Nuovo testo di riforma dei servizi funerari: luci per il funebre, ombre per il cimiteriale

Nuovo testo di riforma dei servizi funerari: luci per il funebre, ombre per il cimiteriale

Chi legge il testo unificato dalla relatrice, Sen.ce Giuseppina Maturani, degli AS447, AS1611 e AS2492 (si rimanda nell’area documentazione di questo numero della rivista), non può che riconoscere quanto esso sia frutto di una scelta di normalizzare in particolare il settore funebre italiano.
E le parole, tratte dalla relazione di accompagnamento, riportate qui di seguito, descrivono l’inequivoca scelta dei propugnatori della riforma di introdurre elementi di trasparenza, legalità e controllo nel settore funebre.
“Fra le tante carenze e criticità ravvisabili nell’ambito dello svolgimento delle attività funerarie c’è sicuramente la mancanza di un efficace e rigoroso sistema di controllo: negli ultimi anni è aumentato in modo rilevante il numero di reati commessi da operatori sanitari o da imprese funebri a danno dei parenti del defunto, le infiltrazioni mafiose, i casi di gestione di imprese funebri da parte di associazioni criminali, la compravendita di informazioni sui decessi nelle strutture sanitarie, nonché i casi di evasione fiscale. Si tratta di reati e comportamenti tanto più deplorevoli in quanto commessi a danno di persone sofferenti che rappresentano la parte debole del rapporto.”
Il legislatore sceglie come risposta al bisogno di ristrutturazione del settore la valorizzazione dell‘impresa funebre strutturata, con personale in regola.
Cioè quella scelta che non venne fatta con coraggio con la prima legge regionale (in Lombardia) e che diede avvio all’infinito duello tra chi spingeva verso il centro di servizi e chi verso l’impresa funebre strutturata.
Questa impresa può avere più sedi con proprio personale, un’agenzia monomandataria, avvalersi per economicità di esercizio o per punte di mortalità di struttura di secondo li-vello (i centri di servizio, per intenderci).
E, cosa di non poco conto, può contare sulla privativa data dalla realizzazione della casa funeraria.
L’altra scelta rilevante del legislatore è quella di favorire la trasparenza attraverso l’aumento delle detrazioni fiscali per spese funebri a valori finalmente coerenti con il prezzo di mercato di un funerale.
Da notare che si è passati dal 50% del testo del “Vaccari” al 75% attuale di detrazione per ogni fattura riguardante il funerale con un tetto massimo fatturato totale di 7.500 eu-ro per decesso. Ovviamente sempre per il 19% di tali importi.
Vuol dire che dall’attuale detrazione del 19% di 1.550 euro a funerale e solo per spese funebri, si passerebbe al 19% del 75% di fino 7.500 euro a funerale, comprensivo di spese di vari operatori (anche i marmisti, ad es.), circa 3 volte e mezzo la detrazione precedente. Con la convenienza da parte del cittadino a richiedere l’integrale fatturazione.
Difatti se si chiede la fattura, l’importo verrà ivato al 10%. Ma potendo detrarre il 14,5% (dato dal 75% del 19%) si ha tutta la convenienza a chiedere l’integrale fatturazione. Col precedente testo dell’AS1611, invece, la convenienza era quasi nulla (iva al 10%, detrazione ivata al 9,5%= 50% di 19%).
Se poi si unisce a questa detrazione ex post, la detrazione ex ante, data dalla previdenza funebre e cimiteriale, e il bonus ristrutturazione tombe, si vede come il corpo centrale di questo provvedimento poggi essenzialmente sulla emersione del sommerso.
Riusciranno i nostri eroi nell’impresa?
Onestamente nutro qualche perplessità, non per mancanza di volontà dei parlamentari, nemmeno per l’ostruzionismo di interessi più o meno nascosti (chi più chi meno, sotto-voce o urlando, ma tutte le federazioni delle imprese funebri appoggiano una emersione del sommerso), ma perché non so se vi saranno i soldi per finanziare queste ottime scelte.
Altra perplessità: riusciranno i sei-settemila attuali operatori funebri a cambiare pelle?
In cinque anni (tanti sono i tempi lasciati per legge) dovranno applicare (non più in forma volontaria, ma obbligatoriamente) gli standard funebri europei (le ancora scarsa-mente conosciute UNI 15017), dovranno avere un certo numero di dipendenti (tre + un direttore tecnico per ogni sede) e di dotazioni strumentali.
Chi sa far di conto comprende subito che si avrà un effetto sui prezzi medi dei funerali, che tenderanno ad aumentare per effetto della emersione del sommerso e quindi dei maggiori costi del personale, non di molto, tuttavia, sia per la detrazione a monte dell’IVA, sia per l’effetto concorrenza, sia per la eliminazione di fatto degli importi in nero da pagare a chi vende la notizia del funerale o indirizza i parenti a quell’impresa.
