L'ultimo tabu

Massimo Rocchi Bilancini ha scritto un post del 6/3/2008 sul blog www.iltamtam.it da cui si possono trarre interessanti valutazioni sul modo in cui affronta, generalmente, la morte un giovane: se succederà prendi quel che c’è da prendere di utile dal corpo e donalalo ad un altro a cui serve. Il resto cremalo. E’ interessante anche l’analisi fatta in relazione alla tumulazione. Da leggere:

L’ultimo tabù: io al cimitero non ci voglio andare
Allo sviluppo della città dei morti andrà posto un freno, se non si vuole che rubi troppo spazio a quella dei vivi: quindi prima donazione degli organi e poi bruciate tutto

di Massimo Rocchi Bilancini

Sicuramente non capiterà ma indubbiamente può anche succedere. Di tirare le cuoia, intendo dire. Lo ammetto, sulla morte, la mia, ho le idee un po’ confuse, di una cosa però sono sicuro: io al cimitero non ci voglio andare. Né in quello urbano di Todi, il cui recente ampliamento lascia sconcertati, né in altri. Certo, su quei piccoli cimiteri di campagna, a servizio delle frazioni, si potrebbe anche discutere ma alla fine neanch’essi passano l’esame.
Nessun cimitero mi va bene perché semplicemente non voglio finire sepolto in una bara fra grezze pareti in cemento armato, solo esternamente rivestite di bianchi marmi. Non è questione né di spazi né di lusso. Semplice loculo fra altri loculi (modello monolocale in condominio) o elegante cappellina familiare (modello villetta autonoma) non fa differenza. Fra quattro pareti e con un tetto in testa spero di passarci la vita mentre una volta morto è meglio farla finita subito.

Se, come recitava una pubblicità, un diamante è per sempre, una tomba non lo è mai. Si può stare certi che prima o poi, fra 30, 50 o 100 anni qualcuno ti darà lo sfratto. Saranno i tuoi discendenti, cioè coloro a cui hai dato la vita, oppure il sindaco del tuo Comune, smanioso di recuperare spazi sgombrando le tombe abbandonate. Perché lo capiscono tutti che allo sviluppo della città dei morti andrà posto un freno, se non si vuole che rubi troppo spazio a quella dei vivi.
Quando ti tireranno fuori, sentirai allora la ridda dei commenti: “Ma guarda come si è conservato bene!” oppure, più frequentemente, “Poveretto, è rimasto solo ossi!”. Non vale per i morti alcun diritto alla privacy ed io una simile rottura di scatole non potrei proprio accettarla.
Diciamoci poi la verità: la morte è quasi sempre un’offesa. Penso a certe morti violente, a quei corpi straziati di cui la cronaca nera, anche locale, ci racconta. Penso alla malattia che sfianca la mente e umilia il corpo, penso alla stessa vecchiaia. Solo un infarto, un ictus, che ti coglie a vent’anni ti consegna alla bara che sei ancora un fiore. Ma un fiore reciso comunque appassisce.

È per questi motivi che ho già deciso, due cose ho già deciso. Se morirò, allora prendetevi tutto, compreso il mio orologio, prendetevi il cuore e i reni, il fegato e gli occhi, se qualcuno li vorrà e saprà dargli valore, ma il resto bruciatelo pure.
Non temo certo le tiepide fiamme di un forno, assaggio di quelle più roventi dell’Inferno in cui sicuramente finirò. Il destino del mio corpo, per quando morirò, io lo scelgo da me: donazione degli organi, se sarà possibile, e poi cremazione e dispersione delle ceneri. Perché per piangere una persona e ricordarla non serve certo né un corpo né una bara, figuriamoci una tomba!

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