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La ristutturazione dei sepolcri — 21 commenti

  1. Ho chiesto l’ autorizzazione al Comune per la tumulazione di un parente deceduto di recente in una vecchia tomba ipogea, già  libera da parecchi anni, ma realizzata nel 1931.

    Il comune non mi autorizza se non eseguo le opere di adeguamento in base al DPR 10 settembre 1990 n. 285, tutto ciò è legittimo o si tratta di una pretesa infondata?

    • X Jerry

      Sì, la richiesta del Comune è giustissima e per nulla peregrina!

      Sarebbe interessante sapere da quale Regione Lei scriva, perché il quadro normativo di riferimento varia, e non poco, in base all’area geografica (è l’effetto perverso della polizia mortuaria polverizzata su scala regionale!)

      Ad ogni modo parto deduttivamente da questo presupposto di fatto: il Suo Comune le chiede di rispettare il D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285, da ciò intuisco che nella Sua Regione, almeno su questi aspetti di edilizia cimiteriale valga ancora, ancorché residualmente, la norma statale rappresentata dal regolamento nazionale di polizia mortuaria.

      Negli anni ‘30 del secolo scorso, all’epoca della costruzione della tomba de qua, vigeva, in tema di legislazione speciale in campo funerario il R.D. n.448/1892 che non vincolava espressamente alla presenza cogente del vestibolo nei tumuli (laddove “vestibolo” è concetto a volte “oscuro”, ma esso, poi, è più o meno traducibile nella necessità resa in termini linguistici più moderni dello “spazio esterno libero” prima di poter eseguire una tumulazione fissata dall’art. 76 del vigente regolamento nazionale di polizia mortuaria di cui al D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285. ).

      Inoltre l’obbligo di separare ogni feretro da un altro ( quindi una sola bara per ogni singola nicchia sepolcrale) era previsto già dall’art. 63 del R.D. n.448/1892: norma costante poi transitata e trasfusa nei diversi regolamenti statali succedutisi nel tempo, poi replicata, infine, nell’art. 76 dell’attuale D.P.R. n. 285/1990.

      Nei primissimi anni 90 del XX Secolo, in sede di redazione del D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285 consapevole, però, della persistente anomalia costruttiva di diverse tombe, il Legislatore, con l’art. 106 del D.P.R. 295/1990 ha inserito nell’Ordinamento di il meccanismo giuridico per sanare situazioni pregresse. dilata Poi con il par. 16 della circ. Min. Sanità n. 24/1993 emessa ad implementazione dello stesso (si consiglia di leggere anche gli allegati) vennero chiarite meglio alcune metodologie operative attraverso particolari norme tecniche atte a regolarizzare sepolcri non corrispondenti ai requisiti dettati dalla Legge.

      Da poco tempo, tuttavia, in diverse regioni sono state emanate apposite discipline funerarie (disorganiche e disomogenee finché si vuole, ma questa mia considerazione molto polemica, qui non rileva!!) che sostituiscono in buona parte il D.P.R. 285/1990, sovrapponendosi ad esso o, in altre occasioni, discostandosi e non poco dal suo articolato.

      In buona sostanza, il legislatore regionale dilata l’applicabilità dell’art. 106 D.P.R. n. 285/1990, recependone dunque l’importanza strategica per il buon governo del sistema cimiteriale cittadino, ma introduce una procedura di deroga più snella e semplificata (infatti, in regime di solo D.P.R. n. 285/1990 la relativa autorizzazione all’uso di sepolcri non a norma sarebbe stata addirittura ministeriale, poi il prefato provvedimento, almeno per le Regioni a statuto ordinario, giusta il DPCM 26 maggio 2000, è divenuto di spettanza regionale, ma a loro volta molte Regioni hanno demandato questo compito a Comuni stessi, quali cellula prima e cardine territoriale di tutta la polizia mortuaria.

      Indicativamente, queste nuove norme, seguendo un comun denominatore logico (= ampliare, per il possibile, la capacità ricettiva dei sepolcri) consentono:

      1) indipendentemente dalla presenza del feretro ed in relazione al posto disponibile, la collocazione di una o più cassette di resti ossei e/o urne cinerarie, sono alla naturale saturazione dello spazio sepolcrale.

      2) Per sempre o, in alcuni casi limitatamente ad un periodo massimo di venti anni dall’entrata in vigore della norma regionale in questione, la tumulazione di nuovi feretri, anche in loculi, cripte o tombe privi di spazio esterno libero o liberabile per il diretto accesso al feretro, in presenza congiunta delle seguenti caratteristiche:

      a) confezionamento stagno del feretro con le caratteristiche di loculo impermeabile munito di dispositivo interno atto a ridurre la pressione dei gas putrefattivi;
      b) presenza di idoneo supporto separatore tale da scongiurare la sovrapposizione diretta dei feretri l’uno sull’altro.

      3) Sono, comunque sempre ammesse le tumulazioni di urne cinerarie e di cassette ossari, anche senza lavori edili di riattamento del sepolcro, purché nell’ambito generale della capienza del tumulo, oltre il quale lo stesso Jus Sepulchri spira ex se, divenendo non più esercitabile…

  2. T.A.R. Roma, Sez. II, n. 138/2009:

    “Le concessioni perpetue non rientrano tra quelle disciplinate dal primo periodo del comma 2 dell’art. 92 del D.P.R. 10 settembre 1990, n. 285, che riguarda esclusivamente le concessioni cimiteriali a tempo determinato, di durata eventualmente eccedente i 99 anni; le concessioni perpetue sono richiamate dall’art. 98, comma 1, dello stesso D.P.R. che prevede, solamente in caso di soppressione del cimitero, l’unica modalità di trasformazione delle concessioni perpetue in concessioni a tempo determinato della durata di 99 anni. Deriva da quanto sopra che le concessioni perpetue rilasciate in data anteriore a quella di entrata in vigore del D.P.R. 21 ottobre 1975, n. 803, si trovano in situazione di diritti acquisiti e non sono soggette a revoca. Dette concessioni mantengono il carattere di perpetuità, mentre si estingue la potestà di esercitare il diritto di sepoltura una volta esaurita la capienza del sepolcro. Così qualora il titolare della concessione intendesse successivamente procedere a nuove tumulazioni nello stesso sepolcro, si dovrebbe procedere all’estumulazione di una delle salme presenti nel sepolcro, per le quali dovrebbe essere richiesta una nuova concessione, integrativa della precedente, di durata non superiore a 99 anni».

