La morte nel folklore

Segnaliamo il seguente articolo a firma di Domenico Caruso dal titolo La morte nel folklore pubblicato sul blog www.calabresi.net in data 15 ottobre 2009

L’eredità ellenica
I Greci di Calabria avevano ereditato dai padri il culto dei morti che, nell’epoca classica della loro Terra, costituiva per legge un dovere sacro e obbligatorio.
Ancor prima, i trapassati erano considerati spiriti capaci di bene e di male che si propiziavano con offerte votive di cibi e di vini.

In segno di rispetto verso i defunti, si estendeva nel resto della nostra Regione la consuetudine di indossare indumenti neri. Le donne, alla perdita del marito o di qualche figlio, vestivano a lutto per tutta la vita; gli uomini mettevano una camicia scura e si lasciavano crescere la barba. Sull’uscio si appendeva un drappo nero e dentro casa si coprivano gli specchi.

Faceva parte della mentalità popolare l’idea che occorreva abbreviare l’agonia del moribondo che in vita aveva bruciato gioghi di buoi o ucciso dei felini, donde il detto: «Cu’ brùscia jughi e ’mmazza gatti di ’stu mundu no’ ssi sparti».
Si rispettavano gli animali, nei quali si credeva potessero prender corpo i trapassati. Se una farfalla si aggirava attorno ad un lume acceso si riteneva che a vagare fossero gli spiriti in pena. «Se bianca o di colori abbaglianti, si dice essere un’anima del Purgatorio, se nera essere un’anima pagana. Parimenti, se il lume attorno al quale si aggira una farfalla dà luce viva, dicesi che l’anima ivi presente sia buona, se la dà fioca ed incerta, che l’anima sia cattiva e vada cercando pace».(1)

Un ruolo particolare era riservato al pianto delle prefiche, davanti alla salma posta con i piedi rivolti verso la porta d’ingresso, atteggiamento di chi sta per mettersi in viaggio. La cerimonia si svolgeva durante il giorno, in quanto nelle ore notturne poteva far felice e richiamare il demonio.
Il prof. Nicola Catalano riferisce che a Giffone: «In passato era molto in uso invitare delle donne a piangere sulle salme dei defunti e, queste, per la loro prestazione, venivano ricompensate con doni o venivano regolarmente retribuite. […] Le prefiche si preparano alle loro funzioni sciogliendosi i capelli, sulle spalle e sul petto, con gesti mimici e ad alta voce tessono, potremmo dire, l’elogio funebre tra canto, lamento ed alte grida di disperazione».(2)

Al passaggio del corteo funebre si chiudevano le porte e si scongiurava la malasorte ad alta voce: «Morti a ttia e saluti a mmia!».
Gli amici, durante il lutto, continuavano (e l’uso è tuttora in vigore) a mandare bibite, caffè e biscotti per “consolare” chi aveva perduto i propri cari.
La tradizione ateniese dei banchetti funebri il terzo, il nono e il trentesimo giorno della morte per assicurarsi la protezione del defunto si ripeteva in Calabria. Oggi il convivio è stato sostituito dalle funzioni religiose in chiesa.

Detti e proverbi
La saggezza degli avi(3) non si è risparmiata sull’imparzialità della morte: «’A morti è uguali pe’ tutti»; «’A morti non guarda ’n facci a nuddhu»; «’A morti tàgghja paru»; «Belli e brutti ’a terra si ’nghjutti»; «’A morti non guarda giùvani»; «Mòrinu cchjù agnedi ca crapi».
All’ineluttabilità del tragico evento si affianca la rassegnazione: «Sulu ’a morti è certa»; «Prima o poi ’a morti veni pe’ tutti»; «Campa quantu voi ca moriri hai»; «Sulu a’ morti non c’è riparu»; «A ciangiri l’omu mortu su lacrimi perzi»; «Morti nommu ’nc’è e guai ca pala; ’u Signuri ’u ’ndi manda guai sopportabili».

In passato, si avvertivano i sintomi della fine imminente: «Finu chi havi ògghju ’a lampa ’u malatu campa; se ’a lampa ’ndi voli, ’u malatu mori». (Finché c’è olio nella lampada il malato rimane in vita; se la lampada ne richiede, il malato muore). Ed ancora: «Quandu a’ fermìcula ’nci nèscinu l’ali, chissu è ’u signu ca voli moriri». (Quando la formica mette le ali è segno che vuole morire). Purtroppo, spesso la morte coglie di sorpresa: «’A morti arriva quandu menu l’aspetti»; «A chioviri e a moriri non ’nci voli nenti»; «Morti e patruni non domandari quandu veni»; «Acqua e morti arretu e’ porti».

