34 thoughts on “Elenchi risposte

  1. Franco

    Fin dal 1960 mio padre è stato concessionario di una licenza cimiteriale ed ha costruito 4 loculi. I loculi sono occupati dai suoi genitori, lui stesso e la moglie. Io e mio fratello siamo aventi diritto di discendenza nella concessione per cui potremo utilizzare (il più tardi possibile!!) i loculi per noi stessi, previa riduzione delle salme ivi sepolte. Poiché sono ancora viventi due sorelle di mio padre, esse possono vantare qualche diritto su questi loculi? Ed eventualmente come possiamo tutelarci?
    Grazie in anticipo della risposta.

    1. Carlo

      X Franco,

      Qui, l’atto di concessione, sempre centrale e dirimente in questi casi, ha valore di Legge tra le parti contraenti, così come accade, nella disciplina civilistica, per qualunque altra tipologia di contratto.
      E’, infatti, nella stipula del regolare atto di concessione (formula aulica, ma sempre molto efficace!) che il fondatore del sepolcro scolpisce, in base alla vigente legislazione speciale di polizia mortuaria (sia statale, sia comunale) la cosiddetta “LEX SEPULCHRI” ovvero la rosa, il novero, delle persone riservatarie del diritto di sepolcro per il tempo successivo alla loro morte, stabilendo, meglio se nominativamente ed in base alla naturale premorienza, l’ordine di ingresso delle rispettive salme nel sepolcro privato e gentilizio, altrimenti esso sarà dettato dall’ineluttabile cronologia degli eventi luttuosi (imprevedibili, ma comunque – prima o poi – certi).

      Ora, Le consiglio caldamente di studiare attentamente tutta questa documentazione, ossia l’atto concessorio e la convenzione che sovente lo accompagna (in cui le parti definiscono le reciproche obbligazioni sinallagmatiche!) perchè si potrebbero prospettare almeno queste due situazioni:

      1) lo jus sepulchri si esercita sino al completamento della capacità ricettiva della tomba, quando il sepolcro è saturo (= non c’è materialmente più posto per l’immissione di nuovi feretri) lo stesso diritto di sepolcro spira ex se. Qualora Suo padre avesse deciso di dedicare ed in qualche modo “prenotare” le quattro celle sepolcrali disponibili ai propri genitori, a sè stesso ed al coniuge saremmo dinanzi all’impasse, siccome per tutta la durata della concessione (se questa è perpetua, il problema non si pone proprio!) quelle quattro salme prestabilite dovranno permanere del sacello gentilizio, come condizione di sussistenza della concessione stessa e non ci sarà più possibilità di ampliare, per un futuro uso, la “Riserva”. Insomma quei quattro defunti erano e quei quattro rimangono come unici titolari dello jus sepulchri, senza più reale possibilità di riutilizzo della sepoltura. E’ la fattispecie “maledetta” (almeno per noi “beccamorti”) conosciuta come regola della “tomba chiusa”; con essa il concessionario primo, cioè chi sottoscrive l’atto di concessione, vuole in qualche misura tutelarsi da indesiderati interventi di estumulazione anzi tempo, blindando e cristallizzando, in proiezione futura, l’attuale assetto della tomba. E’una soluzione capace di produrre un notevole immobilizzo nel patrimonio cimiteriale, poichè impedisce un impiego a rotazione dei posti feretro, nel rivolgere delle epoche.

      2) Il concessionario, d’altra parte, potrebbe aver introdotto nell’atto di concessione una clausola meno vincolante dove statuisce sì l’obbligo di permanenza dei defunti nella sepoltura, senza però specificare in quale stato (cioè sotto forma di feretro, urna cineraria, cassetta ossario, contenitore per resti mortali) essi dovranno esser conservati. Questa norma – in linea di massima – consente l’estumulazione volta alla raccolta dei resti (se scheletrizzati) in cassetta ossario o la loro cremazione (se ancora inconsunti) finalizzata a recuperare spazio sepolcrale.

      Trascorrendo, poi, al probabile contenzioso “tombale” con le sorelle di Suo padre, magari interessate ad un posto feretro nella tomba di famiglia, non ho gli elementi necessari per risponderLe: siamo, difatti, dinanzi alla casistica più disparata. Bisognerebbe, preliminarmente sapere se nell’intestazione della sepoltura privata e gentilizia vi sia stata voltura e, soprattutto, chi sia subentrato nella veste di nuovo concessionario. In diritto, il punto fondamentale si snoda attorno a questa questione: se la tomba è di tipo famigliare ossia costruita del primitivo concessionario per sè stesso e la propria famiglia, chi può esser legittimamente reputato, nel silenzio dell’atto di concessione, famigliare del fondatore e perciò avente diritto alla tumulazione? Non esiste, purtroppo un parametro generale, estensibile a tutte le definizioni canoniche di famiglia (allargata, patriarcale, mononucleare…), si può addivenire ad un’individuazione “di compromesso” sulla base del combinato disposto tra il regolamento municipale di polizia mortuaria e dello stesso atto di concessione. Teoricamente anche le sorelle di Suo padre sono parenti strette di Suo Padre e potrebbero vantare lo Jus Sepulchri , tutto ruota attorno alla volontà di Suo Padre ed alla caratteristica di famigliarità (linea solo retta o anche collaterale?) che egli abbia voluto imprimere al sepolcro.

      1. Franco

        Grazie per la cortese risposta che esplora a fondo tutti gli aspetti che riguardano la situazione descritta nella domanda iniziale.
        Posso integrare dicendo che: il comune non ha un regolamento di polizia mortuaria né un registro per l’annotazione delle concessioni. Su una planimetria è riportato il nominativo di mio padre in corrispondenza della posizione dove sono stati costruiti i loculi. I primi due loculi sono stati costruiti e utilizzati per i nonni (anni ’60 e ’70), successivamente mio padre ha fatto costruire altri due loculi dove sono stati tumulati mia madre (2012) e, lo scorso anno, mio padre.
        Sicuramente l’intento di mio padre era quello di costruire i loculi per i suoi genitori, se stesso e sua moglie.
        Attualmente, io e mio fratello, ci stiamo attivando per la voltura a nostro favore della concessione in qualità di discendenti diretti con lo scopo di poter disporre dei loculi, previa estumulazione e riduzione dei nonni ivi giacenti da oltre 50 anni.
        In base a queste precisazioni la situazione può considerarsi più favorevole a noi? Nel senso che esclude il diritto di sepoltura alle zie?
        Grazie ancora.

        1. Carlo

          X Franco,

          Chiedo scusa del ritardo (incolpevole?) con cui rispondo, ma ho avuto necessità di approfondire il problema.

          io articolerei la risposta su questi singoli punti tematici.

          A rigor di logica, bisognerebbe sempre e preliminarmente consultare, in modo attento e scrupoloso, l’atto di concessione, infatti senza il regolare atto di concessione, quale prova regina per poter vantare legittimamente diritti su area cimiteriale, edificio sepolcrale o porzione dello stesso, la concessione in sé sarebbe da considerare come inesistente, cosicché l’uso materiale dei loculi si configurerebbe come abusivo.

          Si ricorda come ai sensi dell’art. 91 dell’attuale regolamento nazionale di polizia mortuaria – D-P.R. 10 settembre 1990 n. 285, l’adozione del piano regolatore cimiteriale, sia condicio sine qua non (= precondizione indispensabile!) affinchè il comune faccia concessione di lotti o manufatti cimiteriali, mentre profilo centrale del tutto strategico, per il buon governo del cimitero assume il regolamento comunale di polizia mortuaria, la cui elaborazione ed approvazione è imposta a ciascun comune dagli artt. 344 e 345 Testo Unico Leggi Sanitarie – Regio Decreto n.1265/1934

          Qualora, però, manchi l’atto di concessione si possono esperire questi percorsi di ricostruzione del momento genetico dello jus sepulchri.:

          1) Negli anni ‘60, all’epoca cioè delle due prime tumulazioni nei quattro loculi di famiglia, vigeva ancora, come regolamento nazionale di polizia mortuaria il Regio Decreto n. 1880/1942 il quale prevedeva una procedura molto complessa, in cui con diverso ruolo e funzione erano coinvolti più soggetti istituzionali. Potrebbe, allora, rinvenirsi la deliberazione consiliare con cui è stata concessa l’area, questa soluzione è attuabile concretamente ricorrendo alla raccolta delle deliberazioni del Consiglio Comunale. A volte, nel passato, non si procedeva (anche se invece, sarebbe stato necessario) alla formale stipula dell’atto contrattuale di concessione dell’area.

          2) Qualora persone, a vario titolo, appartenenti alla famiglia del concessionario (quale definita, a questi fini, dal Regolamento comunale di polizia mortuaria) ritengano di vantare diritti, possono, presentare la documentazione di prova, richiedere l’accertamento della sussistenza dei presunti diritti vantati al giudice, in sede civile, con la formula del giudizio di cognizione.

          3) All’epoca (ma anche per un non breve lasso di tempo successivo), le concessioni di aree cimiteriali erano soggette ad autorizzazione prefettizia, ragion per cui la semplice deliberazione consiliare non avrebbe potuto produrre i suoi effetti di esecutività senza questo provvedimento liberatorio. E’ presumibile che gli atti relativi a tale autorizzazione prefettizia siano reperibili presso l’Archivio di Stato. Trattandosi di beni, comunque, demaniali, ai sensi dell’art. 824 comma 2 Cod. Civile, l’Agenzia delle entrate (ex Agenzia del territorio, ulteriormente ex Catasto terreni), non dovrebbe fornire elementi (registrazioni) in proposito.
          4) L’istituto dell’immemoriale richiede una verifica giudiziale (come per tutti i diritti soggettivi).
          5) Eventuali diritti afferenti al sepolcro, in particolare quello avente ad oggetto il titolo di accoglimento, sono esclusi da ogni possibilità di trasferimento per atti “inter vivos” o “mortis causa“, i prefati atti di disposizione (se formati dal 10/2/1976 in poi) sono in se’ stessi nulli, dall’origine.
          6) Per la natura stessa delle concessioni di aree cimiteriali, rimane inammissibile (in quanto le aree demaniali sono inusucapibili ex art. 823 Cod. Civile) ogni ipotesi di ricorso all’usucapione.