  3. Sì, è proprio così

    Di norma l’estumulazione si esegue all’estinguersi del rapporto concessorio (Art. 86 comma 1 DPR n.285/1990), parallelamente ex Art. 88 DPR n.285/1990 le bare possono sempre esser estumulate per il trasporto in altra sede o per verificare lo stato di mineralizazione del cadavere, così da ridurre i resti ossei in cassetta ossario (Art. 36 ed Art. 86 comma 5 DPR n.285/1990) e liberare spazio per nuove sepolture quando si verifichino queste due condizioni:

    1) assenza di disposizioni in senso contrario del de cuius stesso o del fondatore del sepolcro (si consulti anche questo link: http://www.funerali.org/?p=858 in merito alla discrezionalità del provvedimento di estumulazione)

    2) volontà di tutti i congiunti legati da jure sanguinis con il defunto (Artt. 74, 75, 76, 77 Codice Civile), individuati secondo il principio di poziorità di cui all’Art. 79 comma 2 DPR n.285/1990.

    Il diritto di sepolcro, quando si è ancora vivi, degrada a mera aspettativa, seppur legittima, in quanto propiettato nel post mortem, quando, coiè cessa la capacità giuridica (essa, infatti, Art. 1 codice civile si acquisisce con la nascita e si estingue con la morte). E’tutto in paradosso, siccome lo jus sepulchri è un diritto potenziale (quando si è vivi) con riflessi nel post mortem, cioè quando non potrà più esser esercitato dalla persona stessa, ma avrà una ricaduta sulle sue spoglie mortali, solo perchè tutelate dall’ordinamento giuridico. I morti, infatti, non hanno la possibilità di far valere i propri diritti.

  4. Buonasera. Piuttosto che scrivere un commento alle esaustive risposte degli esperti, vorrei chiedere, per capire se ho ben capito, la questione delle capienza all’interno di un atomba di famiglia.
    Ai sensi dell’art. 93, D.P.R. non è possibile rimuovere le salme nella tomba familiare (con concessione avente durata pari a 99 anni), pertanto, qualora si verifchi, per uno degli aventi titolo(ius sepulchri), l’evento morte, sebbene quest’ultimo abbia espressamente e per iscritto chiesto di essere sepolto all’interno della tomba di famiglia, accanto al proprio coniuge premorto, la sua volontà non è sufficiente per determinare la riduzione, all’interno della stessa tomba, di una salma (quella del fratello del coniuge premorto) ostandovi l’articolo citato. Stando così le cose, la riduzione sarebbe possibile qualora vi fosse il consenso di tutti gli aventi diritto?
    Spero nella vostra risposta per dirimere questo disagevole dubbio.
    Manuela

  5. Il desiderio è legittimo e riceve tutela dalla Legge, si tratta del cosiddetto Jus Eligendi Sepulchrum, tale norma, essendo un principio fondativo e, quindi implicito rispetto allo jus positum (la norma formale e scritta) è rinvenibile estensivamente nell’Art. 79 comma 1 DPR 10 settembre 1990 n.285; a tale conclusione, sintetizzata in morma positiva dall’Art. 79 comma 1 sopraccitato si addiviene anche attraverso un orientamento costante della giurisprudenza.

    Si veda, ad esempio: Cassazione civile, Sez. I, 21 novembre 1970 n. 2475 “Lo ius eligendi sepulcrum rientra nella categoria dei diritti della personalità, e come tale non può formare oggetto di trasferimento mortis causa. Solo nel caso in cui, in base ad una valutazione complessiva delle risultanze probatorie, anche testimoniali e presunive, si escluda che il defunto abbia manifestato, in vita, la propria volontà circa il luogo di sepoltura, la scelta può essere esercitata dai prossimi congiunti. Nel caso in cui la electio non sia stata esercitata dal defunto durante la sua vita, la scelta del luogo di sepoltura può essere fatta dai prossimi congiunti, senza alcun rigore di forme, con prevalenza dello ius coniugii sullo ius sanguinis e di questo sullo ius successionis”.

    Ovviamente l’Art. 79 comma 1 DPR n.285/1990 anche se nominalmente rubricato nel Capo XVI del DPR n.285/1990 dedicato alla cremazione si applica a tutte le forme di “sepoltura” previste dal nostro Ordinamento giuridico, ossia Inumazione (Capo IX), Tumulazione (Capo XV), Cremazione (Capo XVI) e, almeno secondo alcuni giuristi, anche imbalsamazione (Artt. 46 e 47 DPR n.285/1990), anche se, invero, questa pratica è del tutto residuale e rarissima.

    Il titolo di accoglimento nei cimiteri italiani (per l’Estero valgono le rispettive norme nazionali dello Stato dove avverrà la sepoltura) è disciplinato dell’Art. 50 DPR 10 settembre 1990 n.285.

    L’accettazione d’ufficio (in campo comune di terra, ex Art. 337 Regio Decreto n.1265/1934 ed Artt. 49 e seguenti DPR n.285/1934) si basa su due criteri tassativi e non altrimenti ampliabili: 1) comune di decesso, 2) comune di residenza siccome la sepoltura o, meglio, l’inumazione, dovrebbe avvenire naturalmente nel comune in cui si è consumato l’exitus, ossia il decesso(evitando al cadavere inutili peregrinazioni e costosi giri di valzer da un comune ad un altro), o, in alternativa nel comune di residenza, siccome la funzione cimiteriale, pubblica e strutturata su base comunale ( Art. 824 Codice Civile, Art. 49 DPR n.285/1990, Artt. 337, 343, 394 Regio Decreto n.1265/1934, D.M. 28 maggio 1993) è sevizio principalmente rivolto alla popolazione del comune stesso (Art. 13 Decreto Legislativo n.267/2000).

    Lo Jus Sepulchri, invece, (composto da Jus Sepeliendi, cioè diritto ad aver sepoltura per sè steesi, e Jus Inferendi Mortuum in Sepulchrum, ovvero diritto a dar sepoltura a qualcun altro, seppur nei limiti della consanguineità dello Jus Sanguinis) è una fattispecie tipica di un altro istituto di cui al capo XVIII DPR n.285/1990, cioè le sepolture private nei cimiteri.

    E’ sepoltura privata qualsiasi destinazione per cadaveri umani diversa dall’inumazione in campo comune, per la durata corrispondente ad un turno di rotazione in quadra di terra (solitamente 10 anni) affinchè si compiano i processi di mineralizzazione dei tessuti molli, sino alla raccolta delle ossa (esumazione ordinaria di cui al Capo VXII DPR n.285/1990).

