Cremazione e pace-maker: un problema ancora insoluto

Alcuni rapidi appunti sull’annosa questione degli stimolatori cardiaci da rimuovere prima della cremazione: invero vi sono delle notevoli criticità normative e procedurali, in quanto solo alcune Regioni, spesso con meri atti amministrativi, fanno, esplicito, riferimento ai pace-maker, anche se i protocolli operativi di molti gestori degli impianti di cremazione tendono (non casualmente) a richiedere o il preventivo espianto o una dichiarazione liberatoria da cui risulti che il defunto non ne era portatore.

Le motivazioni alla base alle posizioni ed aelle comprensibili richieste dei gestori nascono ora da standard, pur se di prassi, diffusi pressoché in tutta Europa (e non solo) (sia le Linee guida dell’I.C.F. sia dell’U.C.E. indicano la necessità dell’eliminazione del pace-maker), ora per indicazioni (a volte) fornite dagli stessi costruttori dell’impianto (alcuni “manuali d’uso” forniti da qualche ditta specializzata, ammettono chiaramente che non può procedersi in sicurezza alla cremazione di cadaveri portatori di pace-maker, se non vi sia la previa asportazione del dispositivo).

Le ragioni sono, sostanzialmente, di due ordini, il primo di tipo ambientale (che, in genere, interessa di più le Regioni), il secondo di carattere maggiormente tecnologico e manutentivo.

Infatti, specie nel passato, i pace-maker erano alimentati da radio-nuclidi (pace-maker di vecchia o vecchissima generazione), per cui l’eventuale cremazione potrebbe produrre l’emissione in atmosfera di radio-nuclidi (incidentalmente, la pericolosità di tali (eventuali) emissioni dovrebbe essere valutata “proporzionalmente” (come sempre in materia di inquinamento ambientale o, nello specifico, atmosferico), aspetto difficile da affrontare, mandando ancora quanto considerato all’art. 8 L. 30 marzo 2001, n. 130.

Oltretutto, in alcune Regioni, è stato affermato solennemente che i pace-maker alimentati da radio-nuclidi non sono più impiegati nella cura o stabilizzazione delle patologie cardiache, ciò può esser anche vero per gli interventi chirurgici recenti, ma, incidentalmente si trascura questo problema: oggetto di cremazione sono non sono solo i cadaveri, di persone appena decedute, ma possono essere anche i resti mortali estumulati o esumati, cioè di soggetti morti da diversi anni e che, astrattamente, potrebbero, allora, avere avuto l’impianto di pace-maker alimentato da radio-nuclidi (situazione di cui può anche essersi persa la memoria, anche da parte dei famigliari).

Sotto il secondo profilo, il pace-maker, prevalentemente se si tratti di dispositivi non recentissimi, può essere oggetto di “esplosione” nel corso della cremazione, questo fenomeno può determinare danni, anche significativi, alla cella crematoria (anzi, le situazioni “peggiori” potrebbero essere quelle in cui lo scoppio non provochi un danno immediatamente rilevabile, quanto micro-fessurazioni, in particolare interessanti il materiale refrattario, le quali, magari sommandosi nel tempo con altre, arrecherebbero nel tempo, lesioni più gravi, e questi prolungati stress termici e meccanici non permetterebbero un’individuazione puntuale di responsabilità (come si avrebbe, invece, nel caso del guasto immediatamente rilevabile), la quale consentirebbe un’eventuale azione risarcitoria in sede civile.

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