Sala del commiato: rischio oppure opportunita'?

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La funeral home rappresenta sicuramente un elemento di sintesi dove si possono riunire piu' servizi funerari ed operazioni di polizia mortuaria.

Si tratta, pero', di una soluzione estrema, ancora molto lontana dalla nostra cultura popolare.

Nella mentalita' dell’italiano medio, la stessa di tante famiglie dell’alta borghesia, con notevoli capacita' di spesa per eventi socialmente rilevanti, come appunto un funerale, il morto preferibilmente deve rimanere a casa dove tra le mura domestiche i famigliari potranno vegliarlo nell’intimita' di un nido d’affetti e struggenti memorie.

In tante regioni pur di trasferire la salma al proprio domicilio si fanno addirittura carte false, ma queste piccole bugie sono ampiamente comprensibili e giustificabili agli occhi delle autorita' sanitarie per la loro fortissima componente emotiva.

Poche famiglie, poi, salvo casi d’emergenza logistica, chiedono di trasferire la salma per avere un accesso piu' facilitato da parte d’ amici e parenti alla visita della camera ardente.

In questa scelta, molto comune in altri paesi europei, si rileva una notevole componente estetica, del tutto estranea alle tradizioni funebri dell’Italia.

Nel nostro contesto nazionale una casa funeraria acquisirebbe piena legittimita' solo se pensata come un luogo in cui poter garantire prestazioni d’altissima qualita' che in un domicilio privato o in un servizio mortuario pubblico, data la generale fatiscenza della morgue nei nostri ospedali, non potrebbero esser assicurati ai dolenti.

La gestione pubblica, davvero scadente, degli obitori potrebbe indurre molti utenti alla decisione di affidare la celebrazione delle esequie ad una casa funeraria, ma occorrera' molto tempo perche' questa scelta di valori sappia imporsi sulle pratiche funerarie della popolazione italiana.

Sono poi d’obbligo alcune osservazioni sulla funzione strategica delle case funerarie:

1. I notevoli investimenti necessari per allestire camere ardenti a capitale privato non sarebbero sostenibili da parte delle piccole imprese. Una deregulation confusa e selvaggia, allora, renderebbe il tessuto dell’imprenditoria funeraria italiana subalterno alle decisioni ed alle politiche monopolistiche dei grandi gruppi, anche esteri, che si stanno affacciando con cospicui interessi sul mercato nazionale.

2. Le camere ardenti rappresentano un momento istituzionale per la societa' italiana, il deposito d’osservazione per i cadaveri deve mantenere la sua rilevanza di pubblico servizio, soprattutto per garantire l’utenza dai rischi di una gestione corsara e spregiudicata da parte d’amministratori troppo sbilanciati verso l’aspetto mercantile e del businness che pure e' una componente fondamentale nell’esercizio dell’attivita' d’estreme onoranze.

3. L’Italia presenta un territorio gia' densamente popolato, soprattutto se pensiamo ai grandi centri urbani, ed anche l’edilizia cimiteriale, con tutte le difficolta' e le proteste ogni qual volta i comuni deliberano sgradevoli ampliamenti nei pressi delle zone abitate, sembra segnare il passo. Dove si potrebbe costruire allora una casa funeraria senza suscitare le ire della cittadinanza? La posizione deve esser fruibile anche per il pubblico piu' anziano quindi bisogna subito eliminare dall’elenco dei posti possibili le periferie estreme e piu' lontane delle nostre citta'. Una casa funeraria costruita in un quartiere residenziale, pero', provocherebbe una sollevazione degli abitanti preoccupati per l’ingombrante vicinanza di una poco piacevole camera mortuaria.

4. Nei paesi anglosassoni, e negli States in particolare, le funeral homes sono pensate come polivalenti alberghi per i morti anche per ovviare alla mancanza di strutture periferiche territoriali che siano un punto di riferimento ed identita' “rituale” come appunto accade per le parrocchie italiane. In America, l’impresario funebre vive una strana sovrapposizione di ruoli perche', in diverse occasioni, e' lui stesso ad organizzare anche la cerimonia religiosa. Importare questo modello rigido nel sistema italiano, senza una profonda rettifica, significherebbe aprire un rovinoso conflitto nei confronti delle autorita' religiose, con il paradosso allucinante di una casa funeraria, pur sempre soggetto di mercato, che compete con la chiesa, intesa com’ente morale e luogo di culto, contendendole la celebrazione delle esequie entro le proprie mura. Le indicazioni della Santa sede in materia di funerali sono molto chiare: la Messa in suffragio deve esser officiata nella parrocchia del defunto, in quella stessa chiesa dove il morto ha consumato tutte le esperienze piu' importanti della propria fede come i sacramenti e la partecipazione all’Eucaristia. Quante famiglie potrebbero davvero preferire la casa funeraria alla propria parrocchia, quando oltre l’ottanta per cento dei funerali si tiene in chiesa? Il problema e' complicatamente semplice e risiede in quest’enigma, altre interpretazioni sarebbero inutili, quasi dannose.

Rivoluzione verde per i cimiteri italiani?

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L’idea dei funerali verdi consiste nel creare un contesto ambientale di sepolture ecologiche. Proviene da lontano il rito della sepoltura “verde”; dalla storia antica dell’uomo, e sopravvive in paesi come la Norvegia, la Svezia, l’Australia. Adesso tale pratica funeraria e' ritornata al centro dell’attenzione in alcuni paesi piu' vicini ai nostri ritmi di vita, In Inghilterra, per esempio, o in America. Si tratta, in ogni caso, di paesi dalla radicata e solida cultura anglosassone, dove il rapporto tra le citta' dei vivi e le aree sepolcrali e' piu' tranquillo e sereno. In queste culture esiste persino una spia linguistica molto importante che testimonia la diversa filosofia attorno alla percezione della morte e del morire: in inglese al termine angosciante “cemetery” (cimitero) si preferisce la parola piu' lieve “park”, ossia parco. Differente, infatti, e' il modo di vivere gli spazi occupati dalle tombe: le famiglie inglesi o americane, ad esempio, consumano i pick-nic all'intero dei recinti cimiteriali, o passeggiano e meditano in questi ampi parchi verdeggianti, dalle ombrose piante d'alto fusto, senza esser vittime di insane parafilie a sfondo necrofiliaco. Come puo' vedere da alcune foto tra gli alberi spesso c'e' una costruzione in legno. Questa funeral home ecologica serve ad ospitare i dolenti durante il rito dell’inumazione. All'interno, spesso, e' stata creata una sala per la cerimonia, mentre sono presenti tutti i servizi di un moderno cimitero come i bagni ed una cucina molto frugale, dove chi vuole puo' prepararsi un the oppure offrire un ristoro ad amici e parenti. Il fenomeno delle sepolture verdi, quindi, si e' potuto sviluppare in Gran Bretagna e Negli Stati Uniti perche' nella mentalita' anglosassone esiste gia' un sostrato culturale, un idem sentire verso lo spinoso problema della difficile convivenza tra la terra dei vivi e le lande dei defunti. I cimiteri di nuova concezione, si basano su due caratteristiche fondamentali: · Sepoltura perpetua
· Alberi piantati in corrispondenza del corpo del defunto invece dei soliti ed obsoleti monumenti marmorei. E’ la lingua, ancora una volta a rimarcare, con le sue evoluzioni, un epocale cambiamento nei costumi e nelle tradizioni funerarie: i cimiteri basati sulle sepolture verdi sono definiti boschi sacri, proprio perche' consacrati al dolce culto della memoria. C’e' poi un dato molto importante da cui non si puo' certo prescindere: in Inghilterra le norme sulla materia funeraria sono molto piu' elastiche ed “umane”.
Innanzi tutto la legge non prescrive in modo tassativo l’uso di cofani strettamente lignei (legno massello) con spessori minimi predefiniti. Anche la destinazione ultima del cadavere e' molto piu' libera: i feretri, infatti, non debbono obbligatoriamente esser interrati entro il recinto cimiteriale, possono esser sepolti ovunque, con una sola limitazione: la fossa viene scavata ad almeno 250 metri dalla piu' vicina fonte d’acqua. L’idea di riaprire una buca, dopo gli anni di sepoltura legale per raccattare tra la fanghiglia l’ossame residuo, in Gran Bretagna sarebbe assolutamente inconcepibile. Le sepolture biologiche possono prevedere anche l'uso della cassa lignea, non esiste alcuna incompatibilita' tecnica oppure ideale, le tavole pero', dovranno esser di legno molto dolce e facilmente marcescibile I cofani proposti, inoltre, sono molto semplici, senza ninnoli o modanature. Assomigliano ad elementari scatole, proprio perche' non sono corredati con decorazioni, oppure accessori non biodegradabili che potrebbero interferire, in qualche modo, nella normale decomposizione dei tessuti. Adesso tra i gestori dei cimiteri italiani impazza la moda di inserire nel feretro, o nelle sue immediate vicinanze, soprattutto in caso inumazione, diverse sostanze biodegradante, capaci di favorire la decomposizione della materia organica. Simili sistemi hanno, in piu' di un’occasione, sollevato notevoli interrogativi di natura morale: e' lecito forzare con particolari soluzioni chimiche il naturale processo di putrefazione? Puo' l’uomo sostituirsi alla natura, pur di ricavare spazio per nuove tombe? Il concetto da sottolineare e', invece, l’assoluta naturalezza della decomposizione cadaverica: si tratta di un percorso spontaneo della materia che va sempre rispettato ed assecondato. Per quale intorcinata ragione, allora, l’uomo deve opporsi a questo disegno, studiando artificiosi metodi di sepoltura in grado di impedire o rallentare la decomposizione? Nella nuda terra i processi di scheletrizzazione, che si vorrebbe riprodurre grazie all’apporto di sostanze chimiche, avvengono in modo normale, senza bisogno di correttivi. L’ecosistema del pianeta terra ha, gia' in se', le soluzioni per addivenire ad un rapido 'smaltimento' (chiediamo scusa per questo termine cosi' tecnicistico ed orrido) dei cadaveri senza alcuna violenza al corpo ed alla memoria di una persona scomparsa. La proposta dei “funerali verdi” nasce appunto da un progressivo riavvicinamento all’insieme dei fenomeni naturali: noi occidentali, drogati di tecnologia ed elettronica, ci stiamo allontanando pericolosamente dalla giusta percezione dell’ambiente che ci circonda. La morte e' pur sempre un assoluto richiamo alla realta' di questo mondo, se noi riuscissimo a percepire tale momento, purtroppo cosi' doloroso, come un necessario passaggio negli eterni cicli di distruzione e rigenerazione della materia organica potremmo maturare un pensiero molto piu' conciliante e consolatorio sull’inevitabile fine dell’esistenza.
Questa ritrovata coscienza sull’ineluttabilita' del morire non e' solo un procedimento di crescita intellettuale, deve tradursi anche in strategie concrete, operative e materiali. La nostra societa', in effetti, ha bisogno di nuovi luoghi dedicati alla spiritualita' della morte.

