La spettacolarizzazione della morte nei funerali dei nobili

Tra il XVII e il XIX secolo, i riti funebri dei più abbienti e titolati raggiunsero vette apicali in termini di sfarzo e fastosità. Il simbolo della magnificenza del defunto in terra era magistralmente espresso dal catafalco funebre, tanto più alto, quanto maggiore era l’importanza dello scomparso, quasi da consentirgli così – più facilmente – l’ascesa al regno dei cieli.
Si trattava di una costruzione, il più delle volte lignea in quanto apparato effimero, collocata solitamente nella navata centrale della chiesa o vicino al presbiterio e strutturata in diversi strati di composizioni architettoniche e decorative, in cui veniva inserito il simulacro della bara – quasi sempre privo della salma – ornato con stoffe preziose ricamate e listate a lutto, riquadri raffiguranti i meriti e gli aspetti salienti della vita dell’illustre defunto e riportanti i classici simboli funebri, quali la clessidra alata, i teschi con le tibie incrociate, il serpente che si morde la coda. Ciò a memoria dell’ineluttabilità della morte e dell’inesorabile trascorrere del tempo, glorificando al contempo, maestosamente e scenograficamente, il celebre defunto e rendendo il tutto un evento pubblico di straordinaria rilevanza.
Un esempio tutto italiano è ben riscontrabile nei funerali di Carlo III nella Cattedrale di Palermo. Il monarca morì a Madrid il 14 dicembre 1788. Il figlio Ferdinando, Re delle Due Sicilie – già in lutto per la morte dell’Infante di Napoli – predispose immediatamente solenni onoranze in tutto il regno, a lato di quelle già in essere. La puntuale registrazione di tali eventi è raccolta nella pubblicazione della Reale Stamperia dei Funerali per Carlo III, Re delle Spagne e per l’Infante di Napoli, D. Gennaro Borbone e va dal lasso di tempo previsto per portare il lutto, con precise indicazioni sul vestiario da adottare, alla previsione del periodo di sospensione di ogni spettacolo nei teatri, alla enunciazione delle orazioni funebri prescelte.
Evento ancora più significativo fu la scelta di celebrare i funerali nella Cattedrale di Palermo, ancora interessata da lavori di restauro, in quanto si reputava impossibile l’utilizzo di una qualsiasi altra chiesa, per non essere da meno rispetto alle sontuose esequie funebri realizzate per il pre-defunto sovrano Filippo V. Anche in questo caso le maestranze utilizzate per la progettazione e realizzazione dei catafalchi e degli apparati decorativi e scenografici di contorno furono le più qualificate a disposizione, sotto l’egida del Maestro Razionale del Real Patrimonio, ma nel caso specifico esse dovettero pure barcamenarsi tra l’impegno di curare gli apparati necessari per ben due funerali illustri e le difficoltà risultanti dall’inserimento degli stessi in un contesto, dove era presente un cantiere aperto per lavori di rifacimento.
Il tutto a testimonianza di quanto fosse basilare nelle esequie dell’aristocrazia dell’epoca, più che l’aspetto più squisitamente funebre, l’intreccio tra interessi politici, culturali e di rappresentanza nell’accezione più ampia del termine.

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