Il fotografo indiano dei morti

Pubblichiamo il seguente articolo tratto da www.tpi.it, dal titolo “IL FOTOGRAFO INDIANO CHE PER MESTIERE RITRAE I MORTI PRIMA DELLA CREMAZIONE”, pubblicato in data 23/1272016, per la particolarità del contenuto, di sicuro interesse per i nostri lettori, tanto da considerarlo com praticolo di fine anno 2016.

Indra Kumar Jha, 26 anni, è un fotografo di morti. Vive e lavora a Varanasi, sulle sponde del fiume Gange – il fiume più sacro per l’induismo – dove vengono cremati una media di trecento corpi al giorno. Le salme arrivano da tutta l’India, spesso semplicemente legate con una corda sul tettuccio dell’automobile o del risciò.
Durante la cerimonia di cremazione Indra si propone alle famiglie per scattare un ritratto del loro caro defunto, poi corre a stampare le immagini in un piccolo laboratorio fotografico del centro cittadino.
Le foto sono un ricordo indelebile per la famiglia, ma servono anche come certificato di morte e poter, per esempio, prelevare il denaro del defunto. In India fotografare i morti è illegale, è per questo che Indra sulla parete esterna del suo negozio ha scritto “fotografo di matrimoni e compleanni”, sopra al suo numero di telefono.
A Indra piace fare il fotografo perché non ha un padrone e può guadagnare tra le 1.500 e le 2.500 rupie al giorno (22-37 euro). Il prezzo di ogni immagine dipende dalle dimensioni: tra le 120 e le 200 rupie (1-2 euro). Quando aveva 17 anni Indra si è comprato una piccola fotocamera compatta e ha cominciato a scattare, senza alcuna formazione precedente.
Il fotografo italiano Matteo de Mayda ha conosciuto Indra a Varanasi e ha cominciato a fotografarlo durante le sue giornate di lavoro, poi gli ha chiesto di condividere con lui il suo archivio di fotografie per sviluppare un progetto insieme sul suo incredibile mestiere. Indra ha accettato, e il progetto che ne è venuto fuori è intitolato significativamente Sleeping Beauty.
Dice de Mayda a TPI: “Quello che stupisce è la coerenza del suo corpo di lavoro: a un fotografo professionista servono anni di esperienza, ricerca e analisi per raggiungere la sua precisione. Indra l’ha raggiunta per necessità e senza nessuna ambizione artistica o progetto d’insieme. Una sorta di saggezza visiva inconsapevole”.
“Il modo di vedere la morte degli induisti non esprime tristezza o decadenza del corpo”, continua de Mayda, “non la fine della vita, ma qualcosa che fa parte della vita. E lo esprime con una sorta di bellezza”.
Sleeping Beauty si compone di una selezione di scatti che de Mayda ha realizzato a Indra e una piccola parte dell’archivio contenuto nella scheda SD del fotografo indiano. Per ultime nella gallery, alcune immagini degli oggetti che si utilizzano durante il rito crematorio induista, ognuno dei quali racconta qualcosa in più della persona ritratta. Eccoli:
1. Marigold, fiori arancioni, appartengono alle caste più povere, tengono lontani gli insetti e vengono offerti a Dio come simbolo di resa. I fiori bianchi si chiamano “lily” e simbolizzano umiltà e devozione. Le rose sono le più care quindi solo per i più abbienti;
2. “Ghee”, o burro chiarificato, viene sparso sul corpo prima della cremazione e garantisce la continuità della vita;
3. La legna costa cara, soprattutto quella di sandalo, che generalmente viene utilizzata solo per personaggi importanti;
4. Recipiente di terracotta contenente l’acqua del Gange, che viene versata sulla bocca e sulla fronte del defunto, prima di rompere lo stesso vaso a terra;
5. Ogni famigliare ha il compito di donare un “kafan” per coprire il corpo;
6. Non tutti vengono cremati, perché le loro anime sono già uscite dal ciclo delle reincarnazioni, a questi viene legata una pietra ai piedi e lasciati andare nel fondo del fiume. Questi sono i bambini, le donne incinte e gli animali sacri, come il serpente e le vacche.
Matteo de Mayda è fotografo e art director focalizzato su progetti per buone cause. Ha collaborato con diverse Ong, come Emergency, World Health Organization, LAV e Greenpeace per comunicare i loro progetti attraverso campagne e reportage.
Ha realizzato documentari in Italia, Guatemala, Cina, Lituania e Stati Uniti e pubblicato il suo lavoro su The Guardian, Interview, Gestalten, National Geographic, Wired, Rolling Stone Magazine. Inoltre, ha partecipato a diverse mostre, personali e collettive, come quella nella Sede delle Nazioni Unite, in Svizzera (2013) e alla 15ma Biennale di Architettura a Venezia (2016). Il suo sito è www.matteodemayda.com.

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