diverse sezioni della parete.
Gli interni sono costituiti di un’unica, maestosa navata, generosamente illuminata da un ampio piano finestrato, posto appena al di sotto delle volte.
La bella proporzione delle parti ed il ritmico articolarsi dei moduli costruttivi, con un notevole sviluppo longitudinale, delineano uno spazio ben ritmato e solenne.
Ai lati della navata si aprono le cappelle che si protendono sin oltre il presbiterio, dilatando notevolmente i volumi.
Sull’incrocio tra la navata ed il transetto svettano i quattro archi d’imposta su cui si regge la cupola, con la sua potente sensazione di sfondamento verso l’alto delle coperture a botte.
Il riflesso adamantino di un cielo senza nuvole, popolato da schiere di cherubini, si diffonde nell’intera navata, grazie alle stupende pitture che ornano i soffitti ricurvi e le superfici murarie. Lo sguardo dei fedeli è così rapito dal un vortice di creature angeliche e di Santi che volteggiano eterei in un giorno senza tramonto, come accarezzati da quei magici, caldi riflessi che, al crepuscolo, il sole non lascia morire.
Ricche decorazioni, prive, però, di superflue e pesanti dorature, contribuiscono a creare quella solenne atmosfera di sublime e posata bellezza che pervade questo insigne tempio.
Sulla parete di sinistra, quasi all’altezza del presbiterio, si schiude la grandiosa cappella in cui è stato ricavato il monumento funebre del Duca Ercole III.
L’intero complesso è incorniciato da due slanciate semicolonne che si congiungono all’architrave con raffinati capitelli fogliati, mentre un ricco fregio floreale di distende sul frontone.
Sopra un alto basamento in marmo è deposto il sarcofago del duca d’Este, vegliato da due pensose statue, dall’espressione lievemente malinconica, ma sempre quieta e composta anche nel momento del dolore. Questi due misteriosi geni femminili, dalle eleganti forme, sono simboli di virtù morale e della speranza cristiana della resurrezione. Ad un attento sguardo, però, tradiscono anche un sottile senso di inquietudine, per il lento, inesorabile procedere del mondo verso il mistero della soglia eterna, quasi fossero le vestali di un culto antichissimo: la religione della memoria.
Il loro volto è infatti segnato da una bellezza glaciale e serena, quasi indifferente agli affanni terreni, perchè proiettata in una dimensione spirituale.
L’ anima delle due sculture rimane, in fondo, imperturbata, le azioni ed i sentimenti sembrano solo dimostrati, anziché sofferti, i gesti sono sì accentuati e schematizzati, ma non rivelano alcuna vera emozione, siccome appartengono ad una sensibilità filtrata dall’intelletto.
Una simile, tragica meditazione, allora, può essere solo consolata dalla celeste corrispondenza di amorosi sensi, secondo la stupenda formula foscoliana, che lega il defunto ai vivi con molli, deliquescenti, catene d’affetti. Aggraziate figure che esprimono una velata sensualità sono da sempre collegate ad una lunga tradizione nell’arte occidentale che celebra l’avvenenza femminile nelle rappresentazioni secolari ed anche nei soggetti religiosi.
Di particolare interesse è la frequenza con cui fanciulle coperte solo da leggere vesti compaiono nell’ arte commemorativa, specialmente nelle esperienze di autori vicini al gusto neoclassico. Queste delicate figure che vegliano sui sepolcri dei grandi sono malinconiche testimoni di un mondo ormai scomparso, sacerdotesse di un rito della memoria dimenticato, di una liturgia dispersa nella polvere del tempo.
Nella tradizione occidentale, la capacità di acquistare padronanza dell’immagine muliebre è spesso il contrassegno che definisce limpidamente il talento artistico.
Clark, infatti, osserva: “ricordiamo che l’uomo è, dopo tutto, il più serio di tutti gli oggetti nell’arte..”. Auguste Rodin, invece, ha rilevato come “il corpo umano sia in primo luogo uno specchio dell’anima da cui scaturisce un fascino etereo, ammantato di sacralità” Similmente Walt Whitman giunse alla conclusione che “se è giusto rappresentare il sacro, il corpo umano è l’unico modello e tempio di una sacertà viva ed universale”.
Celebre è poi una massima del poeta francese, Paul Valery, secondo cui “la fisicità è per lo scultore lo stesso oggetto di studio che l’amore rappresenta per il poeta”. Ritrarre l’armonia e le proporzioni perfette delle membra, nell’eterna levità del marmo è stata la grande intuizione della creatività artistica nel neoclassicismo europeo.
La scultura diviene così un linguaggio sublime per tradurre visivamente la sensazione più nobile ed ineffabile dell’animo, ovvero l’amore, inteso come una travolgente passione terrena o quale afflato trascendente verso i beni celesti.
Una piramide domina lo sfondo del sepolcro di Ercole III, su cui campeggia un medaglione in marmo dove è riprodotta l’effige del duca. Sono chiare le suggestioni classiche che animarono Giuseppe Pisani, l’autore di questo superbo esempio di arte commemorativa.
L’arca è coperta da un drappo lieve ed immateriale nei suoi morbidi, voluttuosi panneggi. Piccoli, delicati dettagli, poi, conferiscono al cofano, una forma dolce, quindi non secca e squadrata, ma leggermente sinuosa ed accogliente.
Questo risultato è stato ottenuto smussando gli angoli, o, ritoccando, con sapienti interventi, gli spigoli ed i diedri del coperchio per rastremarli. Simili accorgimenti rendono così più sfuggenti le linee e sono in grado di donare una notevole plasticità alle masse.