La gara tra Emilia-Romagna e Lombardia

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La gara tra Emilia-Romagna e Lombardia

A colpi di leggi, regolamenti, determine e direttive regionali le due Regioni si stanno contendendo il primato su chi riuscirà per prima a modellare sul proprio territorio la nuova normativa in materia funebre e cimiteriale.
È pur vero che è stata la Lombardia ad iniziare la corsa, ma l’Emilia Romagna ha recuperato abbastanza agevolmente, sfruttando i tempi per il passaggio consiliare del regolamento attuativo lombardo.
Un regolamento regionale che si pone nei confronti di quello nazionale di polizia mortuaria come sostitutivo per una gran parte delle materie e integrativo per altre.
Uno sforzo importante (47 articoli e 3 allegati) che diventerà una pietra di paragone per qualunque altra Regione che intenda cimentarsi nell’ammodernamento della propria normativa in materia funeraria.
L’Emilia Romagna, però, non vuole stare a guardare e, dopo aver approvato la legge regionale migliore tra quelle fino ad ora viste, affida al giudizio della Conferenza regionale per le Autonomie locali, gli schemi di una direttiva in materia di cremazione e dei due regolamenti attuativi della L.R. 19/04, uno in materia di pianificazione cimiteriale e sepolture, l’altro sui requisiti per svolgere l’attività funebre.
Cosicché il 2005, per quanto riguarda l’attività funebre e i servizi cimiteriali, si avvia ad essere l’anno del cambiamento in Lombardia ed Emilia Romagna: e data la dimensione demografica, l’importanza politica ed economica di queste due regioni, l’effetto trascinamento che ne potrebbe derivare anche in altre località del Paese non è da sottovalutare.
Non è tanto importante chi arriva prima a fare le modifiche, ma che queste siano coerenti con una politica settoriale che consenta al nostro Paese un salto di qualità nel panorama europeo, di dare concreta risposta ai bisogni di ammodernamento del settore funerario, di corrispondere alle attese della popolazione e degli operatori.
Se così sarà, la chimera in cui si sta trasformando l’AC 4144 (se mai riuscirà ad uscire dal pantano parlamentare), non potrà che tener conto anche di quanto in sede regionale sta concretizzandosi.

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 1/2005.

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Federalismo imperfetto

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Se tutte le novità sugli istituti di polizia mortuaria (dispersione delle ceneri, conservazione presso un domicilio privato delle stesse, case funerarie…) venissero recepiti solo su base locale sarebbe un disastro. Criteri omogenei debbono abbinarsi alle pur necessarie autonomie territoriali. Venti leggi regionali e più di ottomila regolamenti comunali, senza un coordinamento, sarebbero ingestibili e produrrebbero l?anarchia più selvaggia. Le norme per l?accreditamento delle imprese non debbono poi essere troppo diverse o contraddittorie tra loro, magari in zone di notevole contiguità economica, amministrativa anche sotto il profilo culturale. Chi vive al confine tra una regione e l?altra deve poter disporre di norme parimenti applicabili. Un contesto di sicurezza normativa non può fare che bene all’intero settore. Chi deve investire se ha un orizzonte preciso di regole e valori può attivarsi; l?incertezza e le pastoie del dubbio si traducono, invece, nella completa paralisi del sistema.

Funeral Directors…chi sono?

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I direttori funerari sono, essenzialmente, imprenditori o coordinatori di agenzie funebri. Spesso per descrivere il loro profilo professionale si ricorre all’espressione in lingua inglese “caregivers”, ossia coloro che assumono una particolare incombenza di interesse generale.
La definizione e' comune anche all’ambito dei servizi sociali, quando appunto gli assistenti prendono in carico un caso segnalato al loro ufficio.
Questa similitudine linguistica e' indicativa di quanto nell’attivita' funebre sia determinante la componente del servizio che l’impresa presta alla famiglia colpita da un decesso, siccome offre al pubblico assieme alle piu' disparate forniture (cassa, addobbi, vettura) soprattutto le proprie risorse umane. Nell’esperienza statunitense si parla di direttori e non impresari perche' le estreme onoranze sono spesso controllate da grandi gruppi societari, che affidano a personale specializzato (i funeral directors) la conduzione degli affari”, cosi' la gestione, risulta in molte funeral homes separata dalla mera proprieta'.

Il rischio della cremazione come fenomeno di massa

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Molte imprese sono spaventate e pensano 'Se aumentano le cremazioni diminuira' il valore del cofano fornito per la cerimonia: si venderanno solo casse “leggere” di abete o frassino, mentre spariranno i legni pregiati'.
E'd'obbligo un'osservazione:
la scelta cremazionista si configura ancora come la decisione di una minoranza, si tratta di una volonta' formata su solide basi culturali: e' una scelta spartana.
Il cremazionista, di solito, non ama gli orpelli, i lussi, ed e' poco attento alla pompa funebre.
Prevale il profilo ideale, il rito dell'incinerazione e' un protocollo piu' essenziale, meno legato all’esteriorita'.
Anzi, alle volte, l’incinerazione si presenta proprio come una scelta di economicita'.
Non si rileva, tuttavia, da parte dell’imprenditoria funeraria quest’opposizione preconcetta.
La scelta cremazionista e' un fenomeno semplicemente da gestire.
In un mercato in cui il prezzo e' letto dalla clientela come una componente concorrenziale, se la cremazione consente di risparmiare bisogna adeguarsi: insomma, in un mondo dominato dalle utilitarie ha fortuna chi produce vetture piccole ed economiche, se si ha la pretesa di vender solo Ferrari, per altro dream car sempre stupende, si rischia di perder il treno della competitivita'.

