HomeCimiteriIl trattamento dei “Resti Mortali”

Commenti

Il trattamento dei “Resti Mortali” — 3 commenti

  1. DUILIO per Carlo dovendo provvedere alla bonifica di un campo comune destinato all’inumazione di fanciulli di cui gli ultimi decessi risalgono ai primi anni 60 di conseguenza i resti che saranno rinvenuti salvo il caso di quelli rivendicati dai familiari per quelli destinati nell’ossario comune si possono usare sacchi di iuta che una volta chiusi vengono deposti nell’ossario comune è corretto come procedura: E può essere affidata ad una ditta che prevalentemente esegue lavori edili stradali?

    • X Duilio,

      tutto l’ossame rinvenuto durante le operazioni di esumazione massiva deve esser diligentemente raccolto entro sacchi speciali per il trasporto (possibilmente abbastanza resistenti e chiusi per evitare fuoriuscite accidentali delle ossa o il loro involontario sparpagliamento nella quadra di terra soggetta ad esumazione ordinaria, o ancora per impedirne l’inquietante vista ai frequentatori abituali o occasionali del cimitero.

      Le ossa non richieste per una nuova sepoltura privata e dedicata a sistema di tumulazione sono inevitabilmente destinate allo spargimento in forma promiscua, anonima ed indistinta in ossario comune, vanno quindi estratte, prima dello sversamento, dai sacchi in cui sono state deposte durante la loro raccolta dal campo di terra, in funzione del solo trasporto alla volta dell’ossario comune.

      Chi esegue lavori cimiteriali deve esser iscritto alla Camera di Commercio anche con questa qualifica.

  2. Questo commento è la naturale evoluzione semantica del testo pubblicato su “I Servizi Funerari n. 1/2008” dedicato, proprio al confezionamento di contenitori per “resti mortali”. Alcune riflessioni di postmaturità funeraria mi hanno indotto a qualche ripensamento.

    Un elemento importante, emerso molto chiaramente anche in un recentissimo seminario, per un sincero rinnovamento di tutto il sistema funerario e cimiteriale, è la massima razionalizzazione delle procedure.

    La “ratio”, ovviamente presuppone l’uso dell’intelligenza, non dell’intutile brutalità, spesso pure “contra legem”.

    Proviamo a delineare qualche ambito d’intervento.

    Oggi, spesso, per reali esigenze di logistica (mancano i posti salma e molti cimiteri sono prossimi al collasso) se, dopo il periodo legale di permanenza nel sepolcro, il cadavere non è scheletrizzato ed all’apertura del tumulo o della fossa si rinviene un fenomeno cadaverico di tipo trasformativo-conservativo, si invia direttamente il resto mortale a cremazione, ai sensi del DPR 254/2003, e molti comuni prevedono anche cospicui incentivi per incentivare questa pratica.

    Perchè, allora, se la destinazione dell’inconsunto cimiteriale estumulato è l’incinerazione, non usiamo, durante il trasporto sino all’impianto di cremazione, la stessa cassa in cui originariamente la spoglia fu racchiusa?

    La modalità operativa sarebbe piuttosto semplice:

    Nella camera mortuaria (e non all’aperto davanti a tutti!) per la ricognizione sull’avvenuta o meno completa mineralizzazione dei tessuti organici si apre la bara senza doverla, per forza, sfasciare, tagliando lungo il labbro perimetrale il coperchio in lamiera.

    Spesso, infatti, le bare murate anche per lungo tempo entro nicchie di mattoni o cementizie, presentano un ottimo stato di conservazione ed hanno mantenuto intatte la loro proprietà di tenuta stagna.

    La verifica è piuttosto facile, e, Art. 86 comma 5 DPR 285/1990 permettendo, può esser svolta anche da personali non sanitario, meglio, però, se su espressa delega dell’ASL o in forza di una qualche disposizione di legge o provvedimento regionale: se il resto mortale presenta parti molli, con percolazione di liquami e perfusione di miasmi ancora in corso, secondo le direttive della Circolare Ministero della Sanità n. 10 del 31/07/98 e della più recente risoluzione p.n. DGPREV-IV/6885/P/I.4.c.d.3 del 23/3/2004, bisogna valutare soprattutto la tenuta della vasca metallica, dove, per gravità, si raccolgono gli umori organici.

    La sullodata risoluzione p.n. DGPREV-IV/6885/P/I.4.c.d.3 del 23/3/2004 è molto chiara, per maggior completezza ne riportiamo un ampio stralcio: “[…] Il contenitore di resti mortali deve avere caratteristiche di spessore e forma capaci di contenere un resto mortale, di sottrarlo alla vista esterna e di sostenere il peso. Il contenitore di resti mortali, all’esterno deve riportare nome cognome, data di nascita e di morte; c) nel caso in cui la competente autorità di vigilanza (A.U.S.L. o Comune in funzione delle specifiche normative regionali o locali) abbia rilevato la persistenza di parti molli, è d’obbligo per il trasporto dei resti mortali, l’uso di feretri aventi le caratteristiche analoghe a quelle per il trasporto di cadavere”.