E inoltre che vi sarà spazio per non più di due-tremila imprese funebri strutturate a livello italiano, conteggiando pure le imprese funebri miste, che cioè si occuperanno anche di altro, come fiori, marmi, ecc..
Una soluzione è quella di mettersi insieme e diventare impresa strutturata attraverso processi di societarizzazione; un’altra è di passare a svolgere il lavoro di secondo livel-lo: il centro di servizi, come soci o come dipendenti necrofori o infine l’agenzia funebre monomandataria di una impresa funebre strutturata, che è la rete di salvataggio del sistema attuale, visto che occorre solo la sede e una persona.
Se per il funebre, a parte la razionalizzazione di sistema, sempre dolorosa, si vedono grandi opportunità sia per la popolazione, sia per gli operatori, ben diverso è il discorso per il settore cimiteriale.
Vorremmo pensare che questo DDL possa ricomprendere nei passaggi successivi qual-che altra norma economica specifica per i cimiteri, altrimenti difficilmente essi potranno reggere all’impoverimento dato dalla crescita della cremazione, dagli effetti della grande crisi e dalla concorrenza delle case funerarie.
Troppo timidi sono i segnali di razionalizzazione gestionale del “Maturani” (invece ben presenti nell’AS1611 del Sen. Vaccari) con tentazioni campanilistiche comunali che ancora prevalgono sull’esigenza di riduzione e specializzazione del numero di soggetti gestori.
Se per l’imprenditoria funebre la razionalizzazione è dell’ordine di 2 a 1, nel campo cimiteriale si attendeva una razionalizzazione dell’ordine di 10 a 1: da diverse migliaia di gestori cimiteriali a poche centinaia.
Evidentemente questa razionalizzazione ha impaurito le amministrazioni comunali, desiderose di mantenere un ruolo nell’ambito cimiteriale del proprio territorio.
Addirittura sono chiaramente avvertibili tentazioni protezionistiche di categorie ben individuabili di portatori di interessi (Misericordie, concessionari di illuminazione votiva) che cercano di sottrarsi alle regole del mercato dei servizi pubblici locali.
E quindi o il legislatore punta ad un provvedimento ad hoc e successivo per il settore cimiteriale, ma sinceramente le attuali gestioni rischiano la morte economica prima che arrivi questo agognato provvedimento o non resta che intervenire con mirati e limitati emendamenti nella fase di approvazione di questo disegno di legge.
Per la cremazione si rimettono a posto le cose, dopo che l’orgia di leggi regionali ha completamente destabilizzato il settore. Tra l’altro già oggi si avvertono in taluni territo-ri sovra-dotazioni di impianti crematori e quindi il rischio è che se non si individuano chiari sistemi di valutazione, anche economica, dei nuovi insediamenti, si determini nel giro di un decennio o poco più una crisi economica anche in questo settore.
È l’effetto del mercato esasperato, in una situazione nella quale alla cremazione sempre più faticosamente può essere applicata la nozione di attività da esercitare in ‘monopolio naturale’ da parte di ogni singolo comune.
Essa infatti non tiene conto della pluralità di mercati territorialmente contigui ed intersecati demograficamente (il comune o i comuni del cosiddetto ‘bacino’) e della presenza di operatori funebri che potendo agire senza limiti territoriali possono quindi spaziare da un territorio all’altro ‘pilotando’ le scelte delle famiglie!
Una congiuntura che in molti ambiti è già critica e che, non conviene aggravare, in quanto si è facili profeti nel dire che tutto ciò finirà per ingenerare fallimenti di impianti di cremazione, molti dei quali realizzati dai piccoli e medi comuni in project financing.
Dal punto di vista dell’efficienza complessiva del sistema sarebbe meglio quindi canalizzare gli sforzi imprenditoriali nella copertura delle zone ancora libere e bisognose d’impianti, come al Centro e Sud Italia, piuttosto che insistere a realizzare altri crematori in zone super affollate.
Ah! Dimenticavo, tra le parti più convincenti di questo testo, c’è un progetto di formazione specifica di sicuro interesse e finalmente aderente alle necessità proprie sia degli operatori, sia dei controllori.
E, infine, la costruzione di un sistema di rilevamento statistico dei dati finalmente capace di consentire una lettura dei fenomeni che vi avvengono.
Passa parola …

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 4/2016.
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