Ci sono delle preferenze pure sul modo di morire: «’A mègghju morti è ’a subitània». (La morte migliore giunge all’improvviso). «Mègghju ’nu ciùcciu vivu ca ’nu dottori mortu»; «Pe’ non dari saziu (soddisfazione) a’ morti, vògghju moriri cu’ l’occhi aperti»; «Morti disijata vita longa».
Le conseguenze, a volte, sono imprevedibili: «’A morti a ccu’ conza (aggiusta) e a ccu’ sconza (arreca danno)»; «Cu’ havi aviri beni o mori o peri (perisce)».

Ma, è risaputo: «Mortu ’u cani morta ’a rràggia (rabbia)»; «Mortu ’u cumpari finìu ’u San Gianni (S. Giovanni)». Ho sottolineato che: «Non c’è luttu senza arrisi (risa), né matrimoni senza chiantu (pianto)». E non finisce qui: «Atru (altro) è parlari ’i morti atru è moriri»; «Si sapi aundi (dove) si nasci, non si sa aundi si mori»; «’A morti va’ trovandu occasioni». (Si dice per chi, imprudente, si procaccia la morte). Concludo con un’amara constatazione: «’A morti si chiama ca’ vucca (bocca) e no’ cu’ cori». (Si racconta, a proposito, che nella costa jonica calabrese, un uomo, vedendo la propria moglie delirare dalla febbre, rivolgendosi alla morte abbia esclamato: «Se proprio hai deciso di portar via qualcuno della mia famiglia, fa’ che non sia mia moglie perché, senza di lei, non saprei come allevare i nostri figlioli; lei in casa è più necessaria di me, dunque porta via me». Verso mezzanotte, la morte giunse veramente e intimò all’uomo di prepararsi a seguirla. Questi, allora, si scusò dicendole che aveva parlato per celia e – poiché stava bene di salute – non aveva alcuna intenzione di lasciare questo mondo al posto della moglie inferma.(4)

Il Cavaliere della Morte
E’ noto il canto popolare meridionale, da me trattato per la prima volta su “Calabria Letteraria” (n. 10/12 dell’ottobre-dicembre 1984) nella versione originale di S. Martino di Taurianova, che ha come protagonisti una vecchia mendicante (la Morte) e un borioso cavaliere.

Presentatasi sotto il palazzo del ricco signore per un breve dialogo, la decrepita pitocca viene scacciata dai cani feroci: «’Nc’era ’na vecchjareda tozzulanti / chi passijava vàsciu a li barcuni (balconi). / S’affaccia lu cavaleri di li barcuni / e ’nci dici: – Bon vecchia, chi venisti a ffari? – / – Vinni m’arrivu a vui, caru patruni, / ca ’nsemi ’ndi volimu ragiunari. / – Chiamatimi ’ssi baggi (paggi) a servituri, / a ’sta bon vecchia allissati (aizzate) li cani – / – No’ mmi ’llissari no, caru patruni, / ca su’ vecchiarella e mi ’ndi vògghju andari – ». All’indomani, tutto pimpante, il cavaliere si reca dagli amici per giocare fin quando, giunta l’ora del pranzo, si accinge a fare ritorno.

Ma, con sorpresa, sull’uscio di casa l’attende la vecchia con una spada in mano: «A la matina s’iza (si alza) a tuttu pompa / e si ’ndi va a’ lu jocu pe’ jocari; / s’adduna e vidi ca jè tarda l’ura / e si ’ndi va’ a la tavula a mangiari. / Vaci mu ’nchjana lu primu scaluni / e vidi la vecchja cu’ ’na spata a manu». Ne scaturisce un agitato dialogo durante il quale il padrone chiama i servi per mandare via l’intrusa: «Chiamatimi ’ssi baggi a servituri, / a ’sta bon vecchja facìtila scongiurari». Questa, alla fine, rivela la sua vera identità: è la Morte crudele: « – No’ mmi scongiuri no, caru patruni, / no’ vidi ca sugnu la Morti crudili, / chida chi mi volivi straziari? – ». Il cavaliere chiede la grazia di poter vivere ancora un po’, offrendole in cambio i suoi beni: « – Mentri vu’ siti la Morti crudili, / facìtimi ’n’atru pocu campari / ca v’ugnu (vi do) li me’ beni e li me’ dinari, / tutta la rrobba e tutti li me’ barcuni. – ». Ogni preghiera è inutile: «Ma la Morti no’ ’ndi voli chi sapiri, / massimamenti di rrobba e dinari, / ca se la Morti volìa cuntrattari / ognunu lu so’ statu ’nci darrìa». Per sottrarsi all’imminente fine, il cavaliere si rinchiude in una torretta armato del suo fucile.