Elementi di estetica funeraria

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Maquillage funerario: estrema vanita' o esigenza sociale?

Proviamo a ragionare sull’importanza nella psicologia nei dolenti dell’estetica mortuaria.

Secondo moderne ricerche interdisciplinari, soprattutto di scuola francese ed anglosassone, la presentazione della spoglia mortale dopo un’attenta tolettatura ed uno grande cura per i dettagli iconografici sono in grado di aggiungere un nuovo valore al servizio funebre perche' capaci di arricchire con nuovi elementi il complesso sistema segnico in cui s’estrinseca il nostro alfabeto emotivo.

L’elaborazione, poi, di un’ immagine o, se si preferisce, di una maschera funeraria, personalizzate e modellate attraverso le tecniche di una disciplina codificata, come la tanatoprassi, potrebbero davvero offrire l’opportunita' di distacco meno violento, perche' mitigato dalla ricerca di una bellezza serena ed elegante che accompagna il ricordo del defunto.

La riproduzione anche nell’ ambito delle estreme onoranze di una comune idea del “bello”, concetto cosi' importante nella societa' occidentale –e' davvero in grado d’incidere sul dolore di chi perde una persona cara, favorendo quella disposizione d’animo quelle condizioni psicologiche necessarie affinche' chi attraversa una disgrazia possa sviluppare uno stato mentale meno teso ed esasperato dalla, pur sempre traumatica, vista di un cadavere.

Il dolente, quando veglia una salma, si relaziona con questa soprattutto attraverso canali e percorsi visivi, scorgere, magari quando si e' raccolti in preghiera sul feretro l’incedere delle disgustose trasformazioni postmortali puo' essere causa di improvvisi choc soprattutto nei soggetti piu' sensibili.

Gli stessi operatori funebri, relazionandosi con le famiglie, bene comprendono quanto sia difficile osservare un parente che, in lacrime, fugge inorridito dalla camera ardente, perche' non regge l’urto del colorito insano e delle chiazze livide che si stendono sul viso dei defunti.

A Gabicce Mare deliberato l’affidamento ceneri

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L?Amministrazione Comunale di Gabicce Mare, probabilmente prima nella Provincia, ha adottato una delibera di Giunta in data 26-10-2004 con la quale viene approvata l?autorizzazione all’affidamento e conservazione delle ceneri ai familiari del defunto, riservandosi il potere di procedere, in qualsiasi momento, a controlli, anche periodici, sull?effettiva collocazione delle ceneri nel luogo indicato dal familiare. L?intero procedimento non rappresenterà alcun costo per i familiari del defunto. Ad occuparsi di tutti gli adempimenti connessi all?applicazione della nuova procedura saranno i dipendenti dei Servizi Demografici del Comune, ai quali ci si potrà rivolgere per ogni richiesta di informazioni e per la compilazione del modello di richiesta.

A Gabicce Mare deliberato l’affidamento ceneri

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L?Amministrazione Comunale di Gabicce Mare, probabilmente prima nella Provincia, ha adottato una delibera di Giunta in data 26-10-2004 con la quale viene approvata l?autorizzazione all’affidamento e conservazione delle ceneri ai familiari del defunto, riservandosi il potere di procedere, in qualsiasi momento, a controlli, anche periodici, sull?effettiva collocazione delle ceneri nel luogo indicato dal familiare. L?intero procedimento non rappresenterà alcun costo per i familiari del defunto. Ad occuparsi di tutti gli adempimenti connessi all?applicazione della nuova procedura saranno i dipendenti dei Servizi Demografici del Comune, ai quali ci si potrà rivolgere per ogni richiesta di informazioni e per la compilazione del modello di richiesta.

Passaggio alle ceneri

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Sempre più svizzeri scelgono la cremazione al posto della sepoltura. Un segnale che indica dei cambiamenti nella società, anche nei confronti della morte. Gli esperti indicano ragioni etiche, ma anche questioni pratiche hanno portato a questo cambiamento di paradigma.
«La speranza di una vita dopo la morte scema parallelamente all’influsso della fede sulla società», afferma Urban Fink, teologo e storico della Chiesa. Un cambiamento che si esprime anche nella forma data all’ultimo addio. In pochi decenni, la cremazione ha infatti superato la classica sepoltura. Cifre esatte non esistono, ma l?Associazione Svizzera dei servizi funebri (ASSF) indica che nelle città ormai l?85% dei morti vengono cremati. Nelle campagne si è già oltre il 50%, anche se «nelle regioni cattoliche il fenomeno è meno marcato, rispetto a quelle protestanti», come afferma Franz Schrag, redattore del periodico dell’ASSF. Con la nuova forma di sepoltura sembra prendere il sopravvento anche la disaffezione verso la tradizione. In centri urbani come Basilea, dove la metà della popolazione non è più iscritta ad una delle Chiese ufficiali, a celebrare i funerali sono sempre più spesso i delegati del comune. Inoltre, annota ancora Fink, «alle esequie partecipa sempre meno gente, anche se l’essere umano continua ad essere legato ad una rete sociale». Grazie anche alle camere ardenti comunali, poi, non si espone più il corpo a casa. L’addio avviene fuori dalle mura domestiche, per Fink si tratta di un segnale che non è solo da interpretare razionalmente, con delle questioni di igiene o altro: «Mi sembra piuttosto che ci sia una marginalizzazione della morte». Le riflessioni pratiche Il passaggio alle ceneri potrebbe essere stato favorito da un mutato atteggiamento esistenziale nei confronti della morte, ma ci sono anche delle ragioni più concrete: «Non è semplicemente uno sgarbo alle tradizioni. È piuttosto una conseguenza della realtà: sempre più persone, come le rispettive famiglie, pensano anche agli aspetti pratici della sepoltura», osserva Franz Schrag. La scelta è infatti definita anche dal prezzo della tomba, della bara e dalla possibilità e volontà della famiglia di curare i fiori e le lapidi nei decenni che seguono la scomparsa dei propri cari. «Con le urne si può utilizzare meglio lo spazio; per esempio è possibile deporre due coniugi nella stessa tomba», spiega Franz Schrag. «Inoltre la sepoltura convenzionale ha degli svantaggi: a seconda del terreno, ci vogliono decenni per decomporre il corpo; per i cimiteri che hanno bisogno di spazio si pone dunque il problema etico di cosa fare con ciò che rimane della salma». Sono soprattutto le città ad essere confrontate con questi problemi, non a caso le autorità sostengono la cremazione. Cambiamento di mentalità Un’ulteriore spiegazione è legata all’aumentata mobilità: molte famiglie abitano lontano dal paese d’origine e non vogliono o non possono più curare le tombe, inoltre manca un legame affettivo tradizionale con i grandi cimiteri urbani. Ma gli argomenti razionali per spiegare il fenomeno hanno comunque dei limiti. Fink ritiene che «ci troviamo di fronte ad un cambiamento radicale di mentalità». Malgrado tutto, si dice convinto Ulrich Fink, «gli antichi rituali hanno ancora il significato di aiutare i superstiti ad elaborare il dolore di chi rimane». Opposizione riveduta I funerali sono dei riti di passaggio, comuni a tutte le religioni; nella Svizzera dalle radici cristiane la cosa non è diversa. In queste occasioni una consistente maggioranza continua a rivolgersi alla Chiesa, si tratta di un’occasione importante per molti pastori e sacerdoti per accompagnare la famiglia. Per questo anche la critica verso la cremazione da parte della Chiesa cattolica è ormai stata accantonata. Più ancora del protestantesimo, la Chiesa cattolica ha sempre ribadito l’unità di corpo e anima: «La resurrezione dei corpi fa ancora parte del credo, visto che è fissata nella Bibbia ? spiega a swissinfo Ulrich Fink ? ma oggi anche la teologia ufficiale non contesta più la cremazione. Le ragioni pratiche e una lettura meno materialista delle scritture hanno portato da alcuni decenni ad un cambiamento di paradigma». «E in fondo in Svizzera la cremazione rimane un atto rispettoso del bisogno di prendere commiato», continua il ricercatore cattolico Fink. «In altri paesi, le ceneri non vengono nemmeno riconsegnate; da noi invece sì». In Svizzera le urne si possono depositare in una tomba o in un loculo convenzionale. Rispondendo alla richiesta crescente, molti cimiteri dispongono inoltre di un monumento collettivo in cui depositare anonimamente le ceneri. Ma è anche permesso tenere le ceneri a casa o spargerle in un luogo particolarmente caro al defunto. swissinfo, Daniele Papacella Lunedì 01.11.2004, CET 22:48