    Le sepolture private, differenti dall’inumazione in campo comune per: 1) periodo legale di sepoltura 2) confezionamento del feretro (la tumulazione, che, sempre, si configura come sepoltura privata e dedicata, richiede ai sensi dell’Art. 77 DPR n.285/1990 la doppia cassa di legno e metallo di cui all’Art. 30 DPR n.285/1990) possono esser parimenti a sistema di inumazione o tumulazione (Art. 90 commi 1 e 2 DPR n.285/1990), esse, per il comune, costituiscono solo una facoltà, e mai un obbligo, debbono, quindi, esser espressamente considerate dal piano regolatore cimiteriale (Art. 91 DPR n.285/1990), così da non sottrarre spazio ai campi d’inumazione.

    Lo Jus Sepulchri sorge ed è disciplinato dall’atto di concessione che viene stipulato dietro il versamento di un canone (Artt. 95 e 103 DPR n.285/1990) siccome una sepoltura privata è sempre a titolo oneroso per l’utenza. Lo Jus Sepulchri si sostanzia in un diritto di superficie su suolo cimiteriale o in un diritto d’uso su edificio cimiteriale o porzioni di esso.

    Ogni singolo comune governa le concessioni cimiteriali con due fondamentali strumenti il piano regolatore cimiteriale (Artt. 54 e Segg. DPR n.285/1990) ed il regolamento comunale di poizia mortuaria (di cui ogni comune deve dotarsi ex Regio Decreto 8 giugno 1865 n. 2222, Art. 345 Regio Decreto n.1265/1934 e, soprattutto Art. 117, comma 6 III Periodo Cost.) dei quali la declaratoria sulle tariffe vigenti è ovvio corollario (Art. 1 comma 7 bis Legge 28 febbraio 2001 n. 26 e D.M. 1 luglio 2002).

    Sulla scorta di queste considerazioni (verbose e prolisse, delle quali chiedo scusa) è senz’altro possibile scegliere la propria tomba in un diverso comune, purchè sul territorio italiano. Le procedure, sostanzialmente sono due: il soggetto ancora in vita per il tempo successivo alla sua morte:

    1) Prenota, secondo il dettato del regolamento comunale di polizia mortuaria, la tomba (loculo, edicola, cappella gentilizia, colombario, tomba a sterro) acquisendone già da ora il diritto d’uso, oppure ottiene in concessione un’area del cimitero su cui costruire, a proprie spese, un sepolcro sibi familiaeque suae, ossia per sè e per la propria famiglia (Art. 93 DPR n.285/1990).
    2) Nella scheda testamentaria (Libro II Codice Civile) esprime il desiderio di esser deposto in una particolare tomba e nomina un esecutore testamentario (Artt. 700 e seguienti Codice Civile) incaricato di adempiere questa sua ultima volontà. Tale esecutore testamentario porebbe esser anche un famigliare.

  6. posso sceglie il luogo della mia sepoltura in un cimitero che non è il mio ma vorrei essere seppellito li cosa devo fare per ciò .
    ti ringrazio anticipatamente

  7. Esatto, è proprio così. Se la sepoltura è avvenuta eccedendo i limiti legali della concessione sibi familiaeque suae, ovvero la cosiddetta “riserva” siamo dinnanzi ad una tumulazione illegittima, in quanto “sine titulo”.

    Tale irregolarità, oltre all’estumulazione d’ufficio potrebbe anche produrre la pronuncia di decadenza per mutamento unilaterale dei fini nel rapporto concessorio.

  8. Ringrazio ancora “Necroforo” per la cortese sua risposta ai miei quesiti.
    In conclusione, se ho compiutamente compreso il senso delle risposte, a proposito di familiari del fondatore del sepolcro familiare, il Regolamento di Polizia Mortuaria del mio Comune, ancorchè approvato nel 1915, poichè all’art. 29 recita: “Si intendono far parte della famiglia il consorte, gli ascendenti e discendenti in linea retta ed i germani”, non sarebbe in contrasto con la sopravvenuta disciplina del codice civile, della riforma del diritto di famiglia del 1975 e dello stesso Regolamento DPR 285/90 (in particolare art. 93).
    Di talchè, non sarebbe stato lecito tumulare nel sepolcro familiare la salma del coniuge di una sorella del fondatore (che era celibe e non aveva discendenti in linea retta), e quella del coniuge di un nipote (figlio di una sorella del fondatore del sepolcro familiare).