Ma la Morte non incontra ostacoli, può benissimo entrare dalle fessure della porta ed uscire dalle tegole: «Lu cavaleri si fabbricau ’na nova turretta / e dintra si misi jidu e la so’ scupetta. / – E veni, Morti, se mi ’nd’hai a levari! – / – Jeu trasu di la ’ngàgghja di la porta / e mi ’ndi nèsciu di li ceramidi – ». Il dramma si conclude: il cavaliere prova un gran dolore al capo e ai tre medici non rimane che diagnosticare il morbo mortale: «A lu cavaleri ’nci dolìu la testa, / tri medici lu jìru a visitari. / Unu ’nci dissi ch’è morbu di testa, / n’atru ’nci dissi ch’è morbu mortali, / ’n’atru ’nci dissi pemmu si cumpessa (che si confessasse); / lu cavaleri si vozzi sutterrari».(5)

Natuzza, “radio dell’Aldilà”
Fra i personaggi, anche da me trattati, i cui fenomeni paranormali (come emografia, bilocazione, stigmate, glossolalia) destano ammirazione e interesse, emerge l’umile donna di Paravati (VV) che ha il potere di indurci ad interpretare i misteri della vita comunicando con i Morti.
Da quando nella sezione “Fatti straordinari di Calabria” del mio sito Internet(6) ho inserito la mia testimonianza, mi giungono da ogni parte del mondo centinaia di richieste di aiuto rivolte a Natuzza Evolo .

Fin da bambina, la nostra veggente conversa con i defunti ed attinge dall’Angelo Custode informazioni utili a risolvere i più gravi problemi della gente. Il dialogo che Natuzza intrattiene con le anime dei defunti ci apre uno spiraglio su quanto ci attende dopo la breve parentesi terrena.
«Ciò che colpisce nei colloqui con Natuzza è la sua grandissima disponibilità ad ascoltare e la dolcezza con la quale si rivolge ai suoi interlocutori. Natuzza si atteggia – ma senza artificio – in maniera estremamente ricettiva rispetto ai dolori, alle preoccupazioni, alle ansie dei devoti che le si rivolgono e si pone accanto a loro».(7)

Per quanto ci riguarda, apprendiamo per mezzo della mistica di Paravati «che vi è l’Inferno, il Purgatorio, il Paradiso, che basta un solo peccato mortale commesso in mala fede e non confessato in mala fede o confessato senza sincero pentimento, per precipitare nel fuoco dell’Inferno, e che per commettere un peccato non è necessaria l’azione ma è sufficiente l’intenzione. […] La carità che avrete per i trapassati, oltre a procurare loro i suffragi, procurerà a voi del bene nei bisogni materiali e nei bisogni spirituali presenti e soprattutto in quelli dell’altra vita, bene che è relativo ai vostri meriti, all’entità della carità usata e alle preghiere che i trapassati, ricambiando la vostra carità, faranno per voi, non potendo pregare per loro stessi».(8)

Se sociologi, scienziati e uomini dotti hanno studiato a fondo e dovuto ammettere il “caso- Evolo ”; se grandi opere di carità e di fede (come la Fondazione “Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime” e i “Cenacoli di Preghiera”) sono sorti nella nostra Terra per merito della semplice donna analfabeta, dotata di particolari carismi; ringraziamo il Signore del dono concessoci, ultima speranza di un mondo travagliato. Tale conferma proviene da un messaggio che la Madonna ebbe a dire alla sua eletta nel 1968: «Una giornata della tua sofferenza può salvare mille anime».
Domenico Caruso da S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)

Estratto dal libro di Domenico Caruso: Il trittico dell’uomo – Il Dolore, la Morte & la
Speranza – Pubblicato e illustrato, a puntate, sul mensile “La Piana” di Palmi (R.C.) dal
febbraio al novembre 2009.

Note:
1. Antonino Basile in “Folklore della Calabria”, Anno III n. 3-4 luglio/dicembre 1958.
2. cfr D. Caruso, “Storia e folklore calabrese” – Centro Studi “S. Martino”, S. Martino (RC), 1988.
3. cfr D. Caruso, “ Proverbi di San Martino” in “Folklore della Calabria” – Anno IV nn. 2-3 Aprile/Settembre 1959- Tip. G. Palermo, Palmi (RC).
4. cfr Domenico Antonio Sgrò, “I motti d’anticu” – Edizioni Rexodes Magna Grecia, RC – 1996.
5. cfr D. Caruso, “Storia e folklore calabrese”, op. citata.
6.
www.brutium.info.
7. Luigi M. Lombardi Satriani – Mariano Meligrana, “Il ponte di San Giacomo” – Sellerio ed. Palermo, 1996.
8. “Incontrare Natuzza” – Edizioni Mapograf – VV, 1992.

Fonte: www.calabresi.net

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