La liturgia esequiale nelle logge massoniche

La cerimonia delle esequie, in massoneria, si carica di particolari significati allegorici: non è solo un doveroso commiato per il defunto, ma diviene l’occasione per i fratelli liberi muratori di meditare sul passaggio oscuro ed arcano dalla caducità delle cose terrene alla vita eterna, dal mondo sensoriale alla dimensione eterea del puro spirito.
È, allora, il momento in cui si rammenta che il necessario percorso dell’esistenza è basato su principi di distruzione, rinascita e mutamento continuo.
Il valore sacro della vita, quindi, risiede nella fratellanza e nel ritorno a quell’uno Tutto, espressione della circolarità divina da cui ogni creatura tra forza ed energia per affermare la propria esistenza come fibra brillante dell’universo.

La cerimonia inizia a mezzanotte, quando, cioè, il buio è più profondo e vela la natura con tenebre dense ed angoscianti, mentre la terra e orbata del suo astro che le dona luce e calore, proprio come fa la chiesa quando celebra ogni anno la Nascita e la resurrezione del Signore.
Il rito è officiato nel tempio dei muratori, la navata dove si è riunita la mesta assemblea è arredata con ampi e sontuosi drappi funebri che indicano l’ineluttabilità della morte.
Il maestro venerabile apre solennemente la liturgia, battendo con il maglietto un colpo debolissimo, quale segno della nascita.
Il sorvegliante, invece, percuote sonoramente il pavimento, producendo un suono fragoroso per rappresentare idealmente la vita che scorre con vigore, mentre un secondo sorvegliante chiude la funzione di suffragio con un rumore appena percettibile, tale da tradurre l’estinguersi malinconico in un sussurro soffocato dell’esistenza.
Nel frattempo tutti i presenti si raccolgono intorno al feretro, posto al centro dell’edificio, ed invocano Dio con preci e preghiere.
Dopo la commemorazione del trapassato, seguita da qualche attimo di assoluto e tacito raccoglimento, in cui ognuno medita sulla morte, intesa come estremo silenzio e gelo infinito il Maestro Venerabile ricorda che il trapasso altra esperienza non è se non l’accesso ai misteri della resurrezione.
Allo stesso modo in cui accade in natura, anche dalla corruzione del cadavere possono sorgere preziosi effluvi e sublimi bellezze, in quanto nell’armonioso ordine universale, specchio dell’eterna sapienza, nemmeno la più piccola molecola, che è tassello vivo nel mosaico del creato può davvero estinguersi o distruggersi.
Il cerimoniere versa per tre volte l’incenso nei bracieri disposti attorno al catafalco, mentre i presenti gettano sulla bara fronde d’acacia, come auspicio di rinascita alla verità della luce.

Come si può facilmente notare il rito massonico consiste in un particolare insieme di gesti catartici basati sul fuoco: le fiamme, infatti, sono emblema di purificazione per creare un contatto tra la realtà corporea e l’interiorità della coscienza, così da permettere al defunto di dimorare degnamente nell’animo e nel ricordo dei fratelli massoni.
Questo atto, di sacrificio e consolazione insieme, determina la rinascita dell’uomo nuovo nell’infinito corso dell’unità divina.
Il braciere, sempre acceso durante la cerimonia, assume la funzione propria di tabernacolo, tempio della presenza salvifica dell’eterno creatore.
La celebrazione del commiato si chiude all’alba, quando i primi raggi del sole disperdono l’oscurità nebbiosa ed il dolore.
I massoni si uniscono in un triplice applauso per salutare il loro fratello scomparso, che si è materialmente allontanato dal mondo sensibile.
Egli, però, adesso vive tra le braccia dell’infinito padre celeste, in coelum, non in un paradiso ultraterreno oppure in un regno oltremondano ed invisibile, ma nell’immenso cielo riposto nella coscienza di ogni fratello.
Dopo l’ultimo saluto le spoglie mortali, per partecipare ancora al ciclo della vita, debbono esser autenticamente mondate da quel fardello di debolezze e passioni che grava sullo spirito di ogni uomo, per divenire da materia grave e corruttibile una sostanza eterea ed immortale.
Il corpo abbandonato dal soffio della vita, allora, deve esser invaso e consumato dalle fiamme, perché solo il fuoco è capace di liberare dalla carne, ormai guasta e decadente, quell’elemento sottile e nascosto in ognuno di noi, quello spirito divino che, secondo l’evangelista Giovanni, VENNE AD ABITARE IN MEZZO A NOI (GV 1,14)

 

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Carlo Ballotta

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