  9. La voltura della concessione non ha riflesso sui rapporti jure sanguinis e, di conseguenza, jure sepulchri già posti in eccere e perfezionati nel tempo, ossia il nuovo concessionario non può “sfrattare” dalla tomba i defunti già
    da decenni ivi sepolti per il principio di stabilità delle sepolture, e per
    la regola generale del tempus regit actum.
    Chi è stato sepolto legittimamente in un dato sacello, contimua a godere di tale diritto anche se titolarità della tomba sia eventualmente variata in seguito a successione mortis causa.
    I diritti acquisiti, in quanto tali, non sono suscettibili di atti ablativi,
    ma continuano a produrre nel tempo i propri effetti giuridici, così il nuovo
    concessionario potrà disporre del sepolcro limitamente allo spazio ancora
    libero al fine di assicurare la tomba per sè e la propria famiglia (Art. 93
    DPR 285/1990). Esempio: una tumulazione perpetua non ha scadenza, come
    stabilisce la stessa formula linguistica, essa, infatti, è a tempo
    indeterminato, ebbene io, quale nuovo concessionario subentrato, mettiamo
    l’ipotesi, a mio padre fondatore del sepolcro, non posso ad arbitrio,
    ridurre il periodo di sepoltura per un defunto tumulato in tomba eterna, al
    fine di recuperar spazio per nuove sepolture destinate ai miei famigliari i
    quali potrebbero anche non coincidere con i famigliari jure sanguinis di mio
    padre.
    In altre parole, il nuovo concessionario non può chiedere nè tanto meno
    ottenere d’ufficio l’estumulazione dei feretri già tumulati, se questi
    defunti ricevettero regolare sepoltura in base ad un diritto allora vigente,
    siccome tra loro ed il primo concessionario intercorreva un vincolo di
    consanguineità.
    Alla concessioni cimiteriali si applica lo jus superveniens solo se
    quest’ipotesi sia contemplata dall’atto di concessione in primis, ed, in
    seconda istanza, dal regolamento comunale di polizia mortuaria.. In difetto
    di disposizioni a tal proposito continueranno a valere le norme, ancorchè
    abrogate, in vigore, però, all’atto della stipula della concessione.
    Il DPR 10 settembre 1990 n. 285 abroga sì le disposizioni contrarie al
    proprio articolato, ma non è per sua intima natura retroattivo: esempio: la
    cremazione delle persone morte prima del 27 ottobre 1990, data in cui entra
    in vigore il DPR 285/1990, continua ad esser regolata dal DPR 803/1975,
    mentre per c hi sia deceduto dopo tale data trovano applicazione le
    disposizioni più aperturistiche, in tema di cremazione, del DPR 285/1990.
    Il Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria approvato con DPR 10 settembre
    1990 n. 285 è una fonte del diritto di rango secondario ed è stato emanato
    in attuazione del Regio Decreto n1265/1934 recante il testo unico delle
    leggi sanitarie.Si apre un dibattito interessante, perchè il concetto di famiglia, da
    applicarsi allo jus sepulchri dettato dai vecchi regolamenti di polizia
    mortuaria, è molto distante dalla nostra sensibilità moderna.
    All’epoca dell’emazione del Codice Civile vigeva una visione patriarcale emaschilista della famiglia, dove la donna era completamente sottoposta alvolere prima del padre, poi del marito.
    La riforma del diritto di famiglia (Legge 19 maggio 1975, n. 151) ha
    cambiato radicalmente il quadro di riferimento.
    Secondo la dottrina prevalente, ma vi sono opinioni discordanti, la vecchianormativa (nel nostro caso un regolamento di polizia mortuaria risalente al1915) è nulla quando leda dei diritti costituzionalmente garantiti, come,appunto, la parità tra i due sessi: esempio: io, fascistissimo come sono, nego
    a mia figlia, in quanto donna, il diritto di sepolcro., ma con questa
    scellerata decisione compio un gesto di volontaria discriminazione, passibile di nullità in
    quanto inficiata dalla Norma Costituzionale, ancorchè sopravvenuta secondo il principio fondativo, nel nostro ordinaqmento, della gerarchia rigida tra le fonti del diritto.

  10. Ringrazio “Necroforo” per l’esauriente risposta datami circa la definizione di famiglia ai fini dell’estrinsecazione dello ius sepulcri, anche con riferimento all’art. 93 del DPR 285/90.
    Con particolare riferimento al caso da me segnalato, mi preme precisare che il fondatore del sepolcro familiare (che, ripeto, era celibe e senza discendenti), non ha lasciato testamento olografo, ma ha lasciato testamento pubblico, con il quale ha disposto in prelegato dei suoi beni a favore di tutti i suoi fratelli gemani, e non ha nominato nessuno di essi erede universale.
    Inoltre, dopo il decesso del fondatore del sepolcro familiare ( avvenuto nel 1994), nel 1997 il Comune ha provveduto a volturare -d’ufficio- la concessione del sepolcro familiare a favore di uno dei suoi fratelli germani superstiti, affinchè li rappresentasse tutti in via amministrativa. E con ciò applicando un articolo del Regolamento di Polizia Mortuaria del 1915.
    Tanto premesso, potrebbe essere dichiarato dal Magistrato il Regolamento di Polizia Mortuaria del 1915 superato ed abolito dal DPR 285/90?

  11. Nell’ipotesi che il Regolamento comunale (o se trattisi di cimitero consortile, del Regolamento
    del comune in cui il cimitero si trova; art. 51, comma 1 D.P.R. 10 settembre 1990, n. 285) di polizia
    mortuaria nulla disponga per definire nel dettaglio operativo la composizione della famiglia riservataria dello jus sepulochri, si potrebbe, con un approccio decisamente molto estensivo, considerare il testamento
    olografo, una volta pubblicato, come idoneo a configurare, in termini di volontà del c.d. fondatore del
    sepolcro, come utile all’individuazione delle persone appartenenti alla famiglia del concessionario.

    Tale aspetto è indipendente dalla proprietà, per la sua componente patrimoniale, del manufatto
    sepolcrale, proprietà che, a certe condizioni, può (forse, pur con forti dubbi) anche essere oggetto di
    atti di disposizione.

  12. L’Art. 93 DPR 285/1990 non detta una definizione univoca del concetto di famiglia proprio per mantenere una certa flessibilità normativa capace di adattarsi alle singole situazioni locali, nel silenzio del regolamento comunale di polizia mortuaria, il riferimento obbligato è costituito dal nuovo diritto di famiglia Legge 19 maggio 1975, n. 151 e dagli Artt. 74, 75, 76, 77 del Codice Civile.

    Le disposizioni in tema di diritto di sepolcro e di fruibilità degli spazi sepolcrali sono dettate: a) dal regolamento comunale di polizia mortuaria b) dall’atto di concessione.

    La tumulazione in sepoltura privata richiede pur sempre un’istruttoria (nemmeno troppo complessa in quanto basata sui titoli formali) volta ad accertare il diritto di sepolcro, il quale origina dallo Jure Sanguinis, ossia dai rapporti di parentela con il fondatore del sepolcro. Aluni regolamenti comunali richiedono addirittura di volta in volta un esplicita autorizzazione del concessionario con una procedura invero alquanto appesantita.

    Se il titolare della concessione è deceduto senza lasciare nessun discendente diretto il sepolcro da famigliare dovrebbe essersi trasformato in ereditario, questa conversione dovrebbe esser meglio esplicitata dal regolamento comunale di polizia mortuaria.

    Nel sepolcro ereditario, allora, il fondatore compie solo una mera attribuzione del diritto di sepoltura ai propri eredi (sibi haeredibusque suis) in considerazione di tale loro qualità, con la conseguenza che ciascuno di essi, subentrandogli iure haereditatis, è autorizzato alla tumulazione di salme estranee alla famiglia di origine, entro i confini della propria quota ereditaria e della capacità ricettiva della tomba.

    Suggerisco questi approfondimenti reperibili ai seguenti links:

    http://www.funerali.org/?p=704

    http://www.funerali.org/?p=373

    Se la tumulazione avvenne sine titulo (e ciò deve esser provato, ovvero si deve dimostrare la nullità dello Jus Sepulchri) o sui pone in essere una nuova concessione in una diversa tomba oppure si estumulano i feretri destinandoli ad inumazione in campo comune(Art. 86 comma 2 DPR 285/1990). Si potrà provvedere anche alla raccolta delle ossa (se i cadaveri si sono nel frattempo mineralizzati) da avviare a sepoltura privata in celletta ossario ovvero all’ossario comune.