          Va aggiunto, per quanto riguarda le opere di costruzione del sepolcro e, nel caso, anche per i lavori di ristrutturazione successivi, come non si possa escludere che i relativi atti siano stati oggetto di procedura di scarto dall’archivio comunale, per cui (almeno) dovrebbe essere reperibile il relativo verbale con cui e’ stato proceduto allo scarto, mentre non possono essere stati oggetto di scarto gli atti di concessione e, sempre che vi siano stati, gli eventuali aggiornamento dell’intestazione, conseguenti al decesso del concessionario (e, forse, anche dei suoi discendenti), sempre che’ la procedura di c.d. “subentro” fosse regolata dal regolamento comunale di polizia mortuaria.
          Nel caso, appare evidente come la tenuta dell’archivio, localmente, non sia stata del tutto “perfetta” (e, come osservato, si tratta di una situazione anche molto diffusa).
          Consiglio vivamente estrazione delle copie delle planimetrie, fermo restando il rinvio, per quanto attiene alle modalità di accesso agli atti, al regolamento comunale sul diritto di accesso agli atti, adottato ai sensi dell’art. 10 D.Lgs n. 267/2000, senza mani dimenticare il D.P.R. n. 184/2006 ed il recentissimo D.Lgs n. 33/2013.

          Si osserva qui come sussistano le condizioni che determinano il diritto di accesso (per quanto riguarda le modalità dello stesso, anche sotto il profilo soggettivo, Lei è sicuramente legittimato, quale diretto discendente del concessionario/fondatore del sepolcro (art. 22, comma 1, lett. b) L. 7/8/1990, n. 241).

          Non appare sostenibile (anche in relazione al principio affermato all’art. 22, comma 3 L. 7/8/1990, n. 241, ma si veda anche il successivo art. 25, comma 3) l’argomentazione sulla natura “informale” delle planimetrie, stante la definizione di “documento amministrativo” data dall’art. 22, comma 1, lett. d) L. 7/8/1990, n. 241, in cui non rileva, afi fini di una tale qualificazione, l’aspetto “formale”, quanto quello funzionale (cioè quanto serva all’attività della P.A.), impianto ribadito, ed accentuato, anche dall’art. 1, comma 1, lett. a) dPR 28/12/2000, n. 445. A maggiore ragione, se si consideri come l’art. 54 d.P.R. 10/9/1990, n. 285 non richieda minimamente la rispondenza a requisiti formali delle planimetrie cimiteriali, ma – solo – la loro tenuta.
          Nel caso di diniego, o di inerzia protrattasi per oltre 30 giorni dalla richiesta di accesso, è ammesso rimedio (art. 25, commi 4 e ss. L. 7/8/1990, n. 241) con ricorso al T.A.R. (o, se istituito, al difensore civico).

  2. PM di XY

    Sono di un ufficio di PM del Comune di XY. Mi ha contattato una concessionaria di Tomba di Famiglia in un cimitero del mio comune, che vorrebbe ivi tumulare le ceneri di una sua parente, già residente negli Stati Uniti e iscritta all’Aire del Comune di ZW.
    Alla Signora sono arrivate le ceneri tramite corriere, da quel che si può capire, inviate direttamente dal Crematorio di …. (USA), quindi non attraverso consolato e senza autorizzazione al trasporto.
    La Sig.ra su richiesta ci ha fornito un copia via mail del certificato di morte con allegata traduzione, ma senza asseveramento.
    Chiedo cortesemente il vostro parere sulle modalità da adottare per accogliere l’urna nel nostro cimitero.

    1. Carlo

      X Polizia Mortuaria di XY

      Ceneri giunte “clandestinamente” e di “contrabbando” in cimitero italiano attraverso un vettore aereo? Molto, in realtà dipende dalle norme dello Stato di partenza.

      Dunque…sintetizzando: Non ci sono documenti di viaggio, ma solo certificati attinenti la morte e l’avvenuta cremazione; e le ceneri sono comunque qui, in Comune Italiano, senza preventiva autorizzazione al “rimpatrio”. Quindi: sanzione amministrativa ex art. 358 T.U. leggi sanitarie? oppure ex art. 339 leggi sanitarie? E poi regolarizzazione ex post del procedimento a partire dalla richiesta al Comune del Consolato italiano all’estero? Oppure semplice autorizzazione ex post del Comune al collocamento dell’urna cineraria nella tomba? O quale altro percorso può essere ipotizzato?

      In linea generale e di massima, al momento dell’arrivo in cimitero, dovrebbero essere stati prodotti i “titoli di viaggio”, cioè tutti gli incartamenti che siano stati utilizzati al fini dell’introduzione nello Stato dell’urna “in arrivo”.

      Stiamo pur sempre ragionando di atti ufficiali formati dalle autorità del Paese di “partenza” (e poichè non si applica alle urne l’art. 28 D.P.R. n.285/1990 valido, invece, per i soli feretri) non é immediatamente individuabile di quale specifica documentazione avrebbe dovuto trattarsi, ma, comunque, occorrerebbe, pur sempre un atto, meglio se cartaceo, che legittimi il trasporto altrimenti “sine titulo”.

      Il problema non andrebbe tanto affrontato ex-post, magari con un’autorizzazione amministrativa “ORA PER ALLORA” quanto al momento stesso dell’arrivo, come condizione preliminare per l’accettazione: dirò di più: il responsabile del servizio di custodia avrebbe dovuto rilevare d’ufficio la non procedibilità all’accoglimento e, contemporaneamente, invitare il “trasportatore” a presentare i documenti,

      Ma, ormai…il dado è tratto!

      Una sorta di sanatoria procedimentale, coinvolgendo il Consolato per un rilascio di Nulla Osta, non sarebbe, così, più di tanto ammissibile.

      Sotto l’eventuale profilo sanzionatorio, non trattandosi di introduzione di feretro vero e proprio, ma di una cineraria, tenderei ad escludere l’art. 358 T.U.LL.SS, contenente la sanzione amministrativa pecuniaria da elevarsi residualmente in caso di infrazioni al D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285 non altrimenti specificate da apposita norma di diritto punitivo, ma considerare (e, forse, per altro!) il solo art. 339 T.U.LL.SS.
      Il “forse” é motivato dal fatto che il titolo di viaggio (chiamiamolo così) è, pur sempre, regolato dalla legge del luogo di partenza/provenienza e, probabilmente, nulla esclude che (sto pensando alla cremazione negli U.S.A. che, magari, contempla passaggi amministrativi meno strutturati) la documentazione possa anche essere stata considerata, in partenza, idoneo titolo di viaggio.

      Applicandosi, forse (come visto), l’art. 339 TU.LL.SS., dovrebbe provvedersi, in via sanzionatoria, nei confronti del soggetto che ha, materialmente, consegnato l’urna cineraria (ma potrebbero anche essere prescritti i termini per la contestazione immediata ex Legge n. 689/1981 e relativo regolamento attuativo di cui al D.P.R. n.571/1982).

      Tralascerei, ormai, questi aspetti meramente burocratici e valuterei solo se l’urna cineraria abbia titolo (a mente dell’art. 93 comma 1 I Periodo D.P.R. 10/9/1990, n. 285) ad essere accolta in quel dato sepolcro privato. E ciò potrebbe anche essere “sanabile’ a posteriori”, lo jus sepulchri, infatti, è imprescrittibile.

  3. Carlo

    X Mauro,

    Dopo l’entrata in vigore dell’art. 1, comma 7-bis D.L. 27/12/2000, n. 392, convertito nella L. 28/2/2001, n. 26, credo che sia abbastanza difficile continuare a ritenere vigente l’art. 19, comma 1 DPR 285/1990.

    Dal momento che i trasporti sono a pagamento, anche nei casi in cui sussistano le condizioni della gratuità della cremazione dell’inumazione e dell’esumazione ordinaria, il trasporto del cadavere, in qualsiasi fase temporale (anche nel caso dell’art. 17 DPR 285/1990) avvenga e indipendentemente dalla destinazione (deposito di osservazione o altro luogo in cui debba svolgersi il periodo di osservazione) é un servizio a titolo oneroso. Questo secondo una parte minoritaria, ma importantissima, della dottrina.

    Chi Le scrive, invece, in conformità agli orientamenti ministeriali continua a ritenere il trasporto necroscopico (indirizzato unicamente al deposito d’osservazione/obitorio comunale) prestazione d’istituto a carico del Comune.

    Se, al contrario, detto trasporto, comunque, a cassa aperta, in quanto svolto durante il periodo d’osservazione ex Art. 17 DPR n. 285/1990 è indirizzato presso un domicilio privato con il nulla osta a procedere della Pubblica Autorità, la famiglia può rivolgersi tranquillamente al soggetto imprenditoriale di fiducia opportunamente attrezzato per la raccolta ed i trasferimento della salma, con oneri a proprio carico. Certo, la camera ardente può esser allestita anche in casa, purché questa non sia inadatta e pericolosa al mantenimento in osservazione del defunto.

    In estrema sintesi è sempre e solo un problema di soldi: paga chi decide, decide chi paga, quando, com’è ovvio, non sussistano prevalenti interessi di giustizia.

    In mancanza di una procedura più snella, come accade anche in altre Regioni, pure il trasporto a cassa aperta non disposto dalla pubblica autorità è soggetto alle normali autorizzazioni comunali, ma è un elemento di eccessiva rigidità, foriero di non poche criticità, data la tempistica piuttosto atipica del trasporto a cassa aperta (esso, infatti, deve esser tempestivo e non sempre è programmabile o compatibile con gli orari d’apertura degli uffici comunali).

    1. francesco

      Buonasera sig Carlo e davvero complimenti per le illuminazioni delle sue risposte. Qualche giorno fa è venuta a mancare mia madre e sono andato al cimitero per scegliere i loculi. Premetto che nella parte vecchia del cimitero stanno estumilando con apposita ordinanza comunale le salme di oltre 50 anni fa. Proprio in quella zona ho individuato circa cinque loculi sulla stessa fila già estumulati e ne avrei scelto uno per tumulare Mamma. Ma il responsabile del cimitero mi dice che sono loculi già scelti e riservati quindi da una persona che ha intenzione di fare estumulare in giro per il cimitero i suoi defunti per ricomporli in quei loculi tutti vicini. Ma insomma, è possibile una cosa del genere a discapito di mia mamma defunta da nemmeno una settimana?