    I soli odori, sempre se la vasca è integra, possono esser tranquillamente abbattuti con apposite sostanze (a base batterico-enzimatica o di sali quaternari di ammonio) da nebulizzare e spargere entro il feretro, mentre più difficile sarebbe il contenimento dei liquidi cadaverici.

    Quando la cassa risultasse idonea al trasferimento (non ci sono, quindi, perdite) si chiude almeno il coperchio ligneo (per ovvi motivi di rispetto e pietas) e si trasporta la bara così confezionata verso l’ara crematoria.

    Se, invece, il fondo o le pareti della cassa denunciano fessurazioni, si provvede ad un avvolgimento provvisorio, magari all’interno un contenitore rigido e riutilizzabile oppure si racchiude il resto mortale in un sacco impermeabile di plastica facilmente biodegradabile e combustibile e lo si traduce, nella stessa bara, alla volta del crematorio. Su, quest’aspetto, però, nutro forti perplessità di cui dirò dopo.

    I dispositivi ad effetto impermeabilizzante infatti, ex art. 31 DPR 285/90 (e relativi D.M. 7 febbraio 2007 e D.M. 28 giugno 2007) possono perfettamente sostituire il rivestimento in lamiera zincata in determinate situazioni (quando l’impermeabilità deve avere limitata durata nel tempo, quasi coincidente con il trasporto stesso.)

    La grande novità, tuttavia, sarebbe (il condizionale non è solo di rito) appunto l’utilizzo in tutte e due le situazioni della medesima cassa, senza costi aggiuntivi per nuovi cofani.

    Per ottenere questo risultato bisognerebbe, con un certo pressing, convincere i gestori degli impianti crematori ad accettare l’inserimento nei forni anche di feretri confezionati con il nastro metallico.

    I motivi di quest’opzione strategica sono molteplici:

    I rifiuti derivanti dalle operazioni cimiteriali (zinchi, assi lignee, stracci, residui di veli ed imbottiture…) devono comunque esser smaltiti, secondo le procedure contemplate dal DPR 254/2003 e con ogni probabilità, siccome il loro recupero è particolarmente esoso, andrebbero distrutti comunque
    Ardere invece, la bara assieme al resto mortale nella cella crematoria significherebbe risparmiare diverse fasi (stoccaggio e trasporto), con notevoli vantaggi monetari per il cittadino e la stessa direzione del cimitero. Le casse zincate, poi, non possono esser riciclate senza un previo passaggio in fonderia perchè, spesso, risultano deformate dalla pressione dei gas putrefattivi ed il loro spessore minimo previsto dalla legge è stato pesantemente intaccato ed aggredito dall’acidità dei liquami cadaverici o da aggressioni elettrolitiche come dimostra la frequente presenza di buchi o cedimenti nello sviluppo della superficie metallica. La stessa fusione è piuttosto problematica perchè il nastro di zinco dovrebbe esser prima ripulito e deterso dai sedimenti di materiale putrefattivo. Questi residui della decomposizione organica se immessi nel crogiolo altererebbero la stessa struttura chimico-fisica del metallo, riducendone la qualità e la resistenza.

    Gli affossatori non sarebbero costretti ad operazioni piuttosto pericolose per l’igiene come l’estrazione dei cadaveri dalla duplice cassa in cui furono deposti prima della sepoltura, o la manipolazione di lamiere taglienti ed incrostate, con rischio di tagli ed infezioni, perchè, in ogni caso, anche la bara, compresa la vasca di zinco, sarà cremata.

    L’utente non è tenuto a sostenere spese folli e la cremazione mantiene la sua peculiarità di essere una pratica economica anche se con la Legge n. 26 del 28 febbraio 2001 essa è divenuta per l’utenza un servizio pubblico a titolo oneroso.

    Un’estumulazione, in effetti, ad di là della sua intrinseca e dolorosa violenza sulla pietà verso i defunti e la loro memoria, tra oneri amministrativi, tariffe per la cremazione, trasporto ed acquisto di nuova cassa potrebbe riuscire abbastanza dispendiosa.

    C’è, però, unineludibile criticità da affrontare: quasi nessun impianto di cremazione, a causa di norme sulle emissioni sempre più severe, è ormai abilitato a bruciare lo zinco, perchè occorrerebbero costosissimi filtri per trattenerne il particolato.

    Si veda, a tal proposito, la filosofia adottata della Regione Lombardia con l’Art. 19 comma 2 del Regolamento Regionale Lombardo, implementato, poi, dalla D.G.R. 4 maggio 2007, n. 8/4642.