    Sui sepolcri non è esercitabile il diritto di usucapione, in altre parole la mera occupazione di un sepolcro non origina alcun diritto

    Eventuali provvedimenti con cui si ordini il trasferimento della salma in altro sepolcro e, in difetto, il trasferimento della salma in campo comune, sono altrettanto a titolo oneroso, così che in difetto di assunzione spontanea dell’onere, può farsi ricorso alle procedure di cui al D. Lgs. 13 aprile 1999, n. 112, quale modificato dal D. Lgs. 17 agosto 1999, n. 326.

    Si rappresenta come, una volta avvenuto l’accoglimento nel cimitero, seppure senza titolo, non sia possibile disporre il trasferimento in altro cimitero con atto d’ufficio, ma al più il collocamento del feretro nel campo comune ad inumazione nel cimitero in cui il defunto attualmente si trova, previa neutralizzazione della cassa di zinco ai sensi dell’Art, 75 coma 2 DPR 285/90 attraverso l’apertura di squarci sul coperchio metallico.

    Corte d’appello di Palermo, 26 ottobre 1934 I cimiteri comunali costituiscono beni fuori commercio e pertanto il diritto di sepolcro del privato di fronte al Comune non può acquistarsi per usucapione, necessitando a costituirlo un titolo o atto scritto.

    L’onere della prova per dimostrare presunti diritti vantabili su di una sepoltura privata è a carico del cittadino, altrimenti occorre una sentenza accertativa del giudice ex Art. 2697 Codice Civile. Altre norme di riferimento sono l’art. 452 C.C. (e l’art. 132 C.C.), nonché la connessa procedura regolata dall’art. 39 R.D. 9 luglio 1939, n. 1238, che svolgono la funzione di reintegrazione del titoli di stato che risultano distrutti.

    La concessione di cui stiamo ragionando è stata oggetto di voltura nel corso degli anni?

    Molto dipende anche dalle procedure dettate a tal proposito nel regolamento comunale di polizia mortuaria.

    Alcuni comuni sanano le posizioni “pendenti”dello jus sepulchri con un semplice atto sostitutivo di atto di notorietà ai sensi dell’Art. 47 DPR 445/2000.

    In mancanza di titolo costitutivo della Jus Sepulchri l’estumulazione avverrà d’ufficio.

  13. Il formale riconoscimento al diritto di sepolcro (= autorizzazione alla
    sepoltura in tomba gentilizia) avviene:

    1) prodromicamente alla stipula dell’atto di concessione, quando si
    costuisce la cosidetta “riserva” con cui si enumerano singolarmente i
    congiunti titolari del diritto ad esser sepolti
    2) ex post, al momento della morte, quando il comune, tramite apposita
    istruttoria verifica lo Jus Sanguinis tra il defunto ed il concessionario
    fondatore del sepolcro.

    Nell’ultimo caso a rilevare è solo lo stato di parentela, ossia il vincolo
    di consanguineità che si acquisisce alla nascita e ci accompagna sino
    all’ultimo giorno, essendo un diritto personalissimo iprescrittibile
    (esempio: io, da cadavere, avrò il diritto di sepoltura nel sacello fondato
    da mio padre per il solo fatto di esser figlio di mio padre, anche se l’atto
    di concessione nulla dice a tal proposito, ma tale situazione si perfeziona
    solo quando io sia morto, da vivo posso solo nutrire la speranza (=
    legittima aspettativa) di godere dell’eterno riposo nella tomba paterna. Se
    al momento della mia morte non dovesse esserci più spazio nella tomba
    costruita da mio padre per sè e la propria famiglia, il mio potenziale jus
    sepulchri, subirebbe una drastica compressione (Art. 93 DRP 285/1990), sino
    ad essere non esercitabile, nell’attesa che si liberi un loculo.

    Solo e solamente quando si forma il titolo costitutivo del sepolcro, ossia
    alla stipula della regolare concessione, dietro il versamento delle tariffe
    vigenti (D.M. luglio 2002), si può dedicare un posto feretro alla sepoltura
    di un particolare defunto, vincolando il sussistere della stessa concessione
    alla sepoltura proprio di quel morto: esempio: io muoio durante un’azione
    militare e le mie mortales exuviae risultano disperse: mio padre non si
    rassegna all’idea di non potermi più piangere in un luogo preciso del
    cimitero e dal comune ottiene in concessione un avello espressamente
    deedicato a me = nessun altro potrà mai esser ivi tumulato se il mio
    cadavere non sarà mai rinvenuto. Se il mio cadavere è disperso il loculo
    rimarrà vuoto sine die, proprio perchè la concessione è sorta come atto di
    pietas verso la mia (e di nessun altro, spoglia mortale) Al massimo il non
    uso protratto nel tempo potrà generare decadenza per estinzione della
    funzione del rapporto concessorio.

    E’il caso della cosidetta “tomba chiusa”, in quanto destinata ad accogliere
    unicamente il defunto menzionato nell’atto di concessione.

    Esempio: io muoio senza nessun discendente, allora nomino il mio parroco
    quale esecutore testamentario e nelle ultime volontà chiedo sepoltura in
    loculo nel cimitero di XYZ. Nominalmente titolare della concessione è
    l’esecutore testamenario (il Parroco), ma la tomba non è sibi familaeque
    sues, bensì ad uso unicamente mio (o meglio…del mio cadavere), come del
    resto specificato nell’atto di concessione. Quindi nessuno, per tutta la
    durata della concessione (se è perpetua il problema non si pone) potrà mai
    vantare alcun diritto, in opposizione al mio, rispetto a quella tomba.

    La “dedica” della tomba avviene a monte del rapporto concessorio e non dopo,
    se l’atto di concessione nulla dispone in termini di precedenza,
    l’assegnazione dello spazio sepolcrale avviene UNICAMENTE (salvo patti
    interni agli aventi titolo verso cui il comune rimane estraneo) in base alla
    cronologia degli eventi luttuosi, senza nessun altra regolamentazione, in
    quanto il sepolcro costituisce una comunione indivisibile (così, almeno, si
    è pronunciata la suprema corte di Cassazione con alcune pronunce degne di
    nota.)

    Non è pertanto legittima nè ricevibile una dichiarazione ufficiale del
    concessionario volta a costituire una riserva di sepolcro per determinate
    persone quando l’atto di concessione sia già stato perfezionato (senza nulla
    dire a tal proposito) perchè si andrebbero ad intaccare legittime
    aspettative venute a sorgere con la stessa concessione.

