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Sanzione ex Art. 358 Regio Decreto n. 1265/1934 e feretri non a norma — 6 commenti

  1. X Novella,

    Il turno di rotazione in campo di terra per i feretri da inumare è fissato ordinariamente in 10 anni ex Art. 82 comma 1 DPR n. 285/1990, oggi dopo il DPCM 26 maggio 2000 l’abbreviazione o l’estenzione di quest’ultimo per un periodo superiore sono demandati alla Regione, sempre che quest’ultima con subdelega di cui all’Art. 13 comma 1 D.LGS n. 267/2000 abbia trasferito ai comuni questa potestà.

    Ai sensi dell’Art. 86 comma 3 DPR n. 285/1990 l’interro per feretri provenienti da estumulazione con durata superiore ai 20 anni è di anni 5, ulteriormente comprimibili, se ad esempio si usano sostanze biodegradanti da immettere nella fossa, secondo il disposto della Circolare Ministeriale 31 luglio 1998 n. 10.

    Se ci rifacciamo all’interpretazione letterale del DPR 10 settembre 1990 n. 285 (Art. 75 comma 2) sul feretro confezionato, per diverse ragioni, con la doppia cassa lignea e metallica, prima dell’inumazione, debbon esser praticati squarci e tagli all’altezza del coperchio al fine di consentire l’attivarsi dei normali processi di scheletrizzazione altrimenti inibiti dal cofano di zinco a tenuta stagna. Per questa operazione il Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria non richiede espressamente la supervisione da parte di personale sanitario, necessario invece per esumazioni straordinarie ed estumulazioni (Art. 83, 86 comma 5 ed 88).

  2. In caso di estumulazione per rinuncia della concessione, la cassa va inumata perchè sono comunque passati pochi anni del decesso (penso che debba permanere in terra almeno per 15 anni in questo caso) Ma potrei sbagliare.
    In questo caso pensavo di praticare la stessa soluzione prevista per le salme che arrivano dall’estero con lo zinco, cioè provvedere con aperture o tagli.
    Ho visto che su alcuni regolamenti comunali qui limitrofi, vi è scritto che questo è uno dei pochi casi in cui comunque va chiesto l’intervento del personale ASL. (Nella regione Lombardia, non è più previsto per le estumulazioni o esumazioni ordinarie, nè per le estumulazioni straordinarie)
    Non sono sicura però che questi regolamenti siano esatti, altrimenti andrebbe richiesto l’intervento ASL anche in caso di salme da inumare provenienti dall’estero???
    Il mio regolamento tace.
    Che fare, serve l’ASL o no?

  3. Spesso si dibatte ancora sulla competenza territoriale nell’elevare e riscuotere eventuali sanzioni per i trasporti funebri non a norma.

    La riflessione degli studiosi sul fenomeno giuridico della polizia mortuaria si attesta ormai all’unanimità si questa posizione: mentre l’erogazione delle sanzioni, anche ai sensi dell’Art. 17 DPR 285/90 è, di solito, compito delle AUSL, poiché sono esse a vigilare sui trasporti stessi la legittimazione su base distrettuale e, quindi, “geografica” ai introitare le corrispondenti somme sorge “a monte” ovvero in capo al comune di decesso da cui, ad esempio, dovesse partire il corteo funebre senza il necessario decreto di trasporto (anche se vi sia solidarietà tra chi abbia effettuato il trasporto in violazione e organi comunali che abbiano eventualmente autorizzato l’infrazione) in analogia con tutto l’ordinamento nazionale di polizia mortuaria che individua nel comune di decesso il soggetto legittimato ad formalizzare ed espletare tutti i passaggi amministrativi dell’evento funerale.

    In effetti il collegamento tra autorità deputata ad emettere atti concernenti la destinazione prima della salma e poi del cadavere ed il luogo dove si è consumato il decesso è contemplato anche dagli Artt. 24, 26, 27 29 DPR 285/90 laddove, ad esempio, con l’Art. 26 si stabilisce che sia il sindaco del comune di decesso a rilasciare con un unico decreto l’autorizzazione ad trasporto del feretro da comune a comune per la cremazione ed il successivo trasferimento delle ceneri.

    Nessun trasporto funebre, infatti, può mai muovere dal luogo in cui trovasi la salma o il cadavere senza che sia rilasciato all’incaricato del trasporto il relativo decreto di trasporto.

    L’autorizzazione al trasporto di cui all’art. 23 DPR 10 settembre 1990, n. 285 costituisce un provvedimento amministrativo di autorizzazione con cui si conclude il relativo iter, che va avviato con apposita domanda. Trattandosi di procedimento amministrativo, l’istanza va prodotta dalla parte che ha interesse alla conclusione dello stesso, quindi dai famigliari o chi dispone delle esequie, oppure da persona da questi incaricata, che così viene a svolgere la funzione di intermediazione.