      1. Carlo

        X Francesco,

        sfatiamo subito un falso mito (assai duro a morire!): il loculo non è un diritto assoluto, ma una concessione da parte del Comune, mitigata da norme amministrative che affidano al Comune un certo potere discrezionale (da non confondersi, tuttavia, con il capriccio più sfrenato è arbitrio!).

        Infatti l’amministrazione cittadina non ha obbligo, ma solo facoltà di accordare alla cittadinanza sepolture private (= tutte le allocazioni di feretro diverse dall’inumazione in campo comune di terra) a sistema di tumulazione. Quando decida di agire in questo senso, tre sono i livelli normativi di riferimento (nel dispiegarsi della loro progressiva declinazione):

        a) il piano regolatore cimiteriale come pre-condizione di legittimità affinché si faccia concessione di sepolcri privati
        b) il regolamento comunale di polizia mortuaria quale parametro generale ed astratto di disciplina per tutti i procedimenti comunali di polizia mortuaria, aventi rilevanza esterna, ossia in grado di incidere nella sfera giuridica del privato cittadino.
        c) lo stesso atto di concessione per i singoli aspetti di dettaglio (solitamente: imputazione degli oneri manutentivi, e statuizione solenne della lex sepulchri, ovvero della rosa di persone riservatarie, in quanto portatrici in vita, dello jus sepulchri).

        Il loculo non è una proprietà in senso civilistico (è “mio” e lo gestisco io!): di là dei facili slogan in stile anni ‘70, il rapporto concessorio che si instaura tra il Comune come proprietario dell’impianto cimiteriale, ed il privato cittadino, si delinea con un particolare assetto para-contrattuale, asimmetrico e volutamente sbilanciato a favore della pubblica amministrazione, per imprescindibili ragioni di ordine pubblico e buon governo del camposanto.

        Le tombe, pertanto vengono non vendute (tutt’al più si assiste ad una cessione, a titolo oneroso, del solo diritto d’uso), ma ASSEGNATE (sembra un insulso nominalismo, ma è importantissimo rimarcare questa differenza sostanziale, perchè i sepolcri, non alienabili nè usucapibili, afferiscono al regime del beni pubblici), secondo tempistica, modalità e procedure dettate unicamente dal regolamento comunale di polizia mortuaria.

        Di solito, il Comune che è tenuto, comunque, all’imparzialità nell’esercizio dell’azione amministrativa, in caso di più domande per la concessione dello stesso loculo (o gruppo di loculi contermini) potrebbe stilare una graduatoria, in base all’ordine temporale di presentazione delle rispettive istanze o – diversamente – privilegiare una determinata categoria “protetta” (ad esempio è giustissimo che un disabile possa, con precedenza, accedere ad una sepoltura collocata in posizione più agevole, magari prevalendo su altri potenziali candidati all’acquisizione del sepolcro).

  4. Mauro

    buongiorno. ho un quesito rilevante per le attività delle imprese in merito ai recuperi.
    quando l’autorità giudiziaria affida alla famiglia un corpo deceduto in pubblica via perché non rilevante dal punto di vista giudiziario, in che modo e quali sono gli uffici preposti al trasporto della salma ad esempio nell’abitazione del defunto sita in altro comune tenendo presente anche che non ci sono luoghi di osservazione comunali e che comunque si parla di affidamento da parte dell’autorità giudiziaria? grazie. mauro

    1. Carlo

      X Mauro,

      Da quale regione scrive? Sarebbe interessante saperlo, perchè diverse discipline regionali, implementando o novellando i disposti “quadro” del paragrafo 5 Circ. Min. 24 giugno 1993 n. 24 esplicativa del regolamento nazionale di polizia mortuaria, hanno variamente normato il trasporto necroscopico a cassa aperta, cioè il cosiddetto recupero/raccolta salme incidentate; fatta salva, quindi, specifica normativa locale che qui non è dato sapere muovo da questo presupposto di fondo: anche nel caso in esame il trasporto mortuario in genere è regolato dal solo DPR 10 settembre 1990 n. 285.

      Rispondo dunque per singoli punti tematici:

      1) ogni comune ex Capo III D.P.R. n. 285/1990 deve disporre necessariamente (anche se con diverse forme, pure associate o in convenzione, di gestione del servizio,almeno dopo la Legge Del Rio, sulla riorganizzazione degli enti territoriali più periferici) di un deposito d’osservazione, esso, infatti, è il luogo istituzionale naturalmente deputato ad accogliere le salme di persone decedute sulla pubblica via. Non v’è altra soluzione esperibile.

      2) in questo caso straordinario, considerate le implicazioni di indifferibilità, necessità ed urgenza il trasporto necroscopico, una volta posta diagnosi di morte da parte di una sanitario accorso sul posto ove si sia verificato il sinistro, è disposto d’ufficio dalla pubblica autorità (sostanzialmente dagli organi di polizia giudiziaria) intervenuti in loco, non si segue, pertanto il solito e collaudato protocollo dell’autorizzazione comunale al trasporto funebre, (gli uffici comunali, potrebbero in effetti esser ancora chiusi o non operativi) valido, invece per il trasporto di feretro a cassa chiusa, coincidente con il giorno del funerale.

      3) Secondo due distinte risoluzioni rispettivamente del Ministero degli Interni e del Dicastero di Grazia e Giustizia, per l’imputazione dei relativi oneri, non si applica l’art. 1 comma 7-bis Legge n. 26/2001, poiché, per le ragioni di cui sopra il trasporto necroscopico, contemplando esso caratteri tassativi e categorici di ordine pubblico ed igiene pubblica, è servizio d’istituto a carico del bilancio comunale ( sull’obbligatorietà per ogni Comune di garantire l’attività necroscopica si vedano anche, tra l’altro, il D.M. 28 maggio 1993, L’Art. 3 comma 1 lett. a) n. 6 D.Lgs n.216 del 26 novembre 2010, l’Art. 21, comma 3 L. 5 maggio 2009, n. 42) e DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 31 gennaio 1996, n. 194 per gli aspetti contabili, ancorché abrogato da un più recente D.LGS che qui non rileva ratione materiae).

      4) Il provvedimento liberatorio da parte della pubblica autorità di cosiddetta “salma libera” (conosciuto anche come Nulla Osta ex Art. 116 comma 1 D.Lgs n. 271/1989) è semplicemente un atto con cui la Magistratura: a) dichiara non sussistere elementi d’interesse per cause di giustizia escludendo la fattispecie di morte dovuta a reato b) per converso ritiene di aver già raccolto tutto il materiale probatorio per le proprie indagini e di conseguenza rilascia la salma a disposizione dei famigliari perché essi possano degnamente organizzare le esequie.

      5) L’ordinario trasporto a cassa chiusa, ossia dopo il periodo d’osservazione, è autorizzato (Art. 117 comma 3 Lett. F) D.Lgs n. 267/2000) dall’ufficio comunale di polizia mortuaria nella persona del dirigente di settore, o da dipendente all’uopo delegato ex Art. 17 comma 1-bis D.Lgs n. 165/2001, si richiama, poi, il regolamento di organizzazione di uffici e servizi, adottato dalla Giunta Comunale di cui all’Art. 48 comma 3 D.Lgs n. 267/2000.

      6) Solo recentemente alcune Leggi Regionali hanno ammesso (e secondo me, almeno è un grave errore strategico!) la possibilità di trasferire a cassa aperta la salma presso un’abitazione privata idonea a fungere da luogo d’osservazione, per il tempo della veglia funebre, ragionando a contrariis detto domicilio non deve esser inadatto o pericoloso e questa valutazione, attraverso apposita ispezione preliminare, al trasferimento stesso spetta all’AUSL, tramite i servizi di vigilanza sanitaria, è, comunque, del tutto illegittimo spostare le salme presso abitazioni private motivando questa scelta discutibile con la mancanza di uno spazio pubblico da adibire a deposito d’osservazione, impianto, questo di cui il Comune deve sempre dotarsi. Si ricorda infine che al di fuori del trasporto necroscopico, il trasporto funebre a cassa aperta richiede un atto di diposizione da parte del congiunti del de cuius.

        1. Carlo

          X Mauro,

          tutto OK e confermato: in Campania la norma di riferimento, e di rigore, è rappresentata dall’Art. 6 della Legge Regionale 24/11/2001,n.12 così come modificato ed integrato dalla più recente Legge Regionale n.7/2013, sull’organizzazione dell’attività necroscopica, invero la norma in oggetto, se non per gli aspetti meramente gestionali, tra l’altro appena accennati e per di più in modo incompiuto, poco innova, siccome si limita ad un semplice rinvio, in toto, al DPR 10 settembre 1990 n. 285. In tutt’onestà non ho, però, capito la questione del trasporto necroscopico presso un’abitazione privata, mi pare del tutto contra legem, anche per ragioni squisitamente sanitarie e di igiene pubblica, la destinazione naturale del recupero salme incidentate, è infatti, il deposito d’osservazione comunale, poi, d’accordissimo, il servizio può esser erogato anche in convenzione con gli istituti ospedalieri (Art. 14 DPR n. 285/1990) o le strutture di medicina legale. La prego, pertanto, di mantenermi informato, sui possibili sviluppi della faccenda.

          1. Mauro

            la persona in questione è deceduta per un arresto cc senza alcun problema sanitario etc.. il fatto che mi pongo è che se fosse deceduto sotto il palazzo, secondoil suo chiaro appunto sarebbe dovuto essre trasportato o all’obitorio, e questo sarebbe impossibile poichè ci vanno solo quelle di interesse giudiziario, oppure al punto di osservazione del comune. la questione è un’altra xchè comunque il corpo è stato affidato alla famiglia, senza contare che un dato di fatto i punti di osservazione da noi non esistono le camere mortuarie nei cimiteri e nelle strutture ospedaliere non sono monitorate da alcuna telecamera ne tantomeno da vigilanza pertanto sarebbe contrario all’ultimo comma dell’art12 dpr 285. riepilogando l’autorità giudiziaria non ha interessi giudiziari sulla salma, il comune autorizza il trasferimento dal luogo del decesso alla residenza, per mancanza di luogo di osservazione, del malcapitato con trasporto su barella, per monitorare l’eventuale ripresa in vita, in auto funebre organizzata per ciò, la certificazione del 118. quindi che si fa? rifiutare quello che dispone il magistrato cioè affidamento alla famiglia? da noi è sovente che un corpo rinvenuto in luogo pubblico o pubblica via se non di interesse della magistratura viene trasferito in abitazione. ripeto però quello che ho scritto all’inizio se il decesso avviene nei pressi della residenza, moralmente nei confronti della famiglia colpita dell’improvviso lutto, tenendo presente le autorizzazione di cui sopra che si fa? grazie

  5. Carlo

    X Gianpaolo,

    In caso di co-titolarità sul sepolcro (= comunione indivisa e solidale), con la conseguenza dello Jus Sepulchri “spacchettato” in più frazioni chi rinuncia alla propria parte produce, indirettamente, solo un accrescimento dello Jus Sepulchri stesso in capo ai restanti co-intestatari. E’, infatti, vietato, il cortocircuito tra privato e privato per un eventuale cambio di titolarità sulla tomba, potendo, la concessione, esser solo retrocessa in toto al Comune, quale ente concedente.