    In questo caso la riserva, in via generale, è individuata:

    1) dal nuovo diritto di famiglia: Legge 19 maggio 1975, n. 151
    2) dal regolamento comunale di polizia MORTUARIA

  14. Nel Comune di Gravina non è stato ancora “rinnovato” il Regolamento di Polizia Mortuaria.
    Vige, pertanto, il Regolamento di Polizia Mortuaria approvato nel 1915, che all’art. 29 così testualmente recita: “Si intendono far parte della famiglia il consorte, gli ascendenti e discendenti in linea retta ed i germani”.
    Si chiede si sapere se siffatta normativa regolamentare comunale sia o meno in contrasto con la successiva intervenuta normativa di settore (DPR 285/90, in particolare art. 93).
    In particolare, si chiede se, alla luce del Regolamento Comunale sopra trascritto e dell’art. 93 del DPR 285/90 ed in assenza di espressa e/o tacita volontà del fondatore (che era celibe e non aveva figli e/o discendenti in linea retta), sia stato lecito tumulare nel sepolcro familiare la salma del coniuge di una sua sorella del fondatore e quella del coniuge di un nipote (figlio di una sorella del fondatore del sepolcro familiare).
    In altri termini, possono gli altri fratelli germani del fondatore del sepolcro familiare chiedere la rimozione delle predette due salme?

  15. quando parlavo di autorizzazione preventiva, facevo riferimento all’autorizzazione del concessionario alla sepoltura di collaterali e affini, che costituisce presupposto per il nulla osta rilasciato dal comune. almeno così desumo dal regolamento comunale, che così recita:
    “per i collaterali e gli affini la sepoltura deve essere autorizzata, di volta in volta, dal titolare della concessione con apposita dichiarazione resa ai sensi del D.P.R. n° 445/2000, da presentare alla Direzione dei Servizi Funebri e Cimiteriali per il relativo nulla osta.”

    secondo lei è possibile, e quindi ricevibile da parte del comune, una autorizzazione fatta dal concessionario quando i soggetti che ne dovrebbero beneficiare (affini e collaterali, appunto) sono ancora vivi?
    Perchè questa mi sembra l’unica soluzione che potrebbe consentira la sepoltura di affini e collaterali qualora il concessionario dovesse morire prima di loro.

    in realtà, più ragiono su questa situazione e più mi rendo conto che, come da lei sottolineato, non è ipotizzabile una soluzione a priori, almeno senza il consenso degli eredi del fondatore defunto.

    la ringrazio ancora e complimenti per il sito e per le informazioni che date

  16. il mio caso, come avrà sicuramente capito, è piuttosto complesso.
    si tratta di una tomba di famiglia composta da 12 loculi costruita negli anni ’50 da due fratelli tra i quali vi era l’accordo, solo verbale, che detta tomba dovesse servire metà alla famiglia dell’uno e metà a quella dell’altro.
    nell’atto di concessione non si prevedono riserve, nè vi sono altre specificazioni. si dice semplicemente che due soggetti, fratelli tra loro, ottengono la concessione per costruirvi una tomba di famiglia.
    ora uno dei concessionari è morto, e i componenti della sua famiglia hanno già occupato 6 loculi (inserendo anche affini di 1° e 2° grado, suoceri e cognati) e sono disponili ancora 4 loculi della “quota” teoricamente appartenente al fondatore ancora vivo. Non mi sembra sia stata effettuata alcuna volturazione a favore degli eredi. Specifico anche che il regolamento comunale è molto scarno e non prevede nulla in tema di subentro e di prenotazione.

    Il fondatore ancora vivo (ormai noventenne) intende far tumulare, quando sarà il momento, nei 4 posti ancora disponibili, la moglie, la sorella e il cognato (tutti soggetti tra gli 88 e i 92 anni).
    Sennonchè i figli del fondatore defunto hanno già manifestato la loro opposizione alla sepoltura di detti soggetti e non vogliono sottoscrivere alcuna scrittura privata che regoli il tutto.
    In questa situazione, vista l’età dei soggetti in questione e considerati i templi biblici di una causa, come da lei suggerito, non è consigliabile adire la giustizia.

    L’unica soluzione mi sembrava, quindi, quella di far richiedere al fondatore/concessionario ancora vivo un’autorizzazione, per così dire, “preventiva” alla sepoltura dei predetti collaterali e affini in modo tale che, anche qualora il fondatore dovesse morire prima di detti soggetti (che, ripeto, sono comunque molto anziani anch’essi), vi sia comunque la possibilità di seppellirli in quei loculi, semprechè, ovviamente,detti loculi saranno ancora disponibili.

    Però non ho capito se sia necessario anche il consenso dei figli del fondatore defunto.
    A questo proposito le riporto solo le parti rilevanti, ai fini del caso di specie, dello scarno regolamento comunale della mia città:

    “per i collaterali e gli affini del concessionario la sepoltura deve essere autorizzata, di volta in volta, dal titolare della concessione con apposita dichiarazione resa ex dpr 445/2000, da presentare alla direzione dei servizi funebri per il relativo nulla osta.
    Si intende concessionario il firmatario del contratto e fondatore del sepolcro.
    Si intende titolare della concessione la o le persone cui è stata trasferita la concessione in virtù di atto di successione legittima o in qualità di erede diretto.”

    Ora, a parte il fatto che l’inciso “di volta in volta” potrebbe significare che l’autorizzazione deve essere data dal concessionario man mano che si verifichino i decessi, la norma parla di “autorizzazione da parte del titolare della concessione”: sicuramente deve ritenersi titolare il fondatore ancora vivo, mentre non so se si debbano considerare tali anche gli eredi del fondatore morto, atteso che nel regolamento non si dice nulla in merito al subentro, né sul trasferimento della concessione o ai modi di trasferimento.
    Forse il comma in cui si dice che ”Si intende titolare della concessione la o le persone cui è stata trasferita la concessione in virtù di atto di successione legittima o in qualità di erede diretto.” può essere interpretato come la fonte di disciplina del subentro nella concessione nell’ambito del regolamento comunale ?. Perché, se così fosse, gli eredi sarebbero anch’essi titolari della concessione e avrei bisogno (prima o poi) anche del loro consenso (che non daranno mai) per far seppellire affini e collaterali.

