SEFIT: a proposito della Istruzione “Ad resurgendum cum Christo”

Riceviamo e volentieri pubblichiamo le seguenti considerazioni di Pietro Barrera, Responsabile nazionale SEFIT, sulla Istruzione della Congregazione per la Dottrina e la Fede “Ad resurgendum cum Christo”, diffusa alla stampa il 25/1072016:

“Non sta certo a SEFIT, che rappresenta principalmente le gestioni di cimiteri e servizi funebri controllate o partecipate dalle amministrazioni locali, esprimere giudizi sui profili di fede della “Istruzione Ad resurgendum cum Christo”, che si rivolge ai fedeli dei cinque continenti. Per altre confessioni religiose la cremazione è la pratica normale, per altre è vietata, e sta a noi rispettare le profonde convinzioni di ciascuno in una cornice di serena condivisione dello spazio comune cimiteriale.
Mi sembra però importante sottolineare due aspetti della “istruzione”. Anzitutto la ripulsa per ogni atteggiamento superficiale o “banalizzante” circa il destino delle spoglie mortali degli altri.

Il corpo di ogni donna e di ogni uomo, anche se ridotto in cenere, o in un insieme di cellule in decomposizione, è tuttavia il crocevia di relazioni umane (e, per chi ci crede, divine) che hanno segnato una vita, è il perimetro di una individualità irripetibile, è inevitabilmente oggetto di memoria e di ricordo anche dopo la sua scomparsa. Per questo merita rispetto. Per questo le pratiche funebri non dovrebbero essere un gioco, o piegate ad altre esigenze. Ma, detto sommessamente, le stesse considerazioni (l’istruzione parla di “pratiche sconvenienti”) dovrebbero essere fatte per alcuni funerali spettacolari, prove di potenza e di arroganza, con cocchi e pennacchi, e magari un elicottero che dispensa petali di rosa…

Il passaggio logico successivo è ancora più importante.

La richiesta di conservare le ceneri nel cimitero per scongiurare “il rischio di sottrarre i defunti alla preghiera e al ricordo dei parenti e della comunità cristiana” investe direttamente anche il pensiero laico. Proprio per il rispetto dovuto al momento più intimo e complesso dell’esistenza terrena di ogni persona (di ogni famiglia, di ogni comunità), non credo sia compito del legislatore imporre o vietare le pratiche funebri, se non sconfinano nel dileggio di valori fondamentali condivisi. Penso però che, laicamente, si debba valorizzare il “luogo del ricordo”, lo spazio della memoria condivisa dove le esperienze vitali di una comunità locale – pur diverse per convinzioni religiose o filosofiche – si ritrovano in una comune luce di rispetto.
Per questo abbiamo tanto a cuore il cimitero comunale.

Proprio la crescente propensione per la cremazione (di credenti e non credenti), e dunque la ridotta necessità di spazi, può aiutare a rinnovare anche dal punto di vista architettonico i nostri cimiteri per farli tornare ad essere un prezioso luogo di identità e di comunità, di differenze e di condivisione.

In questo senso, ci permettiamo di segnalare che l’opzione ricordata dalla Istruzione, circa la conservazione delle ceneri “ in una chiesa o un’area appositamente dedicata dalla competente autorità ecclesiastica”, è già consentita dalla legge italiana in via eccezionale e come tale è bene rimanga. Altrimenti, se estremizzata, potrebbe portare ad una deriva devastante, con cimiteri separati per ogni confessione religiosa o per ogni segmento etnico o culturale delle nostre città, inevitabilmente sempre più plurali e multietniche. Abbiamo contrastato le tentazioni (questa volta “laiche”) di aggirare il regime demaniale dei cimiteri con “parchi della memoria” per urne cinerarie (formalmente) affidate alle famiglie, non per una astratta difesa del “monopolio pubblico”, ma perché vedevamo già dietro l’angolo i cimiteri per ricchi e quelli per poveri, quelli per credenti e quelli per non credenti, ciascuno nel suo recinto, ciascuno contrapposto agli altri.

Papa Francesco ci invita a vivere aprendo le porte agli altri e costruendo ponti verso le altre culture; non possiamo fare il contrario quando ci troviamo faccia a faccia con il mistero della morte.”

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