    Diventa, così, inutile la pretesa di non cambiare la cassa. Il Ministero, spesso, anche giustamente, accusato di non intervenire e di disinteressarsi ai problemi della polizia mortuaria, con la risoluzione di cui sopra ha preso posizione esprimendo una norma semplice ed immediatamente eseguibile, anche perchè nel più assoluto vuoto normativo spesso le AASSLL imponevano procedure farraginose, come, appunto, il “rifascio” temporaneo con cassoni di zinco o altro materiale facilmente lavabile e disinfettabile.

    Se non si può inserire tutto il feretro nel forno, ma bisogna tognierne una parte, la questione si ripresenta nei medesimi termini, e si rimarca, ancora una volta l’anigienicità dell’atto, perchè durante la movimentazione, pure in crematorio e non solo in cimitero, possono accadere accidentali sversamenti di liquidi postmortali e poi i resti mortali sono maleodoranti e percolano ovunque, non solo in cimitero.

    La stessa Regione Lombardia, con l’Art. 20 comma 9 del Reg. Reg. 9 novembre 2004 n.6 aveva dettato istruzioni piuttosto macchinose in merito al trasporto di resti mortali ed ha rettificato il proprio orientamento (ora volto alla semplificazione) con la nuova formulazione del sullodato Art. introdotta con il Reg. Reg. 6 febbraio 2007 n.1.

    Senza entrare in una battaglia del tutto ideale e “politica”, spesso sono gli stessi necrofori-affossatori (perchè, poi, non si chiamano più “necrofori-affossatori”, ma con termine politically correct, “operatori cimiteriali”?) ad opporsi a pratiche poco simpatiche come appunto il trasbordare un corpo da una cassa ad un’altra, in quanto, in tutta onestà, mummie, adipocere e carcasse corificate sono piuttosto disgustose, mais c’est la vie. Sono inconvenienti tipici del mestiere e rischi che il candidato becchino, in fase di assunzione, deve accettare.

    Forse nessuno ricorda la guerra tra imprese funebri e gestori dei cimiteri (Sindaco di Firenze, ordinanza n°2004/00730 del 13/09/04, Comune di Venezia, ordinanza n. 92 del 21/01/92, Commissario Straordinario del Comune di Milano con disposizione del 14 maggio 1993) sulla cassa di zinco esterna nei primi anni’90, culminata con il solenne pronunciamento del Ministero contenuto dalla circ.Min. 24 giugno 1993 n. 24 al paragrafo 9.1 ed l’ordinanza n 1735/95 del 3 novembre 1995 del TAR Emilia e Romagna, con la quale si chiariva l’assoluta illegittimità di obbligare le imprese funebri a confezionare determinati feretri (specie quelli destinati all’inumazione) con la bara metallica “tutta fuori”, così da consentirne una rapida neutralizzazione, senza sporcarsi le mani. Tutta la dottrina dimostrò, con amplissimi riscontri scientifici, come il taglio della lamiera non fosse affatto pericoloso, a patto di applicare davvero ogni misura in tema di sicurezza dettata dalla normativa vigente.

    Qui, come al solito, siamo alla guerra tra poveracci: necrofori contro necrofori!

    Contratti di lavoro, e relative retribuzioni a parte, converrebbe meditare su questo punto: i “fortunati”, ovvero i dipendenti delle imprese funebri (pubbliche o private poco importa) sono soggetti alla reperibilità notturna (su questo blog sono reperibili a tal proposito i post del Segretario Genaerale FeNIOF Alessandro Bosi in risposta ad alcuni quesiti posti dai lettori) ed, in particolare, al cosidetto “recupero salme”, meglio conosciuto in dottrina quale “trasporto necroscopico”, ex paragrafo 5 Circ.Min. 24 giugno 1993 n. 24.

    Raccogliere un cadavere (ex Art. 8 DPR 285/1990) “”spappolato” (non serve nemmeno il periodo d’osservazione per determinare l’avvenuto decesso) dopo un incidente stradale non è piacevolissimo…eppure, bisogna andare avanti, raccattando le varie parti anatomiche (riconoscibili o no), magari schiacciate dalle ruote di un TIR.

    Vestire un morto (ho scritto troppo su quest’argomento, dunque… omissis, almeno per oggi) non è sempre una passeggiata, soprattutto se in presenza dei famigliari, però non ci si può esimere da questo compito, ancorchè gravoso e nessun lavoratore dipendente può macchiarsi d’insubordinazione verso gli ordini dei propri superiori… sulla vitaccia degli addetti all’obitorio/deposito d’osservazione, tra autopsie, schizzi di sangue e scalottamenti del cranio…omissis.

    Sarebbe il momento giusto per intavolare una seria discussione sul burn-out di chi lavora nella polizia mortuaria, altrimenti i veti incrociati ci condurranno solo alla paralisi, ma per oggi ho finito con i miei discorsi seri ed inopportuni!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.