    Aggiungo, in ultimo, che nei loculi relativi alla quota del fondatore defunto, i figli di quest’ultimo, qualche anno addietro, hanno fatto tumulare loro affini (suoceri) senza chiedere niente a nessuno, e ora si oppongono alla futura (ma non troppo, visto che si tratta di novantenni) tumulazione del coniuge, di un collaterale (che poi sarebbe anche un loro zio) e di due affini del fondatore vivo.

    Spero di non aver fatto troppa confusione e Le chiedo se, a Suo parere, sia percorribile la strada dell’autorizzazione preventiva o se esista comunque una soluzione che consenta, nel prossimo futuro, di far tumulare i predetti affini e collaterali, evitando la divisione giudiziale.

    La ringrazio ancora per le pregevolissime risposte già date.

  17. Se il regolamento comunale di polizia mortuaria nulla dispone a tal
    proposito valgono le norme generali dettate dal DPR 10 settembre 1990 n. 285
    in termini di fruibilità del sepolcro.

    Prima di adire la magistratura occorre verificare come a livello di
    regolamento comunale di polizia mortuaria come sia disciplinato l’istututo
    del subentro.

    Dal 10 febbraio 1976, quando entrò in vigore il DPR 803/1975, ossia il
    vecchio regolamento nazionale di polizia mortuaria il diritto di sepolcro
    non è più trasmissibile, o, peggio ancora commerciabile per atti inter vivos
    a contenuto privatistico, così lo jus sepulchri si trasmette solo mortis
    causa per diritto di consanguineità o per diritto successorio (si tratta
    dell’ipotesi residuale).

    Nel caso di specie da Lei sollevato bisogna preventivamente verificare se
    gli eredi in questione siano divenuti a loro volta concessionari oppure se
    abbiano solo ricevuto il diritto alla sepoltura (situazione passiva) ma non
    il diritto a dar sepoltura (Jus Inferendi Mortuum in Sepulchrum)

    A chi è intestata l’originaria concessione? Essa è stata volturata a favore
    degli eredi per le parti di propria spettanza?

    Su quest’aspetto vi è giurisprudenza costante (: Cassazione civile, sez. II,
    24 gennaio 2003, n. 1134) la concessione può esser rilasciata anche a favore
    di una pluralità di soggetti e, questi, seppure non nominati direttamente
    possono pur sempre dimostrare il loro sacrosanto diritto di sepolcro
    producendo tutti i titoli formali (bonifici, fatture, versamenti….) atti a
    provare la loro diretta partecipazione alla fondazione della tomba.

    Ovviamente la costruzione di un sepolcro è sempre a titolo oneroso siccome
    esso si configura come una sepoltura privata e dedicata ed essa sorge dietro
    la corresponsione di un canone ai sensi del combinato disposto tra gli Artt.
    95 e 103 del DPR 285/1990.

    Se non si pronuncia il giudice prestabilendo una ripartizione a priori e
    rigida dei posti feretro si segue il semplice criterio cronologico tumulando
    in successione i defunti aventi diritto sino al completamento naturale di
    tutto lo spazio, i sopravvissuti vedranno così comprimersi il loro diritto
    di sepolcro, perchè esso degrada a mera aspettativa, almeno sino a quando
    non si sarà liberato un loculo (cosa non del tutto improbabile data la forte
    tendenza alla riduzione in cassetta ossario o cremazione dei resti mortali)

    Corte d’appello di Torino, 12 aprile 1935 n. 476: “Il rapporto che sorge fra
    Comune e concessionario di un’area nel cimitero comunale a scopo di
    sepoltura particolare ha carattere patrimoniale, che deve mantenere tutta la
    sua rilevanza giuridica fino a che non si esorbiti dai limiti di ordine
    pubblico nei quali deve essere contenuto l’oggetto della concessione. I
    diritti dei compartecipanti alla sepoltura, nei loro rapporti, sono regolati
    dalle disposizioni sulla comunione dei beni, per modo che deve intendersi
    vietata qualsiasi innovazione della tomba se manchi il consenso unanime di
    tutti essi partecipi. È però da riconoscersi la possibilità di una divisione
    dei loculi fra tutti i partecipanti in ragione dei relativi diritti al
    sepolcro.”

    Un’equa divisione della tomba è, quindi, senz’altro possibile, meglio però
    esperire altre soluzioni meno dispendiose e defatiganti, soprattutto
    muovendo da un’attenta analisi dell’atto di concessione e del regolamento
    municipale di polizia mortuaria.

    Di solito le persone destinatarie del diritto di sepolcro sono
    espressamente contemplate nell’articolato di cui si compone l’atto di
    concessione, in quella sede (e non dopo) il concessionario definisce il
    proprio nucleo famigliare, delineando la cosiddetta “riserva”, ossia la
    cerchia di soggetti titolari dello Jus Sepulchri.

    Solo al momento della stipula è possibile dilatare o restringere la riserva,
    magari includendo in questo novero anche affini e collaterali, altrimenti si
    dovrebbe applicare l’istituto della benemerenza di cui all’Art. 93 comma 2
    DPR 285/1990, questa norma, però sconta un grave limite (e, infatti, deve
    esser implementata nel dettaglio da norme locali): per tumulare un non
    parente in un sepolcro gentilizio occorre non solo l’autorizzazione del
    concessionario ma anche il benestare di tutti coloro che, indicati
    nell’originario atto di concessione, vedrebbero comprimersi il proprio
    diritto di sepolcro per la probabile mancanza di loculi.

    La norma del regolamento comunale da Lei citata mi pare, invero, piuttosto
    lacunosa, in quanto non considera questa criticità.

    Il loculo può senza dubbio esser prenotato per ospitare un determinato
    defunto, ma questa disposizione deve esser contenuta esplicitamente
    nell’atto di concessione, altrimenti sarebbe una pratica fortemente
    deleteria, in quanto precluderebbe di massimizzare la capacità ricettiva
    della tomba rinviando l’occupazione del loculo ad un futoro imprecisato e
    remoto.

    Molti regolamenti comunali di polizia mortuaria vietano, se non in
    particolari casi (anziani, coniuge premorto….), la prenotazione delle
    tombe, proprio per evitare catastrofici immobilizzi.

    Tutto (..o quasi) dipende dal regolamento comunale di polizia mortuaria.

  18. L’assegnazione dei posti disponibili all’interno del sepolcro gentilizio
    segue la cronologia degli eventi luttuosi: chi prima muore…meglio alloggia nel loculo ancora libero.