Gli autori modenesi dell’ottocento, dunque, si ispirano ai canoni estetici elaborati nel periodo classico dove l’uomo è il paradigma perfetto per interpretare la realtà. Linee sinuose e delicate esprimono allora una bellezza metafisica immune dall’insultar dei nembi (Foscolo, I Sepolcri) e dalla corruzione del tempo; divengono un codice immutabile in cui rendere la nobiltà dello spirito umano capace di vincere il disordine ed i capricci della natura.
Procedendo verso il vestibolo dell’edicola funeraria si incontra la stele che ricorda Ferdinando Carlo D’Este. La cappella dove sono riunite le spoglie dei signori di Modena si trova di fianco al coro. Non presenta dimensioni imponenti, ma vanta uno stile elaborato e severo al tempo stesso. Le tombe, con l’apertura a lunetta, sono disposte su tre ordini e si articolano su un edificio a pianta centrale, con una protrazione, proprio di fronte all’ingresso che ne aumenta la profondità, anche grazie ad una piccola abside.
L’altare, così, si proietta con decisione verso i visitatori come punto focale cui volgere lo sguardo. Tale soluzione reca al sacrario una maggior leggerezza e rompe la continuità dei piani con un impatto visivo, che, assieme alla diversa disposizione prospettica dell’Ara eucaristica, accentua l’effetto chiaroscurale e lo sviluppo dei volumi.
Su questo prolungamento, in cui è sistemato l’altare, si può anche ammirare una bellissima Pietà realizzata in scagliola. Questo gruppo scultoreo trasmette grande pathos, proprio grazie alla sua plasticità.
Bellissima è la figura del Cristo, ritratto nella sua sconvolgente umanità, mentre giace, mollemente accasciato e con il capo riverso, sulle ginocchia della madre.
Alla tensione del gesto della Vergine Maria, che protende, in segno di dolore, un braccio verso l’alto si oppongono gli arti martoriati del Divin Figliuolo, ormai distesi ed inerti.
Tutta la composizione è giocata su questo contrasto di linee.
Una strana luce tagliente, come in mattino d’inverno, rifulge nel Pantheon degli Estensi, s’insinua nelle nicchie e dispiega i suoi gelidi raggi sull’altare per poi inondare di splendore le epigrafi incise sul marmo bianco.
Benché priva di finestre, la cappella è molto luminosa, grazie a questo inspiegabile, freddo lucore che irrompe dall’ingresso e si riverbera sulle candide lapidi, su quelle stesse lastre che, silenti, custodiscono da sempre centinaia di anni di storia modenese.

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Carlo Ballotta

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