Effetti dell’ulteriore cambiamento del Titolo V della Costituzione

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Effetti dell’ulteriore cambiamento del Titolo V della Costituzione

La Camera dei Deputati, in questi giorni, discute degli ulteriori cambiamenti previsti per il Titolo V della Costituzione e, in particolare della nuova formulazione dell’articolo 117 (in C4862 ed abbinati).
Dalle anticipazioni emerge che cambierà l’impostazione oggi vigente: la sanità da legislazione concorrente, per la sola parte di “norme generali sulla tutela della salute” sarà esplicitamente materia di legislazione esclusiva dello Stato.
Le Regioni legifereranno in via esclusiva sulla “assistenza e organizzazione sanitaria” nonché su tutto ciò che non sia riservato alla legislazione statale.
Al di la della questione ancora in discussione circa la possibilità dello Stato di intervenire in materie anche regionali, ove queste contrastino con l’interesse nazionale, si aprirà una ulteriore e nuova fase del “tormentone” della modifica della legislazione funeraria.
È vero che i tempi di questo ulteriore cambiamento normativo non saranno brevissimi, però è già prevedibile la creazione di una frattura normativa tra Regioni che sono state più sollecite a legiferare in materia funeraria o che si apprestano a farlo e Regioni che invece non lo hanno fatto, né hanno intenzione di muoversi a breve.
Con questa premessa andiamo ad analizzare le nuove norme della Lombardia e dell’Emilia Romagna, che determinano, tra l’altro:
– la volontà di slittare le funzioni di medicina necroscopica anche sui medici di medicina generale (opportunamente formati), con l’obiettivo di effettuare risparmi gestionali nelle ASL;
– il riconoscimento dell’attività funebre – ed era ora! – con il contemporaneo rafforzamento delle dotazioni organiche e infrastrutturali richieste per operare in tale settore;
– la separazione societaria tra attività svolta in monopolio (cimiteriale, necroscopica) e attività svolta in concorrenza in mercati contigui (funebre e lapidea);
– la separazione effettiva tra chi gestisce servizi mortuari ospedalieri e chi svolge attività funebre;
– la regolamentazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali e in particolare quelli cimiteriali e di cremazione;
– la cremazione e la pianificazione cimiteriale vengono individuate come il toccasana per modificare i risultati della gestione dei cimiteri;
– la risposta a bisogni in parte effettivi (miglioramento dei riti di commiato) con la creazione di un sistema ridondante di strutture per garantirli (alla partenza, intermedi e all’arrivo), ma anche di una tipologia nuova di trasporto (di salma, prima dell’accertamento di morte).
Indipendentemente dalle maggioranze politiche al Governo nelle due Regioni, sembrano questi gli assi portanti della riforma regionale del settore funerario.
Sembra quindi che anche la legislazione nazionale di settore (l’ormai famoso AC 4144), quando vedrà la luce, non potrà che suggellare queste scelte oltre che dare soluzione alla questione della dispersione delle ceneri e, ci si augura, intervenire anche nella modernizzazione delle tecniche cimiteriali, ferme in Italia da oltre un secolo.

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 4/2004.

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Effetti dell'ulteriore cambiamento del Titolo V della Costituzione

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Effetti dell’ulteriore cambiamento del Titolo V della Costituzione

La Camera dei Deputati, in questi giorni, discute degli ulteriori cambiamenti previsti per il Titolo V della Costituzione e, in particolare della nuova formulazione dell’articolo 117 (in C4862 ed abbinati).
Dalle anticipazioni emerge che cambierà l’impostazione oggi vigente: la sanità da legislazione concorrente, per la sola parte di “norme generali sulla tutela della salute” sarà esplicitamente materia di legislazione esclusiva dello Stato.
Le Regioni legifereranno in via esclusiva sulla “assistenza e organizzazione sanitaria” nonché su tutto ciò che non sia riservato alla legislazione statale.
Al di la della questione ancora in discussione circa la possibilità dello Stato di intervenire in materie anche regionali, ove queste contrastino con l’interesse nazionale, si aprirà una ulteriore e nuova fase del “tormentone” della modifica della legislazione funeraria.
È vero che i tempi di questo ulteriore cambiamento normativo non saranno brevissimi, però è già prevedibile la creazione di una frattura normativa tra Regioni che sono state più sollecite a legiferare in materia funeraria o che si apprestano a farlo e Regioni che invece non lo hanno fatto, né hanno intenzione di muoversi a breve.
Con questa premessa andiamo ad analizzare le nuove norme della Lombardia e dell’Emilia Romagna, che determinano, tra l’altro:
– la volontà di slittare le funzioni di medicina necroscopica anche sui medici di medicina generale (opportunamente formati), con l’obiettivo di effettuare risparmi gestionali nelle ASL;
– il riconoscimento dell’attività funebre – ed era ora! – con il contemporaneo rafforzamento delle dotazioni organiche e infrastrutturali richieste per operare in tale settore;
– la separazione societaria tra attività svolta in monopolio (cimiteriale, necroscopica) e attività svolta in concorrenza in mercati contigui (funebre e lapidea);
– la separazione effettiva tra chi gestisce servizi mortuari ospedalieri e chi svolge attività funebre;
– la regolamentazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali e in particolare quelli cimiteriali e di cremazione;
– la cremazione e la pianificazione cimiteriale vengono individuate come il toccasana per modificare i risultati della gestione dei cimiteri;
– la risposta a bisogni in parte effettivi (miglioramento dei riti di commiato) con la creazione di un sistema ridondante di strutture per garantirli (alla partenza, intermedi e all’arrivo), ma anche di una tipologia nuova di trasporto (di salma, prima dell’accertamento di morte).
Indipendentemente dalle maggioranze politiche al Governo nelle due Regioni, sembrano questi gli assi portanti della riforma regionale del settore funerario.
Sembra quindi che anche la legislazione nazionale di settore (l’ormai famoso AC 4144), quando vedrà la luce, non potrà che suggellare queste scelte oltre che dare soluzione alla questione della dispersione delle ceneri e, ci si augura, intervenire anche nella modernizzazione delle tecniche cimiteriali, ferme in Italia da oltre un secolo.

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 4/2004.

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L’azienda municipalizzata: un’araba fenice

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L’azienda municipalizzata: un’araba fenice