    I diritti perfetti ed acquisti, però, rimangono intangibili, non possono quindi esser aggrediti o intaccati dall’eventuale rinuncia , che ha riflessi solo sul rinunciante ed i suoi discendenti/aventi causa, e lo Jus Sepulchri, essendo forse l’unico diritto da esercitarsi nel post mortem, continuerà a produrre tutti i propri effetti (= obbligo di mantenimento nel sepolcro di quei determinati feretri) per tutta la durata della concessione.

    In parole semplici il nuovo concessionario non può “sfrattare”, anche se gentilmente, i morti tumulati nella tomba a lui ora intestata, richiedendone la rimozione dai rispettivi loculi.

    E’ questa la più grande “fregatura” giuridica in cui, anche
    se in buona fede, incappa spesso il comune cittadino, molte volte a digiuno di questi concetti un po’ misteriosi.

    La polizia mortuaria è, infatti, materia oscura e poco praticata, anche dagli stessi addetti a lavori.

    Forse, si dovrebbero distinguere le posizioni del titolare del sepolcro
    rispetto ai diritti di disposizione della salma/resti mortali.

    La mera proprietà del sepolcro, con annessi oneri manutentivi, segue il regime patrimoniale
    del bene, secondo le norme civilistiche, fatto salvo il vincolo di
    destinazione esclusivamente sepolcrale impresso all’opera: per intenderci:
    data la funzione precipua del sepolcro (= luogo chiuso e confinato in cui
    tumulare cadaveri umani) non posso adibirlo volutamente ad un rifugio per
    gatti randagi o ad un ritrovo per darkettoni impenitenti che sognano un
    revivial metallaro entro il recinto del camposanto!

    I diritti di disposizione, in quanto diritti della persona, non successibili secondo le regole che governano il trapasso del patrimonio, sono
    riconosciuti solo al coniuge o, in difetto, ai parenti secondo il grado di
    prossimità e, quando i titolati siano più di uno, occorre necessariamente il consenso di tutti.

    Sempre facendo salve eventuali specifiche previsioni del Regolamento
    comunale, specie per quanto riguarda gli aspetti del procedimento, il titolo
    a disporre della salma/cadavere/resti mortali, in quanto diritto della
    personalita’, prevale sulle posizioni giuridiche concernenti il sepolcro
    (come manufatto) che sono ontologicamente strumentali all’esercizio del
    diritto (personale) di sepoltura, sia attivo, sia passivo.

    La salma che sia stata tumulata in un sepolcro privato (come sono tutte le tumulazioni) in quanto appartenente alla famiglia del concessionario non diventa, per questo, sottratta al titolo di disposizione dei familiari più
    stretti.

    Anzi, dirò di più: l’istituto del sepolcro privato e gentilizio, nasce appunto come famigliare sibi familiaeque suae come ci insegna il diritto romano, ossia per il fondatore dello stesso e per la sua famiglia, e poche, invero, sono le deroghe ammesse a quest’intima caratteristica (cioè: io nella mia tomba non posso accogliere le salme di chicchessia, perchè, magari, da vivo, mi stava pure simpatico, ma solo quelle dei miei famigliari, così come statuito nell’atto di concessione) e la sepoltura sine titulo di un feretro “estraneo” al novero delle persone riservatarie dello jus sepulchri, riuscirebbe come un abuso vero e proprio sanzionabile con la pronuncia di decadenza della stessa, intera, concessione.

    P.Q.M.

    La voltura della concessione non ha riflesso sui rapporti jure sanguinis e, di conseguenza, jure sepulchri già posti in eccere e perfezionati nel tempo, ossia il nuovo concessionario non può “sfrattare” dalla tomba i defunti già da decenni ivi sepolti per il principio di stabilità delle sepolture, e per la regola generale del tempus regit actum.
    Chi è stato sepolto legittimamente in un dato sacello, contimua a godere di tale diritto anche se titolarità della tomba sia eventualmente variata in seguito a successione mortis causa.
    I diritti acquisiti, in quanto tali, non sono suscettibili di atti ablativi,
    ma continuano a produrre nel tempo i propri effetti giuridici, così il nuovo
    concessionario potrà disporre del sepolcro limitatamente allo spazio ancora libero al fine di assicurare la tomba per sè e la propria famiglia.

  6. giampaolo

    La rinuncia da parte di alcuni discendenti del fondatore del sepolcro ormai morto in favore del subentro di un altro avente diritto in qualità di nuovo concessionario produce effetti su chi è già stato tumulato. In altre parole può il nuovo concessionario sfrattare le salme già tumulate invirtù di un legame di sangue con il concessionario fondatore della tomba?
    n.b. si tratta di una tomba familiare. grazie

  7. Carlo

    X Gisella,

    …poi mi accusano di esser noioso e pedante, ma sono d’obbligo alcuni chiarimenti:

    ancora oggi non esiste, in sede legislativa, una trattazione organica del sepolcro e delle sue relative di gestione, inizialmente affidate alla tradizione popolare e legate al sentimento di pietà verso i defunti, il tessuto normativo, assai scarno e lacunoso è stato integrato, nel corso del tempo, dai giudici civili ed amministrativi, ma si ribadisce la centralità della regolamentazione in sede locale, come norma positiva, al fine di prevenire liti e dissidi tra gli aventi diritto (o presunti tale) e di consentire un’ottimale uso degli spazi sepolcrali che, notoriamente, non sono dilatabili all’infinito.

    La volontà del fondatore di realizzare, ab origine, un sepolcro familiare o ereditario può trovare innanzitutto espressione nell’atto concessorio.

    In questa sede il concessionario primo che concentra il sé lo Jus Sepulchri, attivo e passivo (Jus Sepeliri e Jus Inferendi mortuum in Sepulchrum) ed il diritto sul sepolcro in sé (cioè la proprietà delle opere murarie e di suppellettili o arredi votivi) può decidere se il diritto di sepoltura sorga in capo esclusivamente ai suoi successori oppure alle persone che rientrano nella cerchia della sua famiglia.

    La definizione del sepolcro (familiare o ereditario) in forma scritta è ovviamente la soluzione da preferire giacché riduce al minimo le situazioni di possibile contenzioso tra soggetti interessati all’uso della tomba.

    In assenza dell’atto scritto, il volere può essere espresso in qualunque forma, potendo esso emergere anche da elementi indiziari presuntivi, la cui prudente valutazione è rimessa al giudice di merito, tra l’altro la Magistratura può accedere a qualunque mezzo di prova, anche testimoniale, a differenza dell’Autorità Amministrativa Comunale, la quale non può discostarsi dall’esame dei soli titoli formali.

    L’elaborazione giurisprudenziale di questi ultimi decenni ha, infatti, ammesso che, in assenza di specifiche disposizioni del fondatore (o comunque di un atto ricognitivo della sua volontà), il sepolcro si presuma avere carattere familiare e solo la prova contraria della volontà del costruttore originario di destinare il sepolcro alle spoglie degli eredi consentirebbe di superare la presunzione della natura familiare e non ereditaria del sepolcro.

    In altri termini, secondo i giudici, per stabilire quale specie di sepolcro sussista in concreto, occorre interpretare la volontà del costruttore, la quale, in difetto di elementi univoci, deve ritenersi indirizzata ai familiari

    Tale convincimento, che opera, come già sottolineato, a prescindere dalla destinazione che l’edificio sepolcrale, nella sua componente patrimoniale, possa aver subìto in seguito alla successione ereditaria costituisce giudizio di fatto non suscettibile di sindacato in sede di legittimità se sorretto da motivazione sufficiente ed immune da vizi logico-giuridici.

    Il diritto alla tumulazione di natura ereditaria può derivare fin dall’inizio dall’atto di concessione, laddove il fondatore statuisca che il sepolcro viene edificato per sé e per i propri eredi. Costui si limita a compiere una mera destinazione del diritto di sepoltura ai propri eredi in considerazione di tale loro qualità, con la conseguenza che ciascuno di essi (subentrandogli “iure haereditatis”) è legittimato alla tumulazione di salme estranee alla famiglia di origine, entro i limiti della propria quota ereditaria.

    L’identificazione dei soggetti titolari dello ius sepulchri va effettuata in base alle norme che regolano la successione mortis causa o i trasferimenti in genere dall’originario titolare a i suoi aventi causa, trattandosi di un diritto che si trasferisce nei modi stessi di ogni altro bene, che può persino essere alienato in tutto o in parte e può essere lasciato, anche in legato, a persone non facenti parte dalla famiglia.

    Il diritto alla tumulazione di natura ereditaria può promanare, altresì, come detto appena sopra, dallo ius sepulchri che, trasferito per vincolo di consanguineità all’ultimo superstite della cerchia degli aventi diritto, all’apertura della successione di tale soggetto diventa trasmissibile per via ereditaria quale parte del suo patrimonio.

    In altre parole, con l’estinzione della cerchia dei familiari, esso si trasforma da familiare in ereditario con riviviscenza dello ius successionis sullo jus sanguinis e della trasmissibilità per atto inter vivos o mortis causa.