    Dal momento che l’autorizzazione al trasporto funebre, quale provvedimento amministrativo a carattere autorizzatorio, non subisce condizioni ostative di sorta (tutti i feretri, infatti sono sempre trasportabili) l’istruttoria non va oltre alla valutazione di requisiti meramente formali.

    L’autorizzazione al trasporto funebre ha la caratteristica di autorizzazione particolare, singolare in quanto essa è richiesta per il singolo trasporto del singolo cadavere, mentre in via generale ai sensi dell’Art. 22 DPR 285/90 è il sindaco attraverso apposita ordinanza a disciplinare tempistica, modalità, percorsi consentiti e zone di sosta per i trasporti funebri.

    L’attività di trasporto funebre, non necessariamente connessa giuridicamente a quella di onoranze funebri, ma frequentemente esercitata dalle stesse imprese di servizi funerari, richiede la disponibilità di mezzi riconosciuti idonei a termini dell’art. 20 DPR 10 settembre 1990, n. 285, e delle rimesse che devono rispettare i requisiti di cui al successivo art. 21 stesso DPR 10 settembre 1990, n. 285.

    Ogni singolo trasporto, che avvenga all’interno del territorio comunale o interessando comuni diversi, è soggetto all’autorizzazione comunale secondo quanto previsto dall’art. 23 DPR 10 settembre 1990, n. 285.

    La regione Lombardia con la Legge Regionale n. 6 dell’8 febbraio 2005 ha dotato la Legge Regionale n. 22 del 18 novembre 2003 ora confluita nel Testo Unico Leggi Sanitarie Regionali, in materia di servizi necroscopici, funebri e cimiteriali di un proprio ed autonomo sistema sanzionatorio, L’Art. 6 della suddetta legge n6/05 che aggiunge l’Art. 10 bis alla Legge n.22/03 prevede che i proventi dell’attività sanzionatoria confluiscano nel bilancio dell’ente preposto alla loro applicazione.

    Questa formulazione ci pare del tutto coerente con l’impostazione complessiva della Legge Regionale n. 22 del 18 novembre 2003, poiché ai sensi dell’Art.6 comma 4 la supervisione sui trasporti funebri spetta al comune, esso si avvale dell’AUSL per i soli aspetti igienico sanitari.

    Cosicché essendo riconducibile il servizio di trasporto funebre al Comune, anche ai sensi degli Artt 35, 39, 40 e 41 del regolamento regionale n. 6 del 27 ottobre 2004 non potrà che essere quest’ultimo ad individuare i modi di esecuzione delle verifiche.

    Poiché i controlli sui cortei funebri sono assorbite nella sfera delle funzioni proprie della polizia mortuaria comunale, la responsabilità in proposito è in capo al Sindaco e questi estrinseca il proprio potere di regolazione regola attraverso un’ ordinanza.

    In ultima analisi, anche dove sia ancora in vigore il solo DPR 285/90 c’è chi vede come tali accertamenti siano più attratte nel complesso di attività che contraddistinguono il trasporto funebre che, come noto, viene anch’esso normato dal regolamento di polizia mortuaria nazionale, comunale e/o da ordinanza del Sindaco. Già altre autonomie locali, pur all’interno del quadro normativo rappresentato dal DPR 285/90 sono intervenute in questo senso.

  4. E’ tutto regolato dall’ordinanaza con cui di disciplinano le operazioni cimiteriali, nella fattispecie la ESTUMULAZIONI straordinarie.

    In dottrina sussistono pareri difformi.

    Lo scoppio del feretro può esswer cagiunato da molti fattori (cattivo confezionamento dfello stesso, forti escursioni termiche, corrosione della lamiera zincata a causa dell’acidità dei liquidi cadaverici o di scariche elettrostatiche che si propagano sul piano d’appoggio della nicchia muraria….)
    In ogni caso (e con la debita cautela) il rifascio del feretro è a carico dei famigliari aventi titolo o del concessionario.

    Più difficile è l’imputazione degli oneri relativi al risanamento del loculo: se esso è stato dato in concessione spetta al concessionario solo la manutenzione ordinaria ed Art. 63 DPR 285/1990, altrimenti debbono provvedere i soggetti di cui sopra.

    Se la sanificazione della cella muraria è considerata manutenzione straordinaria essa compete al comune i quale provvederà con propri uomini e mezzi.

    Se il fenomeno percolativo (ma ciò è difficile da stabilire a posteriori) è dovuto ad incuria o negligenza di chi ha preparato la cassa scattano le sanzioni amministrative di cui si parla nell’artitoco da Lei citato.