Per anni si è assistito in Italia al dibattito sulla riforma dei servizi pubblici locali.
La Legge Giolitti (1903) aveva retto per quasi l’intero secolo XX, con i Comuni che fruivano essenzialmente di tre strumenti gestionali:
l’economia diretta, l’azienda municipalizzata (nella forma municipale o consortile), la concessione a terzi.
Quando venne approvata la Legge 142/90, si introdusse la gestione a mezzo di società di capitali partecipata.
Spinta da esigenze di liberalizzazione per taluni, di privatizzazione per altri, ma in realtà per far cassa e per rendere più snella la gestione, la SPA pubblica cominciò a soppiantare la vecchia azienda municipalizzata.
La ricetta era semplice: il Comune valorizzava i suoi assets e poteva trarre benefici o in termini di cessione delle quote o in termini di dividendi, specie quando la gestione era mista con privati.
A ben vedere quel che avvenne fu un processo di esternalizzazione, che negli ultimi anni si tradusse anche in una tendenza all’accrescimento dimensionale del bacino di utenza.
La strada maestra per le esternalizzazioni, voluta anche dalla UE, era e resta l’affidamento a mezzo gara.
Rispetto a questa norma generale sussiste la possibilità di affidamento diretto (senza gara) solo in uno dei casi seguenti:
a) il servizio è senza rilevanza economica;
b) la società possiede particolari caratteristiche nei rapporti con l’ente locale (società in house);
c) la società è mista e la gara è fatta per la scelta del socio privato.
Questi criteri di scelta del contraente vennero codificati con l’art. 14 del D.L. 30 settembre 2003 n. 269, convertito nella Legge 24 novembre 2003 n. 326, nuovamente modificato l’art. 113 del D.Lgs. n. 267 del 2000 (testo unico delle leggi sugli enti locali) concernente la disciplina dei servizi pubblici.
Solo per dovere di cronaca rammento che la tormentata materia dell’affidamento del servizio pubblico locale era già stata modificata con l’art. 35 della Legge 20 dicembre 2001, n. 448.
Oggi è quindi pienamente legittimo l’affidamento del servizio “a società a capitale interamente pubblico a condizione che l’ente o gli enti pubblici titolari del capitale sociale esercitino sulla società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi, e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con l’ente o gli enti pubblici che la controllano” (cosiddetta società in house).
Ora sorge il problema di cosa si intende con tale espressione.
Dapprima il Consiglio di Stato si era espresso nel senso di ritenere che fosse sufficiente il possesso del 100% delle quote societarie da parte di Ente Locale per considerare la società partecipata come in house.
Invece, a distanza di pochissimi mesi, il Consiglio di Stato (Sez. V 22/4/04, n. 2316) ritorna sull’argomento per rimettere la questione alla Corte di giustizia della Comunità Europea, ai sensi dell’art. 234 del Trattato istitutivo, ai fini della pronuncia pregiudiziale sul come intendere il controllo sulla società totalitaria analogo a quello sui propri servizi.
Ricordo che in una nota diretta al Governo italiano (del 26 giugno 2002) la Commissione della UE si era espressa nel senso che il rapporto che si doveva instaurare da parte del Comune doveva consentire un “assoluto potere di direzione, coordinamento e supervisione dell’attività del soggetto partecipato, e che riguardasse l’insieme dei più importanti atti di gestione del medesimo”.
Chi non ne ha memoria, si vada a leggere gli articoli 22 e 23 della Legge 142/90, il D.P.R. 902/1986 (regolamento delle aziende municipalizzate) e le norme successive che hanno introdotto il contenuto degli atti fondamentali per tali aziende, e potrà trovare la risposta alla quasi totalità di questi interrogativi.
La vecchia azienda municipalizzata possedeva intrinsecamente tutti gli elementi della società in house.
Fatta morire per legge, risorge dalle sue ceneri.
Uno strumento che diventa determinante per attuare la esternalizzazione della gestione dei cimiteri, alla luce della riforma del settore funerario, in A.C. 4144.

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 3/2004.

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L'azienda municipalizzata: un'araba fenice

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L’azienda municipalizzata: un’araba fenice

Per anni si è assistito in Italia al dibattito sulla riforma dei servizi pubblici locali.
La Legge Giolitti (1903) aveva retto per quasi l’intero secolo XX, con i Comuni che fruivano essenzialmente di tre strumenti gestionali:
l’economia diretta, l’azienda municipalizzata (nella forma municipale o consortile), la concessione a terzi.
Quando venne approvata la Legge 142/90, si introdusse la gestione a mezzo di società di capitali partecipata.
Spinta da esigenze di liberalizzazione per taluni, di privatizzazione per altri, ma in realtà per far cassa e per rendere più snella la gestione, la SPA pubblica cominciò a soppiantare la vecchia azienda municipalizzata.
La ricetta era semplice: il Comune valorizzava i suoi assets e poteva trarre benefici o in termini di cessione delle quote o in termini di dividendi, specie quando la gestione era mista con privati.
A ben vedere quel che avvenne fu un processo di esternalizzazione, che negli ultimi anni si tradusse anche in una tendenza all’accrescimento dimensionale del bacino di utenza.
La strada maestra per le esternalizzazioni, voluta anche dalla UE, era e resta l’affidamento a mezzo gara.
Rispetto a questa norma generale sussiste la possibilità di affidamento diretto (senza gara) solo in uno dei casi seguenti:
a) il servizio è senza rilevanza economica;
b) la società possiede particolari caratteristiche nei rapporti con l’ente locale (società in house);
c) la società è mista e la gara è fatta per la scelta del socio privato.
Questi criteri di scelta del contraente vennero codificati con l’art. 14 del D.L. 30 settembre 2003 n. 269, convertito nella Legge 24 novembre 2003 n. 326, nuovamente modificato l’art. 113 del D.Lgs. n. 267 del 2000 (testo unico delle leggi sugli enti locali) concernente la disciplina dei servizi pubblici.
Solo per dovere di cronaca rammento che la tormentata materia dell’affidamento del servizio pubblico locale era già stata modificata con l’art. 35 della Legge 20 dicembre 2001, n. 448.
Oggi è quindi pienamente legittimo l’affidamento del servizio “a società a capitale interamente pubblico a condizione che l’ente o gli enti pubblici titolari del capitale sociale esercitino sulla società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi, e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con l’ente o gli enti pubblici che la controllano” (cosiddetta società in house).
Ora sorge il problema di cosa si intende con tale espressione.
Dapprima il Consiglio di Stato si era espresso nel senso di ritenere che fosse sufficiente il possesso del 100% delle quote societarie da parte di Ente Locale per considerare la società partecipata come in house.
Invece, a distanza di pochissimi mesi, il Consiglio di Stato (Sez. V 22/4/04, n. 2316) ritorna sull’argomento per rimettere la questione alla Corte di giustizia della Comunità Europea, ai sensi dell’art. 234 del Trattato istitutivo, ai fini della pronuncia pregiudiziale sul come intendere il controllo sulla società totalitaria analogo a quello sui propri servizi.
Ricordo che in una nota diretta al Governo italiano (del 26 giugno 2002) la Commissione della UE si era espressa nel senso che il rapporto che si doveva instaurare da parte del Comune doveva consentire un “assoluto potere di direzione, coordinamento e supervisione dell’attività del soggetto partecipato, e che riguardasse l’insieme dei più importanti atti di gestione del medesimo”.
Chi non ne ha memoria, si vada a leggere gli articoli 22 e 23 della Legge 142/90, il D.P.R. 902/1986 (regolamento delle aziende municipalizzate) e le norme successive che hanno introdotto il contenuto degli atti fondamentali per tali aziende, e potrà trovare la risposta alla quasi totalità di questi interrogativi.
La vecchia azienda municipalizzata possedeva intrinsecamente tutti gli elementi della società in house.
Fatta morire per legge, risorge dalle sue ceneri.
Uno strumento che diventa determinante per attuare la esternalizzazione della gestione dei cimiteri, alla luce della riforma del settore funerario, in A.C. 4144.

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 3/2004.

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Chi può acquisire funerali?

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Chi può acquisire funerali?