    Il problema su cui dibatte annosamente la dottrina tutta, con posizioni ora oscillanti ora più sfumate è il seguente: data la possibile divaricazione tra il diritto sul sepolcro in sé (sostanzialmente diritto di proprietà sul manufatto sepolcrale, seppur con vincolo di destinazione ad uso funebre ,ed in quando tale solo strumentale ed intermedio rispetto allo jus sepulchri vero e proprio) e il diritto personalissimo di sepolcro (personalissimo al pari del nome, dell’onore…) l’eventuale erede subentra solo nella componente materiale della tomba (tradotto: nella sola assunzione degli obblighi manutentivi) rimanendo scevro dello jus sepeliri o dello jus inferendi mortuum in sepulchrum, o diviene partecipe anche dello stesso jus sepulchri assumendo su di sé il titolo ad esser sepolto in quella determinata sepoltura che l’originario concessionario riservò alla sua persona ed ai famigliari? Cioè: lo Jus Sepulchri può sorgere a titolo derivativo su un soggetto non legato al fondatore da vincoli di consanguineità data la natura putativamente gentilizia del sepolcro?

  8. Carlo

    X Gisella,

    qui si delinea un work in progress, sarà, infatti, opportuno sentirci a più riprese (io, a tal proposito sono sempre a disposizione su questo blog!) anche per inquadrare meglio la questione dal punto di vista “freddamente” giuridico, anche se attorno ai diritti di sepolcro gravitano anche interessi morali, sentimenti ed emozioni… crepuscolari.

    Sono d’uopo alcune considerazioni preliminari sul caso, invero piuttosto complesso, rappresentato: in buona sostanza le Sue doglianze verso il Comune, come mi par di capire, vertono su questo punto: perché mai a Matteo, mio padre, è negato il diritto di sepolcro nella prestigiosa tomba di famiglia, di cui lo Zio Paolo era divenuto titolare, tramite l’istituto del subentro nell’intestazione della concessione ed (aggiungo io) nella titolarità del diritto primario di sepolcro consistente nella duplice facoltà attiva e passiva di esser sepolti o dar sepoltura in quella particolare cappella gentilizia.

    Consiglio vivamente di maneggiare con prudenza i Pronunciamenti della Suprema Corte di Cassazione, essi sono sì un orientamento giurisprudenziale importante, ma non vincolante, nel nostro sistema giudiziario, in effetti, non vale la regola dello Stare Decisis, cioè il precedente (= la soluzione di un caso analogo) non è automaticamente applicabile alla nuova fattispecie in esame.

    Domanda mia: ma secondo il regolamento comunale di polizia mortuaria (principalmente quello vigente all’atto della stipula del contratto di concessione, ma anche quello attualmente in vigore) lo Jus Sepulchri si trasmette solo e solamente jure sanguinis, ossia per consanguineità tra il concessionario primo ed i suoi aventi causa o segue anche le comuni regole patrimoniali del diritto successorio?

    Il sepolcro familiare, difatti, costituisce la fattispecie ordinaria, paradigmatica, rispetto alla quale il sepolcro ereditario dà luogo ad un’eccezione, a cui il fondatore ricorre in genere quando è privo di discendenti. In tale fattispecie residuale, il fondatore compie una mera destinazione del diritto di sepoltura ai propri eredi (sibi heredibusque suis) in considerazione di tale loro qualità, e indipendentemente dall’esistenza di un rapporto di parentela o di coniugio con il fondatore stesso. Oltre che per fonte volontaria, il sepolcro ereditario può costituirsi per via legale consuetudinaria in un’ipotesi di sepolcro in origine familiare. Infatti, con la morte dell’ultimo componente la cerchia familiare, determinandosi l’estinzione della classe degli aventi diritto alla sepoltura, lo ius sepulchri si trasforma in ereditario

    Procedo, quindi per gradi e continui affinamenti:

    Per autorevole letteratura di settore poiché la concessione cimiteriale è un’”entità” (= rapporto giuridico) dotata di propria caratterizzazione, ben individuata ed individuabile (quel determinato sepolcro), attorno cui ruotano diritti (o legittime aspettative?), il problema del subentro si pone sostanzialmente non tanto rispetto alla concessione, quanto ai diritti e doveri che da essa nascono e si connettono all’ l’esistenza stessa della concessione, riferendosi ai diritti di tipo personale (Jus Sepulchri) e di gerenza (diritto di uso).

    Nel dettaglio, per la questione della voltura nella concessione, alla morte del concessionario, la dottrina prospetta due percorsi: il primo consiste nella limitazione del subentro per il solo diritto di Jus Sepulchri, fermo restando la posizione del concessionario (leggasi fondatore del sepolcro) nella persona originariamente firmataria dell’atto concessorio, il secondo, invece, comporta il subentro nello Jus Sepulchri ed anche nelle prerogative del concessionario (c.d. concessionario mobile o scorrevole). L’autore, per la scelta dell’una o dell’altra, massimamente “politica”, sottolinea il ruolo centrale del regolamento comunale di polizia mortuaria, il cui silenzio dovrebbe far propendere, a mio avviso, per la soluzione del fondatore quale unico concessionario (c.d. concessionario fisso)

    Allora: quale tipo di subentro realizzò lo Zio Paolo, subentro pieno o limitato all’assunzione dei soli oneri manutentivi?

    1) Fatte salve le diverse previsioni del Regolamento comunale di polizia mortuaria in proposito, cioè concernenti la successione delle persone alla morte del concessionario in relazione alla concessione, dato che il concessionario risulta non avere discendenti che jure sanguinis siano succeduti nei diritti concernenti la concessione, il sepolcro deve considerarsi trasformato in ereditario

    Ne consegue che gli eredi, se previsto dal Regolamento Comunale di Polizia Mortuaria, subentrano al concessionario defunto, quando questi non abbia disposto con atto di ultima volontà o altrimenti con atto pubblico in modo diverso.

    Il problema di fondo è questo: l’originario fondatore del sacello gentilizio (Filippo?) nell’atto di concessione statuì anche, come, per altro, d’obbligo, la lex sepulchri (= la cosiddetta “riserva” ossia la rosa delle persone riservatarie, una volta decedute, dello jus sepulchri) se i posti nel sepolcro fossero stati tutti nominativamente assegnati in anticipo nulla quaestio, ma in questo frangente la lex sepulchri è a clausole aperte, ossia subordina l’ingresso di collaterali ed affini entro il quarto grado entro ovviamente la massima capacità fisica ricettiva della tomba (se il sepolcro è già saturo lo jus sepulchri naturalmente spira ovvero si estingue senza mai esser stato esercitato) ad un autorizzazione di volta in volta rilasciata dallo stesso concessionario non libera (= consento anche la tumulazione di estranei) ma pur sempre vincolata al criterio fissato con la lex sepulchri. Questa previsione è coerente con la formulazione dell’Art. 93 dell’attuale Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria approvaato con DPR 10 settembre 1990 n. 285. la lex sepulchri, sottratta alla disponibilità dei privati in quanto “agganciata” all’intima caratteristica familiare del sepolcro è stabilita solo e solamente quando viene rogato l’atto di concessione, dopo non può esser modificata dalle parti, se non attraverso una novazione, cioè una rinegoziazione consensuale tra concessionario e comune del rapporto concessorio.

    In ultima istanza bisogna capire chi adesso, sia il titolare del rapporto concessorio (= il concessionario), ancorché subentrato a Filippo, affinchè autorizzi la legittima tumulazione di Matteo, Suo padre.

    In subordine: Suo Padre è erede universale di Paolo subentrato a sua volta a Filippo, per effetto della voltura della concessione? Il sepolcro in oggetto è entrato a pieno titolo nell’asse testamentario? Il Comune, in base al proprio regolamento ha registrato questo nuovo ingresso nella titolarità della sepoltura?

    E’importante conoscere questi aspetti amministrativi e legali perchè se Suo Padre fosse, quale erede universale, subentrato a Paolo nella titolarità del sepolcro vanterebbe, jure proprio, lo Jus Sepulchri, senza più bisogno di altra autorizzazione.

  9. Gisella

    Eliminare commento precedente per errori di digitazione.

    Salve ho un serio dilemma.
    Cappella gentilizia, consessionario mio zio Filippo (1° cugino di mio padre), celibe e senza figli.
    Fratelli di Filippo sono Paolo e Laura anch’essi non sposati e senza figli.

    Nel contratto di concessione si dice “viene concessa 99 anni al sig. Filippo…. per uso dello stesso, del fratello, sorella, genitori, ascendenti paterni e materni e, con il consenso di esso concessionario o del fratello o della sorella, per parenti ed affini entro il quarto grado.

    Dopo la morte di Laura gli zii Paolo, Filippo e mio padre Matteo rinunciano al diritto di sepolcro nella tomba del loro nonno Carlo, in favore di Lucio (2° cugino di Paolo e Filippo e Matteo, figlio una cugina di 1° grado), Carlo è il suo bisnonno.
    L’intenzione di Paolo e Filippo è quella di accogliere la zia Angela e il marito (genitori di Matteo), sorella della propria madre, nella cappella gentilizia e i suoi discndenti: il 1° cugino Matteo (con la moglie ed i figli), e la cugina nubile, sorella di Matteo, Marina.

    Lo zio Filippo muore e viene tumulato nella cappella.
    Lo zio Paolo chiede ed ottiene dal Comune la trascrizione del proprio nominativo nel registro delle concessioni cimiteriali, accanto a quella del fratello concessionario e si accinge immediatamente, con regolare autorizzazione comunale, a compiere la volontà propria e di suo fratello deceduto, estumulando la zia Angela, il marito Fabio e la cugina Marina figlia di Angela e Fabio da altra tomba, tumulandoli nella propria Cappella Gentilizia. Paolo chiede verbalmente a Matteo di occuparsi liberamente della Cappella, consegna una copia delle chiavi a lui e a noi figli, nessun altro ha le chiavi della Cappella. Anche le tasse cimiteriali annuali della Cappella sono intestate e indirizzate a Matteo (mio padre).

    Muore Paolo, e Matteo (mio padre), assieme a me e mio fratello provvediamo alla tumulazione presso la Cappella Gentilizia. Il testamento dello zio Paolo vede erede universale Matteo, legati da un rapporto fraterno.

    Muore Matteo ed io e mio fratello pensiamo che nostro padre abbia diritto all’uso del sepolcro ma il comune ci dice che non ha diritto ad alcuna tumulazione lì, perchè accanto al nome del concessionario non c’è quello di Matteo. Chiediamo al comune che come da concessione la tumulazione potrebbe esserci per i parenti entro il 4° grado e Matteo è di 4° grado. Il Comune ci dice che per far ciò manca il “consenso” del concessionario, come dice la stessa concessione.
    Ribadiamo che il consenso è tacito in quanto questi aveva già avviato alla tumulazione della famiglia di Matteo compresa la sorella di Matteo, anch’essa 4°grado rispetto a Paolo e Filippo. La madre, il padre e la sorella di Matteo sono lì tumulati per volontà del concessionario.