    Le parti con scrittura privata (da notificare al cumune per una questione non tanto di diritto, quanto di mera cortesia istituzionale) possono
    liberamente accordarsi per un’ordinata ripartizione dello spazio sepolcrale e dei relativi oneri, attraverso l’assegnazione preventiva degli avelli, il comune rimane comunque estraneo a questi patti tra le parti, limitandosi a verificare i titoli formali dello jus sepulchri allorquando sopraggiunga il decesso di uno tra gli aventi diritto.

    Secondo l’Art. 93 DPR 10 settembre 1990 n. 285 il diritto primario di
    sepolcro (o la legittima aspettativa secondo riserva?) si esercita sino al raggiungimento della naturale capienza della tomba.

    In dottrina non vi è opinione pacificamente condivisa su questo punto: in caso di commorienza chi prevale tra gli aventi causa del primo concessionario, quelli jure sanguinis o, invece, quelli secondo jure successionis? In altre parole hanno più diritto i congiunti secondo conzsanguineità o i semplici eredi?

    Dipende innanzi tutto dal regolare atto di concessione (che è fonte
    normativa nel rapporto concessorio tra privati ed il comune in qualità ex Art. 824 Codice Civile di titolare del sepolcreto e della funzione
    cimiteriale ex Art. 337 Regio Decreto n.1265/1934) e dal regolamento comunale di polizia mortuaria.

    Di solito è lo stesso atto di concessione ad individuare la riserva, ossia i nominativi delle persone le cui mortales exuviae saranno destinate ad essere accolte in quel determinato sacello, tale volontà del fondatore non è in un secondo momento integrabile (se non dietro la stipula di una nuova
    concessione) e deve essere fedelmente rispettata, altrimenti saremmo dinnanzi ad un esaurimento, o peggio ancora ad una violazione, del rapporto concessorio e tale difformità contra legem dovrebbe produrre la pronuncia di
    decadenza (ovvero di estinzione) della concessione stessa per mutamento o esaurimento dei fini nel rapporto concessorio.

    Secondo giurisprudenza costante il sepolcro è istituito dal fondatore sibi familiaeque suae, ossia per sè stesso e per la propria famiglia, così come individuata dal regolamento comunale di polizia mortuaria, o in difetto, dagli Artt. 74, 75, 76, 77 del Codice Civile.

    Solo all’estinguersi della cerchia famigliare il sepolcro diviene
    ereditario, attenzione però: bisogna tener distinti i diritti patrimoniali
    sul sepolcro, ossia la mera proprietà (ex Art. 63 DPR 285/1990) sul
    manufatto funerario (paramento lapideo, lastre, marmi, arredi votivi) dal diritto ad esser ivi sepolti, siccome lo jus sepulchri è, prima di tutto, un diritto personalissimo legato ai vincoli di sangue.

    Gli eredi, in quanto tali, potrebbero esser semplicemente onerati, quindi, soggetti giuridicamente tenuti alla manutenzione della tomba, senza mai divenire titolare dello jus sepulchri.

    Lo Jus Sepulcri è un insieme di posizioni giuridiche quadripartite in:

    1) Jus Sepeliendi: diritto ad essere sepolto

    2) Jus Inferendi mortuum in sepulchrum: diritto a dar sepoltura

    3) Diritto Secondario di sepolcro: potere sancito dall’ordinamento che
    permette di aver accesso ad un sepolcro per compiere atti votivi e di
    suffragio verso i propri defunti

    4) Diritto al sepolcro in senso stretto: disponibilità materiale sui beni
    sepolcrali, fatta ovviamente salva la loro destinazione d’uso inpressa dal
    concessionario e dalla legge (in cimitero non posso tumulare… il gatto, ma
    solo cadaveri umani ed in un sepolcro privato possono essere accolti solo i
    titolari dello jus sepulchri e non degli estranei, senza poi considerare
    come sia vietato il fine di lucro che si avrebbe se lo jus sepulchri fosse
    liberamente commerciabile).

    Di solito, in frangenti così complessi, dove alta è la conflittualità tra
    gli aventi diritto, con il conseguente rischio di paralisi, si procede ad
    una divisione in quote del sepolcro (anche senza finire necessariamente in
    Tribunale) ovvero i soggetti legittimati esercitano i loro Jura Sepulchri entro i limiti e per le parti di propria spettanza, ovviamente qualora il
    diritto di sepolcro non venga fatto valere o sia oggetto di volontaria
    rinuncia si provvederà, con atto ricognitivo, all’accrescimento delle
    restanti quote dello jus sepulchri in capo agli aventi causa del
    concessionario per quanto riguarda l’uso e la sua trasmissione in occasione del decesso del concessionario.

    Si ribadisce la centralità del regolamento comunale di polizia moruaria

  19. grazie della risposta precisa e puntuale,
    vorrei aggiungere che il regolmento non dice nulla sulla possibilità di procedere a divisione, nè sembra possibile, stante l’alta conflittualità tra il concessionario ancora in vita e gli eredi del concessionario defunto, regolare “privatamente ” la questione.
    pensavo quindi ad una divisione giudiziale della cappella (composta da 12 loculi,e quindi 6 per ciascuna famiglia dei fondatori), anche se non ho ben capito se sia giuridicamente fattibile.

    approfitteri ancora della vostra gentilezza e competenza, per chiedere se sia possibile che il concessionario richieda e ottenga un’autorizzazione alla sepoltura di affini e collaterali mentre questi sono ancora in vita, in maniera tale da consentirne la sepoltura al momento della loro morte.
    Il regolamento comunale di riferimento, a questo proposito, dispone che : “per i collaterali e gli affini del concessionario la sepoltura deve essere autorizzata, di volta in volta, dal titolare della concessione con apposita dichiarazione resa ex dpr 445/2000, da presentare alla direzione dei servizi funebri per il relativo nulla osta.”
    grazie

  20. salve, vorrei porre un quesito che mi pare attinente a questa discussione.
    in caso di sepolcro di famiglia costituito negli anni ’50 da due fratelli entrambi concessionari di cui uno sia ancora in vita, è possibile procedere ad una divisione (eventualmente giudiziale) della cappella al fine di evitare che gli eredi del fondatore già defunto occupino tutti i loculi della cappella stessa?
    quali soluzioni si possono prospettare per evitare tale evenienza?
    da una delle sentenze sopra citate (Tribunale di Torino, 7 luglio 1941) mi sembra di capire hce si potrebbe agire in giudizio per pervenire non ad una divisione giudiziale ma ad una assegnazione dei loculi.

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