Una delle maggiori innovazioni date dalla L.R. Lombardia 22/03 è stata l’introduzione della nozione di esercizio di attività funebre, contenuta nell’articolo 8.
Essa quasi coincide con quella contenuta nell’AC 4144.
In fase di definizione del regolamento attuativo della L.R. Lombardia 22/03 su questa problematica si è discusso ampiamente, giungendo alla conclusione che la fissazione dei requisiti per poter operare siano uno degli assi portanti dell’intera manovra regolamentare.
Profonde sono state le divergenze di opinioni in materia, confrontandosi due diverse filosofie:
– la prima – propugnata da FENIOF – che intende fissare i requisiti per l’acquisizione dei funerali almeno pari a quelli occorrenti per la effettuazione del trasporto funebre: quindi la necessità che sia un’impresa strutturata e solo questa a poter acquisire funerali;
– la seconda – sostenuta da FEDERCOFIT – che, fermo restando che i requisiti per svolgere il trasporto funebre fossero mantenuti ad un livello adeguato, consente la possibilità di acquisire funerali anche a società o ditte individuali destrutturate, potendo queste vendere servizi prodotti da altri.
Ambedue le filosofie presentano pregi e difetti, ma la scelta dell’un modello o dell’altro non incide solamente sulla evoluzione del comparto funebre, bensì anche sul livello di concorrenza per l’acquisizione del funerale e, in ultima analisi, sul deprecabile fenomeno di “caccia al morto”.
Consentendo l’acquisizione del funerale solo all’impresa strutturata (fortemente strutturata, dovendo avere 5 dipendenti, carro funebre, sede commerciale e rimessa funebre, queste ultime due anche in affitto) si ha una concentrazione dell’imprenditoria funebre in poche imprese.
Dalle 5.500 attuali si potrebbe giungere a valori tra le 1.000 e le 1.500 unità per l’intero Paese, in quanto tali costi fissi presuppongono un numero minimo di servizi prossimo a 300 all’anno.
L’altra visione dell’impresa funebre è invece legata alla circostanza che, specie nelle grandi città si sono organizzate situazioni di agenzie funebri collegate a centri di fornitura di servizi.
Per cui si vorrebbe mantenere la possibilità di operare con questo schema che, in sostanza, legittima la singola persona che lavora in una sede a continuare la propria operatività, fruendo dell’allestimento delle bare, dell’eventuale trasporto a domicilio e del trasporto funebre dato da altre imprese appositamente attrezzate.
Di positivo c’è l’economia di scala.
Di negativo il permanere della possibilità di concorrenza “serrata” per l’acquisizione di funerali.
È probabile che la giusta soluzione stia in una via di mezzo, che comunque non possa prescindere dalla tutela del dolente e della concorrenza, con la differenziazione dei requisiti necessari per l’acquisizione di un funerale da quelli per lo svolgimento del trasporto funebre, se quest’ultimo è svolto in maniera disgiunta dal primo.
In altri termini si potrebbe richiedere una presenza strutturata sia per l’acquisitore di funerali sia per chi effettua il trasporto funebre, differenziando tra le due necessità.
Per le Federazioni dell’imprenditoria privata queste non sono solo filosofie diverse, ma concreta rappresentanza dell’uno o dell’altro interesse, in quanto espressione della natura degli associati prevalenti.
Per la Federazione dell’imprenditoria pubblica è la soluzione al problema della moralizzazione e del calmiere per il settore.
Troppi gli interessi in gioco per non continuare nei prossimi mesi a vederne delle belle, perché questo sarà il tema che appassionerà maggiormente nel dibattito per l’approvazione dell’AC 4144.

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 2/2004.

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2004: anno decisivo

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2004: anno decisivo

Il 2004 potrebbe essere un anno decisivo per il settore funerario italiano:
1) il PDL AC 4144 di riforma del settore funerario comincia il proprio iter approvativo in commissione XII alla Camera;
2) due importanti regioni, come la Lombardia ed il Piemonte, hanno già espresso il proprio punto di vista su come intendono il rapporto tra stato, regioni e comuni, legiferando in materia funeraria. Altre regioni si apprestano a farlo, anche se stanno alla finestra per vedere come reagirà lo stato all’invasione operata dalle due regioni citate in talune materie di sua competenza esclusiva;
3) lo stato, pur con la giacchetta del regolatore della concorrenza, interviene a tre riprese per riformare la riforma dei servizi pubblici locali, vecchia di due anni. Prima con il DL 269/03, poi cambiandone in parte i contenuti con la legge 326/03 di conversione in legge del DL 269. Infine, con aggiustamenti marginali, dati dalla finanziaria 2004.
Nessuno si illuda che tutto si concluda entro l’anno, ma certo è ragionevole ipotizzare che saranno effettuati sostanziali passi in avanti, mentre la normativa nazionale, se non interverranno fatti nuovi, potrebbe vedere la luce entro il 2005.
In tempo per essere di riferimento per diverse amministrazioni comunali che, entro il 31 dicembre 2006, dovranno decidere come gestire i servizi cimiteriali, i quali ora sembrano proprio attratti tra quelli aventi rilevanza economica, cui applicare l’art. 113 del TU EELL.
Si tratta di scenari che girano con velocità inusuali per il settore funerario italiano, che sta archiviando solo ora la transizione dall’era della “privativa del trasporto funebre” con l’adozione, ormai generalizzata, di regolamenti comunali per l’esercizio del trasporto funebre e in taluni casi anche dell’attività funebre.
Nella situazione movimentista attuale è interessante anche capire come evolverà lo scontro di potere per la leadership sul sistema fieristico in ambito funerario, tra FENIOF (e la stampa ad essa riferentesi, come Osiris) e Conference Services (cui fa capo Oltre Magazine).
Arbitro dello scontro il risultato della fiera di Modena che si svolgerà nel 2004, dove per risollevare le sorti della carenza di espositori tradizionali, arriva una iniezione di espositori collegati con il settore lapideo e marmoreo.
L’incursione nel settore marmoreo tentata dalla FENIOF con la Fiera di Carrara, viene invece ritentata da Leanza e soci, che puntano a ridurre il peso del tradizionale appuntamento per il marmo di Verona.
Cosa c’entrino le Fiere con le politiche di sviluppo del settore funerario non è ancora del tutto chiaro.
Ma se interessano tanto, un qualche motivo (leggasi la spartizione del succoso piatto di pubblicità in campo funerario) vi deve pur essere!
Nel frattempo un soggetto prima determinante (per le Fiere), come l’insieme dei costruttori di feretri, attraversa una crisi industriale che dura ormai da troppo tempo e che potrebbe ridisegnare gli equilibri di settore, specie alla luce delle posizioni emerse nelle normative regionali, tese a riappropriarsi di spazi autorizzatori in materia di cofani e soprattutto ad incentivare l’uso di casse di legno sverniciato.

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 1/2004.

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La riforma della riforma dei servizi pubblici locali

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La riforma della riforma dei servizi pubblici locali

Con l’articolo 14 del decreto legge 269/2003 il Governo modifica con effetto dal 2 ot-tobre 2003 parte della norma recentemente introdotta dall’art. 35 della L. 448/2001.
Per il settore funerario il cambiamento maggiore interviene per i servizi cimiteriali (gestione di cimiteri, crematori, illuminazioni elettriche votive) che in futuro dovranno essere gestiti solo con una delle forme previste dall’art. 113 del D.Lgs. 267/2000.
Fino alla entrata in vigore del DL 269/03 era opinione diffusa che ai servizi cimiteriali si applicasse l’art. 113 bis del D.Lgs. 267/2000 (come variato dall’art. 35 L.448/2001), in quanto appartenenti alla categoria di quelli privi di rilevanza industriale.
Così si era anche espresso il Governo con la recente approvazione del PDL AC 4144. Ora non è più rilevante il carattere industriale del servizio, ma il ritorno economico della sua gestione.
Per cui ogni Ente Locale dovrà rivedere la propria impostazione circa la qualificazione dei servizi funerari, a nulla rilevando le norme speciali di settore, in quanto il DL 269/03 è normativa dichiarata espressamente prevalente (o meglio integrativa) su quelle settoriali.
I servizi funebri resi in regime di concorrenza saranno attività di servizio libero im-prenditoriali, soggette ad autorizzazione comunale per l’esercizio.
I servizi necroscopici (gestione depositi di osservazione, obitori) vengono decisamente attratti tra quelli privi di rilevanza economica, mentre quelli cimiteriali sono attratti tra quelli con rilevanza economica.
Altra conseguenza del DL 269/03 è che ove si procedesse all’esternalizzazione della proprietà degli impianti cimiteriali, questi devono essere di proprietà di società parte-cipata totalitariamente da capitale pubblico. Ma è comunque ipotesi remota in quanto l’E.L. generalmente mantiene la proprietà del cimitero, e se fosse perseguita i risultati sarebbero limitati, in quanto l’impresa pubblica proprietaria degli impianti deve man-tenere la proprietà totalitaria pubblica, perdendo così la possibilità prima prevista di vendita fino al 49% delle quote di questa società.
La evoluzione legislativa di settore in itinere (AC 4144) sembra poi orientare aggre-gazioni possibili tra le attività cimiteriale istituzionale, crematoria, di illuminazione elettrica votiva con possibilità di estensione a quella necroscopica, non incompatibile. Invece l’attività funebre resterebbe possibile con separazione societaria.
D’ora in avanti saranno solo tre le forme di gestione ammesse:
– società di capitali individuate con ricorso a gara ad evidenza pubblica;
– società di capitali miste, coi soci scelti con procedure ad evidenza pubblica;
– società di capitali interamente pubblica che operi prevalentemente con gli enti pubblici che la controllano.
Per l’E.L diventerà sempre più importante l’aspetto economico, che favorirà il trasfe-rimento al gestore dell’intera attività cimiteriale, ivi compresa la costruzione e la ces-sione in uso di manufatti.
Gli effetti sulle situazioni in essere si presume siano i seguenti:
a) le gestioni di servizi cimiteriali in economia diretta spariranno, come anche le a-ziende speciali comunali e le istituzioni, essendo solo consentita la gestione attraverso società di capitale. Si ritiene che il termine entro cui avverrà la cessazione sia il 31 dicembre 2006. Invece potranno proseguire le gestioni dei servizi necroscopici puri, in quanto attratti dalla normativa del nuovo art. 113 bis;
b) gli affidamenti di servizi cimiteriali in essere avvenuti con procedure diverse dalla evidenza pubblica a soggetti pubblici e privati cessano il 31 dicembre 2006. Gli effetti possono presumersi notevoli nel comparto della illuminazione elettrica votiva, limitati nel settore cimiteriale;
c) invece sono contenuti gli effetti per le concessioni di servizio del trasporto funebre, ormai in estinzione naturale.
Sussistono alcuni dubbi interpretativi:
1) sul fatto che la società di capitali affidataria in modo diretto del servizio pubblico debba realizzare la parte più importante della propria attività con gli enti pubblici che la controllano. E’ errata la impostazione, perché generalmente un servizio pubblico a carattere economico opera nei confronti degli utenti e ben poco per l’E.L. controllante. Invece è presumibile che si voglia intendere che operi prevalentemente nel territorio dell’E.L. controllante. Ma è questione da chiarire;
2) il concetto di controllo da parte dell’ente locale comparabile a quello effettuato sui propri servizi (gestioni in house), dovrà essere meglio chiarito. Sia la giurisprudenza comunitaria che quella nazionale si sino già espresse in materia e quindi si potrebbe attingere da queste per codificare una norma.
Infine si segnala la bizzarria normativa di far riferimento in una norma di legge a “li-nee di indirizzo in materia di concorrenza emanate in materia dalle Autorità competenti (Authority, Ministero/i, Parlamento, UE???) attraverso provvedimenti o circolari specifiche (???).