    In attesa di far luce alla vicenda, il Comune ci concede una tumulazione in via provvisoria.
    Dopo 3 mesi mi arriva una comunicazione ufficiale da parte del Comune che mi intima l’estumulazione entro 3 anni della salma di mio padre.

    Mi sento disperato.
    Con la volontà espressa in vita dai miei zii, il volere fattivo, con la cugina nella propria cappella di famiglia non si presume ad un consenso ai parenti entro il quarto grado come scritto nella concessione?
    Presume…
    La sentenza della Cassazione del 29 settembre 2000 n. 12957 dice:
    “parla di volontà, espressa o presunta, del fondatore in stretto riferimento alla cerchia dei familiari presi in considerazione come destinatari”.
    Cassazione, sentenza del 27 settembre 2012 n. 16430 dice:
    “..Sotto questo profilo la sentenza non presta il fianco a rilievi di sorta, avendo correttamente osservato che la volontà del fondatore nel senso di ricomprendere i collaterali emergeva dall’avere C.L. consegnato le chiavi della cappella ai fratelli, l’inumazione nella stessa della sorella e del cognato…”. Le chiavi ci erano state consegnate direttamente dagli zii.

    Il quesito:
    Dilemma 1: intraprendendo una causa civile, avrò la possibilità di mantenere la salma di mio padre dentro quella Cappella dando anche la possibilità a mia madre (moglie di Matteo), ancora in vita, di potervi accedere un domani?

    Dilemma 2:
    Un funzionario del comune qualche giorno addietro, ed in via del tutto ufficiosa, ci ha ventilato un possibile accordo. Il concessionario ed i suoi fratelli sono morti senza lasciare coniugi e figli. La Cappella così facendo potrebbe passare da familiare ad ereditaria… si potrebbe trovare l’accordo di abbandonare un eventuale contenzioso legale, aprendo la possibilità di tumulazione ad altri appartenenti alla “famiglia” di Filippo, Paolo e Laura. Alla nostra domanda, “chi?”
    Lui ci ha fatto il nome del pro-cugino Lucio ed i suoi eredi. Mi chiedo, se Filippo, Paolo e laura avessero voluto Lucio e la sua famiglia nella cappella, lo avrebbero fatto in vita e, soprattutto non avrebbero rinunciato al diritto di sepoltura nella tomba del nonno a favore di Lucio che era solo il pro-nipote, inoltre, come per gli zii Fabio e Angela e la cugina Marina, avrebbero estumulato anche la madre di Lucio per tumularla nella propria Cappella.
    Noi non siamo assolutamente d’accordo a questo accordo. Mi chiedo però, la legge potrebbe permettere questo a Lucio? Grazie. Gisella

  10. Paolo Coppini

    Grazie mille per i ragguagli Carlo. adesso provo a vedere se sul sito del comune c’è la modulistica relativa.

  11. Carlo

    X Paolo,
    Lei, dunque, è concessionario di un’intera fila di loculi, magari compresi in un’unica campata del porticato cimiteriale, in quanto subentrato a Suo padre, quale originario fondatore del sepolcro famigliare.

    La rinuncia alla titolarità di una concessione cimiteriale ed al conseguente Jus Sepulchri è sempre possibile (ma il comune ha solo facoltà e non obbligo di accettarla). Detta retrocessione si sostanzia in un atto unilaterale, irreversibile e scritto da inoltrare al competente ufficio comunale della polizia mortuaria. Alcuni propendono per la semplice sottoscrizione, altri, invece, data la solennità dell’atto stesso (esso, infatti, incide su diritti personalissimi, reali e patrimoniali, tale, infatti, è lo jus sepulchri) preferiscono la firma autenticata dinnanzi a notaio o pubblico ufficiale abilitato, nei modi di cui al DPR n.445/2000. Di solito i comuni dispongono già di una modulistica abbastanza completa.
    Gli oneri per la risistemazione del sepolcro e la nuova destinazione dei feretri ivi contenuti, saranno a Suo carico.

  12. Paolo Coppini

    Vi scrivo perché avrei bisogno di un ragguaglio in merito alla burocrazia che regolamenta le tombe e affini. Vi spiego: nel 1998 mio papà fece spostare le tombe dei miei zii, nonni, bisnonni, ecc. tutte in una unica fila in un’ala nuova di un cimitero cittadino. Desiderava una sorta di tomba di famiglia, ma al momento non ce n’erano disponibili, così acquistò tutta la fila. In quel contesto, tutte le procedure, inclusi i pagamenti, li fece mio papà, dato che i miei zii, ancora viventi, non volevano pagare un solo centesimo. Nel 2012 mio papà è morto ed è stato, secondo suo volere, cremato. Nel frattempo le tombe di quel cimitero sono passate per asse ereditario intestate a me. A me, sinceramente parlando, di quelle tombe non importa un granché e vorrei liberarne l’intestazione lasciando tutto nelle mani del comune. I miei zii, se proprio lo vorranno, potranno rifare la procedura e intestarsele. Come è possibile farlo, se è possibile? È abbastanza un atto di rinuncia o ci vuole qualcosa di più? E, eventualmente, con che forma va scritto? Grazie mille!

  13. Carlo

    L’art. 63 DPR 10/9/1990, n. 285 ci fornisce qualche spunto di riflessione addirittura di maggior respiro, rispetto alla specifica portata del quesito formulato.

    In caso di concessioni di aree (Art. 90 DPR n. 285/1990), si ha un duplice scopo funzionale e strumentale:

    a) concessione dell’area, ad un dato fine (concessione che attiene al demanio dell’area cimiteriale, e può essere oggetto di costituzione, con regolare atto di concessione, di diritti di terzi ex Art. 823 Cod. Civile (rispetto al comune quale titolare della demanialità).

    b) costruzione sull’area, così concessa, di un edificio sepolcrale affinchè si possa esercitare lo jus sepulchri attraverso la sepoltura a sistema di tumulazione.

    Il sepolcro, è sì di proprietà dei concessionari, anche se il suo diritto di utilizzo non è legato all’esercizio della proprietà di esso, bensì all’appartenenza alla famiglia, sin quando duri la concessione: cessando quest’ultima, il manufatto cessa di essere di proprietà dei concessionari, per divenire (accessione, art. 935 Cod.Civile) parte del demanio comunale, su cui tra l’altro insiste ab origine.

    Per inciso, si dovrebbe anche considerare quale sia la natura ed il significato di demanio ai sensi dell’Art. 824 comma 2 Cod. Civile.

    Non si rileva incongruenza, qualora si tenga presente la distinzione tra la concessione dell’area, orientata un determinato obiettivo (= lo Jus Sepulchri), rispetto al manufatto erettovi.

    Ma, se si tratta di concessione ad “ente” (leggasi congrega o confraternita), va tenuto sempre presente come vi sia un doppio livello di rapporti, il primo intercorrente tra comune ed ente, che può anche essere (in relazione all’epoca in cui sia sorto) perpetuo. il secondo, invece, di subconcessione, è intrattenuto tra l’ente e le persone appartenenti ad esso stesso secondo statuto e natura dell’Ente stesso.

    Sotto questo ultimo profilo la durata di permanenza di un feretro potrebbe anche essere a tempo determinato (essendo indipendente dal rapporto principale tra comune/ente).

    Entrando, ora, in medias res, dopo questa necessaria prolusione, se eccettuiamo l’Art. 62 del regolamento nazionale di polizia mortuaria approvato, appunto, con DPR n. 285/1990, il quale pone, in sé, un’esplicita riserva di regolamento comunale (cioè rinvia la disciplina di dettaglio su questa materia così particolare alla fonte regolamentare locale), non esiste norma statale unificante che imponga di utilizzare una determinata tipologia di materiali e oggettistica.

    Generalmente le soluzioni individuate nei diversi Comuni sono le seguenti:

    – norme tecniche attuative di piano regolatore cimiteriale (che però non vanno nel dettaglio, come da voi esistente). Spesso la norma tecnica rimanda ad altro strumento (deliberazione di Giunta, determina dirigenziale, regolamento comunale) gli aspetti di dettaglio, che possono variare nel tempo, anche in relazione all?’’evoluzione dei materiali e delle preferenze;

    – progettazione del complesso architettonico. In fase di approvazione dello studio di realizzazione del corpo di loculi il progetto esecutivo arriva al dettaglio sia per le caratteristiche della lapide, sia per quelle dell?’oggettistica (per garantire una progettazione uniforme dell?’insieme e non lasciare troppa libertà a chi acquista una concessione o ai marmisti);

    – regolamento di polizia mortuaria comunale che entra nel merito o spesso lascia a determina dirigenziale il dettaglio;

    – determina dirigenziale che fissa le caratteristiche stilistiche.

    Una volta operata la scelta occorre applicarla e il sistema, di solito, è una istanza del cittadino per la collocazione di oggettistica ed epitaffi, che espressamente richiami le prescrizioni dettate e ne certifichi il pieno rispetto.

    Nella autorizzazione comunale alla collocazione viene specificata anche la conseguenza in caso di inadempienza e cioè l’elevazione della sanzione amministrativa pecuniaria prevista nel regolamento comunale (Art. 7-bis D.Lgs N.267/2000, così come introdotto dall’Art. 16 Legge n. 3/2003) nell’evenienza di violazione di quest’ultimo, con relativa diffida al ripristino secondo quanto autorizzato.

    Il gestore del cimitero ha il compito di istruttoria e di segnalazione all?’Amministrazione comunale delle eventuali trasgressioni regolamentari intervenute.

    Compete, quindi, all?’Amministrazione comunale comminare, attraverso il proprio regolamento di polizia mortuaria, ed incassare la relativa sanzione amministrativa (in genere si procede attraverso l’?ufficio di polizia urbana).

    Si rileva inoltre come non sia più possibile che il gestore di un cimitero abbia la privativa per la collocazione di lapidi e copritomba diverse dal cippo (in ciò sussiste anche una segnalazione dell?’Antitrust al Parlamento).