  5. Mi scuso ma ho scritto E-mail errata, ripropongo la domanda.
    A chi spettano le spese in caso di riesumazione per lo scoppio della bara del defunto?
    Il comune mi dice che spettano per intero ai familiari, questo episodio è accaduto a un mio caro congiunto dopo 5 anni e mezzo dalla sepoltura.
    Attendo una risposta chiara e precisa, premetto che il morto in questione è deceduto nell’arco di 2 giorni a causa di un’embolia polmonare e quindi non ci sono periodi lunghi di somministrazione di farmaci poichè sono al corrente che anche questi possono influire nello spiacevole evento.
    Distinti saluti e grazie.

  6. Le grande e disordinata rivoluzione nella polizia mortuaria italiana è imputabile a tre fattori “politici”:

    1) pressione “lobbystica” del fronte cremazionista per ottenere l’attuazione della Legge 30 marzo 2001 n. 130, culminata poi, con il DPR 24 gennaio 2004.

    2) forti interessi da parte dell’imprenditoria funebre privata per aprire proprie sale del commiato (constatato il fallimento del DPR 14 gennaio 1997 su servizi mortuari ospedalieri)

    3) progressivo disimpegno (con un certo… snobismo) dell’ASL dalle attività di vigilanza e controllo.

    La mancanza del vigile sanitario che ai sensi del paragrafo 9.7 Circ. Min. 24 giugno 1993 n. 24 redigeva il verbale sul corretto confezionamento della cassa, appunendo il sigillo di cera lacca è stata, forse, la peggior controriforma, perchè abroga una figura terza

    Per ovvie ragioni non dovrevvero esser permesse situazioni nelle quali il conflitto di interessi possa prevalere sul rispetto della normativa. In altri termini non possono (o potrebbero???) sussistere situazioni di controllore-controllato, laddove l’AUSL intenda delegare i compiti previsti dal paragrafo 9.7 della circolare n. 24/93 del Ministero della Sanità a personale esterno alla sua organizzazione.

    La certificazione dell’USL di cui al paragrafo 9.7 Circ.Min. 24 giugno 1993 n. 24, tra l’atro, ai sensi dell’Art. 49 DPR n.4445/2000, in quanto atti di medicina pubblica, non dovrebbero esser surrogabili da terzi.

    Laddove sia in pieno vigore il DPR 10 settembre 1990 n. 285 È pertanto da escludere che singole imprese funebri, anche a ciò “delegate” dall’A. USL, abbiano titolo a svolgere funzioni pubbliche.

    Il servizio di custodia del cimitero di arrivo legittimamente potrà considerare non regolare l’assenza del sigillo dell’ASL di partenza sul feretro e pretendere di effettuare ulteriori controlli, con possibile disappunto da parte dei familiari interessati, anche se, oggettivamente aprire la cassa in cimitero, per valutare spessore delle assi e dispositivi interni, è operazione davvero sgradevole e richiederebbe un’ulteriore autorizzazione ad hoc.

    Un cattivo confezionamento della cassa può condurre:

    1) nella tumulazione al il repentino scoppio del feretro con grande sgomento per i dolenti stessi e notevoli spese per rifascio e sanificazione del tumulo.

    2) nell’inumazione a riflessi perversi sulla gestione futura, perchè gli indecomposti e gli eventuali rifiuti da smaltire rappresentano un’onere aggiuntivo rispetto alle normali spese di gestione.

    Lo stesso trasporto può avvenire in situazioni potenzialmente ad alto rischio biologico, ad esempio nei trasferimenti da comune a comune sotto i 100 km, perchè la sola cassa di legno da 25 mm di cui all’Art.30 comma 13 DPR 285/1990, se non abbinata ad un meccanismo impermeabilizzante non è idonea a trattenere eventuali miasmi o percolazioni ed i cadaveri già poche ore dopo l’avvenuto decesso risaciano liquami maleodoranti.

    Il DPR 285/90, con l’Articolo 30, fissa precisi criteri costruttivi in merito alle bare predisposte per:

    Tumulazione (Art. 77 DPR 285/1990)
    Traduzione di cadaveri da e verso l’estero (eccetto i casi previsti dalla convenzione di Berlino) (Artt. 29 e 29 DPR 285/1990)
    Trasferimenti oltre i 100 Km (Art. 30 DPR 285/1990)
    Trasporto e sepoltura di infetti (Art. 18 e 25 DPR 285/1990)
    ovvero per tutti quei feretri confezionali con doppia cassa lignea e metallica, cui si debbono aggiungere particolari dispositivi meccanici, quali reggette, valvola depuratrice a depressione, e chimico-fisici, come strato di torba, segatura o polvere assorbente biodegradabile, da sistemare nell’intercapedine, tra cassa di legno e vasca zincata, per il contenimento di eventuali percolazioni cadaveriche gassose o liquide.