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 4/2003.

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Prove di federalismo in campo funerario

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Prove di federalismo in campo funerario

Con un veloce iter consultivo durato poco più di tre mesi il DDL approvato in prima lettura nel Consiglio dei ministri del 7 marzo u.s. è riapprodato in Consiglio dei Ministri il 19 giugno 2003, per trasformarsi in DDL governativo da presentare in uno dei rami del Parlamento, per iniziarvi l’iter alla ripresa della sessione autunnale.
Nel frattempo l’originario impianto del testo predisposto dal Ministero della salute ha subito qualche variazione, ad opera dei pareri che sono stati forniti in Conferenza Unificata da ANCI e Regioni.
Il primo testo del marzo di quest’anno presentava timidi segni di decentramento di funzioni dallo Stato alle Regioni e agli Enti Locali. Con le ultime modifiche è rimasto nella sua essenza politica, ma diverse materie sono ora state decentrate a Regioni ed Enti Locali.
La parte più attesa della riforma, sia per lo stato civile che per i cittadini, è senza dubbio lo sblocco dell’articolo 3 della legge 130/01 sulla cremazione e quindi la possibilità di disperdere le ceneri o di affidarle al familiare per la conservazione anche all’esterno dei cimiteri.
Si dovrà però pazientare ancora almeno un anno o poco più, quel che occorrerà per tradurre in legge questo disciplina dei servizi funerari, perché ciò sia possibile.
L’ufficiale di stato civile diventa il cardine del sistema autorizzatorio non solo di inumazione, tumulazione, ma anche di cremazione, affido delle ceneri a familiare, dispersione delle ceneri e trasporto funebre.
L’altro piatto forte della riforma consiste nella regolamentazione dell’attività funebre, che viene fissata dallo stato solo nei principi fondamentali. Si tratterà di vedere se le Regioni saranno veloci nella emanazione di norme di dettaglio o sulla base di questi principi sarà sufficiente la regolamentazione dei Comuni, titolari di questa facoltà per legge (oltre che per DDL).
Le Regioni hanno acquistato il ruolo di normare il trasporto funebre, l’attività funebre, pianificare la localizzazione dei cimiteri e dei crematori. Hanno facoltà di aumentare i limiti e le distanze delle zone di rispetto cimiteriale.
Secondo il principio di sussidiarietà il Comune diventerà il vero attore di buona parte della regolamentazione in materia funeraria: nel campo cimiteriale, necroscopico, funebre e di polizia mortuaria. Inoltre le autorizzazioni in materia funeraria sono rilasciate dal Comune, per cui la riforma si misurerà nella capacità effettiva dei Comuni di rispondere in maniera moderna ed efficace a questi compiti.
Resta ora da capire quanto ancora varrà il regolamento di polizia mortuaria nazionale, già oggi solo osservabile nei principi, laddove un altro soggetto con capacità normativa intervenga in materia.
E di soggetti ora ve ne sono due: la Regione, che ha capacità legislativa per la materia concorrente della salute e i Comuni con il regolamento in materia funeraria, questi ultimi non solo per effetto del DDL Sirchia, ma anche per quanto specificato nell’articolo 4 della legge 5 giugno 2003, n. 131 “Disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento della repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3”.
La vera novità della legge è la lettura delle riserve che la legge contiene per talune categorie economiche:
Realizzazione di cimiteri e crematori ai Comuni, che li possono gestire nelle forme a loro consentite dalla legge sui servizi pubblici locali.
La realizzazione di crematori è consentita anche alle Socrem, ma non la gestione. È probabile che sia questione da rivedere nella fase di approvazione in Parlamento del testo finale, in quanto la soluzione desta perplessità.
Altra grande novità è la separazione netta tra gestione dei cimiteri e gestione delle attività funebri, intese come trasporto funebre, pompa funebre e servizi del commiato, ma anche attività marmoree svolte in concorrenza.
È chiaro che le gestioni di obitori e cimiteri potranno andare a braccetto, mentre i servizi del commiato faranno una concorrenza formidabile alle camere mortuarie delle strutture sanitarie.
La tanatoprassi, pur introdotta come definizione e quadro d’insieme, è congelata nella attuazione, in quanto il DDL rimanda ad un successivo provvedimento per poter essere operativa.
Spunta, quasi inaspettata, una normativa ponte sui cimiteri per animali d’affezione fino a che le Regioni non emanino un organico provvedimento in materia.
Per finire questo breve commento è interessante valutare che a distanza di un anno dalla modifica della normativa sulla edificabilità dei suoli e sulle distanze cimiteriali operata con l’articolo 28 della legge 166/2002, questo DDL la corregge profondamente, riscrivendo completamente l’art. 338 del Testo Unico delle leggi sanitarie in senso più favorevole al sistema cimiteriale e con spazi per la edificabilità in zona di rispetto molto più contenuti.
Tutto sommato un disegno di legge che presenta diversi spunti di novità, tra i quali spicca il decentramento di poteri, fornisce una cornice di riferimento per il settore dell’imprenditoria funebre, prima nel limbo e dà una ventata di novità per i cimiteri (favorendo la esternalizzazione della gestione ed è nettamente a favore della cremazione).

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 3/2003.

