Custodia delle ceneri: ma chi controlla davvero l’affidatario?!!!

L’affido dell’urna è sempre vincolato a queste condizioni minime, che i Comuni debbono inserire o nel regolamento generale di polizia mortuaria, oppure in ogni singola autorizzazione assolutamente intuitu personae
Di ogni affidamento di urna cineraria o di ogni variazione conseguente, infatti, deve essere tenuta traccia per mezzo di trascrizione cronologica in apposito registro, anche a tenuta informatica, con l’indicazione:

1) per affidamenti di urne autorizzati, dei dati anagrafici e della residenza dell’affidatario, nonché dei dati identificativi del defunto;
2) per le variazioni che dovessero intervenire nel luogo di conservazione esterno al cimitero, diverso dalla residenza, dell’indirizzo del nuovo luogo di conservazione e della data;
3) per i recessi dall’affidamento, dell’identificazione del cimitero di sepoltura e della data di recesso;
4) della data di eventuali ispezioni svolte in luoghi di conservazione e delle risultanze riscontrate.

Non possiamo, comunque, creare una seconda anagrafe mortuaria parallela ai registri cimiteriali per catalogare i luoghi atipici, e, per tale ragione, pressoché infiniti, dove sono custodite le ceneri.
Saremmo sommersi da un oceano di dati ed indirizzi da codificare e gli archivi, notoriamente costano.
C’è, poi, il pericolo di un lucro illecito dietro le richieste di affido multiplo, si creerebbero, di fatto, cimiteri assolutamente privati.

Emilia Romagna e Lombardia hanno subodorato il rischio, infatti, il comma 8 dell’Art. 14 del regolamento lombardo n. 6 specifica come l’affidamento delle ceneri ai familiari non costituisca, in nessun caso, implicita autorizzazione alla realizzazione di sepoltura privata, mentre la regione emiliano-romagnola, con la delibera n. 10 del 10 gennaio 2005, richiama i comuni ad un attenta sorveglianza affinché si eviti la consegna di più urne cinerarie ad un solo soggetto non appartenente [1] all’ambito famigliare o di parentele, proprio al fine di impedire che, surrettiziamente, possano instaurarsi eventuali forme di gestione privata e commerciale nella conservazione delle ceneri.

La mobilità sociale è uno stile di vita piuttosto diffuso, anche se non come in altri paesi. È opportuno, allora, delineare un ipotetico scenario da pernicioso incubo burocratico: il Signor X ha ottenuto di poter conservare presso il proprio domicilio le ceneri di un parente, poi, per motivi famigliari, o di lavoro, deve trasferirsi in un’altra città; poiché l’atto di affidamento esaurisce i suoi effetti nell’ambito del territorio comunale, siccome le prescrizioni del medesimo comune dettate all’affidatario risultano applicabili solo in quello specifico distretto amministrativo, quando l’affidatario decida di spostarsi in altro luogo sarà necessario richiedere un ulteriore autorizzazione all’affidamento da parte del nuovo comune di residenza, e, com’è ovvio, l’urna potrà esser movimentata solo dietro autorizzazione al trasporto, in quanto si tratta pur sempre di un trasporto funebre non soggetto, tuttavia, alle precauzioni da seguire nel trasporto di salme o cadaveri.
Quindi il Sig. X, oltre al trasloco, deve sobbarcarsi a tutti gli adempimenti amministrativi necessari per recare con sé l’urna in una diversa abitazione.

Qui siamo nel manicomio più assoluto. Non possiamo metterci a rincorrere in giro per l’Italia urne cinerarie ed affidatari: se le ceneri escono definitivamente dal circuito cimiteriale, bisogna, in qualche maniera, affidarsi al senso di responsabilità di noi italiani; alla fine custodire nella propria casa le ceneri di una persona cara è un gesto d’amore, di sensibilità affettiva, se cominciamo a prefigurarci scenari orrorifici da messa nera o rito orgiastico con le ceneri profanate per sacrificio perverso a qualche spirito dell’oltremondo (ad alto tasso alcolico) è meglio fermarci, sin quando siamo in tempo, e ragionare su una scelta di pensiero e valori, prima di diventare vittime di quel gioco infernale chiamato sospetto ossessivo.

E poi chi controlla davvero la corretta custodia delle urne, la polizia municipale che ha organici risicatissimi oppure i vigili sanitari?
Sguinzaglieremo le forze dell’ordine non sulle strade, ma nei condomini alla ricerca delle ceneri di zio o della nonna?
Suvvia, siamo seri, non si può chiedere l’impossibile. Il mito del panoptikon, ossia di una macchina architettonica per istituzioni totali e totalizzanti (prigioni, ospedali, manicomi, caserme), ove tutto e tutti siano sempre controllabili dall’occhio di un carceriere “grande fratello”, è una perversa e paranoica chimera di fine settecento che lasceremmo volentieri a quell’epoca lontana, mentre un ordinamento moderno deve basarsi sulla responsabile libertà dei singoli individui.

Quando si parla di momenti assoluti come il vivere ed il morire bisogna sempre scongiurare possibili strumentalizzazioni ideologiche, la cremazione è, al pari di altre forme di sepoltura, un rito che nel nostro ordinamento gode di grande dignità. Polemiche di tipo partitico (la cremazione è di destra, centro o sinistra?) sarebbero solamente deleterie.
Tuttavia non dobbiamo per forza emulare [2] altre culture per sentirci, a tutti i costi, politicamente corretti.
Bisogna sempre nutrire grande rispetto per chi chiede di ottenere in affido le ceneri di una persona cara e, soprattutto, del defunto che ha palesato il desiderio di rimanere, almeno simbolicamente, attraverso le proprie ceneri, nella città dei vivi, pur di non esser prigioniero di un sistema cimiteriale disumano e scatolare.

Il cimitero è un luogo di altissimo valore simbolico, presente da sempre nella nostra mentalità, rappresenta il sacro ed inviolabile recinto delle rimembranze: non sappiamo se una sua frammentata delocalizzazione in tinelli, studi o salotti possa far bene alla nostra società.
Certo i nostri tentacolari campisanti sono zone dell’essere (postumo) piuttosto alienanti e spersonalizzate, ma non possiamo sopperire alla mancanza di un vero spazio di architettura e simbologia commemorativa fingendo che i cimiteri non servano più, grazie a surrogati fittizi come, appunto, i cimiteri domestici per le urne.


[1] Il legislatore emiliano romagnolo considera l’aggregazione famigliare nel senso più ampio del termine poiché ragiona in termini di affido personale e non solo famigliare, c’è, dunque, un’importante apertura verso le unioni di fatto, e le relazioni di convivenza non regolate dal rapporto di coniugio.
[2] Anche la chiesa, dopo una prima, prudente apertura verso il mondo cremazionista, sembra piuttosto scettica sull’opzione di mantenere le ceneri dei defunto nel mondo dei vivi: si creerebbe una sorta di feticismo macabro con i dolenti incapaci di emanciparsi dal profilo del de cuius sempre presente, come un convitato di pietra, non nel ricordo e nella preghiera ma, con le sue ceneri, quale simulacro di una fisicità corrotta e trasformata in polvere dal fuoco.

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