    La legge fissa, poi, spessori piuttosto generosi per le tavole di legno massiccio (di un solo pezzo nel senso della lunghezza) che costituiscono la cassa e per lo stesso nastro di zinco o piombo, mentre il coperchio[1] di lamiera deve esser assicurato alla vasca metallica tramite saldatura continua, estesa lungo tutto il labbro perimetrale di contatto tra i due elementi da unire, così da garantire, nel tempo, la perfetta ermeticità della bara.

    Per i cofani destinati a cremazione o inumazione (con trasporto, per entrambi, sotto i 100 KM), invece, la legge prescrive parametri costruttivi da cui derivano casse capaci di reggere solo, e limitatamente[2] al periodo in cui esse debbono esser movimentate, l’affaticamento meccanico dovuto al peso inerte del cadavere.

    Non è, infatti, prevista, né tanto meno imposta, nessuna soluzione tecnica per il trattenimento, anche solo temporaneo, dei miasmi cadaverici all’interno del feretro.

    La Stessa chiusura[3] della cassa da effettuare in tempi rapidi, una volta decorso il periodo d’osservazione, per imprescindibili ragioni di igiene, di cui si parla al paragrafo 9, punto 6 della Circolare n. 24 del 24/06/93 ne feretri costituiti dalla sola cassa lignea è una misura del tutto inadeguata, perché il coperchio, ancorché apposto e vitato, non isola il cadavere dall’ambiente esterno.

    Tuttavia, anche i corpi esanimi racchiusi nella semplice cassa di legno sono soggetti a perfusione di liquami, spesso accompagnati da fetide esalazioni maleodoranti.

    Il DPR 285/90 sembra non considerare questa possibilità, invece così drammaticamente reale, perchè nulla dispone a tale proposito.

    Altissimo, allora, per i necrofori, è il pericolo di contaminazione di contaminazione, quando essi entrano, anche accidentalmente, a contatto con gli umori emessi dai cadaveri, durante il trasporto e la sepoltura dei feretri realizzati con solo legno.

    Certo, l’industria funeraria, da diverso tempo, propone involucri plastici (in materia biodegradabile) ad effetto impermeabilizzante, oppure cassoni[4] esterni muniti di guarnizioni a tenuta stagna, con cui rivestire le bare lignee durante la loro movimentazione.

    Ci sarebbero anche particolari materassini da collocare sotto la schiena del cadavere per impermeabilizzare almeno il fondo, siccome le esalazioni ammorbanti continuerebbero a sprigionarsi liberamente, grazie ai giochi millimetrici pur sempre presenti, tra cassa e coperchio, ma il problema reale è che l’adozione di questi accorgimenti, per altro molto utili, è demandata alla discrezionalità dei singoli operatori, quando il comune, con apposita norma regolamentare, non sia intervenuto per sanare questa lacuna del regolamento nazionale di polizia mortuaria.

    In un sistema legislativo, come il nostro, dove la materia sanitaria è anche di competenza regionale, con legislazione di tipo concorrente, potrebbero esser le regioni a definire misure di salvaguardia per la salute pubblica e dei necrofori, quando si debba trasportare un cadavere entro la sola cassa lignea.

    Ci sarebbe, però, un rischio da valutare attentamente prima di intraprendere un’azione legislativa a livello di enti locali: 20 Leggi regionali che definisco standards e requisiti tecnici, per la produzione di casse mortuarie, profondamente difformi e contraddittori tra loro, ingenererebbero il caos più completo nel comparto funerario italiano.

    ——————————

    [1] Anche il coperchio della cassa lignea deve esser unito alla cassa con viti collocate con distanza piuttosto ravvicinata tra loro, proprio per offrire maggiore resistenza meccanica ad eventuali rigonfiamenti dell’involucro zincato, a causa della pressione originata dai gas putrefattivi.

    [2] Una delle condizioni fondamentali per la mineralizzazione certa dei cadaveri è che la cassa, dopo qualche tempo dalla sepoltura, si “sfasci”, permettendo il libero passaggio di liquidi e gas negli strati di terreno circostanti.

    [3] La scelta linguistica del legislatore è sintomatica: infatti nel testo della Circolare si parla di saldatura della cassa metallica: ovvero dell’unica chiusura capace di garantire davvero l’impermeabilità.

    [4] Il ricorso a tali dispositivi è contemplato espressamente dalla Circolare Ministero della Sanità n.24 del 24/06/93.

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