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d.d. legem habemus

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d.d. legem habemus

Finalmente un testo di riforma del settore funerario!
È risaputo che l’attuale legislazione italiana in materia funeraria è superata o carente. Lo stesso regolamento di polizia mortuaria nazionale, vera e propria norma di settore, emessa nel 1990 è una riscrittura con modifiche marginali di norme del 1892.
Quando il Ministro della salute, Girolamo Sirchia, affrontò la questione ritirando il precedente schema di regolamento di polizia mortuaria (era in Conferenza Unificata per il previsto parere), molte voci si levarono contro (tra cui la mia) non solo per le intenzioni annunciate, ma anche per il ritardo che avrebbe comportato questa decisione.
Nel frattempo cambiava la cornice legislativa più complessiva per i noti fatti del trasferimento di funzioni da Stato a Regioni e in parte ad Enti Locali, per effetto della modifica del Titolo V della Costituzione, ma anche la visione delle soluzioni politiche al problema.
Ciò comportò una modifica radicale dell’impianto del cambiamento normativo:
a) la scrittura di un DDL di iniziativa governativa, che tendeva a spostare diverse competenze sulle Regioni, non solo normative e pianificatorie ma anche amministrative, ad introdurre cimiteri privati, a togliere la esclusiva comunale per la realizzazione di crematori;
b) la revisione della precedente impostazione della modifica del regolamento di polizia mortuaria nazionale, sia con l’attuazione dei principi di cui a tale DDL, sia riducendo il ruolo dei Comuni a tutto vantaggio dell’imprenditoria privata ed in particolare di quella funebre.
Il 26 febbraio 2002, il Consiglio Superiore di Sanità esprimeva parere favorevole ad un testo di DDL di modifica della legislazione mortuaria (vds. in documentazione), confermando le due questioni politicamente rilevanti (cimiteri privati ed eliminazione del monopolio comunale della cremazione) e a fine maggio dello stesso anno dava il suo parere su uno schema di regolamento che venne immediatamente messo in un cassetto per capire come avrebbe potuto essere portato avanti.
Da allora l’impegno del settore pubblico italiano (che trovò larghi consensi in seno alla società) fu quello di dimostrare che tale impostazione era antistorica per un Paese come l’Italia; che non potevano esserci le condizioni per un simile cambiamento.
Nel frattempo si determinarono alcune novità:
1) la prima con l’inserimento di un emendamento alla Camera, poi tradottosi nell’art. 28 della legge 1 agosto 2002, n. 166, che ha modificato in modo estremamente preoccupante la norma sulle zone di rispetto cimiteriale, unica vera possibilità anche nei secoli a venire per gli ampliamenti cimiteriali, che rischia di compromettere irrimediabilmente le aree di naturale espansione dei cimiteri, a tutto vantaggio dell’edilizia abitativa;
2) la seconda con la presentazione di un organico DDL, di iniziativa parlamentare, con testo analogo, sia al Senato (AS 1265) che alla Camera (AC 2664).
Inoltre, col passare dei mesi è cresciuta l’attesa (sono più di 7 anni da quando si è cominciata la revisione del regolamento di polizia mortuaria nazionale) da parte di cittadini, operatori del settore , dei Comune e delle Regioni, soprattutto pressati da ritardi applicativi della legge 130/01 (che stabiliva termini in genere di 6 mesi per le revisioni delle norme, del tutto inapplicati).
Tanto che il 18 febbraio 2003 gli On.li Violante, Turco e altri presentavano alla Camera una interpellanza urgente sulle motivazioni del ritardo nella uscita di norme attuative della L. 130/01 (in documentazione).
Il Ministro della Salute (sempre in documentazione) rispondeva il 20 febbraio 2003 chiarendo la posizione del Governo e di fatto impegnandosi ad una sollecita soluzione dei problemi lamentati.
Il Governo dava seguito a questo impegno approvando uno schema di DDL nel Consiglio dei Ministri del 7 marzo 2003 (riportato in documentazione) il cui testo risulta profondamente cambiato nei contenuti rispetto alla prima stesura, superando la maggior parte delle preoccupazioni fino ad allora emerse non solo in ambito pubblico, e quindi con le caratteristiche per coagulare un buon consenso sui suoi contenuti favorendone una rapida approvazione.
Fin qui la cronaca di un percorso accidentato, con il riconoscimento esplicito al Ministro Sirchia di aver rispettato il programma che aveva annunciato, ma solo in zona Cesarini.
Si apre ora la fase più complicata: l’iter approvativo.
È chiaro che il provvedimento è perfettibile, soprattutto laddove necessita aumentare le garanzie richieste per l’esercizio dell’attività funebre, per chiarire che quando occorre la presenza calmieratrice o moralizzatrice l’impresa pubblica che opera in campo funebre non può essere messa sullo stesso piano del privato, o ancora che si deve fare di più e meglio per facilitare l’ampliamento dei cimiteri, ma nel suo complesso è bene chiarire che questo provvedimento è una buona base di partenza per la discussione parlamentare.

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 2/2003.

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L’ultima occasione

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L’ultima occasione

Le attività funebri e cimiteriali sono un insieme complesso, non riconducibile solamente alla sanità.
Negli anni ci siamo abituati a chiamare il regolamento come di polizia mortuaria, ma con il modificarsi della società i compiti di polizia sanitaria, di polizia commerciale, devono contemperarsi con quelli della regolazione dei mercati, della gestione d’impresa, della tecnologia necessaria per garantire la migliore erogazione dei servizi funebri e cimiteriali.
Ritengo pertanto utile chiarire alcuni aspetti normativi perché tutti lamentiamo ritardi senza però ben capirne le motivazioni e soprattutto senza proporre delle soluzioni praticabili.
Quali competenze restano allo Stato e quali sono delle Regioni e dei Comuni? Quali ancora sono lasciate al mercato, più o meno liberalizzato?
Allo Stato restano pieni poteri nello stato civile e nell’anagrafe, nel coordinamento informativo statistico, nei rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose, nella fissazione delle strutture minime essenziali da garantire per la fornitura di livelli essenziali concernenti i diritti civili e sociali garantiti, nello stabilire le funzioni fondamentali dei Comuni, nel garantire la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, nelle norme di tutela della concorrenza.
Queste, a mio avviso, sono le competenze in base all’attuale normativa.
Negli ultimi anni sta prevalendo nella discussione politica la logica del contrasto a quella del dialogo. E il contrasto non permette di approfondire adeguatamente e preventivamente le questioni.
Già fu un errore procedere a trasferire competenze da Stato a Regioni ed Enti Locali con la L.C. 3/2001, senza valutarne appieno tempi, modalità, percorsi negoziati di cambiamento. Allora prevalse la ragione politica pura. E stiamo pagandone ancora le conseguenze e le pagheremo per anni.
Oggi, non contenti dello sconquasso fatto, c’è chi punta a trasferire materie interamente dallo Stato alle Regioni.
O almeno così crede qualcuno, perché il testo del DDL che ha ricevuto il primo benestare in un ramo del Parlamento, già crea ulteriori problemi interpretativi, restando comunque un pezzetto di competenze ancora allo Stato.
Stiamo andando verso un ulteriore groviglio giuridico che penalizzerà per anni lo Stato.
Se dovesse passare questo ulteriore cambiamento della Costituzione, con l’assegnazione “in via esclusiva” a Regioni di sanità e polizia locale, ritengo che vi sarebbe da rivedere parte della elencazione di competenze appena fatta.
Ma, allo stato attuale delle cose, la Regione deve legiferare in argomento, secondo i principi fissati in ambito nazionale, adottando, se necessario, anche una regolamentazione di dettaglio per le materie di competenza.
Ogni Comune deve avere il regolamento per le attività funebri e cimiteriali.
Una soluzione che ritengo utile per evitare il contenzioso fra competenze in materie che hanno diversi livelli di sovrapponibilità, o ancora una proliferazione di difformità anche tra territori poco diversi fra loro, è quella di giungere ad una legge di principi statale e ad un atto di indirizzo adottato in Conferenza Unificata Stato, Regioni e Autonomie Locali, che alla luce di un quadro legislativo di principi, adotti gli strumenti attuativi in una concertazione tra i diversi livelli di governo.
Il percorso verrebbe facilitato da una iniziativa del Ministro della salute il quale presenti un DDL che al suo interno contenga alcuni degli spunti degli AS 1265 e AC 2664.
Preoccupa, invece, il clima politico incandescente che da tempo si osserva in Parlamento e che non faciliterà certo un atteggiamento sereno nella valutazione di un provvedimento fortemente atteso dal settore funerario italiano.
Se però si perde questa occasione credo che non vi sia altro tempo per inventarsi nuove soluzioni e allora ognuno andrà per la sua strada, individuando nei regolamenti comunali e nelle disposizioni regionali i cardini della riforma settoriale.
Ma così tutto diventerà più lento e difficile da gestire!

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 1/2003.

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