Un cappio al collo

Un cappio al collo

Forse mai come in questo periodo storico i servizi delle Amministrazioni pubbliche e quelli pubblici locali hanno dovuto scontare un normativa penalizzante: compressione delle possibilità di investimento e riduzione dei trasferimenti erariali connessi al rispetto del Patto di Stabilità, ma anche limiti alle assunzioni di personale e vincoli di ogni genere alla espansione o anche al solo mantenimento del livello qualitativo dei servizi prestati alla collettività, a fronte di necessità imperiose di crescita tariffaria per compensazione dei ridotti trasferimenti centrali e ad una sempre maggiore attenzione alla qualità dei cittadini, che giustamente se pagano di più pretendono di più. È frutto di questo clima, che si potrebbe definire con una parola, di favore alla privatizzazione, la uscita di una serie considerevole di norme in materia di servizi pubblici locali che dettano condizioni, tempi e modalità per una profonda revisione del sistema precedente, con l’obiettivo di far subentrare capitale privato totalitario o minoritario, ma effettivo gestore, nella più parte delle imprese pubbliche esistenti. La risposta del sistema dei servizi è stata incapace di ottenere norme che potessero coniugare la salvaguardia delle politiche industriali di sistema alla obiettiva necessità di razionalizzare la spesa pubblica. E si è puntato più a tentare di mantenere qualche rendita di posizione o ad un gioco di interdizione soft. Ne è derivato un corpo di norme che è sempre più complicato da osservare e che costituisce un cappio al collo di qualunque gestione (sia essa pubblica totale, mista o di concessione di servizio pubblico). E se non verranno approvati cambiamenti legislativi l’orrendo cappio strangolerà dapprima le imprese efficienti (che in quanto tali hanno minori sacche di inefficienza da aggredire) e a seguire quelle inefficienti. Ne viene esaltato l’unico vero obiettivo di questa serie di manovre congiunte: distruggere il sistema dei servizi pubblici locali e integrarlo o sostituirlo con un nuovo modello gestito da capitali privati. Obiettivo che può anche essere compreso, ma condiviso solo in parte, perché diversamente si contribuirebbe alla distruzione di oltre un secolo di esperienze e valori propri del municipalismo solidale. Queste considerazioni fanno da cornice ad ogni valutazione tecnica ed economica relativa a scelte che in questo momento si devono fare sulla continuità del sistema di servizi pubblici di una città. Da un lato la normativa impone la cessione di proprietà pubbliche per far cassa e consentire alle Amministrazioni comunali di non “fallire” e di dare i servizi essenziali alle proprie popolazioni. Dall’altro il voler osservare il ginepraio di norme esistenti è oggettivamente difficile. L’unica soluzione che si intravvede è quella di operare con buon senso e di concentrarsi sulle effettive priorità dettate dalle norme, senza perdersi in bizantine interpretazioni che stanno fiorendo da ogni parte.

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 2/2011.

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