Il Death café

Riprendiamo dal sito ildemocratico.com l’articolo "Tanexpo 2014/ ‘Death Cafe’, due chiacchiere per esorcizzare la morte di Federica Sarti, pubblicato in data 24 marzo 2014.

Fra le novità presentate durante l’annuale Esposizione Internazionale di Arte Funeraria e Cimiteriale, allestita quest’anno nei saloni fieristici della città di Bologna, per la prima volta è stato ospite il Death cafè, la prima realtà italiana di questo movimento culturale, ufficialmente nato nel 2011 e rapidamente diffusosi nel resto del mondo tramite organizzazioni no profit. Il libro del sociologo ed antropologo svizzero Bernard Crettaz, “Cafes mortels. Sortir la morte du silence”, pubblicato nel 2010, è all’origine dell’idea dell’inglese Jon Underwood, che accompagnato dalla psicoterapeuta Sue Barsky replica dal 2011 l’iniziativa di Crettez descritta nel libro, il quale espone le esperienze raccolte nel ciclo di incontri da lui organizzati nei bistroit, con l’obbiettivo di discutere e rompere in maniera formalmente colloquiale il tabù comunicativo applicato generalmente su tutto ciò che è legato all’esperienza della morte. Per facilitare l’avvio della conversazione, Underwood ha sviluppato un modello di base con cui dare principio ad ogni incontro, chiedendo a ciascuno dei partecipanti di elencare tre parole ispirate dal pensiero della morte. Nella condivisione delle proprie emozioni al riguardo, la conversazione converge naturalmente verso la discussione su un determinato argomento, fino ad arrivare al focalizzarsi sul come migliorare la qualità del proprio presente, poiché come scrisse Paulo Coelho, in “Veronika decide di morire”: la consapevolezza della morte ci incoraggia a vivere. Proprio in questo senso, il Death cafè non è quindi un gruppo di sostegno, come specifica Elisabetta Lucchi, la prima facilitatrice del Death Cafe che in Italia ha avuto origine a Verona e che si sta espandendo nelle città di Firenze e di Milano, il Death cafè è piuttosto un omaggio alla vita, alla pari di un’urna e di un cofano utilizzate per celebrare quella dei propri cari estinti, un incontro in cui legittimare l’esperienza per niente marginale della morte ed eventualmente cogliere e condividere i frutti ottenuti dalle esperienze luttuose, trasformandole come un equiparabile momento di crescita e con il quale ringraziare i nostri cari anche per il loro ultimissimo momento a noi “regalato”. Il Death cafè è quindi un’occasione per rielaborare un sé più sereno, consapevole e preparato, un momento in cui confrontarsi e discutere, in forma colloquiale, sulle esperienze ottenute nel corso della propria vita o sulle semplici proprie idee, per poter comprendere e risolvere al meglio l’esperienza della vita attraverso la morte e viceversa, nel tentativo di trasformare come utile un passaggio che non ignora nessuno ma che tanto viene volutamente ignorato. E poiché anche il piacere della sessualità è stato per la maggiore sdoganato, perché non eliminare anche quest’ultimo tabù in favore del più generale piacere della vita? Il Death cafè è un salotto culturale dove anche questo aspetto della vita può ottenere giustizia e rendere giustizia a tutte quelle esperienze legate al trapasso, le cui rielaborazioni e considerazioni vengono considerate sconvenienti dalla media se esposte in un ambito pubblico e per pudore sono quindi generalmente relegate al proprio intimo personale, o allo stretto necessario. Un pudore che ha intaccato sensibilmente questo fenomeno di incontri che hanno avuto sede in Italia, poiché, come Elisabetta ci fa sapere, i suoi salotti sono stati a volte aspramente criticati per l’allestimento utilizzato nel decorare i luoghi di conversazione, dove nel resto del mondo vengono normalmente offerti dolcetti a forma di bara o di scheletro, l’accoglienza di questi incontri è stata ridotta ai semplici bigné di pasticceria di forma comune, per non rischiare di far travisare il messaggio da chi osteggia questo tipo di condivisione, una formale differenza che ha portato la stampa estera ad interessarsi su questa conseguente diversità d’approccio e relativa problematica, appunto affrontata esclusivamente nei circoli italiani. Gli incontri sono aperti a qualsiasi persona ed etnia e senza influenze a carico religioso poiché, come per tutte le cose, basta la curiosità e la voglia di mettersi in gioco, nel reciproco rispetto della condivisione.
Ulteriori informazioni
https://www.facebook.com/deathcafeverona
http://www.deathcafe.com/
deathcafeveronai@gmail.com ?
twitter: @elisabettalucc2

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