    A Tal proposito, in più riprese il T.A.R. Lombardia ha chiarito questi principi, attraverso una propria costante giurisprudenza

    1. È vietata l’imposizione di monumenti e lapidi assolutamente uniformi ed accessori standardizzati. In merito, il giudice ha ritenuto illegittimo che i Comuni impongano monumenti, lapidi ed accessori uniformi in ragione della loro “peculiare funzione” (che attiene a sentimenti personali di pietà) e “della loro natura di beni privati” (di proprietà dei concessionari delle aree cimiteriali su cui insistono) o affidino appalti “per realizzare uniformi opere destinate a sepolture private date in concessione” (ord. 1703/99).

    2. I Dolenti devono poter scegliere monumenti, lapidi, arredi e imprese di fiducia. Infatti, il TAR della Lombardia ha precisato che “con riferimento agli arredi funebri la legge riserva ai Comuni solo l’apposizione di cippo con targhetta in campo comune e la chiusura dei tumuli”.

    3. La posa di ogni altro arredo o lapide è un diritto che spetta ai privati cittadini esercitare, scegliendo liberamente. I Comuni quindi non possono ostacolare “il diritto dei dolenti a rivolgersi alle imprese da essi liberamente prescelte”, nè quello “delle imprese del settore ad operare liberamente, senza dover sottostare a limitazioni ulteriori e diverse rispetto a quelle sancite in via generale dalla normativa sanitaria e di polizia mortuaria” (sent. n. 1685/2000).

  14. mauro

    buongiorno
    xfavore gradirei sapere la veridicità dell’obbligo ad acquistare lettere e numeri, per l’epitaffio, di un marchio. Mi spiego meglio. mio padre acquistò alcuni loculi all’interno di una congrega. Alla sua morte, dopo la tumulazione, contattai un applicatore di epitaffi scegliendo un tipo di lettere di una nota azienda italiana denominata per il caso “X”. dopo qualche giorno dall’applicazione mi è arrivato un documento da parte del priore della congrega ordinandomi di sostituire le lettere dell’azienda “X” con quelle dell’azienda “Y” poiché quest’ultime erano state scelte dalla congrega.
    Prima di intentare un giudizio, vorrei sapere se è veramente un obbligo acquistare, anche se scritto sul contratto, da una determinata azienda? anche questa è l’italia. mah!

  15. Carlo

    X Barbara,

    in estrema sintesi: dal momento in cui Lei rinuncia alla sua quota di titolarità sulla concessione cimiteriale perde sì il Suo Jus Sepulchri, altrimenti imprescrittibile, ma è, parallelamente, sollevata da ogni obbligo manutentivo sul manufatto sepolcrale, ai sensi dell’Art. 63 DPR n. 285/1990. Ovviamente ciò vale da adesso in poi, non ha cioè riflessi sul passato, per il pregresso, invece, Lei parteciperà alle spese per i lavori di consolidamento e rifacimento della cappella gentilizia deliberati ed effettuati quando Lei era ancora coo-titolare della concessione stessa. Mi auguro di esser stato sufficientemente chiaro. Il medesimo concetto vale per la ripartizione dei costi per un nuovo canone di concessione relativo ad un possibile rinnovo, alla sua naturale scadenza, del rapporto concessorio.

  16. Barbara

    Carlo io la ringrazio ma onestamente la sua risposta è troppo tecnica. Lei usa un linguaggio troppo difficile per me che non conosco minimamente la giurisprudenza. Perdoni la mia ignoranza, ma in soldoni…. Posto che la faccenda non è assolutamente andata davanti a un giudice, devo pagare x forza la manutenzione della cappella, la concessione al comune etc?

  17. Carlo

    X Barbara,

    inizierei questo mio breve intervento citando questa massima:

    CASS. CIV., II sez., 9.11.2009, n. 23691: “Comunione – Rinuncia abdicativa -Funzione del negozio di rinuncia -Effetti – Accrescimento ipso iure della quota rinunciata a favore deicompartecipi superstiti (cod. civ., art.1104)
    Ogni partecipante ad una comunione or-dinaria è contitolare di un diritto e non diuna singola porzione di esso autonoma-mente suscettibile di rinunzia abdicativa,per cui il venir meno di una delle parteci-pazioni dal punto di vista soggettivo tra-mite una dichiarazione rinunciativa com-porta una rideterminazione pro quota dell’entità
    delle partecipazioni dei comunisti superstiti, i quali vedranno ipso iure
    ac-crescere in proporzione le loro quote inforza del principio di elasticità della proprietà”.

    il diritto di rinuncia sullo jus sepulchri e sulla proprietà stessa del manufatto sepolcrale può esser esercitato in qualunque momento, purchè nella durata naturale del rapporto concessorio (altrimenti non avrebbe senso), essendo un atto unilaterale del titolare (della concessione e dello stesso jus sepulchri) senza, per forza attendere la scadenza della concessione. Ovviamente la retrocessione al comune della propria quota di jus sepulchri opera ex nunc e non ex tunc, cioè varrà per l’avvenire, sollevandoLa, così da ulteriori oneri manutentivi, mentre per il pregresso, siccome mi par di capire che sia stato già instaurato un giudizio in sede civile per la ripetizione delle spese sostenute sarà pur sempre il giudice a stabilire quale sia il credito davvero esigibile dalla controparte, dato il regime di solidarietà tra gli obbligati, e quale quello eventualmente perento (per intervenuta prescrizione o, meglio ancora per sopravvenuta rinuncia???)

    Come notato in dottrina La mera rinuncia ad un diritto reale (perchè tale, cioè reale e di natura patrimoniale è lo jus sepulchri, sempre secondo la Suprema Corte di Cassazione)) è un negozio unilaterale abdicativo e non recettizio.
    Si tratta quindi di un negozio unilaterale dismissivo che deve rivestire la forma scritta.

    Andrebbe ricordato (anche se spesso le prassi sono decisamente molto piu’ dilatorie), come un eventuale rinnovo (sempre che questo sia ammesso dal regolamento comunale), oppure una destinazione diversa dei feretri dovrebbero avvenire prima dell’estinguersi della concessione, mentre i concessionari o i soggetti, comunque, tenutivi, dovranno provvedere a proprie spese alle opere di pulizia, sanificazione e sostituzioni di lapidi, in modo che i posti “scaduti”possano essere assegnati a terzi a partire dal giorno immediatatamente successivo alla scadenza (o, quando sia, esplicitamente, richiesta una dilazione) dovrà essere corrisposto, pro-quota, quanto previsto per il periodo di ulteriore utilizzo.

    Quindi sono, ed erano a titolo oneroso le estumulazioni, le spese di pulizia e sanificazione del loculo, la sostituzione della lapide (in modo che, dal giorno successivo alla scadenza possa esservi assegnazione a terzi), l’onere dell’inumazione post-estumulazione, l’eventuale cremazione delle salme indecomposte, incluse le operazioni di collocamento nell’ossario comunale, quando possano eseguirsi.
    L’onere grava sul concessionario per le prime, mentre per le seconde sul coniuge o, se manchi, sui parenti nel grado piu’ prossimo e, in caso di pluralità, tutti i congiunti sono solidalmente obbligati.

    Gli affini sono … estranei (a questi fini), salvo non intendano, spontaneamente, compiere atti di liberalità.

  18. Barbara

    Grazie per le delucidazioni, ma ho ancora dei dubbi.
    Nel mio caso se ho capito bene sono costretta a pagare la manutenzione della cappella fino al 2014, anno in cui scadrà la concessione comunale.
    Dopodiché potrò decidere di non aderire al rinnovo di tale concessione giusto? Ma a questo punto sarei obbligata ad affrontare ulteriori spese per far spostare i feretri della nonna e del nonno lì deposti?

  19. Carlo

    X Barbara,

    Nel rapporto concessorio, in ambito cimiteriale, lo jus sepulchri, inteso anche come titolarità del bene sepolcrale, può esser “spacchettato” o, rectius, per meglio dire ripartito in quote, tuttavia piu’ che di proprietà, nel senso pieno e giuridico del termine, forse di dovrebbe parlare di titolarità condivisa, una sorta di comunione indivisibile, così come ha rilevato la Suprema Corte di Cassazione.

    Si potrebbe, poi, distinguere tra il rapporto di concessione, riguardante l’area, e la proprieta’ del manufatto funerario eretto su di essa, con la conseguenza che i co-titolari sono tenuti, solidarmente, agli oblbighi manutentivi dell’art. 63 dPR 10/9/1990, n. 285, fin quando duri la concessione, solo dopo l’estinguersi della concessione, per causa fisiologica o patologica, il manufatto e’ acquisito, per accessione, al demanio comunale.

    Tale ultima comunione non e’ scioglibile, anche nel caso in cui il diritto di sepoltura spetti, eventualmente, ad uno solo.

    Data la peculiare (ma a volte, qui o la’, variamente presente) modalita’ di “subentro”, il diritto di sepoltura e’ riservato agli appartenenti alla famiglia del c.d. fondatore del sepolcro, quindi, nel Suo caso agli eredi (ammesso che si possa parlare di eredi in questa materia, pur in presenza di tali previsioni regolamentari) e agli appartenenti alla famiglia di questi, sempre che vi sia stato l’avvicendamento tra il de cuius ed i suoi aventi causa, nell’intestazione della concessione stessa. Tuttavia il diritto sul sepolcro in sè, ossia la sua componente patrimoniale, anche se semplicemente strumentale all’esercizio dello jus sepulchri non la esime in alcun modo dalla assunzione delle spese manutentive, per la parte di Sua spettanza.

    L’unica soluzione, essendo tassativamente vietati ex Art. 92 comma 4 DPR n. 285/1990, gli atti di disposizione inter vivos sulle concessioni cimiteriali (leggasi cessione a titolo gratuito o, peggio ancora oneroso, finalizzato al lucro o alla speculazione del proprio jus sepulchri) è la retrocessione al comune del proprio diritto di sepolcro, attraverso un atto formale che richiede, ad sustantiam, la forma scritta e forse, trattandosi di un diritto personale o, fin anche personalissimo, una semplice scrittura privata potrebbe anche non essere strumento idoneo a disciplinare una fattispecie così delicata.

    La rinuncia, trattandosi di un diritto personale, al diritto di sepoltura estende i propri effetti anche in capo ai discedenti del rinunciante.

