Che sia la volta buona?

Che sia la volta buona?

È strano doverlo dire, ma sono scarsi gli studi sulle origini dell’impresario funebre in Italia. Per lo più ci si rifà all’esperienza di tre categorie: ai barbieri, che badavano a toelettare il volto del cadavere, ai falegnami, che provvedevano a mettere insieme le assi per costruire la bara, e, infine, ai concessionari di auto pubbliche, che in certe zone si interessarono pure della concessione del servizio di trasporto funebre a pagamento. Secondo altre fonti, vi sarebbero stati anche dei vetturini, cioè persone che utilizzavano il carro funebre trainato da cavalli per svolgere il trasporto. Nel tempo i carri si motorizzarono e da lì nacquero le autofunebri.
In realtà ben pochi sanno che la componente del trasporto funebre (al cimitero) e della pompa funebre è stata presente come servizio comunale, con gestione in economia diretta comunale fin dai primi anni del Novecento. Poi si è in parte trasformata la forma di gestione (municipalizzata, società partecipata dal Comune), ma è una presenza ancora limitatamente diffusa in particolare nel Nord Italia, nelle medie e grandi città. E, aggiungiamo, gli antesignani delle moderne case funerarie erano i depositi di osservazione comunali. Brutti, per lo più, ma la funzione basilare era quella.
Fino agli anni Settanta del secolo scorso vigeva una norma che prevedeva il trasporto funebre gratuito per tutti (era previsto dal D.P.R. 803/1975), se svolto in modo decoroso. A pagamento, se svolto con mezzi speciali. Il trasporto funebre è stato tra i prezzi amministrati fino a 15-20 anni fa. Questo sta a significare la grande rilevanza che questi servizi hanno avuto e ancor hanno per le municipalità. È però importante osservare che non molte di queste municipalità hanno colto i tempi che cambiavano e hanno investito in uomini preparati, mezzi adeguati, e immobili. In poche parole la modernizzazione del settore funebre italiano è stata appannaggio, con qualche meritevole eccezione, per lo più dell’imprenditoria funebre privata.
In poco meno di mezzo secolo, si è quindi sviluppato anche in Italia un mercato funebre, ricco (stimabile tra 1,5 e 2 miliardi annui di euro di fatturato), senza regole adeguate alla delicatezza del servizio e ai valori economici in gioco. Rilevante è inoltre il sommerso sia in termini di fatturato, sia di lavoratori non propriamente in regola. Spesso con cittadini dolenti indifesi. Nel momento in cui un lutto rende vulnerabile una persona, questa non sempre trova un operatore funebre onesto e capace. Trova sempre più persone che speculano su questa situazione, a partire da dentro le strutture sanitarie. Ed è stato questo, unitamente all’azione di calmieramento dei prezzi, il principale scopo della moderna presenza pubblica nel settore funebre.
È un settore, quello delle onoranze funebri, che balza periodicamente alle cronache, negative, per la compravendita di informazioni relative ai decessi. È scarsamente trasparente. Recenti sono poi gli orientamenti dell’Autorità Anticorruzione sulla necessità di porre grande attenzione a questo settore, e in particolare sullo snodo fondamentale dato dalla gestione delle camere mortuarie ospedaliere, come pure a fare in modo che anche i piani anticorruzione degli Enti Locali siano adeguatamente predisposti per garantire il massimo di trasparenza.
Il prezzo di un funerale, anche se è leggermente calato in questo periodo di crisi economica, è ormai una cifra importante, dell’ordine mediamente tra i 2500 e i 3000 euro, e in diverse parti d’Italia anche superiore, solo per la parte funebre. Ma sono solo stime. Mancano completamente statistiche ufficiali e reali, vista l’opacità di questo settore.
Per essere onesti, non è accettabile che lo Stato non riesca nemmeno a conoscere una stima attendibile di qual è il giro di affari del settore funebre (per non parlare di quello dei marmisti e dei fioristi …). Altri Paesi hanno statistiche ufficiali, conoscenza dei prezzi praticati, sistemi di tutela dei compratori dei servizi funebri.
Non sono cose che s’inventano dall’oggi al domani. Occorre quindi investire, come Stato, per creare un forte contrasto alle pratiche scorrette nel settore funebre, e uno dei pilastri fondamentali di questa lotta è legata a misure fiscali che favoriscano ampie detrazioni fiscali per i cittadini. Il principale strumento di contrasto è l’elevare fortemente il tetto di detraibilità fiscale delle spese funerarie, così da creare una forte convenienza a chiedere l’integrale fatturazione dei beni e servizi. Non si capisce come mai lo Stato permetta detrazioni fiscali di ogni genere, dalle finestre, ai mobili, ai forni e frigoriferi e non si preoccupi di definire un tetto adeguato alle detrazioni sia funebri sia cimiteriali. Cioè di un settore di estrema delicatezza. È vero che è un costo (limitato) per lo Stato, ma è altrettanto vero che la battaglia per la legalità di questo settore può ben valere un qualche stanziamento di bilancio dedicato!
Serve, poi, favorire soluzioni, già in atto in molti altri Paesi europei, che spostino il momento di decisione economica di spesa per il funerale dal giorno del lutto a periodi antecedenti, quando si è in grado di poter prendere decisioni con un maggior grado di libertà. Ciò va sotto il nome di previdenza funebre e previdenza cimiteriale, cioè la possibilità di assicurare l’evento morte non solo come cifra, quanto come esecuzione.
E, infine, una riforma degna di questo nome per l’attività funebre, deve essere chiara nello stabilire chi e come può operare in questo settore, quali sono le strumentazioni minimali necessarie. Senza creare barriere all’entrata troppo elevate, ma inserendo specifici fabbisogni minimi di dotazioni strumentali e di personale. Favorendo al contempo aggregazioni tra operatori già esistenti.
Un tempo i sistemi di governo del settore erano la privativa territoriale comunale del trasporto funebre e il contenimento delle licenze di commercio (la vecchia tabella merceologica XIV), poi travolta dalle norme sulla liberalizzazione del commercio e ora dalla Direttiva UE sui servizi. E da allora gli operatori sono più che raddoppiati. Ci rendiamo conto della difficoltà di intervenire oggi quando gli operatori sono già oltre seimila, ma più si tarda a razionalizzare il sistema e più sarà sempre complicato farlo.
Sono i criteri contenuti non solo (ma soprattutto) nell’AS1611, ma in diverse delle proposte di legge presentate in parlamento. Che sia la volta buona?

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 3/2016.

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