Autisti necrofori vs necrofori affossatori?…
La guerra degli ultimi!

Molto spesso si tende a distinguere tra attività funebre ed attività cimiteriale, individuando la prima come quella immediatamente post mortem e che si conclude, all’incirca con la sepoltura o poco oltre, e la seconda come quella che si sviluppa dall’accoglimento nel cimitero per la “conservazione” dei morti.
Questo compito culturale si può prolungare anche oltre i tempi necessari alla mineralizzazione dei corpi, cui dall’origine sono preposti i cimiteri ed, in tale fase, la mansione “tecnica” di mera polizia cimiteriale trascorre in secondo ordine, assolvendo un ruolo di “memoria” individuale e di comunità dei defunti.

L’attività funebre (e quindi il tessuto delle imprese) notoriamente non intrattiene rapporti idilliaci con quella cimiteriale [1] forse proprio a causa della forte cesura tra il momento “privato” anche se sottoposto ad autorizzazione del funerale e quello eminentemente pubblico del cimitero.
In effetti la natura dei sepolcreti trova legittimazione giuridica in atti aventi forza di legge, in primo luogo nel codice civile, ovvero un corpo normativo non solo parificato alla legge, ma anche di portata non specializzata; si tratta, quindi, di una fonte che ha, per definizione, una visione ampia e non ristretta al caso particolare.
Ma, se queste sono le basi, e considerato che le norme sono sempre storicamente determinate e mai assolute od immodificabili, si può anche trarre la conclusione per la quale ventilate prospettive di altro genere richiedano, non solo un intervento legislativo di livello primario, con l’effetto che la via del Regolamento risulta impraticabile come strumento per modificare gli attuali assetti sullo status dei cimiteri
(Sereno Scolaro).

La tenuta del verde e delle manutenzioni, ma negli ultimi anni anche l’esecuzione delle operazioni cimiteriali, è ormai sempre più svolta a mezzo terzi.
Se un appunto si può muovere consiste ed insiste proprio sulla corsa al ribasso nella qualità [2] delle prestazioni: ecco il vero elemento negativo; anche se discutere di leggi, norme e contratti di lavoro [3] nell’ambito dei servizi funerari rischi di diventare un vacuo esercizio stilistico, se non si tiene presente che questi lavoratori adempiono giorno dopo giorno un impegno importante e delicato, un mestiere ingiustamente denigrato che, a poco a poco, sta uscendo dal brago spirituale della ipocrisia semantica, che è l’anticamera della vergogna, per riconquistare il senso più pieno del suo contenuto sociale.

Ad una ritrovata identità lavorativa, deve, però, corrispondere un adeguato trattamento economico, anche per stabilizzate gli organici e contenere il turn over caotico, senza personale necroforo ben formato e, soprattutto motivato diventerà sempre più difficile implementare una seria politica cimiteriale in grado di diventare nucleo fondativo e pietra d’anglo in un ritrovato patto civile tra amministrazione comunale e cittadinanza.


[1] Alla fine degli anni ’90, quando si favoleggiava ancora di una grande riforma a livello statale del DPR 285/90, gli esponenti dell’imprenditoria privata reclamarono il diritto di intervenire anche nella fase della sepoltura o della cremazione, non limitandosi più alla semplice consegna del feretro una volta varcato il recinto del camposanto.
[2] Si registrano, tuttavia, pregevoli eccezioni: diversi cimiteri hanno istituito nuovi rituali nella cerimonia della cremazione e dell’inumazione, che erano completamente carenti dal punto di vista formale, hanno riorganizzato la simbolistica all’interno del loro sacro recinto, ed hanno provveduto a riqualificare il personale con specifici corsi di formazione e di sostegno psicologico.
[3] C’è un percorso logico di avvicinamento per la categoria dei lavoratori impegnati nella polizia mortuaria al mondo dei servizi alla persona.

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