    Non occorrerebbe che la rinuncia si a favore degli altri, siccome questo effetto è in qualche modo, implicito, perchè quanti rimangano coo-titolari della concessione saranno automaticamente accresciuti nella loro posizione per questa semplice motivazione: anche quando il rinunciante deceda prima di loro egli non utilizzerà più alcun posto feretro disponibile, in quanto ha spontaneamente deciso per l’estinzione del proprio jus sepulchri.

  20. Barbara

    Buongiorno,
    nel 2010 è deceduta la mia nonna paterna concessionaria di una cappella di famiglia da lei costruita alla morte del nonno nel 1983.
    Eredi legittimi della nonna sono i figli ancora in vita ( Giulio, Maria Angela, Rosalba e i nipoti Riccardo e Fabian, figli di Silvana deceduta nel 2004 e io e mio fratello, figli di Renato, mancato nel 2009).
    La cappella si trova a Sassari dove abitano tutti ad eccezione di me e mio fratello che risediamo in Lombardia, dove nostro padre è stato deposto.
    La cappella di famiglia necessita di manutenzione per questo siamo stati chiamati in causa per contribuire a tali spese. Non solo, parrebbe che 2014 scadrà la tassa di concessione cimiteriale per cui ci verrà richiesto di pagare ulteriormente.
    Io e mio fratello, vista la lontananza e il fatto che nostro padre non la occupa, non siamo minimamente interessati alla cappella e onestamente non vorremmo accollarci spese che non riteniamo giusto esserci imposte.
    Premetto che alla morte della nonna, visto che non esisteva testamento, la cappella non è nemmeno stata inserita nella dichiarazione di successione.
    È possibile quindi non affrontare le spese di manutenzione e relative la concessione? Saremmo anche disponibili a lasciare agli altri eredi il diritto ad usufruire dell’ utilizzo della cappella.
    Attendo ragguagli. Grazie

  21. Carlo

    La camera mortuaria, ai sensi del Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria ed anche secondo la Legge Regionale Veneta n.18/2010, che ricalca, così, quasi pedissequamente, il dettato del DPR n.285/1990, è una struttura indispensabile per ogni impiano cimiteriale: essa, infatti, deve accogliere feretri, contenitori per resti mortali o parti anatomiche riconoscibili, urne cinerarie e cassette ossario in attesa della loro definitiva sistemazione, cioè cremazione, sepoltura o trasporto in altra sede. la camera mortuaria, detta altrimenti deposito mortuario, è un luogo di sosta, e deve esser custodita nonchè chiusa al pubblico per evitare così furti, sottrazioni di cadaveri o loro trasformazioni di stato oppure, ancora gesti sacrileghi di profanazione verso i miseri resti in essa depositati. La camera mortuaria, per queste ragioni si chiama così…è non è nè un magazzino nè, tantomeno, un ripostiglio o, peggio ancora una pattumiera dove affastellare sporcizia e scarti provenienti da attività cimiteriale. La normativa sui rifiuti cimiteriali (DPR n.254/2003 coordinato con l’impianto sanzionatorio del Testo Unico Leggi Ambientali) è molto rigida e selettiva: detti rifiuti prodotti dalle operazioni cimiteriali debbono esser stoccati in apposita area recintata all’interno del camposanto. Se la camera mortuaria è adibita ad un immondo ricettacolo di cianfrusaglie e rottami, al di là dei pericoli per l’igiene pubblica dovuti all’eventuali percolazioni di liquidi cadaverici dai feretri (ragion per cui la camera mortuaria deve sempre esser ben pulita e disinfettata), potrebbero persino scattare sanzioni amministrative o, addirittura penali in capo al responsabile del servizio di custodia ex Art. 17 DPR n.254/2003.
    Ai sensi dell’Art. 3 lettera f) della Legge Regionale Veneto n.18/2210 è il comune, con il proprio regolamento municipale di polizia mortuaria (indispensabile strumento di governo del fenomeno funerario ai sensi degli Artt. 344 e 345 Testo Unico Leggi SAnitarie), a stabilire le caratteristiche tecniche e costruttive della camera mortuaria ed anche, aggiungo io, l’onerosità o meno del servizio.
    Tra le poche prestazioni cimiteriali rimaste gratuite si annoverano, in effetti l’uso del cinerario comune e dell’ossario comune, intesi come luoghi di raccolta di ceneri o ossa, in forma indistinta, se vi è disinteresse da parte dei familiari.

    Resterebbe, almeno in pieno regime di DPR n.285/1990, parimenti gratuito l’uso della camera mortuaria per il caso di arrivo di feretro, cassetta resti ossei o urna cineraria nel cimitero, in attesa di sepoltura o cremazione, fatto salvo il diritto di mettere un limite a questa permanenza da parte del Comune nel numero di giorni ritenuto giustificato dai luoghi e dalle usanze locali, con facoltà di imporre un canone per l’utilizzo oltre detto limite (ad es. per lavori di sistemazione di tomba, mancato accordo fra i parenti nella scelta della sepoltura, attesa di cremazione, ecc.).

    Molto, quindi, in merito all’onerosità dei servizi cimiteriali, dipende, dal regolamento comunale di polizia mortuaria e contratto stipulato tra l’Ente Locale quale titolare ultimo della funzioni cimiteriale ex Art. 824 comma 2 Cod. Civile ed Art. 337 Regio Decreto n.1265/1934, e l’impresa appaltatrice.

  22. Lisa C

    Salve, la mia nonna mancata un mese fa è rimasta una settimana nella cella mortuaria del cimitero del paese (Vascon di Carbonera, pr. Treviso, Veneto) dopo il funerale in attesa di cremazione.Tale cella mortuaria era adibita a magazzino sicchè la bara è rimasta in un luogo indecente pieno di sporcizia, cianfrusaglie e mobili dismessi.
    L’impresa che ha l’appalto per la gestione del cimitero ha chiesto alla ns. famiglia soldi per la visura della tomba di famiglia, soldi per l’apertura della porta della cella mortuaria (!!!) e soldi per la permanenza per 6 giorni nella cella mortuaria. E’ legale tutto ciò?

  23. Carlo

    Ai sensi del Capo III del Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria ogni comune deve disporre necessariamente di deposito d’osservazione ed obitorio, i due locali nei comuni con popolazione superiore ai 5000 abitanti debbono esser separati e distinti, tuttavia ex Art. 14 comma 3 DPR n.285/1990 gli enti locali possono unirsi per l’esercizio in comune, a mezzo di consorzio e non più di convenzione convenzione ex Artt. 30 e 31 D.LGS n.267/2000, del servizio necroscopico/obitoriale. Si tratta, ai termini dell’Art. 13 D.LGS n.267/2000 di una funzione istituzionale cui il comune deve provvedere in relazione ai propri abitanti ed al proprio territorio. Il servizio necroscopico è indispensabile ai sensi del D.M. 28 maggio 1993 e, soprattutto, dell’ Art. 3 comma 1, lettera a) numero 6) D.LGS n. 216 del 26 novembre 2010
    Preliminarmente, va ricordato come l’attuale testo unico in materia di spese di giustizia (testo A), D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 e succ. modif.), innovando sulla c.d. ?Tariffa penale?(R.D. 23 dicembre 1865, n. 2701, così abrogata), escluda espressamente con l’Art. 69 ? dalle spese di giustizia quelle per la sepoltura dei defunti, che, secondo alcuni tribunali (vedi circolare SEFIT n. 983/AG del 23 marzo 2007, Allegato 3 con relativo parere del Ministero dell’interno, Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali, Direzione Centrale per le Autonomie Locali, prot. n.15900/1371/L.142/1bis/31.F) tendono a interpretare in modo estensivo, comprendendo anche le spese antecedenti alla sepoltura, tra cui il trasporto e la custodia delle salme decedute sulla pubblica via o in altro luogo pubblico. Si veda anche il parere del Ministero di Grazia e Giustizia con nota n. 4/2-780 del 14 dicembre 2007: in effetti Il Ministero della Giustizia è potenzialmente interessato alla questione dell’onere per le spese concernenti la raccolta delle salme decedute sulla pubblica via o in altro luogo pubblico o decedute per causa dipendente da reato (o sospetta di esserlo) o per causa violenta, in particolare quando sia l’autorità giudiziaria, anche attraverso l’ausilio di Ufficiali di polizia giudiziaria, a disporre per la raccolta e il trasferimento del corpo in deposito di osservazione od obitorio, prevedendo l’avvio del cadavere a locali diversi da quelli individuati in via generale dal comune.
    Tale aspetto è considerato dal punto 5.1) della circolare del Ministero della sanità (oggi, della salute) n. 24 del 24 giugno 1993 (anche in G.U. n. 158 dell’8 luglio 1993

    Laddove sia costituito, ed operante, un consorzio che abbia tra i propri fini statutari anche quanto concerne il deposito di osservazione e il distinto obitorio, una comunicazione all’autorità giudiziaria è senz’altro dovuta, quanto meno al fine delle eventuali disposizioni di trasferimento delle salme al luogo determinato dal comune (punto 5.1 circolare Ministero della sanità n. 24 del 24/6/1993), fermo restando che il trasporto compete al comune e ricordando che il trasporto il quale sia eventualmente ordinato in luogo diverso è a carico della pubblica autorità che lo dispone. Quindi: tale compito grava dal punto di vista finanziario comunque sul Comune ai sensi del già richiamato combinato disposto degli Artt. 13 e 16 del DPR 285/90, dovendo l’Ente curare la funzione obitoriale ed assumersi gli oneri del trasporto in ogni altro caso in cui non vengano richiesti servizi o trattamenti speciali.
    Pur essendo, dunque, il cadavere a disposizione dell’Autorità giudiziaria, questa sarà tenuta a considerare di propria competenza solo la liquidazione delle spese dei rilievi necroscopici, siano questi limitati al solo esame esterno o anche a quello autoptico. Per le rimanenti spese il soggetto legittimato deve individuarsi esclusivamente nel Comune nel
    cui territorio si è verificato l’evento luttuoso.

  24. fabioleone

    Salve ho una domanda per voi:
    Nel caso di recupero e trasporto di salma fuori Comune chi paga le spese per i rilievi necroscopici e per l’utilizzo di sala autoptica nel caso in cui il Comune ove è stata ritrovata la salma non dispone di obitorio e, quindi si serve di obitorio di altro Comune? L’ Autorita’ Giudiziaria o il Comune privo di obitorio?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *