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Si manca, si scompare, ci si spegne, si lascia un vuoto incolmabile, si vola in cielo, ma difficilmente si muore nei testi dei necrologi

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E’ uno degli articoli più interessanti apparsi sui necrologi. Consiglio vivamente di leggere questa intervista al giornalista in pensione Guido Vigna, pubblicata su Il Giornale dell’8 febbraio 2015 dal titolo "Ha raccolto 100.000 necrologi, incredibile, nessuno muore", a firma di  Stefano Lorenzetto.
Al link:  http://www.ilgiornale.it/news/politica/ha-raccolto-100mila-necrologi-incredibile-nessuno-muore-1090976.html

Ha raccolto 100mila necrologi «Incredibile, nessuno muore»
Giornalista esamina 2,5 milioni di annunci funebri: la morte citata solo 472 volte "Si manca, si scompare, ci si spegne, si lascia un vuoto incolmabile, si vola in cielo"
Esibisce l’ultimo trofeo: «Per sempre nella memoria degli ex dipendenti si è spento Gr. Uff. Lup Mann Conte Aldo Pozzo Ladr di Gr. Croc Figl di Putt Direttore Ereditario (Ciao Pà). Genova, 14 dicembre 2014». Poi, con fanciullesco candore, aspetta la reazione di sbalordimento: «Le era sfuggito, confessi. È uscito sulla Repubblica. Notevole, vero?». Il giornalismo è fatto di nascite, matrimoni, morti. Dopo 54 anni di professione, il collega Guido Vigna non ha ancora smarrito un vivo interesse per quest’ultime: «Tengo una statistica aggiornata.
Fino a stamattina, sui quotidiani avevo letto 2.424.113 necrologi».
E questo sarebbe ancora niente. Oltre 100.000 annunci funebri – i più poetici, i più mesti, i più stravaganti – li ha ritagliati e catalogati in cartelline che gli ingolfano lo studio nella sua casa di Mantova.
Caporedattore centrale del Corriere Medico e poi del Mondo in pensione dal 1999, Vigna può dire d’essere sopravvissuto a un necrologio: il proprio. Lo stesso che venne compilato per Walter Tobagi: «Lavoravamo insieme al Corriere d’Informazione. Entrambi ci occupavamo di terrorismo. Il direttore, Cesare Lanza, doveva decidere chi dei due nominare capo della redazione romana al posto di Guido Gerosa. Alla fine scelse me, distogliendomi così dalle cronache sulle Brigate rosse che costarono la vita al povero Walter». Vigna ha ricambiato la grazia ricevuta vergando, su precisa istanza di Lanza, il necrologio da pubblicarsi in caso di decesso del suo ex direttore, il quale per il momento continua a frequentare ristoranti, casinò e belle donne: «È morto Cesare Lanza. Nonostante la mole, è volato sino alle porte del paradiso e ora si gioca a dadi con San Pietro l’ingresso». Nell’occasione, Massimo Donelli, anch’egli cresciuto nella redazione di quello che veniva chiamato Corinf, ha voluto offrire un contributo più tacitiano: «È morto Cesare Lanza. Era un uomo tutto case e famiglie».
Vigna, 73 anni l’11 febbraio, avrebbe voluto fare lo psichiatra. Invece, uscito dal liceo scientifico, la zia farmacista lo raccomandò a un cliente ipocondriaco, Marco Bacchi, che di mattina insegnava nelle scuole elementari e di pomeriggio batteva le caserme dei carabinieri per Il Resto del Carlino. «Era il 1961. Venni ammesso come abusivo nella redazione di Mantova. Lavoravo dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 20, più l’eventuale turno serale. Primo stipendio: 4.000 lire mensili. Un operaio ne guadagnava 50.000». Tre anni dopo, nominato vicecaporedattore, la paga gli fu innalzata a 35.000. «Per mia fortuna scrivevo da Mantova per Il Giorno diretto da Italo Pietra, dove arrivavo a 200.000 lire al mese. Come tutti i poveri, con il primo stipendio mi comprai un giubbotto di renna da ricco. Ce l’ho ancora. Perfetto». Purtroppo si mise di mezzo il sindacato. «L’Associazione lombarda dei giornalisti mi denunciò alla Procura per esercizio abusivo della professione. Una forzatura con il lodevole proposito di costringere l’editore Attilio Monti ad assumermi. Invece il direttore del Carlino, Giovanni Spadolini, anziché regolarizzarmi, mi spedì una raccomandata con l’ordine di restituire le chiavi della redazione. Fui assolto da un pretore che si serviva nella tabaccheria di mio padre: fece ricadere i due reati nell’amnistia per il ventennale della Liberazione».
E a quel punto che accadde?
«Un amico mi segnalò a Giancarlo Galli, braccio destro di Leonardo Valente, direttore del nascente Avvenire, che mi assunse. Nel 1970, ancora praticante, Gianni Locatelli convinse Pietra a chiamarmi al Giorno. Stipendio triplicato. Gomito a gomito con Gianni Brera e Giorgio Bocca, al quale bisognava dare del lei. Stava sulle balle a tutti per la sua supponenza. Il contrario di Giampaolo Pansa, il più grande inviato speciale che io abbia conosciuto: il primo ad arrivare sul fatto, l’ultimo ad andarsene».
Poi lei passò al Corinf .
«Lo dirigeva Gino Palumbo, al quale succedette Lanza. La miglior redazione che si sia mai vista in Italia: oltre a Tobagi e Donelli, c’erano Ferruccio de Bortoli, Vittorio Feltri, Guido Vergani, Gian Antonio Stella, Gigi Moncalvo, Edoardo Raspelli, Paolo Mereghetti, Gianni Mura. L’unico mio pezzo che ho conservato è uno scoop di quel periodo».
Che genere di scoop?
«Fui l’unico, nel 1975, a intervistare i genitori e le due sorelle di Mara Cagol, compagna di Renato Curcio, uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Ci riuscii solo perché fino ai 13 anni ero stato amico di giochi di Mara durante le vacanze estive a Trento, nella casa di mia zia Vanda, la stessa dove abitavano i Cagol. Alla sorella Milena era toccato riconoscere la salma. Mi raccontò che il procuratore le aveva detto: “Le hanno sparato mentre si arrendeva con le mani alzate”».
Da quando cataloga i necrologi?
«Dal 9 giugno 1969, giorno in cui morì mio padre, con 400.000 lire di debiti. Per il suo funerale dovetti usare i risparmi che mi ero messo da parte per il matrimonio. Portai alla concessionaria di pubblicità della Gazzetta di Mantova questo necrologio: “È morto Nelson Vigna”. Mi risposero: “Impossibile”. Volevano farmi scrivere: “È improvvisamente mancato all’affetto dei suoi cari Nelson Vigna”. Nove parole invece di quattro. Fatturavano anche le virgole».
I necrologi dovrebbero essere pubblicati gratis. I giornali americani non si fanno pagare gli obituaries . E dedicano ai defunti ampi ritratti.
«Infatti quando Steno Marcegaglia, editore della Voce di Mantova, mi chiese qualche consiglio, gliene diedi uno solo: non far pagare le necrologie. Mi ascoltò. Ci sono due indicatori sullo stato di salute della stampa: annunci mortuari e lettere. Come ideatore del premio Ferrari Titolo e Copertina dell’anno e del concorso Caro Direttore, consulto ogni giorno decine di testate e noto che entrambi stanno calando vistosamente».
Secondo lei le necrologie si commissionano per onorare i morti, per confortare le loro famiglie o per vantarsi dell’amicizia con il caro estinto?
«“Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela”, ripetuto 13 volte, con la firma Ornella Vanoni, uscito sul Corriere della Sera l’11 gennaio 2013 per la morte della Melato, che scopo avrà avuto?».
La Melato non rispondeva.

«Stando ai miei calcoli, Gianni Agnelli è il defunto italiano che ha goduto del maggior numero di partecipazioni. Su Corriere, Repubblica e Stampa nei giorni successivi alla sua morte ho contato ben 1.234 annunci, 620 soltanto sul quotidiano di famiglia».
Quando il figlio Edoardo Agnelli morì suicida, Giovanni Malagò, oggi presidente del Coni, partecipò al lutto del padre Gianni su Stampa , Corriere , Repubblica e Messaggero . Si arrabbiò perché gli feci notare sul Giornale che sarebbe bastato un solo annuncio. Anni dopo mi chiese scusa.
«Aggiungendo Sole 24 Ore, Messaggero e Giornale, l’Avvocato ebbe più di 2.000 necrologi, compreso un imbarazzante “Fiat voluntas Gianni”, proprio perché è invalsa l’abitudine di pubblicare testi eguali su più giornali onde farsi notare».
Il 20 agosto 1954, all’indomani della morte di Alcide De Gasperi, sulla Stampa si potevano leggere solo le necrologie dei signori Buratti, Giorelli, Ghirardo, Chiavarino, Trifiletti e Rastrelli. Nessuno che piangesse lo statista, manco la Fiat.
«Se penso alla caterva di annunci usciti per la morte di Giulio Andreotti… Io sono fermo a Giovanni Marcora. Pranzavamo insieme almeno una volta al mese e gli telefonavo ogni mattina, alle 7 in punto, per avere notizie. Nel portafogli teneva, riassunto, il bilancio dello Stato».
C
he osservazioni si possono fare sul linguaggio dei necrologi?

«È il trionfo dell’ipocrisia e la fiera delle vanità. Muoiono tutti “dopo una vita completamente dedicata alla famiglia e al lavoro”. Eppure, secondo le statistiche, 9 milioni d’italiani vanno a puttane tutte le sere. Le mogli che annunciano la perdita del marito parlano sempre di “vuoto incolmabile”, formula usata da due signore per due volte consecutive, essendo rimaste vedove appunto due volte, e da un’altra signora per ben tre volte. Frequente l’espressione “è scomparso”, anche “silenziosamente, come una bolla di sapone”. Oppure “si è spento”, memorabile nella versione in morte di una scrittrice, apparsa sul Corriere nel 2001: “Si è spenta Luce d’Eramo”. In ascesa “è nato a una nuova vita”, “si è seduto al banchetto celeste”, “ha raggiunto il silenzio perfetto”, “ha terminato il suo pellegrinaggio terreno”. Mi sono imbattuto pure in “è stato fischiato un ingiusto fuorigioco e tu sei uscito dal campo della vita” e “ha imboccato la via di mille e una cometa”. Di gran moda “già mi manchi”».
Cimitero, il luogo comune.

«Per chi resta in questo mondo, la morte di un congiunto è sempre inaspettata: “Improvvisamente è passata dalla vita al sonno eterno Irma Finzi vedova Finzi di 107 anni e lascia stupiti e affranti le figlie, i nipoti e i pronipoti”. Su quasi 2 milioni e mezzo di annunci funebri che ho vagliato, l’espressione “è morto” ricorreva solo 472 volte. Si preferisce “è mancato”. Ma ho raccolto anche “rien ne va plus: ti seguirò ovunque andrai”; “quando arrivi telefonaci e raccontaci com’è andato il viaggio”; “Giulia, stavolta ce l’hai fatta grossa”. In gran spolvero “che la terra ti sia lieve”, nonostante nella fossa ormai ci vadano in pochi: si preferiscono i più economici forni crematori».
Aveva ragione Totò: la morte è ‘a livella , rende uguali.

«Invece no. I religiosi entrano subito nella Casa del Padre. Stando ai necrologi che ho raccolto, il privilegio tocca solo a 7 defunti su 100. Gli altri 93 devono aspettare in purgatorio o finiscono dritti all’inferno, ma non si deve dire. Non parliamo poi dei nobili. Cancellati dalla Costituzione, tornano a vivere con i loro titoli, come il napoletano “Don Fabio Tomacelli Filomarino, Principe di Boiano, Duca d’Atri, Cavaliere dell’I.R.O. di San Gennaro, Balì Gr. Cr. di Giustizia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, Cavaliere di On. e Dev. del S.M.O. di Malta”, sul Corriere , 2003».
Ci si distingue anche nell’aldilà.

«Eccome. “Quando morire significa non dove dire: ‘Caspita non ne avevo proprio voglia’. Eugenio (Eoka) Casaroli», Corriere, 2002. “Gli alberi sono il tesoro della terra e noi oggi, senza il nostro Pino, siamo tutti più poveri” per Giuseppe Brunetti, detto Pino, Gazzetta di Mantova, 2003. Ecco un necrologio nell’anniversario della morte di un investitore interessato alla Borsa: “Sandro Onestinghel. Nulla di fatto per la patente, confesso. Ma cerco di diventare più precisa a modo mio e ti penso con affetto mentre guardi felice l’andamento delle Recordati. Giulia”, Corriere, 2014».
Lei partecipa al lutto degli amici attraverso la Gazzetta di Mantova ?
«Per me l’amicizia è il sentimento più nobile che ci sia, ben più dell’amore. Di amici veri ne hai uno o due al massimo. Il mio era Mauro Saviola, un imprenditore che riciclava gli scarti del legno per impedire che venissero tagliati i boschi. L’ho ricordato comprando un rovere alto 30 metri, nella Valle dei Mocheni. È uno degli 80 alberi monumentali del Trentino. Il proprietario voleva segarlo per farne legna. Ci ho messo una targhetta d’ottone con il nome di Mauro. Ogni tanto vado a trovarlo».
Le è capitato di scrivere necrologi?

«Sì, quello dell’editore Angelo Rizzoli senior. Quando morì, non c’era niente di pronto nell’archivio del suo giornale».
Non posso crederci.
«È così. Misteri del Corriere . Dall’archivio di via Solferino sono sparite anche tutte le cartoline. In tempi lontani, i giornalisti che andavano in viaggio o in vacanza avevano l’obbligo di spedire un souvenir alla redazione, da utilizzarsi in caso di calamità naturali in quel luogo o per altri usi iconografici. Comunque poi di coccodrilli (pezzi biografici che i giornali tengono sempre pronti in caso di morte improvvisa dei personaggi famosi, ndr) ne ho compilati almeno 200».
Che condanna.
«Che guadagno. La Rai li aveva commissionati a un portaborse della Confindustria in quota al Pli. Non sapendo scrivere, li subappaltò a me: 20.000 lire l’uno».
Ma lei che rapporto ha con la morte?

«Non me ne frega niente. Non ci penso».
Si è già scritto il necrologio, come fece Indro Montanelli?

«No. Però provvedo subito: “Ha creduto di morire dopo aver creduto di vivere”. Sono convinto che noi non viviamo: c’illudiamo di vivere. Quindi non moriamo. È solo il sogno che cambia. Mi piacerebbe scriverci un romanzo, se ne sono fossi capace».  … continua …

Tanatoprassi già operativa…ma solo sugli stranieri? – Legislazioni a confronto.

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Gli atti di disposizione sul proprio corpo, nel solco dell’Art. 5 Cod. Civile,con particolare riferimento alle scelte afferenti alle pratiche funerarie e sepolcrali (ammesse dalla Legge), attengono ai diritti della personalità, per i quali, nell’evenienza di defunto straniero, la legge imagesCA4UKGP4

italiana opera rinvio alla legge nazionale cui la persona, quando ancora in vita, soggiaceva, rimando che oltretutto era presente anche nelle norme di diritto internazionale privato previgenti (articoli da 17 a 31 Disposizioni sulla legge in generale), anche se non in modo così espresso e dichiarato.

A questo punto: quali sono le destinazioni intermedie per il post mortem che risultano inderogabilmente regolate dalle norme di diritto italiano e quali sono, invece, i possibili percorsi d’applicazione della legge straniera, anche quando diversa od in contrasto con la legge italiana, da seguire in tema di diritti delle personalità degli stranieri?

O, più semplicemente, e riducendo la domanda ad un’unica ipotesi, la tanatoprassi può essere eseguita in Italia anche se non ancora prevista dal Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria sul cadavere di uno straniero?

Ed, in caso di risposta affermativa, con quali modalità o procedimenti amministrativi, sempre che questi si rendano necessari.

Si è già avuto modo di ricordare come il vincolo d’inderogabilità delle norme dell’ordinamento giuridico italiano o, rovesciando la questione, il limite d’applicabilità di norme giuridiche straniere, cui si debba rinviare, nell’ordinamento italiano è dato dall’ordine pubblico (articolo 16 legge 31 maggio 1995, n. 218) e, fino all’entrata in vigore di tale legge, anche dal buon costume).

Nel caso della tanatoprassi, si ha un trattamento conservativo a tempo determinato, scarsamente invasivo (non comporta necessariamente eviscerazioni, ma solo incanulazione dei vasi sanguigni) e capace di bloccare, per un certo tempo, i processi di trasformazione cadaverica, che, per altro, sono destinati a riprendere in condizioni pressoché di normalità quando ne vengano meno gli effetti inibenti.

Si tratta di un intervento del post mortem che non è (ancora) contemplato dalla Legislazione Nazionale, ma, secondo alcuni studiosi del diritto funerario non sarebbe proibito in linea di principio, pur mancando di apposita disciplina di attuazione.

Anzi, si può affermare che i trattamenti di conservazione dei cadaveri siano previsti, principalmente nella forma dell’imbalsamazione, per cui non sembrerebbe agevole asserire che in Italia attualmente sussista una qualche inibizione giuridica a trattamenti di conservazione dei cadaveri.

Il capo VIII decreto del Presidente della Repubblica 10 settembre 1990, n. 285, ad esempio, si chiude (art. 48) consideranndo un altro trattamento conservativo, attraverso l’individuazione del soggetto competente a praticare il trattamento definito come “antiputrefattivo” e normato dall’articolo 32 decreto del Presidente della Repubblica 10 settembre 1990, n. 285.

Anzi, più che di presa in considerazione si tratta di un vero e proprio obbligo concernente un trattamento da praticare in presenza delle condizioni dell’art. 32.

Se si vede l’ultimo comma dell’art. 32, appena citato, si osserva come esso non sia richiesto quando il cadavere sia sottoposto a trattamenti conservativi a tempo indeterminato, cioè all’imbalsamazione.

Al di là delle denominazioni tecniche, la siringazione cavitaria prescritta come necessaria, in presenza di certe condizioni, dall’articolo 32 decreto del Presidente della Repubblica 10 settembre 1990, n. 285 risulterebbe avere caratteristiche di trattamento conservativo a tempo determinato, almeno per la durata del trasporto funebre, anche se poi in realtà i riflessi negativi dell’aldeide formica sulla normale decomposizione cadaverica sono sotto gli occhi di tutti i gestori cimiteriali, per l’alta incidenza di indecomposti, rinvenuti all’atto dell’esumazione/estumulazione nell’evenienza di salme cui sia stata praticata la puntura conservativa a base di formalina.

Con ciò non si vuole sostenere che la tanatoprassi sia già prevista o eseguibile, né che possa equipararsi al trattamento igienico-sanitario di cui all’articolo 32, ma semplicemente, secondo una certa scuola di pensiero non sussisterebbero ragioni ostative di carattere giuridico tali da fare ritenere che la tanatoprassi possa essere vietata, in quanto da giudicarsi in contrasto con l’ordine pubblico interno, se non fosse, come sostengono altri giuristi, per la formulazione tassativa dell’Art. 410 Cod.Penale , rubricato come vilipendio di cadavere e la Legge Penale, secondo il principio della territorialità (Art. 6 Cod. Penale) si applica indistintamente a chiunque (quindi cittadino di qualunque nazionalità) commetta un reato nel territorio italiano, nella fattispecie, appunto, vilipendio di cadavere.

A questo punto, quando la tanatoprassi riguardi il cadavere di uno straniero e la legge nazionale applicabile allo straniero ammetta che il cadavere possa essere sottoposto a tanatoprassi, si potrebbero rinvenire motivazioni di ordine giuridico idonee a sostenere il contrario, cioè ad inibire allo straniero di essere sottoposto a trattamenti di tanatoprassi sono in quanto non (ancora) previsti dalla normativa italiana?

Se non sussiste il limite dell’ordine pubblico (Art. 410 Cod. Penale?), se si segue il dettato della legge straniera e se l’intervento non è espressamente vietato (ma dovrebbe trattarsi di un divieto rilevante sotto il profilo dell’ordine pubblico, e così sarebbe se seguissimo i profili potenzialmente penalistici della tanatoprassi ), non si vede come si possa escludere lo straniero -almeno- da trattamenti di tanatoprassi.

Se, in astratto, ciò risultasse possibile, il problema transiterebbe sulle modalità per pervenire alla materiale esecuzione del trattamento di tanatoprassi.

Il primo nodo da affrontare consiste nella conoscenza della legge straniera da far valere, aspetto da risolversi tenendo conto che essa deve esser esplicitata davanti alle autorità amministrative del comune, come, ad esempio, avviene in materia di cremazione.

Come regola generale, difficilmente eludibile, le autorità amministrative agiscono esclusivamente sulla base di atti, titoli e documenti formali ad esse prodotti e non possono acquisire informazioni sul diritto vigente oltre confine con altri mezzi di prova, perché in questo modo sconfinerebbero nell’attività giurisdizionale.

Quindi si renderebbe, pur sempre necessaria la consegna di una dichiarazione, attestazione o altro atto rilasciato dalle autorità competenti del Paese la cui legge nazionale si renda operativa, dalla quale risulti la previsione normativa di tale Stato.

Si tratta di un principio di ordine generale, che non avrebbe neppure la necessità di trovare conferma nello jus positum , anche se tale fonte scritta risulta recentemente essere stata inserita dall’articolo 2, comma 2 decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394.

Se qualche volta ci si lamenta dall’eccessiva e capillare normazione, talora non guasta trovare forma scritta anche dei principi comunque desumibili dell’ordinamento giuridico, specie quando ciò consenta di prevenire infiniti quanto sterili dibattiti.

Ma tale dichiarazione dovrebbe non contenersi alla sola indicazione delle condizioni per dar seguito alla tanatoprassi, estendendosi anche all’individuazione, alla determinazione delle persone che per tale ordinamento giuridico possa disporre, in termini di pietas, perché il cadavere sia sottoposto a determinati trattamenti, tra cui la tanatoprassi.

Mentre risultano cogenti le norme che richiedono l’autorizzazione dell’autorità comunale, la certificazione medica escludente il sospetto che la morte sia dovuta a reato, nonché l’affidamento ad un medico abilitato dell’esecuzione del trattamento conservativo.

La prima (autorizzazione comunale) si fonda sulla considerazione che qualsiasi azione sui cadaveri è attualmente sottoposta ad autorizzazione comunale (talora perfino a due distinte autorizzazioni; si pensi al permesso di seppellimento rilasciato dall’ufficiale dello stato civile e l’autorizzazione al trasporto dal luogo di decesso al cimitero, anche se all’interno del medesimo comune, rilasciata dall’autorità comunale, come se il trasporto non fosse condizione materiale per l’esecuzione della precedente autorizzazione al seppellimento).

La seconda autorizzazione (certificazione medica) deriva dall’esigenza di non consentire alterazioni del cadavere che possano eventualmente incidere sull’attività delle autorità giudiziarie, al pari dell’imbalsamazione e della cremazione, dal momento che la tanatoprassi determina comunque in qualche modo una modificazione di alcuni signa mortis ed elementi cadaverici.

Qui va considerato come fatto rilevante per l’ ordine pubblico la non manomissione del cadavere quando vi sia sospetto che la morte sia dovuta a reato, e a maggiore ragione quando sia effettivamente dovuta a reato, dove l’elemento di spicco è il non ostacolo all’attività dell’autorità giudiziaria requirente o l’adulterazione delle prove.

Il terzo punto (esecuzione da parte del medico) si ricava attraverso un processo di tipo analogico, che tiene conto di come l’imbalsamazione possa essere eseguita solo da un medico, ma anche del fatto che lo stesso trattamento conservativo a tempo determinato già presente nel sistema normativo italiano, perfino in termini di tassatività, è altrettanto obbligatoriamente praticato da un medico o da personale tecnico da lui delegato.

 

Ques’ultimo medico, poi, risulta perfino non essere un medico qualsiasi, ma il Responsabile del Servizio ASL (usiamo questo termine per semplicità, pur ricordando la sentenza della Corte costituzionale n. 174 dell’8-22 aprile 1991) dell’azienda sanitaria locale.

Ciò significa che il trattamento antiputrefattivo dell’articolo 32 decreto del Presidente della Repubblica 10 settembre 1990, n. 285 può essere eseguito solo dal medico responsabile del servizio di polizia mortuaria dell’azienda sanitaria locale, cioè da un medico pubblico, il quale può anche avvalersi di una delega nei confronti di personale tecnico, ma lo stesso concetto di delega, in questo contesto, la limita ai tecnici dipendenti dell’azienda sanitaria locale.

Potremmo modificare la formulazione affermando che il trattamento di cui all’articolo 32 va eseguito esclusivamente dall’azienda sanitaria locale, almeno nello spirito del DPR n. 285/1990 anche se molte legislazioni regionali pongono in capo all’addetto del trasporto, nei casi residuali, questa incombenza, in quando ormai molte regioni dotatesi di un proprio corpus normativo di polizia mortuaria disapplicano l’obbligatorietà della siringazione cavitaria.

Se esiste una profonda differenza tra il predetto trattamento antiputrefattivo e i trattamenti di tanatoprassi, quest’ultimi rischiano di essere autorizzabili solo facendo riferimento a criteri di analogia ragion per cui il solo trattamento conservativo alternativo a quello antiputrefattivo tale da disporre di una qualche regolamentazione risulterebbe quello dell’imbalsamazione, dovendosi così seguire le procedure autorizzatorie proprie dell’imbalsamazione, anche se la tanatoprassi riesce milioni di anni luce lontana dall’imbalsamazione vera e propria.

Riti funebri, quando la morte non era una livella

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Riportiamo, per l’interesse che riveste, l’articolo Riti funebri: quando la morte non era una livella di Aldo Maturo, pubblicato venerdì 5 settembre 2014 sul blog agoravox, al seguente link: http://www.agoravox.it/Riti-funebri-quando-la-morte-non.html

Appunti sui riti funebri del nostro sud, dalle prime ore di lutto al “consuolo”, quando nella piccola vita di paese anche il dolore era motivo di condivisione. Quando la gente ancora moriva in casa, la morte non era una livella. Usi e consuetudini scandivano i riti funebri marcando le differenze fin dalle prime ore di lutto. “Il marchese” e “o scupatore”, del grande Totò, non sono personaggi nati per caso. Nei nostri paesi del sud il lutto era un evento abbastanza condiviso. Più che dal passaparola o dai manifesti funebri, l’annuncio veniva dato da un drappo nero. Adornava il portoncino d’ingresso e scendeva sui due lati. Era il primo triste messaggio di lutto alla comunità.
Di norma quel lembo di stoffa era semplice e sventolante ma poteva essere anche drappeggiato, fermato con cordoncini e nappe dorate. E non era solo un problema di spesa. All’apparire del drappo, partiva il passaparola e iniziava il silenzioso via vai di gente per rendere omaggio al defunto. Del lutto era partecipe la comunità e la porta di casa rimaneva accostata. Era inimmaginabile che qualcuno della famiglia, più che al dolore, dovesse pensare ad aprire e chiudere porte.
Le tende alle finestre e ai balconi restavano chiuse per lasciare la casa in penombra. La luce e il sole sono segni di vita, incompatibili lì dove una vita si era appena spenta. La scelta della stanza funebre coincideva in genere con la camera da letto, illuminata da qualche fioca abat-jour e dalle fiammelle fumose e tremolanti delle candele accanto al letto. Gli specchi venivano coperti con teli neri, come si usava fare da generazioni anche se nessuno sapeva perché. Di certo evitavano lugubri riflessi o vanitose distrazioni.
Quando si prevedeva che un gran numero di persone avrebbe reso omaggio alla salma, si sceglieva la camera più grande della casa e, scostati i mobili, la si faceva addobbare con paramenti, tappeti, coperte broccate e candelabri dorati. L’aria si saturava presto col profumo dei fiori e della cera ardente. Il religioso silenzio ero rotto solo dal pianto dei familiari e dalla nenia delle donnine in nero che recitavano il rosario sottovoce, scorrendo fra le dita i grani del rosario. L’arrivo delle suore era segno di rispetto per famiglie molto religiose o molto benefattrici. In qualche casa appariva il registro dei visitatori, destinato alla firma o a qualche affettuoso ricordo. Era il segno che distingueva i defunti più in vista. Nato per inviare i ringraziamenti agli intervenuti senza dimenticare nessuno, in realtà era utile per vedere non solo i presenti ma anche gli assenti.
Prima che fosse sostituito da apposite automobili furgonate, il carro funebre, seguito da parenti ed amici a piedi, era davvero un carro in legno, imponente, con cocchiere e cavalli. Il loro numero variava a seconda del livello del funerale, di prima, seconda o terza classe. Variava la spesa e naturalmente la sontuosità della carrozza e il numero dei cavalli. La carrozza di prima classe, scelta per prestigio e massima visibilità, era arricchita da colonnine, capitelli dorati e ganci per i cuscini di fiori. Aveva il cocchiere, con la livrea nera piena di bottoni dorati, e i cavalli, due o quattro, bardati con finimenti di lusso. Procedevano con andatura lenta e solenne e, nel silenzio della strada, si sentiva solo la preghiera del sacerdote e il tonfo e ritonfo degli zoccoli che risuonavano sul selciato. Il corteo era preceduto dalla sfilata delle corone, fatte da rami di palma intrecciati ed arricchiti da inserti di fiori. La quantità di corone era proporzionale all’importanza del defunto o al cordoglio della comunità per la sua scomparsa. Erano portate a mano, una dietro l’altra, da amici e volontari. A volte, per qualche funerale eccellente, partecipava anche la banda musicale, che si collocava in genere davanti al carro. I musicanti in divisa procedevano inquadrati, assorti nei loro pensieri.
A un segno del capobanda approntavano gli strumenti e partivano struggenti marce funebri. Anche la cerimonia religiosa non era eguale per tutti. Quella ordinaria era celebrata dal buon parroco del posto aiutato dal sacrestano.
Messa veloce, parole di circostanza, un giro d’incenso e via verso il cimitero. Ma c’era anche la messa solenne, quella cantata. Almeno tre sacerdoti, i chierichetti con la tunica, una ricca omelia, l’incensiere col turibolo delle grandi occasioni, il coro, il suono soffocato dell’organo. Il misterioso viaggio per l’aldilà era sicuramente in classe unica ma per la cerimonia d’addio non c’era alcuna livella. Il ritorno a casa, dopo il funerale, segnava il momento di pausa dopo le lunghe ore trascorse nella veglia e nel pathos della cerimonia. Bisognava prendersi cura dei familiari ancora immersi nel dolore ed incapaci di badare a se stessi. Con discrezione ed affetto si riportava un segno di vita nella casa dove era stata sospesa ogni attività domestica.
Non era pensabile che un familiare potesse mettersi a cucinare scodellando stoviglie e tegami. Era il momento del "consuolo", operazione intima, riservata ai parenti più stretti, alle immancabili cummarelle, agli amici più cari. Un passaparola veloce, di casa in casa, e solo tra chi si era offerto di prepararlo, forzando a volte le resistenze e l’orgoglio degli stessi interessati. Arrivavano ceste di cibo preparato con amore e non mancava mai la zuppiera di brodo, alimento principe che alimentava senza lo sforzo di masticare e destinato a quelli cui si era “chiuso lo stomaco”. La quantità di cibo portato doveva essere sempre superiore al numero delle persone interessate. Potevano esserci a casa parenti o amici venuti in visita da lontano e non li si poteva lasciare digiuni. Il rito del "consuolo" durava circa otto giorni, quelli del lutto stretto, del silenzio assoluto rotto solo dalle visite di condoglianze.
Non si accendeva neppure la radio né, quando arrivò, la televisione. Il "consuolo" aveva lo scopo di dare conforto alla famiglia facendola sentire al centro dell’attenzione. Spesso, però, era l’occasione per superare vecchi dissapori tra parenti o per ricostruire, tra famiglie vicine, rapporti di vicinato logori da anni. Usi, costumi e tradizioni di un passato lontano quando la vita nella piccola comunità del paese significava condividere gioie e dolori. Oggi anche la morte è cambiata. I ricoveri ospedalieri precedono spesso gli ultimi giorni di vita e può capitare di sapere della morte di un vicino di casa solo dopo diverse ore dall’evento o a tumulazione avvenuta. Il lutto come evento triste ed ineluttabile della vita, vissuto nell’intimità e senza clamori. E così diventa più vera l’amara saggezza di Totò: “…la morte è nu passaggio dal sonoro al muto. Quanno s’è stutata ‘a lampetella, significa che ll’opera è fernuta e ‘o primo attore s’è ghiuto a cuccà”.

India: niente preghiere funebri per alcolisti musulmani

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Un gruppo di religiosi musulmani in India ha deciso di rifiutarsi di recitare preghiere funebri agli alcolisti.
La decisione è stata presa in una riunione degli imam del Bihar, nel nord est del Paese.
"E ‘una decisione storica di non recitare le preghiere funebri per gli ubriaconi che muoiono", ha detto l’iman responsabile della provincia, aggiungendo "Speriamo che questa decisione sia un messaggio forte tra i musulmani di non consumare alcolici".
Anche se il consumo di alcol è vietato nell’Islam, bere tra i musulmani sembra essere in aumento.
Per questa ragione gli iman locali hanno deciso di contrastare questo vizio con laminaccia di vedersi negate le preghiere funebri in caso di morte.
Se la minaccia avrà successo,altri iman dello stato e magari della intera nazione saranno incoraggiati a iniziare campagne simili.

Polizia Mortuaria nel Vecchio Testamento

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Nelle antichissime comunità israelitiche, protagoniste del racconto biblico, Il funerale aveva luogo nel giorno stesso della morte, non era previsto nessun periodo d’osservazione, perché il caldo torrido avrebbe, in ogni caso, reso tumultuose ed incontrovertibili le fasi della decomposizione cadaverica.

54-845213788I sepolcri erano dipinti di bianco per allontanare gli Israeliti dal loro contenuto di corruzione, toccare i morti o le cose funerarie era segno di contaminazione, soprattutto per i maestri della legge mosaica.

Alla luce di queste considerazioni le terribili parole del Cristo contro l’ipocrisia dei farisei: “Siete come sepolcri imbiancati” si caricano di una forza polemica di straordinaria efficacia.

Per Gesù di Nazareth, allora, l’ipocrisia è la putredine che corrode l’anima dell’uomo.

Non era mai prevista la cassa mortuaria, il defunto avvolto solo nel sudario era trasportato su una semplice barella.

Per i poveri si scavavano fosse profonde alcune decine di centimetri nella roccia più friabile che, poi, venivano riempite con pietre e ghiaia, i più abbienti, invece, si riservavano avelli sepolcrali, composti anche da diverse stanze ricavate in terreni di loro proprietà.

Le onoranze musicali erano rappresentate da apposite compagnie mortuarie composte da suonatori di piffero, veri professionisti delle lamentazioni luttuose.

Dopo un anno circa si procedeva ad esumazione e riduzione dei resti mortali entro cassette ricavate da blocchi di pietra, così da liberare spazio per nuove sepolture.

I balsami, contrariamente a quanto si pensava in passato, non servivano per conservare a lungo il corpo.

Gli archeologi, infatti, non hanno ancora rinvenuto nessuna prova o testimonianza di pratiche funebri assimilabili, per quell’epoca, ad una qualche forma di tanatoprassi o imbalsamazione

Si ricorreva agli unguenti solo per ritardare la comparsa dei miasmi, perché era costume per i dolenti intrattenersi nel sepolcro, così da intrecciare un silenzioso colloquio con la spoglia del17-762459706 loro caro.

Questa pietosa consuetudine continuava per diversi giorni dopo il funerale.

In Terra Santa, in effetti, sono state solo rilevati casi di mummificazione naturale, siccome la legge del Vecchio testamento non prevedeva l’eviscerazione delle salme per scopo conservativo.

I sepolcreti erano collocati appena fuori dalla cinta muraria dei centri abitati.

Porre pietre sulle lastre tombali era reminiscenza del periodo storico in cui gli Ebrei, lontani dalla Terra Promessa, erano ancora un popolo nomade e segnavano appunto le sepolture con cumuli di sassi.

Resti Mortali: il problema irrisolto dei feretri a “sogliola”

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Cara Redazione,

 

Vorrei sapere dai colleghi che si occupano di polizia mortuaria com’è disciplinata la “sogliola”.
Per chi non lo sapesse, si tratta di una cassa di zinco di medie dimensioni (più sottile della cassa normale ma più grande della cassettina per ceneri o resti) in cui, dopo un certo numero di anni, si possono porre le salme non ancora completamente decomposte. Lo scopo è quello di recuperare un posto-salma, poichè nello stesso loculo possono stare una cassa grande ed una “sogliola”.
Nel mio Comune la sogliola non è accettata, perchè “il regolamento non lo prevede”, ma nessuno si cura di verificare i riferimenti normativi e io non riesco a trovare nessuna legge in merito (anche perchè non conosco il vero nome della sogliola!).
In particolare non riesco a capire se detta sogliola sia valida in via generale, salva la possibilità per il Comune di vietarla nel proprio Regolamento, oppure se si può ricorrere ad essa solo dove c’è un Regolamento che lo preveda espressamente. Grazie mille a che saprà darmi una risposta!

 

Lettera firmata

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Focalizziamo, adesso, l’attenzione sulle cosiddette “sogliole” nei cimiteri. Siamo a conoscenza di questo fatto: alcuni Comuni con ordinanza del Sindaco ex Art. 86 comma 1 DPR n. 285/1990, forse anche dopo imgaver sentito la locale ASL, autorizzano, a seguito di estumulazione di salme, alla scadenza delle concessioni cimiteriali, risultate indecomposte, le cosiddette “sogliole” (salme non mineralizzate inserite in casse di zinco della lunghezza delle casse normali ma molto più basse di spessore ed altezza laterale) che vengono inserite come se fossero delle cassettine ossario nei loculi con la salma di parente prossimo ivi già tumulato, fino all’estinguersi del rapporto concessorio, magari pure rinnovabile e, permettono, così di dilatare ed ottimizzare la capacità ricettiva degli avelli di cui all’Art. 93 comma 1 II Periodo D.P.R. n.285/1990, oltre la quale si esaurisce lo stesso Jus Sepulchri.

Ciò è motivato dalle problematiche sempre più urgenti relative all’insufficiente mineralizzazione dei defunti provenienti soprattutto dai loculi all’esaurirsi del rapporto concessorio ( dopo 40 e a volte anche 50 anni), dalla scarsità degli spazi a terra ove effettuare le re-inumazioni di salme inconsunte per arrivare alla loro completa mineralizzazione e anche dalla difficoltà con cui, ancora oggi, prende piede nei comuni di dimensione medio-piccola la cremazione dei resti mortali (salme inconsunte), considerato il costo delle suddette operazioni; tutte, ovviamente, a titolo oneroso. Siccome questo modus operandi non è espressamente previsto dal Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria, sorge il quesito se la procedura delle “sogliole” sia conforme alla legge, anche perché con essa i sovverte il principio del cosiddetto “rifascio” eliminando in toto la cassa di legno, e se eventualmente, all’occorrenza, si possa seguire l’esempio dei comuni che l’hanno autorizzata.

Già sulle pagine de “I Servizi Funerari”, nel n.4/2007, si parlava (è inelegante auto citarsi!) di questa metodologia di confezionamento dei resti mortali come di “Una tecnica di tumulazione “spuria” non contemplata da nessuna norma positiva”, ma solo nella prassi, per altro contra legem, siccome ex Art. 77 D.P.R. n.285/1990 la tumulazione di cadavere richiede sempre la duplice cassa di cui all’Art. 30 D.P.R. n.285/1990, mentre per la ri-tumulazione del resto mortale precedentemente estumulato è necessario il “rifascio” della bara con cassone zincato ex Art. 88 D.P.R. n.285/1990 solo quando l’esito da fenomeno cadaverico di tipo trasformativo-conservativo presenti ancora parti molli, con conseguente percolazione di liquidi post mortali ai sensi del paragrafo 3, III Periodo Circ.Min. 31 luglio 1998 n. 10.

ist3[1]Sui feretri “sogliola” cioè casse di solo metallo, a tenuta stagna, in cui racchiudere i cadaveri indecomposti (rinvenuti allo scadere o della concessione, quando ex Art. 86 comma 1 DPR n.285/1990 si effettua l’estumulazione, oppure dopo il periodo legale di sepoltura pari a 20 anni ex Art. 3 comma 2 lettera b) DPR n.254/2003) si potrebbe persino esser più possibilisti; in questo senso:

La circostanza segnalata è diffusa in diverse realtà territoriali laddove la mancanza di adeguati spazi nei campi di terra non permetta l’ulteriore inumazione al fine di completare il processo di mineralizzazione delle salme, o meglio, dei resti mortali ordinariamente estumulati. Alla mancanza di aree da adibire ad inumazione degli indecomposti – che con una buona programmazione non dovrebbe verificarsi (si vedano a tal proposito gli Artt. 58 comma 2, 59 e 91 D.P.R. n.285/1990) – si aggiunge spesso la farragginosità procedurale e la lentezza dei (pochi) forni crematori funzionanti i quali, spesso, posticipano la cremazione dei resti mortali, finanche per diversi mesi, inficiando, così, l’iter semplificato, per cremare i resti mortali da estumulazione, introdotto con il D.P.R. n.254/2003.

Ad ogni modo, condividendo le corrette considerazioni critiche che conseguono ad una mancata regolamentazione dell’atipica disciplina dei cosiddetti feretri “sogliola” si ritiene opportuno suggerire di limitare tale confezionamento degli esiti da fenomeno cadaverico di tipo trasformativo-conservativo solo agli effettivi casi di mancanza aree da adibire a campo indecomposti, previa approvazione, possibilmente, di una regolamentazione organica ad hoc, in sede di novella del regolamento comunale di polizia mortuaria, tale da uscire finalmente dall’emergenza e, così, da subordinare l’effettivo impiego di casse di lamiera ribassate solo all’adozione di specifica ordinanza sindacale ex Art. 86 comma 1 D.P.R. n.285/1990. Infine si condivide l’opportunità di acquisire, prima dell’approvazione delle norme formali di diritto positivo (ordinanza o regolamento), il relativo parere igienico-sanitario della competente ASL,

Il rito delle esequie nella tradizione laica:modelli e prospettive a confronto

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s6Iniziamo questo nuovo anno in redazione con un’’indagine sul fenomeno dei funerali laici attraverso questa lunga e dettagliata intervista rilasciataci dal Dottor V.P., autore di una brillante tesi di laurea proprio su ritualità ed esequie civili.

Mi potrebbe illustrare, alla luce della sua tesi di laurea, anche in modo schematico, di quali fasi principali si possa comporre un rito laico?

Mi pare difficile rispondere alla domanda in modo schematico, così come mi sembra problematico proporre, alla luce di una ricerca, uno “schema” valido per un generico “rito laico”. Ritengo che, qualora non si decida di adottare una formula proposta da qualche Ente esterno – come accade a Torino da parte della Fondazione Fabretti – o consolidata tradizionalmente, siano le persone coinvolte più direttamente nell’elaborazione del lutto a dover stabilire le “fasi” di cui ritengono più proprio comporre il funerale.

Ciò premesso, ritengo che un rito laico debba semplicemente essere scandito conformemente ai suoi fini, ossia in funzione di una proficua rielaborazione e condivisione della figura del defunto e della ricomposizione e rifondazione del gruppo lesionato dalla perdita.

A questo proposito sarà necessario costituire – anche emotivamente – l’assemblea che dovrà condividere il rito e dovrà elaborare collettivamente la perdita, per poi mettere in atto e compiere quella elaborazione stessa, ossia comprendere e sceglierecosa il defunto sia stato per il gruppo e come egli sarà ricordato, nuova componente delle rappresentazioni comuni dei superstiti.

Solo quando tale compito sarà stato svolto si potrà sciogliere l’assemblea, consapevole del nuovo assetto del gruppo e del suo nuovo fondamento ideale.

Sulla scorta di Durkheim, Van Gennep, Turner e Bourdieu, porrei l’accento sulla fase centrale del rito, quella in cui si sarà realizzata nell’assemblea una concordia d’animo capace di renderne i prodotti ideali rappresentazioni condivise da tutti.

In questa fase così caratterizzata si darà luogo alla istituzione della nuova rappresentazione della persona mancata. Può essere anche interessante – e soprattutto utile – compiere riti di comunione con il defunto, così daa sancirne la permanenza nel patrimonio ideale dei superstiti e, successivamente, riti di comunione senza di esso, a confermare comunque la consapevolezza della sua effettiva mancanza, prendendo atto della nuova composizione del gruppo e riaffermandone l’unità.

  • Il ritmo del funerale in Italia è davvero così frenetico da indurre la famiglia ad optare per la più classico e rassicurante cerimonia in chiesa?

Bisogna semplicemente considerare che, in Italia, un funerale avviene uno, massimo due giorni dopo il decesso della persona. In questa situazione, quando manchino strutture adeguate, immediatamente disponibili per un funerale laico, quando manchi l’informazione su come muoversi nel caso di questa necessità, quando manchi la consapevolezza della possibilità di questa scelta né una tradizione consolidata e legittimata socialmente venga in soccorso, è comprensibile che in un momento di estrema fragilità e difficoltà quale quello del lutto, dati i tempi a disposizione, ci si rivolga verso l’opzione più sicura, immediatamente disponibile, tradizionalmente consolidata e socialmente accettata, la chiesa, appunto.

  • Nella nostra chiacchierata è emerso un dato abbastanza importante: per supportare la scelta ideale di un funerale laico occorre un cultura forte capace di uscire allo scoperto e di farsi “codice comune” ed elemento fondativo nella comunità. Mi può puntualizzare in modo più completo questo concetto?

La questione non riguarda una cultura “forte”, ma una cultura condivisa. È la sua condivisione, accettazione e diffusione a far sì che una cultura possa essere considerata legittima, così come le sue espressioni. Se intendiamo con “forte” una cultura socialmente rilevante o i cui portatori abbiano un forte grado di adesione consapevole e di convinzione, allora possiamo usare questa espressione. Una cultura che, nel panorama delle possibilità, risulti marginale e, soprattutto, non sorretta da un tessuto sociale tale da corroborare l’adesione ad essa, non può non essere percepita come poco rassicurante in un momento delicato come quello del lutto.

  • Dal Suo racconto sulla “rissa verbale” quasi sfiorata tra un sacerdote ed una maggioranza di dolenti chiaramente laica che ha cercato di ricavare durante la santa Messa un proprio spazio per una liturgia atea della parola si potrebbe evincere questo principio: se il percorso simbolico non è condiviso gesti ed espressioni verbali tendono a smarrire la loro connotazione di senso, rivelandosi formule vuote?

Premesso che il termine “rissa” è sicuramente esagerato, anche se la tensione, in quel momento, è stata certamente palpabile, il presupposto per una plausibile elaborazione del lutto è sicuramente la condivisione dell’orizzonte che sottende il rito. Tra le funzioni cardine di un rito funebre vi sono la ricompattazione del gruppo leso e il ridischiudere all’operatività i valori che orientano il suo agire. Ora, come può un gruppo ricompattarsi coerentemente intorno a valori non propri? E come può un orizzonte di valori dimostrarsi attivo attraverso un rito che non è ad essi conforme?

Certo, l’aggregazione tra le persone lese svolge una funzione fondamentale in un rito funebre, ma essa deve anche dar luogo a rappresentazioni condivise.

Nel caso del funerale religioso, si assiste spesso ad una delega delle funzioni rituali a persone, di fatto, estranee al defunto e alla sua famiglia, alle loro relazioni e al loro reale vissuto.

Marina Sozzi, a proposito della crisi del tradizionale rito cattolico, “scelto in molti casi per conformismo, in mancanza di un’alternativa valida”, afferma che “tale rito, con la sua liturgia, può funzionare (cioè consolare i superstiti e onorare i defunti in un modo socialmente condiviso) solo nel caso in cui contribuisca a rinsaldare una fede autentica nei valori che esso esprime” (Sozzi 2001: VII).

Quando questa fede non rappresenti che un’adesione di facciata, il rito non riesce ad assolvere appieno la sua funzione consolatoria.

Martine Segalen sostiene, con un’evidente eco durkheimiana, che il rituale crolli col venir meno di una credenza condivisa: “anche quando si celebra un funerale religioso, spesso il rito è assente nella misura in cui il gruppo dei presenti non è una «collettività» che condivide un’emozione comune” (Segalen 2002: 51).

Quando non esista una reale convinzione nella vita dopo la morte o nel sacrificio del Cristo per la salvezza degli uomini, rimarrà un senso di incompiutezza e rassegnazione, rimarrà la questione del “cos’altro avremmo potuto fare?”, che, a fronte di una possibilità di scelta non soddisfacente, non trova ancora nella società la proposta di forme rituali valide e conformi alle esigenze contemporanee dei luttuati.

Una risposta plausibile è vista da diversi studiosi in forme rituali più personalizzate, sganciate dalla liturgia tradizionale e maggiormente concentrate sulla vita del defunto. Questa strada è già percorsa in paesi diversi dal nostro, in particolare nel Nord Europa e negli U.S.A.

  • Alla fine il funerale serve più ai vivi, per elaborare un ricordo, o al morto rimanere idealmente nel cuore di amici e famigliari?

A mio giudizio, un funerale serve ai vivi per definizione. Un morto non può usufruirne perché non è più. Tuttavia, come si è colto già con l’Illuminismo, il pensiero di un buon giudizio postumo può essere goduto già in vita. È proprio su questo che si basa la capacità di una morale laica di avere la stessa presa sulla coscienza di una morale religiosa. Lo stesso dicasi per l’idea di lasciare di sé un buon ricordo. Essa può soddisfare quella stessa esigenza di sopravvivenza soggettiva oltre la vita – a fronte di una cessazione oggettiva di essa – cui dà risposta la credenza in una vita dopo la morte. Altrettanto, essa può influenzare il comportamento in vita. D’altronde, quanto più ci si avvicina ai valori della propria società, quanto più si incarna un ideale di buona socialità, tanto più si potrà essere riconosciuti e ricordati come esempio. Comunque, per rimanere sulla domanda, l’elaborazione di un ricordo del defunto da sovrapporre all’assenza della sua realtà e da introiettare come nuovo fondamento ideale del gruppo che si va a ricostituire ritualmente è una funzione fondamentale del funerale. Aggiungerei che il fatto di concepire un funerale come conforme alle volontà del defunto e l’idea stessa del rispetto di queste volontà, altro non sono se non un modo di rappresentarsi le proprie azioni come dettate da una volontà obbligante, quella del defunto, rafforzata dalla sacralità del contatto con la morte, e dunque di alleviare il peso della responsabilità delle scelte in occasione del funerale. Il defunto, infatti, viene ad incarnare contemporaneamente il dato che induce la crisi e l’imposizione sociale alla sua soluzione. Esso, inoltre, sarà presumibilmente portatore degli stessi valori dei superstiti, almeno di quelli a lui più prossimi. Pertanto, egli potrà ben assolvere la funzione di legittimare quella che invece è la volontà dei superstiti stessi. Per essere chiari: il rispetto della volontà del defunto non può aver luogo senza la conforme volontà dei superstiti.

  • Lei mi ha parlato dell’elaborazione del lutto come di un’interpretazione figurale del defunto che viene idealizzato nei valori testimoniati quand’era in vita, così da diventare insegnamento morale, principio esistenziale e memoria per chi resta. Come si sviluppa questo processo nella psicologia del dolente (basta anche una risposta sintetica e semplificata).

morgan2a7Sicuramente non sono in grado di dare una risposta in termini psicologici. Tuttavia ritengo che una funzione essenziale del rito funebre sia la scelta del modo in cui il defunto viene ricordato. Nel momento in cui si ricorda chi la persona scomparsa era stata per i superstiti, al contempo si prende atto del valore della perdita e della persona: si esplicita il perché quella persona fosse così importante, che cosa rappresentava e soprattutto che cosa rappresenterà d’ora in poi per i superstiti. Il fatto che ciò avvenga nel momento rituale è fondamentale per più motivi: questo processo diventa rappresentazione e scelta comune; dunque, intorno a questa scelta, si coagulerà il nuovo sentire del gruppo, la sua nuova costituzione ideale, la riaffermazione della sua coesione. Inoltre, come avevano osservato tra i primi Robertson Smith e Durkheim, il momento rituale costituisce un momento particolare di condivisione delle coscienze e dei sentimenti. Per questo esso è caratterizzato da prodotti emotivi ed ideali più forti ed incisivi di quelli dei momenti “quotidiani”, tali da impressionare le coscienze con maggiore efficacia e durata. È importante anche considerare che ciò che viene stabilito nel rito, e dunque anche la nuova identità del defunto, per il fatto di essere stato deciso collettivamente, ha valore immediatamente istitutivo; diventa cioè elemento condiviso tendenzialmente almeno dalla maggioranza dei partecipanti: una percezione con cui comunque bisognerà confrontarsi, anche in caso di dissenso.

In questa situazione, sul defunto sarà proiettata tutta l’energia rappresentativa del gruppo riunito e teso alla propria riaffermazione, e dunque tutti i suoi valori, eccitati dalla carica emotiva vissuta. Questi cercheranno riflesso e conferma nel vissuto del defunto, che verrà potenziato in questa accezione. Per questo egli diverrà un così forte esempio di questi valori e come tale si imprimerà nella memoria.

  • Qual è il ruolo sociale dell’evento funerale? Secondo Lei potrebbe sussistere un rito, ermetico ed intimistico, capace di ignorare la socializzazione della morte?

Sicuramente un funerale ha la funzione di rifondare un gruppo sociale lesionato da una crisi luttuosa e di consentire una rielaborazione e una reintroiezione collettiva della figura del defunto. Una elaborazione personale del lutto, complementare a quella collettiva e diversa da essa – anche se tutt’altro che escludente necessariamente la relazione – è comunque scontata.

Detto questo, forme rituali più intimiste ed ermetiche possono certamente sussistere. Tuttavia, esse trovano comunque il loro fondamento nel fatto di essere accettate e legittimate socialmente. Esse, anzi, riflettono certamente caratteristiche specifiche delle società e culture che le producono. La maggiore enfasi sull’aspetto socializzante o intimista dell’elaborazione del lutto non è, in buona sostanza, che un dato culturale. Certo, in un panorama complesso come quello di molte realtà contemporanee, c’è ampio margine per la scelta e l’interpretazione personale delle modalità del lutto. L’essenziale è che il risultato sia un’elaborazione e una rappresentazione soddisfacente per i superstiti.

Rifletterei sul fatto che molte cerimonie funebri contemporanee sono forzatamente “intimiste” nel senso che non vi si riscontra un’ampia partecipazione pubblica: questa è data dal vissuto sociale della persona. Può dunque capitare che una cerimonia basata su una forte aspettativa di “socializzazione”, nel senso di un’ampia partecipazione collettiva, si riveli invece, sotto questo aspetto, deludente. Forse è allora necessario rendere le persone consapevoli che una buona elaborazione del lutto non è solo un dato quantitativo, ma anche qualitativo. Tuttavia, ciò non potrebbe sussistere in un orizzonte in cui la quantità e la partecipazione costituissero, di fatto, la qualità ricercata.

  • Può esistere una spiritualità “laica” ed “atea”. Se sì In quali termini?

Non mi porrei neanche la domanda. Pur non sentendomi in grado di dare una definizione netta di spiritualità, mi sembra evidente che una spiritualità laica e/o atea esista e possa esistere. Mi sembra che la spiritualità attenga al valore ed al modo in cui i valori sono sentiti, e mi sembra che essa attenga ad un senso di trascendenza. Ora, la trascendenza può essere anche completamente umana, nel senso di trovare il suo fondamento, la sua legittimazione ed il suo fine nell’uomo ed in valori semplicemente umani. Personalmente ritengo che la religione stessa non sia che una rappresentazione metaforica di esperienze, esigenze e vissuti null’altro che umani. Per questo credo che una spiritualità laica non abbia assolutamente nulla in meno di una spiritualità religiosa. Essa, semplicemente, cerca e trova il suo fondamento nel valore umano e terreno piuttosto che in quello religioso, tributando all’uomo e alle sue possibilità, capacità, sentimenti e quant’altro e, aggiungerei, al mondo e alla natura, un rispetto, una considerazione, una fiducia e, soprattutto, una capacità di suscitare sentimenti totali e trascendenti l’individuo che non hanno bisogno di cercare fondamento altrove.

  • Come avviene in un funerale laico la comunicazione, anche non verbale, di emozioni ed ideali? Attraverso quali percorsi?

Farei alcune premesse: innanzitutto, data la complessità del mondo e delle persone e la possibilità di scelte espressive diverse per individui e culture, non ritengo di poter considerare un generico “funerale laico”. Inoltre credo, per alcuni aspetti, che le competenze necessarie a giudicare una comunicazione non verbale siano piuttosto ampie ed attengano a diversi ambiti, fino all’etologia.

Per quello che riguarda la comunicazione verbale, ritengo che la componente discorsiva sia fondamentale per la trasmissione di emozioni e ideali, sia questa componente a carattere “verticale” e formalizzato, con una persona che parla investita di questo compito dal gruppo o con l’attenzione regolata di esso, sia invece a carattere “orizzontale” e più informale, con discorsi più intimi che servono a stabilire e rafforzare legami ed anche a creare quella condivisione che può far sì che un gruppo di persone costituisca un’assemblea concorde e di comuni intenti. La componente discorsiva ha evidentemente un ruolo fondamentale nella creazione e circolazione di senso.

Per quello che riguarda la componente non verbale, le emozioni hanno il loro veicolo di comunicazione in tutte le componenti che conosciamo: il corpo, i gesti, gli atteggiamenti, i pianti, gli sguardi, l’abbigliamento e così proseguendo. Anche gli ideali si trasmettono secondo i loro canali più ovvi: i comportamenti e i simboli, sui quali torneremo.

Detto questo, mi chiederei anche: “in che modo questa comunicazione avviene in un funerale religioso?”. Siamo sicuri che questa comunicazione sia poi così diversa? Personalmente ritengo che la distanza tra un funerale religioso ed uno laico, sempre salva l’inopportunità di così ampie generalizzazioni, risieda fondamentalmente nei contenuti rappresentati, mentre, a livello di canali, il tipo di comunicazione è la stessa: la messa non è forse un discorso, ossia uno strumento ampiamente umano di comunicazione? E non è essa una mensa? La comunione, cioè, non è forse una commensalità, probabilmente il più antico atto di condivisione e di aggregazione, che sancisce una collaborazione, una società in senso stretto? Ed i veicoli di comunicazione dell’emozione non sono forse gli stessi?

Ritengo che la mia tesi di laurea mi abbia consentito di cogliere alcuni significati profondi dei funerali laici, ma anche che molti di questi significati, appartengano anche ai funerali religiosi, che, semplicemente, li esprimono attraverso rappresentazioni diverse. Tuttavia, essi agiscono nella stessa direzione: la trasformazione del defunto in un esempio dei valori condivisi e che è necessario riaffermare per rifondare il gruppo e tornare a vivere. Oppure, almeno, l’evocazione di questi valori attraverso la storia del defunto quando essa non si presta all’esemplarizzazione.

  • Quali sono i vessilli ed i simboli funerari di una coscienza laica dopo il tramonto delle ideologie totalizzanti?

Certamente non posso rispondere a questa domanda: non posso sapere quali siano i simboli che le persone sceglieranno di volta in volta per rappresentare se stesse, la loro vita, i loro affetti, i loro cari, la loro esperienza.

Tuttavia ritengo di poter dire una cosa abbastanza precisa: anche un funerale religioso non si può fare senza l’essere umano! In un funerale religioso il simbolo è presente come altrimenti non potrebbe essere. Tuttavia, al centro dell’attenzione è il defunto, o la bara. Ad essi il simbolo si giustappone e si associa: il defunto rappresenta la pietra dello scandalo, il motivo della crisi per la cui elaborazione collettiva ci si raduna. In un funerale è necessario proprio riuscire a trasformare la figura del defunto in nuovo fondamento per la vita che prosegue. È necessario trasformare la sua vita in valore positivo comune al gruppo per rifondarlo idealmente. Proprio per questo, in un funerale laico, il primo, vero simbolo è l’uomo in sé, la persona, con tutto il suo valore. Essa porta in sé la sacralità della morte e l’imperativo sociale al recupero della crisi. Le altre simbologie, gli altri significati chiamati in gioco nel rito saranno funzionali all’orizzonte degli specifici dolenti, degli specifici gruppi e alla loro intenzione rappresentativa. I simboli potranno essere scelti – e comunicati attraverso una esplicita trasmissione verbale che sia circolazione di senso – a partire dal vissuto stesso del defunto e di ciò che di questo si vuole rendere significativo.

  • Sino alla fine degli anni ’80 il funerale civile era una scelta di massa ed istituzionalizzata da una precisa fede politica e sociale, adesso come Le pare sia cambiato il rapporto tra cerimonie e politica?

Innanzitutto mi mancano i dati e l’esperienza per poter suffragare la sua affermazione. Io sono relativamente giovane e vivo in una realtà (Roma) diversa dalla sua (Modena). Inoltre, la questione mi pare essere più tra cerimonie e tessuto sociale che tra cerimonie e politica: la politica aveva una forte presenza all’interno delle cerimonie perché essa era centro e motore di una forte aggregazione sociale. Ora la questione è che la politica non sembra più assolvere questa funzione mentre tuttavia un preciso sentire laico, anche legato ad alcune visioni del mondo e della politica, rimane e pone l’esigenza di riti funebri ad esso conformi. Ciononostante, questo sentire non sembra sostenuto da forme di aggregazione e di socializzazione che possano essere il terreno di forme rituali condivise.

Inoltre, le ho esposto una mia ipotesi a riguardo, che tuttavia chiede di essere sostenuta da fatti, dati e numeri: una generazione fortemente politicizzata, quella del ’68, ha avuto una vita fortemente aggregata e partecipativa fino ad un certo periodo ed ha, infatti, rivoluzionato i costumi ad esempio per quello che riguarda il matrimonio, con l’introduzione del divorzio e la pratica dei matrimoni civili, ormai così diffusi che, recentemente, a Milano, il numero dei matrimoni civili ha superato quello di quelli religiosi. Dopo l’esplosione del fenomeno terroristico, si è assistito, negli anni ’80, ad un’ondata di riflusso, soprattutto per quello che riguarda le forme partecipative ed associative (spezzate spesso anche dalla strumentale accusa di essere comunque filoterroristiche). In questo periodo, la socialità di quella generazione si è disgregata, ma, soprattutto, mi sembra da considerare che tale generazione non è ancora arrivata o si affaccia appena alla soglia della mortalità. Per questo essa non ha potuto elaborare riti funebri propri e conformi al proprio vissuto. Quando si presenta il lutto, questa generazione non ha più quella coesione e quella abitudine alla pratica collettiva che sono necessari per avere la consapevolezza di quali forme le potrebbero essere proprie. Senza comunicazione e condivisione non si può avere un fondo comune che consolida le pratiche e le forme fondando una tradizione.

  • In una cerimonia religiosa il filo conduttore è l’azione salvifica di un Dio che accoglie (almeno si spera) il defunto e consola chi resta. In un funerale civile quale forza o convinzione etica sopperisce alla mancanza dell’elemento sovrannaturale?

Per rispondere di getto, personalmente ritengo che l’elemento sovrannaturale non sia null’altro che una modalità di rappresentazione di una morale tutta umana, ossia del rapporto dell’uomo con la sua società e con i suoi valori.

Parlando di convinzione etica, ritengo che in un funerale laico il valore sia semplicemente quello di aver avuto e condotto una buona vita e l’importanza che si riveste per i propri cari. Il metro con cui si giudica questa bontà è particolare di ogni gruppo sociale e di ogni distinto orizzonte culturale: si può propendere per l’enfatizzare le realizzazioni personali così come la socialità del defunto e la sua attenzione per il prossimo, il tutto secondo specifiche intensità e combinazioni.

Per i superstiti, ciò che può consolare è la consapevolezza di aver avuto presso di loro una persona valida ed importante, e di poterla tenere presso di sé nel ricordo.

Come si comprese fin dagli esordi di un rapporto laico con la morte, nell’Illuminismo, la dimensione del ricordo svolge un ruolo fondamentale a questo riguardo: il ricordo svolge la stessa funzione di premio assolta da paradiso e inferno.

Il presupposto del funerale laico è che non ci siano vite ulteriori dopo la morte. Questo dato si accoglie con quella che de Martino chiamava una “rassegnazione morale” (de Martino 2000: 20-21), che egli giudicava una forza. Per questo motivo, il valore della persona si valuta in funzione di questa vita, ma d’altronde anche in un funerale religioso, il giudizio si esprime riguardo a questa vita. La differenza consiste nel fatto che anche l’eventuale premio è goduto in questo mondo. Ma non è un premio goduto effettivamente dal defunto. Esso è semmai goduto in anticipo durante la vita come premio per la propria condotta. “Non vi propongo di vivere dopo la vostra morte. Ma vi propongo di pensare, mentre siete vivo, che sarete onorato dopo la vostra morte, se l’avete meritato” scriveva Diderot all’amico Falconet (cit. in Sozzi 1996: 101). Questo pensiero è in grado di influenzare preventivamente la condotta (“se l’avrete meritato”), e dunque di agire come sanzione della morale. I funerali laici a maggior carattere politico sono stati storicamente anche una messa in scena a beneficio dei vivi (o in loro funzione), un mezzo di trasmissione ad essi di valori, ideologie e regole di condotta. Si mostrava che, quanto più si era stati esemplari dei valori proposti nel funerale, tanto più la propria persona veniva innalzata e celebrata (l’argomento è trattato ottimamente in Mengozzi 2000). Questo meccanismo, seppur meno ideologizzato e politicizzato, mi sembra ancora una delle basi dei funerali civili. D’altronde, anche un funerale religioso può agire nello stesso modo, seppur rappresentandolo in maniera diversa.

  • Se non ricordo male un funerale civile, per avere successo, deve saper suscitare valori universali e concretamente vissuti. Quali?

Non è una questione di valori universali, né saprei dire di quali si debba trattare. Quello che intendo, facendo riferimento a Turner, è che, conformemente alle situazioni di communitas, proprie dei riti a carattere collettivo (ma non solo di quelli), i valori proposti siano intesi in un’accezione meno rigida e decisa di quanto non lo siano nelle situazioni strutturate quotidiane. Essi sono, per così dire, diluiti, intesi in un senso più ampio, in maniera tale da essere condivisi dal maggior numero possibile dei presenti, da essere maggiormente inclusivi, di modo che il gruppo che si andrà a ricostituire come effetto del funerale possa essere massimamente vasto, unito e concorde.

Certo, se devo citare valori specifici, è ovvio che il mio pensiero va a valori che siano espressione di socialità, quali l’attenzione reciproca, l’altruismo e la concordia. Il vivere concretamente questi valori è certamente un mezzo per ricostituire un gruppo leso e, a questo proposito, può facilmente accadere che siano individuati, nella vita del defunto, atti che siano esemplari di questo “atteggiamento pratico”, che si inviti dunque ad imitarli, costituendo così un indirizzo per l’azione, al fine di superare la crisi.

BIBLIOGRAFIA

  1. Bourdieu, Pierre 1982. Les rites comme actes d’institution, in «Actes de la recherche en sciences sociales».
  2. De Martino, Ernesto 2000 (ed. or. 1958) Morte e pianto rituale, Bollati Boringhieri, Torino.
  3. Durkheim, Émile 1973 (ed. or. 1912). Le forme elementari della vita religiosa, Newton Compton, Roma.
  4. Hertz, Robert 1978 (ed. or. 1907). Sulla rappresentazione collettiva della morte, con il saggio La preminenza della mano destra (ed. or. 1909), Savelli, Roma.
  5. Fondazione Ariodante Fabretti (a c. d.) 2004. Il rito del commiato, Torino.
  6. Mengozzi, Dino 2000. La morte e l’immortale. La morte laica da Garibaldi a Costa, Piero Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma.
  7. Robertson Smith, William 1972 (ed. or. 1889). Lectures on the religion of Semites, Schocken books, New York.
  8. Segalen, Martine 2002. Riti e rituali contemporanei, Il Mulino, Bologna.
  9. Sozzi, Marina 1996. La molecola immortale: trasformazioni della materia nel Settecento, in Tartari, Manuela (a c. d.) 1996. La terra e il fuoco. I riti funebri tra conservazione e distruzione, Meltemi, Roma.
  10. Sozzi, Marina (a c. d.) 2001. La scena degli addii: Morte e riti funebri nella società occidentale contemporanea, Paravia, Torino.
  11. Turner, Victor W. 1972a (ed. or. 1969). Il processo rituale, Morcelliana, Brescia.
  12. Van Gennep, Arnold 1981 (ed. or. 1909). I riti di passaggio, Bollati Boringhieri, Torino.

Dove tributare le speciali onoranze di cui all’art. 24 del DPR 285/90

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l’Art. 24 comma 3 del DPR n. 285/90 prescrive che, in caso di sosta del corteo funebre presso comuni intermedi, per il tributo di speciali onoranze, il decreto di autorizzazione sia comunicato ai sindaci di questi comuni.

In effetti secondo il nostro ordinamento di polizia mortuaria (Art. 337 Regio Decreto n. 1265/1934) la sepoltura, a sistema di inumazione, tra l’altro, dovrebbe avvenire naturalmente nel comune di decesso, si pensi anche all’Art. 50 comma 1 Lettera a) DPR 10 settembre 1990 n. 285

Esempio: la processione in coda all’autofunebre parte dalla località di X, si ferma nel comune di Y, dove è stata allestita una seconda camera ardente, per poi raggiungere il cimitero ubicato nel comune di Z.

Come può il sindaco (leggasi, oggi, il dirigente) del comune di X autorizzare la sosta intermedia presso la camera ardente apparecchiata nel comune di Y (ovvero in un altro distretto amministrativo) senza aver ottenuto il previo consenso proprio dalle autorità cittadine del comune di Y?

Non è più logico che il dirigente preposto al servizio di polizia mortuaria, di X, prima di autorizzare la sosta intermedia, s’informi presso i propri colleghi del comune di Y, al fine di sapere se il suddetto comune di Y permetta ai feretri la sosta in particolari luoghi, da definire di volta in volta, adatti al tributo di speciali onoranze?

Sì, in effetti, si segue una procedura simile: il dirigente del comune X rilascia il decreto di autorizzazione, da comunicare agli eventuali Comuni di sosta, dopo avuto formale assicurazione sulla disponibilità ed idoneità sanitaria dei locali da adibire a camera ardente da parte dei comuni interessati dalla sosta intermedia.

Spesso è proprio l’impresa funebre che provvede a questi adempimenti, riferendo, sotto propria responsabilità, all’ufficio di polizia mortuaria del comune di partenza il consenso, da parte degli altri comuni, a che si proceda con l’autorizzazione al trasporto.

L’eventualità di una seconda camera ardente, collocata in un comune intermedio, merita qualche ulteriore chiosa.

Se il trasporto verso questa seconda camera ardente avviene prima che sia completamente trascorso il periodo d’osservazione la salma deve esser movimentata a cassa aperta (art. 17 DPR 285/90).

Naturalmente in caso di salme infette in trasporto “a cassa aperta” non è possibile ai sensi del combianto disposto tra gli Artt. 18 e 25 DPR n. 285/1990

Se la seconda camera ardente è allestita per l’esposizione della salma occorre una duplice valutazione di natura sanitaria da parte dell’AUSL del Comune Y:

  1. Idoneità del luogo sotto il profilo igienico a fungere come luogo dove continuare il periodo d’osservazione[1]
  2. Accertamento sulla non pericolosità del mantenimento della salma in quel determinato luogo.

Di norma è l’ordinanza del Sindaco sui trasporti funebri, in attuazione dell’Art. 22 DPR 285/90, ad individuare gli ambienti terzi[2], rispetto a:

  • Domicilio privato in cui si è verificato il decesso.
  • Servizio mortuario ospedaliero o di altre strutture sanitario/assistenziali (casse di cura, case di riposo, oppure ospizi)
  • Obitorio.
  • Deposito d’osservazione.

dove svolgere il periodo d’osservazione, per rendere speciali onoranze civili o religiose[3].

Bisogna poi ricordare come l’autorizzazione al trasporto di cui all’Art. 24 DPR n. 285/1990 ordinariamente abbia come oggetto il trasporto di cadavere una volta decorso il periodo d’osservazione (“a contrariis” Art. 8 DPR n. 285/1990), ossia, in altre parole il trasporto a cassa chiusa, anche perchè nel trasferimento funebre da comune a comune troverebbe pur sempre applicazione l’Art. 30 del Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria, il quale, si pensi anche all’attività necroscopica di verifica feretro di cui al paragrafo 9.7 Circ. Min. n. 24/1993, richiede pur sempre la definitiva apposizione del coperchio sulla cassa e la sua sigillatura.

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[1] Il luogo deputato straordinariamente a deposito d’osservazione, ove svolgere il periodo d’osservazione, deve garantire tutte le precauzioni ed i controlli affinché eventuali manifestazioni di vita non siano ostacolate.

[2] Nel nostro ordinamento nazionale di polizia mortuaria non è ancora perfezionata la possibilità di svolgere il periodo d’osservazione presso una casa funeraria (sala del commiato) anche se diverse regioni hanno già legiferato in materia.

[3] Nelle solenni esequie di religiosi (Sacerdoti, Vescovi, Abati, Principi della Chiesa…) è costume esporre la salma in chiesa, per tutta la durata della veglia funebre.

La tumulazione delle urne cinerarie nel copritomba dei campi ad inumazione?

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Come “aggirare” il divieto di inumare le urne cinerarie?

In effetti la sepoltura, nella nuda terra, delle ceneri si configurerebbe come una velata dispersione delle stesse tra le zolle della fossa, una volta ricoperta (ecco perchè, ad esempio, la Regione Lombardia non abbia recepito questo innovativo istituto della Legge n.130/2001) e lo sversamento delle ceneri, in modo da renderne impossibile un’ulteriore raccolta, richiede una procedura particolarmente aggravata (autorizzazione da perte dell’Ufficiale di Stato Civile) con manifestazione di volontà rafforzata (è di rigore una disposizione testamentaria scritta) da parte del de cuius, proprio per i riflessi di natura penale (si rischia la reclusione) che ex Art. 411 Cod. Penale, la dispersione non autorizzata presenta, configurandosi quale reato contro la pietà verso i defunti.

Prima dell’avvento della Legge n. 130/2001, in parte ancora “congelata” per alcune regioni italiane, la destinazione finale delle urne cinerarie e, quindi, degli esiti da completa cremazione dei cadaveri umani, era disciplinata solo dal Testo Unico Leggi Sanitarie ed, in subordine dal DPR n. 285/90.

 

Le ceneri, allora, se si esclude la dispersione (in cinerario comune ex Art. 80 comma 6 DPR 285/90) per l’ordinamento nazionale di polizia mortuaria (Art. 343 del Regio Decreto n. 1265 del 27 luglio 1934 ed Art. 80 comma 3 DPR 285/90) previgente all’approvazione della Legge n. 130 del 30 marzo 2001 avrebbero potuto solamente esser tumulate, ovvero racchiuse in un vano inteso come un volume stabile, definito e delimitato da elementi scatolari (pareti), mentre la tamponatura di tale cella, anche ai sensi della Circ. Min. n. 24 del 24 giugno 1993, ha solo la funzione di preservare l’integrità dell’urna da eventuali profanazioni o dall’azione aggressiva degli agenti atmosferici.

 

Questo spazio “chiuso” potrebbe fisicamente trovarsi anche fuori del recinto cimiteriale.

 

Il Consiglio di Stato in tale postilla (Art. 343 del Regio Decreto n. 1265 del 27 luglio 1934) ha individuato il grimaldello normativo per rendere operativa la custodia delle ceneri presso un domicilio privato.

 

La rivoluzionaria motivazione del parere del Consiglio di Stato, cui si è attenuto lo stesso Presidente della Repubblica, con DPR 24/02/04, però, ha aperto altri spiragli, tra cui la possibilità di implementare parti della Legge 130/01 attraverso specifici regolamenti di dettaglio o combinati disposti tra le norme di principio contenute nella stessa Legge e le norme preesistenti tali da determinare la possibilità di dare piena attuazione agli istituti della Legge 130/2001, attraverso una complessa opera di ricostruzione ed integrazione del tessuto normativo.

 

La Legge 130/2001, tra le forme di sepoltura delle ceneri, prevede anche l’interramento, in quel caso, però occorre sia specificato il materiale dell’urna, che si ritiene debba essere biodegradabile ai sensi dell’Art.75 comma 1 DPR 285/90.

 

L’inumazione delle urne cinerarie, dunque, può avvenire solo dopo specifica e formale regolamentazione, in cui si stabiliscano le caratteristiche dell’interramento (profondità, larghezza e lunghezza minima della fossa), delle urne, nonché i tempi e le modalità in cui il de cuius, o chi ha titolo per disporre di lui, possa, scientemente, decidere che le sue ceneri siano sepolte in campo di terra.

 

Secondo alcuni commentatori potrebbe esser lo stesso regolamento comunale di polizia mortuaria a recepire queste indicazioni.

 

In questi ultimi anni di impasse normativo, dovuto all’ormai nota sospensiva della Legge 130/01, in diverse zone d’Italia, dove alta è la scelta cremazionista, si è elaborato un ingegnoso sistema di sepoltura “spuria” in cui si compendiano i tratti caratteristici dell’inumazione e della tumulazione.

 

Di solito ogni fossa è sormontata da un cumulo di terreno, si tratta della sagomatura delle zolle affiorate dalla profondità.

 

Per effetto del naturale compattamento del terreno (o per cedimento del coperchio del feretro) nei mesi immediatamente successivi alla inumazione, si ha un assestamento del terreno con abbassamento del tumulo.

 

E’ anche per questo motivo che in vari Comuni italiani viene previsto un periodo di 6 mesi dalla inumazione in cui non collocare cippi o copritomba, ma solo lapidine provvisorie.

 

L’intuizione geniale consiste nel ricavare nella profondità di questo spessore, su cui sarà posizionata la lastra tombale, un pozzetto dalle dimensioni in grado di ospitare una o più urne cinerarie.

 

Questa piccola camere sepolcrale ipogea per urne è, a tutti gli effetti, una sorta di mini loculo, chiuso da una parete rimovibile che lo rende assolutamente ermetico, così da impedire l’infiltrazione delle acque piovane.

 

Così l’urna è sia immersa nella nuda terra, sia tumulata.

 

Consentiteci un paragone forse ardito, ma di forte valore esplicativo: tale soluzione è stata adottata anche per la sepoltura dei Papi (segnatamente Paolo VI e Giovanni Paolo II, appunto tumulati in una tomba a sterro, poiché, nelle loro ultime volontà, avevano esplicitamente chiesto sepoltura nella terra e non in altro manufatto monumentale collocato in superficie.

 

Si tratta di un sistema che, quando legittimato dal regolamento cittadino di polizia mortuaria, non confligge con la Legge ed ha permesso di accogliere, senza stravolgimenti, anche in tempi passati il rispettabilissimo desiderio di inumare i residui della cremazione, rendendo anche possibile la sepoltura di un feretro ed un’urna nella stessa fossa, in deroga all’Art. 74 (un solo cadavere per ciascuna fossa) pratica funebre altrimenti ammessa solo per madre e neonato deceduti in concomitanza del parto.

 

Si prospetta, però, una criticità procedurale.

 

La tumulazione è una metodologia di sepoltura, assimilabile alla sepoltura privata, di cui al capo XVIII DPR 285/90, che comporta, dietro la corresponsione di un canone, fatti salvi i rarissimi casi di particolari benemerenze verso la municipalità, la concessione di un’area, su cui edificare un sepolcro, oppure direttamente di un manufatto (blocco murario, colombario…) in cui dar sepoltura ai defunti.

 

 

L’inumazione nelle quadre di terra e non in campi concessi per la realizzazione di sepolcri privati basati sul sistema ad inumazione, anche dopo la Legge n.26 del 28 febbraio 2001, non comporta la concessione di area, ma semplicemente l’uso della fossa.

 

Inoltre, di solito, il comune, titolare ultimo del sepolcreto, può imporre un diritto di polizia mortuaria per l’apposizione della lapide e in molti comuni, un diritto di apposizione di copritomba. Per cui dovrebbe essere prevista la introduzione di un ulteriore diritto per tumulazione di urna in manufatto ricavato nel copritomba, per la durata pari alla ordinaria inumazione (10 anni).

 

Il manufatto è, però, costruito a cura del familiare, poiché ai sensi dell’Art. 70 DPR 285/90 l’amministrazione ha il solo obbligo di dotare ogni buca di un cippo recante oltre al numero progressivo della tomba le generalità del defunto.

 

Al termine dell’ordinario periodo di inumazione, deve essere prestabilito che le ceneri, se non diversamente disposto dagli aventi diritto, siano versate nel cinerario comune, o nel giardino delle rimembranze del cimitero.

 

Non possono invece esser sparse in natura perché manca l’esplicita volontà del de cuius.

 

In alternativa, a carico dei richiedenti, si individua una nicchia ossario o un loculo dove riporre la cassettina con i resti del cadavere esumato assieme alla urna cineraria, oppure chi ha titolo chiede ed ottiene la conservazione delle ceneri presso il proprio domicilio.

 

Naturalmente le ossa o ancor peggio l’esito da fenomeno cadaverico di tipo trasformativo-conservativo rivenuti all’atto dell’esumazione non possono, nella maniera più assoluta seguire lo stesso percorso extra moenia (ossia fuori del recinto cimiteriale) delle ceneri e la loro destinazione obbligata sarà rispettivamente:

 

L’ossario comune o la cassettina ossario e la tumulazione individuale (su richiesta dei famigliari) per l’ossame.
Un nuovo turno di sepoltura in campo indecomposti, la ritumulazione ai sensi della Circ. Min. n. 10 del 31 luglio 1998, oppure la cremazione per i resti mortali (ex DPR 254/03).

Se l’inconsunto viene cremato è possibile il riavvicinamento con le altre ceneri originariamente sepolte nella stessa fossa.

 

Deve, quindi, essere chiaro che non sussiste il diritto di rinnovo, implicito o esplicito, di nessuna concessione, in quanto non sussiste akcun rapporto concessorio se non quello per il temporaneo uso dell’area su cui poggia il copritomba.

 

Dal punto di vista economico questa novità deve essere valutata attentamente per introdurre specifici tariffari, perché in questa maniera, qualora essa divenisse un fenomeno di massa, il Comune perderebbe entrate (per mancate concessioni di nicchie).

 

Ovviamente, in ogni momento, l’avente titolo può individuare un’altra collocazione dell’ urna cineraria, tra quelle consentite della Legge, chiedendone l’estumulazione “straordinaria” al comune nel cui cimitero l’urna è conservata.

 

Può sembrare curioso, ma, in questo frangente, si ricadrebbe nella fattispecie regolamentare, piuttosto nuova per il nostro sistema funerario, dell’estumulazione straordinaria di ceneri… e non di feretri.

 

 

Questa sepoltura mista delle ceneri, in cui si compendiano tratti distintivi della tumulazione ed, invece, aspetti propri dell’inumazione, non è una destinazione finale, ultima e, perciò, irreversibile (come, invece, accade per la dispersione) poiché dette ceneri potranno successivamente seguire altri percorsi, è, allora, assolutamente d’obbligo un’urna sigillata, che rechi gli estremi anagrafici del defunto e realizzata in materiale non facilmente deperibile (vetro, marmo, metallo pregiato…), ai sensi del pargrafo 14 Circ. MIn. n. 24/1993 e soprattutto del D.M. 1 luglio 2002 siccome la tumulazione, ancorché in ambiente posto sotto il livello del piano di campagna, non comporta la biodegradabilità degli elementi immessi nel ciclo cimiteriale.

 

Si può rinviare un’inumazione?

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In questi giorni il maltempo, con i suoi improvvisi scrosci di pioggia “fantozziana”, imperversa in diverse regioni d’Italia, rendendo i campi d’inumazione pressoché simili a paludi, a causa del fango.

Ai sensi dell’Art. 49 del DPR 285/90 il comune è obbligato a disporre di almeno un cimitero a sistema di inumazione in cui accogliere i soggetti di cui al successivo Art. 50.

Se il de cuius ha titolo per esser inumato in un particolare cimitero (quello di decesso, di residenza o quello dove sussista una sepoltura privata su cui i de cuius vantasse lo jus sepulcrhi) si darò luogo all’inumazione non appena vi saranno le necessarie condizioni di sicurezza per il personale necroforo.

Nel frattempo, ai sensi dell’Art. 64 DPR n.285/90 il feretro sosterà in camera mortuaria, poiché per Legge la camera mortuaria ha proprio questa funzione, ci sono infatti situazioni per cui non si può procedere ad immediata sepoltura. Dati i giustificatissimi motivi di forza maggiore si propende per la gratuità dell’uso della camera mortuaria, altrimenti ormai ordinariamente a titolo oneroso, così come quasi tutti i servizi cimiteriali ex art. 1 comma 7bis Legge 28 febbraio 2001 n. 26.

Come ha recentemente rilevato la Suprema Corte di Cassazione e’ legittima l’astensione dall’attività lavorativa in caso di mancanza sui luoghi di lavoro delle misure di sicurezza necessarie nel caso concreto a garantire l’incolumità dei lavoratori esposti a rischi. Per la Corte di Cassazione la mancata predisposizione da parte del datore di lavoro delle misure richieste dai lavoratori per essere tutelati da particolari rischi lavorativi configura un grave inadempimento contrattuale che giustifica – in virtù della corrispettività delle prestazioni sottesa al rapporto di lavoro – la controparte a sospendere il proprio adempimento (ossia la prestazione dell’attività lavorativa) ex articolo 1460 del Codice civile. Di conseguenza, avverte la Corte nella relativa sentenza (7 novembre 2005, n. 21479), è illegittimo il licenziamento per giusta causa o per giustificato intimato dal datore di lavoro al lavoratore astenutosi dall’attività lavorativa.

I necrofori potranno opporre questo motivato rifiuto ai parenti del defunto.

Ricordiamo che le operazioni cimiteriali sono di esclusiva competenza del gestore, persone esterne non possono assolutamente attendere allo scavo delle fosse, alla calata delle bare oppure alla chiusura dei tumuli.

Sarebbe possibile un intervento da parte di soggetti esterni alla direzione del cimitero solo in caso di tomba privata (esempio: cappella gentilizia costruita dal concessionario su terreno cimiteriale datogli in concessione dal comune) e se questa circostanza (invero piuttosto rara) è espressamente contemplata dal regolamento comunale.

Un’inumazione in una quadra di terra fradicia è problematica perchè il terreno a bordo fossa potrebbe franare creando un frangente di oggettivo pericolo.

I rimedi sono pochi:

1) Allestite una sorta di baldacchino che copra la fossa per evitare che la stessa si riempia d’acqua, almeno per il tempo necessario all’interro della bara (soluzione molto spettacolare, ma scarsamente efficace)
2) Per far scendere la cassa nello scavo usate un calaferetri, avendo cura di piazzarlo in modo stabile sul labbro perimetrale della buca, così da rendere superflua la movimentazione a mano del feretro in prossimità della fossa.
3) Adottate delle sagomature “a perdere” definite in gergo necroforese “sbadacchiature” per compattare i lati della fossa ed il terreno immediatamente circostante, così da impedire rischiosi smottamenti delle zolle proprio quando si sta muovendo la cassa (sarebbe l’idea migliore in termini di sicurezza).

Le sbadacchiature, ossia sistemi di contenimento delle pareti di scavo, altro non sono se non elementi scatolari utili per sagomare la terra delle pareti laterali, creando una sorta di rivestimento lungo tutto il bordo della buca. Il feretro dovrà esser confezionato tenendo conto del probabile periodo d’attesa di più giorni (un po’ come succede per le cremazioni quando le bare rimangono “parcheggiate” in camera mortuaria anche per intere settimane).

Assolutamente sconsigliabile è la doppia cassa lignea e metallica, poiché il cofano andrà inumato, prima della sepoltura bisognerebbe rimuovere o squarciare il coperchio metallico ex Art. 75 comma 2 DPR 285/90 e tale procedura non è per nulla igienica.

Molto meglio, allora, attivarsi discretamente presso l’impresa incaricata di allestire il funerale perchè predisponga la bara con un dispositivo plastico ad effetto barriera in sostituzione del nastro di zinco ai sensi dell’Art. 31 DPR 285/90 e dei relativi decreti ministeriali di autorizzazione, di competenza ancora statale, adottati ai sensi dell’Art. 115 comma 1 lettera b) D.LGS n.112/1998
Con le basse temperature di questi giorni l’involucro plastico ad effetto barriera può garantire l’impermeabilità del feretro ai miasmi cadaverici anche per diversi giorni.

In alternativa si potrebbe usare un cassone esterno munito di guarnizioni a tenuta stagna, quest’ipotesi ancorché legittima e praticabile non ci entusiasma perchè bisognerebbe pur sempre rimuovere la bara dal cassone ed i necrofori entrerebbero a contatto con il percolato cadaverico che fuoriuscirebbe dalla cassa di legno ove il cadavere è racchiuso.

Finita la buriana di questa tempestosa fine estate del 2012, quando il meteo sarà più clemente, e gli acquitrini dei campi comuni leggermente più praticabili, si potrà in tutta tranquillità seppellire la spoglia del de cuius in terra, secondo la sua volontà o quella dei famigliari.

Inumazione senza cassa per tutti, ai sensi del paragrafo 8 Circ. Min. 31 luglio 1998 n. 10???

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Chiacchierando al telefono con un collega necroforo piuttosto ferrato sulle problematiche medico-legali inerenti alla polizia mortuaria è emersa questa questione.

Secondo costui (chissà che un giorno non si laurei davvero) grazie ad un’interpretazione più “spinta” delle norme di polizia mortuaria per salme destinate all’inumazione potrebbe non esser più obbligatoria la cassa da interrare con il cadavere.

Si potrebbe procedere in questo modo: la salma, avvolta in un semplice sudario, durante la sosta nella camera ardente, in chiesa e nel trasporto è racchiusa in un comune cassone di acciaio per recupero salme, poi, una volta al cimitero, è estratta dal cofano e deposta nella fossa.

Io ho risposto, regole alla mano, che questa modalità non sarebbe possibile.

Per l’inumazione non ci sono dubbi: l’art 74 del Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria prevede tassativamente che il cadavere sia racchiuso almeno in un contenitore ligneo.

Le funzioni principali del del feretro, oltre quelle più simboliche di onoranza funebre, sono infatti:

  • occultamento del cadavere, così da nasconderne le spesso disgustose trasformazioni post mortali dorante l’officio delle esequie.
  • contenimento e trasporto dello stesso.

    Anche se la sepoltura in assenza di cassa non fosse proibita in modo espresso, il divieto sarebbe, in ogni caso, di facile intuizione: tecnicamente come si potrebbe tumulare una salma senza cassa a tenuta stagna quando non solo il loculo, ma anche il feretro debbono garantire, nel tempo, la perfetta ermeticità a liquidi e gas?

    Nell’art 76 DPR n.285/1990, ad esempio, si ragiona di feretro da tumulare e non semplicemente di cadavere.

    Il DPR n. 285/1990, poi, non parla solo delle caratteristiche tecniche che la cassa deve presentare durante il trasferimento del cadavere, ma impone spessori minimi e particolari tipologie costruttive delle bare in rapporto alla sepoltura prescelta, quindi, questa è la logica deduzione, anche la cassa deve scendere nella fossa o entrare nella cella muraria, altrimenti perché imporre laboriosi tagli sul coperchio di zinco ex Art. 75 comma 2 DPR Se il mio amico avesse ragione sarebbe molto più semplice disporre che la salma sia completamenterimossa dalla vasca metallica.

    Il problema si complica: insigni giuristi danno il DPR n 285/1990 “morto e sepolto”, siccome le recenti riforme costituzionali del titolo V lo avrebbero implicitamente invalidato in molte sue parti, in realtà, invece, esso rimane pur sempre in vigore, con un “andamento carsico” rispetto alle varie riforme regionali, le quali, per altro lo richiamano espressamente.

    Se è vera questa tesi, anche se non nascondo fortissime perplessità, in Italia non sarebbero più in vigore norme che impongano l’uso obbligatorio della cassa.

    Per particolari minoranze religiose ed etniche (come, ad esempio la comunità ebraica a Roma) anche il DPR n 285/1990 riservava deroghe alle disposizioni generali, infatti per i funerali ebraici nella Capitale ho appreso che, secondo il regolamento comunale di polizia mortuaria, è lecito confezionare il feretro con un asse del fondo estraibile, così da render possibile il contatto tra la spoglia mortale e la nuda terra.

    Anche i musulmani, se non ricordo male, hanno ottenuto una lettura della legge più morbida e confacente alle loro tradizioni, infatti nella “mitica” circolare 31 luglio 1998 n. 10, a firma del dell’allora sottosegretario di stato Monica Bettoni, si riafferma la possibilità del tutto legale, per i culti non cattolici, di inumare nei propri cimiteri “speciali” salme avvolte solo nel sudario.

    Ma tale pratica non è apportatrice di rischi igienici-sanitari per gli operatori cimiteriali?

Le malattie infettivo-diffusive che presentano effettivi rischi per tutti gli operatori che vengono a contatto con un cadavere sono le seguenti: – Carbonchio, Febbri emorragiche virali, Peste, Ortopoxvirosi, Malattie da prioni. In questo senso si è pronunciato, di recente, il Consiglio Superiore di Sanità. Per le ulteriori e seguenti malattie i rischi sono minimi: – Infezione da HIV/AIDS e Leucemia umana a cellule T (HTLV tipi 1 e 2), Epatite virale B, C, D e da altri virus a trasmissione ematica non ancora identificati, Rabbia, Tubercolosi in fase attiva, Colera. In questi casi, del resto molto rari, occorre seguire specifiche precauzioni stabilite dall’ASL. Negli altri casi sono sufficienti le ordinarie misure precauzionali utilizzate da parte di operatori cimiteriali (guanti, scarpe con suola protetta). L’eventuale disagio determinato da cattivi odori può essere contenuto con l’utilizzo di specifici prodotti sia al momento dell’incassamento sia della levata.

A questo punto, al di là degli aspetti “tecnici”, per gli addetti ai lavori, se un italiano di fede cattolica oppure anche un laico in nome di una ritrovata semplicità francescana chiede l’inumazione senza l’uso della cassa, in pieno stile medioevale come si dovrebbe agire? Chi avrebbe ragione?

C’è un problema innegabile di eguaglianza tra i cittadini dinnanzi alla legge.

E’davvero possibile eliminare la cassa oppure sono si tratta di semplici illazioni?

Il tema è molto affascinate, ma terribilmente complicato e, forse, persino ozioso, come molti discorsi “all’italiana”.

Certo, è importante che l’intero comparto funerario italiano si muova nella piena accettazione di costumi e tradizioni anche molto diversi dalle ritualità prevalenti da secoli nel nostro paese, ma parlare già di abolizione della cassa mortuaria è un inutile balzo in avanti, siamo ancora nell’ambito delle pure ed astratte speculazioni filosofiche.

Troppi soldi gravitano attorno al business dei cofani e bisogna considerare come opinioni e legittimi interessi dei costruttori siano sempre ben rappresentati nelle sedi legislative preposte alla riforma delle norme di polizia mortuaria.

Poi bisognerebbe tener presenti le abitudini funerarie degli italiani, la nostra popolazione come accetterebbe questa proposta rivoluzionaria?

Perché questa innovazione (o stravolgimento?) epocale fosse compiutamente recepita ed elaborata dovrebbe passare almeno una generazione.

Se proprio per motivi di ordine pubblico, igiene e logistica cimiteriale (l’altissima incidenza di salme inconsunte sul numero totale di feretri esumati o estumulati dopo gli anni di sepoltura legale ben presto porterà il nostro sistema cimiteriale al collasso) bisognasse imprimere una drastica svolta ai sistemi per lo smaltimento dei cadaveri si potrebbe testare una soluzione intermedia con spessori dei cofani ancor più ridotti rispetto agli standard attuali e pannelli di materiale cartaceo al posto delle assi in legno massello; questa filosofia costruttiva consentirebbe un degno servizio funebre ed una più rapida e sicura decomposizione della salma interrata.

Diversi produttori di cofani, preso atto della difficoltà in cui versano molte aree sepolcrali, si stanno già muovendo nella giusta direzione costruttiva con bare che facilitano la completa distruzione del cadavere entro i dieci anni dalla sepoltura grazie ai legni usati (molto teneri e di scarsissima qualità così come, per altro, richiede la stessa Circ. Min. n. 24/1993) alle verniciature meno pregnanti, alle fodere realizzate con materiali altamente biodegradabili ed alle stesse metodologie di assemblaggio e finitura delle casse.

L’azione biodegradante nel ciclo cimiteriale attraverso l’apporto esterno di sostanze enzimatiche

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Il fine ultimo della permanenza dei cadaveri nel sepolcro, almeno per il tempo minimo di sepoltura legale, è la loro auspicabile e completa mineralizzazione.

 

Si tratta di un principio fondamentale e per tale ragione implicito, dell’ordinamento italiano di polizia mortuaria, anche se alcune tecniche di destinazione per i cadaveri, come, ad esempio, la tumulazione sembrano contraddire questo fondamento della legislazione funeraria, siccome mirano piuttosto alla conservazione dei cadaveri e non alla loro naturale consunzione.

 

Versare sui resti mortali o, ancor peggio, sui cadaveri sostanze corrosive (calce[1], acidi) si configura come un atto illegale sempre perseguibile almeno in via amministrativa ai sensi dell’Art. 107 DPR 285/90 che rinvia, come noto all’Art. 358 TULLSS, in quanto viola il comma 1 dell’Art. 87 DPR n.285/90 (divieto di ridurre con la forza o con metodi violenti cadaveri o esiti da fenomeno cadaverico di tipo trasformativo conservativo in contenitori di misura inferiore rispetto al cofano in cui il corpo esanime fu collocato al momento della prima sepoltura). Sulla distinzione, ai fine dell’applicabilità della norma penale, tra cadaveri e resti mortali si veda Cassazione, Sez 1^ Pen. n. 958/1999.

 

In effetti, su questo importantissimo pronunciamento giurisprudenziale occorre subito una chiosa: se oggetto di tale gesto illecito è un cadavere (corpo umano esanime dopo l’accertamento della morte e prima che siano trascorsi 20 anni dalla tumulazione e 10 dall’inumazione) si applicano di sicuro anche le sanzioni penali previste per vilipendio di cadavere, mentre più sfumata è la posizione giuridica dei resti mortali riguardo alla fattispecie di reato di cui sopra, almeno così, almeno, si è espressa la Corte di Cassazione in data 9/11/99 non la sullodata sentenza.

La situazione di grave crisi, per mancanza ormai cronica di spazio, vissuta dai nostri cimiteri ha, nel corso degli ultimi anni, suggerito modifiche normative capaci di intervenire sia dal lato preventivo, per ripristinare il criterio rotatorio del sistema cimiteriale italiano, sia con soluzioni che consentano di intervenire sull’attuale stock di salme inconsunte, frutto di mezzo secolo di trattamenti conservativi (siringazioni cavitarie antiputrefattive, obbligo della cassa metallica per trasporti oltre i 100 KM) e non scheletrizzanti.

 

Il paradigma per una nuova politica cimiteriale dovrebbe allora articolarsi sui seguenti punti programmatici:

 

rilancio della biodegradabilità con la definizione normativa di quale proprietà chimico-fisica si intenda per tale
contenimento degli spessori dei legni, che dovrebbe essere accompagnato da nuove tipologie di verniciatura più ecologiche
sostituzione, ove possibile, dello zinco con materiali biodegradabili.

 

Il ricorso a sostanze biodegradanti da apporre nella fossa, immediatamente attorno al feretro, oppure, addirittura, entro il cofano mortuario, a diretto contatto con il cadavere o il resto mortale non scheletrizzato è, allora, un argomento imprescindibile che da anni infiamma il dibattito tra i diversi orientamenti della più titolata dottrina.

 

Il DPR 285/90 sembra non considerare in modo approfondito questa possibilità ed affronta il problema della biodegradabilità soprattutto in termini ablatori e negativi vietando, con il comma 1 dell’Art. 75, per i feretri da inumare, l’impiego di materiali non facilmente aggredibili dai normali processi della decomposizione organica, mentre il comma 3 dello stesso articolo accenna all’uso di casse più “leggere” e, quindi, maggiormente biodegradabili, magari realizzate con fibre o plastiche naturali in sostituzione della più tradizionale cassa lignea.

 

Quest’ipotesi, tuttavia, seppur ragionevole, non ha prodotto nei quasi 15 anni passati dall’entrata in vigore del DPR 285/90 sostanziali cambiamenti o silenziose rivoluzioni nel comparto funebre e cimiteriale italiano, forse perchè la stessa industria funeraria non è mai stata davvero interessata ad esplorare nuove frontiere e metodologie per la costruzione dei cofani.

 

Il legno, tutto sommato, è un essenza nobile, antichissima che ben si coniuga con il concetto di “pompa” funebre, ossia di sfarzo e sontuosità funeraria.

 

Ben altro impatto, invece, hanno avuto i dispositivi plastici ad effetto impermeabilizzante alternativi, in determinate circostanze, alla bara a tenuta ermetica grazie all’involucro di lamiera zincata.

 

 

La circolare n. 10 del Ministero della Sanità, emanata il 31 luglio 1998, per la prima volta affronta il problema con il paragrafo 2 in cui, limitatamente agli esiti da fenomeno cadaverico di tipo trasformativo conservativo, si legittima l’utilizzo di prodotti enzimatici da inserire fuori o ancor meglio, dentro al feretro per assecondare la ripresa della lisciviazione cadaverica (la percolazione dei liquidi è una tappa fondamentale della putrefazione).

 

 

Dette sostanze, tuttavia (si tratta principalmente di ceppi batterici non nocivi) non debbono esser tossiche o inquinanti per le falde acquifere, come, ad esempio potrebbero esser acidi o solventi non naturali, al di là del gesto empio contro il sacrale rispetto verso i defunti.

 

Rimane, comunque, proibito trattare cadaveri mummificati, saponificati o corificati attraverso metodi non contemplati dalla Legge, ossia dai paragrafi 2 e 3 della Circolare n. 10 del 31 luglio 1998.

 

Né il DPR 285/90 né le successive circolari esplicative si focalizzano sull’immissione di sostanze biodegradanti entro il feretro al momento della prima sepoltura (appena dopo il funerale) ossia quando esse sarebbero più efficaci proprio per la temperatura relativamente stabile e l’alta presenza di parti molli e liquidi rilasciati in grande abbondanza dal cadavere nei primi tempi dopo la morte.

 

Il paragrafo 3 della circolare n. 10 del 31 luglio 1998 introduce, però un’importante novità, estendendo l’uso di sostanze biodegradanti, non solo sugli indecomposti da re-inumare, ma anche sui resti mortali nuovamente da tumulare, magari dopo il rifascio[2] del feretro

 

Durante questo nostro studio ci vengono, però, in soccorso:

Il comma 2 dell’Art. 30 DPR 285/90
la stessa circolare n. 24 del 24 giugno 1993 al paragrafo 9/2.
Secondo il sullodato comma 2 Art. 30 DPR 285/90 è del tutto lecito usare sostanze biodegradabili come assorbenti o materassini da collocare nell’intercapedine tra casse di legno e vasche di zinco, ma in questo caso lo scopo di tale strato è semplicemente quello trattenere le eventuali perdite di liquidi, o, se esso è addizionato con batteri ed enzimi, di biodegradare i fluidi post mortali, riducendo quella sgradevole formazione di odori acri e pungenti che spesso accompagna lo scoppio del feretro.

 

Il paragrafo 9/2 della circolare n. 24 del 24 giugno 1993 implementa l’Art. 77 comma 3 del DPR 285/90 offrendone una lettura di più ampio respiro: così, infatti, recita: “[…] per i feretri confezionati con la doppia cassa la cerchiatura è superflua se si dota la cassa metallica (in genere quella a diretto contatto con il cadavere) di valvola oppure altro dispositivo volto a contenere e neutralizzare il rilascio di gas putrefattivi.”

 

Quindi la Legge permette di inserire particolari soluzioni chimiche all’interno della bara (magari sotto l’imbottitura che accoglie morbidamente la schiena del cadavere) per evitare l’accumulo di sovrappressione dovuta ai miasmi della decomposizione, ma queste soluzioni chimiche potrebbero avere anche un’altra importantissima funzione: degradare più rapidamente la materia organica, componendola in tempi rapidi, così da non provocare l’eccessiva produzione di composti aeriformi dagli odori nauseanti se, per disgrazia, la lamiera zincata si dovesse fessurare in prossimità delle giunture.

 

Questo fine rientra, quindi, anche nella fattispecie presa in esame proprio dal comma 2 Art. 30 DPR 285/90 di cui sopra.

 

A tale indirizzo “strategico” si attiene anche il recente regolamento di polizia mortuaria n. 6/2004 emanato dalla regione Lombardia con il punto 5 dell’allegato n. 3 (requisiti costruttivi per le bare), nella parte in cui prescrive come il fondo dei feretri (confezionati senza la doppia cassa) debba esser protetto da una couvette impermeabile cosparsa con polveri assorbenti con altissimo potere biodegradante.

 

 

Si può, allora, ragionevolmente giungere a questa conclusione: nel silenzio del legislatore, è permessa, per analogia con quanto avviene per gli esiti da fenomeno cadaverico di tipo trasformativo-conservativo, l’introduzione nel feretro di ogni sostanza non inquinante o pericolosa per l’uomo capace di “addomesticare” la decomposizione cadaverica: accelerando la distruzione delle catene proteiche e inibendo, contemporaneamente, la fase gassosa della putrefazione.

 

Si registrano esperienze di questo tipo già in molti paesi europei, con ottimi risultati, sia sull’igiene nei sepolcreti sia sull’abbreviazione del periodo legale di sepoltura.

 

Di solito i composti enzimatici sono collocati in maniera “invisibile” tra la base della bara e l’imbottitura.

 

Per una ragione di mera opportunità morale è meglio non parlare ai dolenti di queste sostanze a base enzimatica capaci di digerire la materia organica (nella fattispecie il corpo del de cuius) non sarebbe bello nè elegante affrontare questo tema ed i famigliari già sconvolti da un lutto potrebbero non capire.

 

 

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[1] Ben altra funzione ha uno strato di calce all’interno del tumulo: serve ad assorbire la percolazione di fluidi post mortali prima che quest’ultimi riescano a filtrare all’esterno, insinuandosi nella tamponatura del loculo, per poi riversarsi all’esterno.

[2] L’avvolgimento è richiesto quando sussistano ancora fenomeni percolativi e senza quest’ultimi gli enzimi non riescono ad attivarsi, siccome tali microrganismi vivono solamente in ambiente acquoso.

Quando usare la cassa di zinco o il cassone impermeabile esterno e rimovibile rispetto alla bara lignea nell’inumazione di infetti

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Nell’impiego delle casse destinate alla sepoltura entro loculo o nicchia muraria, per i trasporti da comune a comune oltre i 100 Km, oppure ancora per i trasferimenti di cadaveri umani portatori di morbo infettivo diffusivo, o, infine nei trasporti internazionali (ovviamente fuori dei casi contemplati dalla Convenzione Internazionale di Berlino) è consentito che la regione a seguito della devoluzione di compiti e funzioni dallo Stato agli enti territoriali, realizzato con Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri 26 maggio 2000, ai sensi dell’Art. 7 D.LGS n.112/1998, possa autorizzare l’uso di materiali diversi ed alternativi rispetto a legno, zinco o piombo purché essi siano in grado di garantire la stessa resistenza a stress meccanico e la perfetta impermeabilità del feretro che assicurano le casse mortuarie confezionate secondo tecniche e criteri costruttivi?

Se seguissimo alla lettera il disposto dell’Art. 117 comma 4 Cost. nella sua nuova formulazione introdotta dalla Legge. Cost. n. 3/2001 la risposta dovrebbe esser positiva.
La regione, così nell’atto autorizzativo, dovrebbe indicare anche le caratteristiche di cui detti materiali innovativi saranno dotati.
Il condizionale, tuttavia, è d’obbligo perché, di fatto, anche dopo l’approvazione della Legge Costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001 L’autorizzazione necessaria per l’adozione di nuovi materiali per bare (Art. 31 e Art. 75 comma 3 DPR 285/90) o per valvole depuratrici e altri dispositivi (art. 77 DPR 285/90), è invece materia che resta allo Stato, sulla base di un cavillo normativo (per altro, già utilizzato per l’emanazione del DM 7 febbraio 2002), ritenendo tali fattispecie inquadrabili nella previsione di cui all’art. 115, comma 1, lettera b) del D.Lgs 112/98; poiché tali autorizzazioni non sarebbero semplici provvedimenti autorizzatori, bensì atti a contenuto normativo. Questo orientamento del Dicastero della Salute è stato recentemente riconfermato con l’emanazione dei due Decreti Ministeriali entrambi del 5 luglio 2002 (l’ultimo dei quali è stato rettificato con D.M. 2 novembre 2011) e del Decreto Ministeriale 7 febbraio 2012.

Si veda a tal proposito anche la circolare del Ministero della Salute del 21/05/2002 n. 400 VIII/9L/1924.
Bisogna subito notare come con l’allegato 3 del regolamento n. 6 del 9 novembre 2004 la regione Lombardia, con una soluzione controcorrente rispetto alla posizione del Ministero ricordata con la sullodata circolare 21/05/2002 n. 400 VIII/9L/1924, abbia autonomamente legiferato, con norma speciale, sui criteri costruttivi con cui fabbricare casse mortuarie.
Tale iniziativa, però, sconta i limiti di efficacia propri di un regolamento adottato da un ente territoriale, il comma 1 dell’Art. 18, infatti, circoscrive l’ambito di validità quando prescrive che per i trasporti fuori regione i si continuino ad osservare le disposizioni del DPR 285/90.
Su quest’aspetto forse si sarebbero potuti evidenziare profili di illegittimità, ma, al momento, non risulta che detto regolamento sia stato impugnato o siano in corso procedimenti per dichiararne l’incompatibilità con le norme di rango superiore.

Come prima rilevato, il ricorso a contenitori flessibili, realizzati con plastica biodegradabile e facilmente combustibile, ma in grado di assicurare per diverso tempo, anche dopo il trasporto, l’ermeticità a liquidi e gas post mortali, è permesso ai sensi dei sopraccitati DD.MM emanati dal Ministero della Salute su parere del Consiglio Superiore di Sanità.
I dispositivi ad effetto “barriera” nella loro applicazione sempre più diffusa e convinta da parte delle imprese funebri o dei gestori delle aree sepolcrali incontrano, però, un’importante restrizione: non possono esser utilizzati al posto dell’involucro di lamiera in cofani confezionati per la sepoltura di infetti se la loro destinazione ultima sarà l’inumazione.

Quindi per cadaveri portatori di morbo infettivo-diffusivo, allorché altissimo è il rischio di contagio, si deve seguire letteralmente la procedura di cui all’Art. 25 del DPR 285/90 (se non è intervenuta apposita disciplina regionale come in Lombardia ed Emilia-Romagna ad esempio) con il cadavere racchiuso entro duplice cofano, assolutamente solo ligneo e metallico, e trasportabile solo a cassa saldata, ossia quando si sia concluso il periodo d’osservazione e sia già stato rilasciato il permesso di seppellimento ex Art. 74 DPR n.396/2000.

La ratio di questa norma è molto chiara: la bara quando sia giunta in cimitero sarà sottoposta al taglio del coperchio zincato come dettato dall’Art. 75 comma 2 DPR 285/90, così da favorire la percolazione di acque piovane e di conseguenza i processi di naturale decomposizione, ma sotto alla schiena del cadavere deve permanere intatta la vasca di lamiera, in modo da contenere, nel tempo, la lisciviazione dei liquami cadaverici ad alto potere ammorbante che potrebbero diffondersi negli strati più profondi del terreno e contaminare le falde freatiche.

La disposizione della cassa metallica (interna oppure esterna rispetto alla cassa di legno è ininfluente poiché tra il cadavere ed il fondo della buca verrebbe pur sempre a trovarsi la lastra di zinco e per la legge italiana si possono aprire squarci solo sul coperchio della cassa metallica, non sul suo fondo.
Pare, allora, legittimo concludere che in caso di infetti Il filtro naturale di suolo dallo spessore di almeno 50 cm tra il fondo della fossa e la vena acquifera potrebbe non esser sufficiente a scongiurare l’inquinamento delle acque.
Questa disposizione, così precisa e stringente, entra però il conflitto con il paragrafo 9 della Circolare Ministeriale n. 24 del 24 giugno 1993 almeno nella parte del testo in cui si asserisce:

“Per il trasporto oltre 100 km di feretri contenenti cadaveri destinati alla inumazione è consentito il ricorso a particolari cofani esterni a quello di legno di materiali impermeabili e con adeguata resistenza meccanica a chiusura stagna eventualmente riutilizzabili previa disinfezione, purché in possesso dell’autorizzazione di cui all’art. 31 del decreto del Presidente della Repubblica n. 285/1990.
Tale sistema è preferibile nel caso di trasporti di cadaveri di persone morte di malattie infettive-diffusive destinati alla inumazione.”
La norma della circolare ministeriale n.24/93 tende, dunque, a ridurre il ricorso al feretro confezionato con la cassa metallica per trasporto e sepoltura di infetti, mentre i più recenti decreti ministeriali, con un percorso logico esattamente contrario, impongono sempre l’adozione del cofano di lamiera, ora vicariato dai dispositivi palstici ad effetto impermeabilizzante”.

Arriviamo, allora,a questo paradosso normativo: per un un semplice atto istruttivo come la Circ. Min. n,24/1993 (ma di grande valore esplicativo!) il contenitore ermetico serve solo durante il trasferimento e, quindi, al momento dell’interro deve esser rimosso, per l’altra norma, invece, (Artt. 18, 25 e 75 comma 2 DPR n.285/1990) parimenti autorevole e legittimata, nonché gerarchicamente superiore, durante il periodo legale di sepoltura il cadavere infetto deve giacere sempre in una vasca metallica che ne isoli la schiena dall’ambiente esterno al feretro stesso.
Il dispositivo ad effetto barriera non è, allora, idoneo non perchè non riesca a contenere al proprio interno i fenomeni percolativi del cadavere infetto (è, infatti, adatto al trasporto di infetti da avviare a cremazione) ma perchè è progettato proprio per dissolversi dopo qualche tempo.
Tra i due disposti in stridente contraddizione tra loro quale prevale?

La scelta non è agevole ed il dilemma sussiste, anche perché questa situazione costringe l’interprete a complicate ricostruzioni di un sistema di norme applicabili in concreto basandosi di volta in volta su diversi criteri (cronologico, gerarchico, di specialità…)
Il vero problema, però, al di là delle diatribe dottrinali è il disagio cui sono sottoposti necrofori ed affossatori durante movimentazione e manipolazione dei feretri che prima della sepoltura debbano esser manomessi, così da creare soluzione di continuità nella lamiera.

In questo frangente (inumazione di infetti) sfilare la cassa di legno dal cassone esterno ed impermeabile, prima di calarla nella fossa, così come praticare tagli sulla copertura della cassa zincata significa esporsi, anche se per brevissimo tempo, all’azione dei miasmi cadaverici molto pericolosi, un dispositivo ad effetto barriera interno alla cassa lignea per obbligo di legge, potrebbe, invece, assolvere simultaneamente due funzioni: proteggere gli operatori funebri e cimiteriali da contagio, poiché nessuno, una volta sigillato ermeticamente l’involucro plastico, entrerebbe più a diretto contatto con il cadavere ed i suoi vapori fetidi ed anche consentire la naturale mineralizzazione dei tessuti organici, la presenza dello zinco, al contrario, tende ad inibire tale processo di dissoluzione.

In attesa di auspicabili chiarimenti occorre, comunque, osservare scrupolosamente le norme sin qui enunciate, quindi per l’inumazione di infetti serve sempre la duplice cassa di cui all’Art. 25: se la cassa a tenuta stagna, di cui all’ Art. 30 comma 2 ed all’Art. 31 DPR 285/90 è incorporata alla cassa di legno (come nelle normali bare da tumulazione) verrà anch’essa sepolta dopo che il suo coperchio sarà stato opportunamente tagliato, se invece l’impermeabilità del feretro è dovuta ad una cassone asportabile di metallo, vetroresina quest’ultimo sarà tolto e disinfettato prima di un nuovo utilizzo, mentre verrà interrata la sola bara lignea, anche se il cadavere in essa racchiuso è portatore di morbo infettivo-diffusivo.

La “stagnatura” nei cofani di zinco

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Grande risonanza e rilievo a Tanexpo 2012, con diversi stand dedicati, hanno avuto nuovi sistemi e strumenti per il confezionamento dei cofani in metallo di cui è costituita la doppia cassa di cui all’Art. 30 DPR n.285/1990

Proprio dall’Art. 30 del vigente regolamento di polizia mortuaria si desumono tutte le caratteristiche tecniche che un feretro, idoneo per la tumulazione ex Art. 77 del suddetto DPR, debba necessariamente presentare.
Al secondo comma della suddetta disposizione, il legislatore prescrive in modo tassativo come la controcassa di metallo debba essere saldata.
La legge, però, non indica un metodo preciso, ma raccomanda solo che la giuntura sia continua ed estesa su tutta la periferia della zona di contatto tra coperchio e vasca, così da garantire nel tempo la tenuta ermetica a gas e liquami, originati dai processi di decomposizione organica.

chiusura zinco
Per anni, questa norma è stata interpretata in modo molto riduttivo dalle industrie funerarie e l’unico sistema per sigillare i feretri, legittimato dalla legge, è parso la collaudata tecnica della chiusura a fuoco, per altro, richiesta espressamente anche dalla Convenzione di Berlino per i trasporti internazionali.

Questo metodo consiste in un processo mediante il quale si realizza l’unione dei due elementi di metallo sotto l’azione del calore, in modo da ottenere una solida continuità tra i pezzi, facendo entrare in gioco le rispettive azioni molecolari.

Per facilitare l’operazione si ricorre all’interposizione tra le due superfici di contatto di un particolare metallo fuso.

Per congiungere le lamiere di zinco, dunque, si adotta una brasatura “dolce”, usando materiali d’apporto con un basso punto di fusione,intorno ai 400 gradi, come stagno, piombo o loro leghe derivate.

Il calore necessario è generato mediante appositi attrezzi detti saldatori, alimentati a gas oppure dalla corrente elettrica.

I due lembi da unire debbono preventivamente essere levigati, deossidati e puliti con un agente chimico particolarmente corrosivo, come l’acido muriatico, così da rimuovere eventuali corpi estranei o impurità.

Le saldature “dolci” presentano un ottima impermeabilità a liquidi o ai composti aeriformi, mentre dimostrano una debole resistenza agli sforzi meccanici; sono, quindi, indicate soprattutto per collegamenti non interessati a forti sollecitazioni di tipo fisico.
Approfonditi studi, invece, hanno dimostrato come anche i cofani mortuari siano sottoposti a notevoli deformazioni o flessioni della lamiera, a causa delle tumultuose trasformazioni degenerative del cadavere, racchiuso al loro interno.

La stagnatura del feretro è un’operazione molto delicata, perché bisogna dosare bene il calore e stendere uno strato omogeneo di metallo fuso lungo tutto il bordo della cassa, eventuali bolle o pori, infatti, ne comprometterebbero la resistenza.

Il progressivo raffreddamento dello stagno, presente nelle leghe d’apporto, costituisce un ulteriore motivo di inaffidabilità, poiché questo elemento tende a perdere l’elasticità necessaria per assicurare una chiusura stabile. Una volta raggiunta la temperatura di 13,2 gradi, infatti, lo stagno è soggetto a profonde modificazioni della propria struttura molecolare, diventa più fragile e perde progressivamente il proprio potere di coesione.
Questo processo è causato della formazione di cristalli polverulenti, fenomeno conosciuto anche come “peste dello stagno”, che, diffondendosi dapprima solo in alcuni punti, si estendono, in breve, a tutta la massa, e ne provocano una spontanea polverizzazione.

Proprio questa caratteristica sarebbe la causa delle improvvise rotture che originano lo scoppio della bara, con diffusione di gas e percolazione di materiale putrefattivo all’esterno del tumulo. L’involucro di zinco, infatti, è soggetto a notevoli sforzi e flessioni dello stesso nastro metallico, proprio per effetto della sovrapressione provocata dai gas che la salma sviluppa durante la fase enfisematosa della decomposizione cadaverica.

La tradizionale saldatura “a caldo” dei manufatti in zinco, comporta, poi, inevitabili contrattempi ed inconvenienti che la moderna tecnologia cerca progressivamente di eliminare o, quantomeno, ridurre.

Le leghe saldanti a base di piombo, come lo stesso stagno, sprigionano, infatti, fumi irritanti, particolarmente dannosi, soprattutto nel lungo periodo, per la salute degli operatori a diretto contatto con questi vapori. Si debbono poi anche considerare le pericolose esalazioni dell’acido muriatico, indispensabile per il decapaggio della lamiera zincata.
La legge n.626 del 1994 ora confluita nel D.LGS n. 81/2008, esaminando in generale i rischi derivati dal contatto ravvicinato con sostanze chimiche nocive, dispone che, sotto la responsabilità delle stesse imprese, tutti gli addetti alla saldatura con stagno (quindi anche i necrofori) debbano essere sottoposti periodicamente a visite mediche e controlli sanitari.

La chiusura del feretro rappresenta poi, per i famigliari del defunto, uno dei momenti più dolorosi e sgradevoli: l’ingombrante presenza di bombole, apparecchiature rumorose, assieme al sibilo sinistro del saldatore, produce nei dolenti un violento impatto emotivo.
L’utilizzo, poi, di strumenti a fiamma viva, da parte di mani inesperte, in ambienti domestici, o anguste camere mortuarie, ha spesso provocato piccoli principi d’incendio a carico di tendaggi o drappi funebri.

studi1La circolare del ministero della Sanità 24 giugno 1993 n. 24 ha legittimato, come alternativa alle consuete leghe impiegate nella saldatura, la scelta di un adesivo denso, molto resistente e particolarmente elastico, tale da consentire una chiusura ermetica, d’eguale consistenza ed affidabilità nel tempo, delle casse metalliche. Invero la suddetta circolare parla di “saldatura a freddo” a proposito della sigillatura delle urne cinerarie, dove la chiusura ermetica delle stesse serve unicamente per evitare atti di profanazione delle ceneri o un’involontaria dispersione e non certo a trattenere i miasmi cadaverici, essendo le ceneri un prodotto inorganico, residuo di ossa calcinate, tuttavia questa tecnica, per un’ovvia proprietà transitiva, risulta, per prassi, applicabile anche ai cofani di zinco (il piombo, ormai non si usa più da decenni!)

L’innovazione, mutuata dall’esperienza francese, si presta, senza dubbio ad un ampio utilizzo, anche se permangono alcune perplessità da parte degli stessi agenti d’onoranze funebri. La legge italiana consente alle industrie funerarie di lavorare lo zinco con spessori molto ridotti, nell’ordine di 0,66 millimetri (solo nella tumulazione “in deroga” ex Art. 106 DPR n.285/1990 e conseguente allegato di cui al paragrafo 16 Circ. Min. n.24/1993, è richiesto uno zinco rinforzato di 0.74 mm, corrispondente al laminato del n. 13 secondo le norme UNI)

Una tale sottigliezza produce, soprattutto nei bordi, rilevanti irregolarità oppure ondulazioni della lamiera che possono produrre notevoli giochi tra vasca zincata e rispettiva copertura, addirittura di diversi millimetri. Difficilmente, quindi, si riesce subito a sistemare correttamente il coperchio entro la sua sede, spesso, anzi, bisogna ricorrere a leggerissime e sapienti correzioni, fino a che i bordi dei due elementi (cassa e coperchio) collimino perfettamente.
Il classico metodo della “stagnatura” prevede che, solo quando sia stato apposto il coperchio sul cofano, si stenda uniformemente, lungo tutto il perimetro, una colata di stagno. Eventuali soluzioni di continuità tra la copertura ed il contenitore inossidabile vengono così compensate dalla fusione di lega saldante.

Nel caso, invece, di chiusura “a freddo” della bara, destinata alla deposizione in un loculo, bisognerebbe stendere prima un velo di collante sull’intero labbro della vasca in zinco e, solo in seguito, si potrebbe applicare definitivamente il coperchio.

Possibili variazioni nell’assetto del coperchio, anche se impercettibili, per assicurare un’ottimale tenuta, riuscirebbero particolarmente problematiche, perché i lembi di zinco, già impregnati di mastice, opporrebbero una certa resistenza, provocando inopportune sbavature.
Se la vista del personale necroforo che opera sul feretro con acido e fiamma, per garantirne la sigillatura, risulta particolarmente impressionante, soprattutto per le persone più sensibili, già sconvolte dal lutto, a maggior ragione riuscirebbe ancor più insopportabile l’idea di assistere ad una sorta di teatro dell’assurdo, con gli operatori funebri che armeggiano confusamente con la colla per fissare il coperchio.

Interessante un’ultima riflessione: recentemente il Ministero della Salute, con D.M. 5 luglio 2011, poi rettificato con D.M. 2 novembre 2011, ai sensi dell’Art. 115 comma 1 lett. B) del D.LGS n.112/1998, ha autorizzato, giusta l’Art. 31 DPR n.285/1990, l’uso di materiali diversi dal nastro di zinco da impiegarsi per le bare da tumulazione stagna (in alcune Regioni, infatti, è ammesso anche il loculo areato che non richiede assolutamente la cassa saldata), ancora non ci è dato sapere come, tra vasca e coperchio realizzati non più in metallo, ma in polipropilene, sarà assicurata, nel tempo, la tenuta stagna.

Per l’industria funeraria nazionale si aprono nuove interessanti prospettive, rimanendo la tumulazione la pratica funebre prevalente in Italia.

La Chiesa e i riti in occasione della morte

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“Il mutamento culturale in corso non ha prodotto nel nostro Paese una riduzione nella diffusa richiesta di funerali rivolta alla Chiesa cattolica. Forse non siamo lontani dalla realtà, se diciamo che quella di celebrazioni funebri resta la richiesta più alta in percentuale rispetto a quella avanzata per altri – esprimiamoci così – servizi religiosi”: lo ha detto oggi a Roma il segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata, intervenendo all’apertura dei lavori della Consulta dell’Ufficio liturgico nazionale, presieduta da mons. Alceste Catella, vescovo di Casale Monferrato e presidente della Commissione episcopale per la liturgia. “Il fenomeno – ha proseguito – va adeguatamente studiato e interpretato; infatti, mentre si enfatizza e amplifica la morte – magari attraverso varie forme di spettacolarizzazione o di culto del macabro –, in realtà si tende a sfuggirne il pensiero e a occultarla e rimuoverla o, nel migliore dei casi, a privatizzarla, segnalando così una evidente difficoltà a integrare la morte tra i valori fondamentali della vita”. Mons. Crociata ha poi affermato: “Bisognerebbe chiedersi come si qualifica, in un contesto così tendenzialmente orientato, la persistenza della richiesta di celebrazione religiosa e quali modificazioni even-tualmente subisce l’intenzionalità della richiesta e la comprensione della celebrazione”.
“In una società che spesso dimostra di avere smarrito la grammatica essenziale del morire e della morte, giungendo, a volte, fino a ignorare la dignità di un corpo senza vita, la Chiesa continua a celebrare la morte e a rappresentarla, integrandola pienamente nella vita privata e pubblica”, ha proseguito mons. Crociata nel suo discorso. “Se come credenti in Cristo e come comunità ecclesiale confessiamo la nostra fede nella resurrezione dei morti, nei confronti dell’intera società abbiamo il compiuto urgente, da onorare anche attraverso i riti funebri, di annunciare il senso cristiano e di umanizzare la morte, affermando con forza la dignità di ogni uomo e di ogni donna che muore”. Riferendosi al rinnovo del Rito delle Esequie, ha quindi affermato che “sarà uno strumento prezioso e imprescindibile a servizio di una pastorale illuminata di impronta missionaria”. Mons. Crociata ha poi fatto riferimento a un altro argomento in discussione, quello della promozione della conoscenza della “sacra liturgia”, affermando che va continuato lo sforzo di “voluto dal Concilio Vaticano II a partire dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium. Questo cammino, che va proseguito e sostenuto, – ha aggiunto – vedrà nell’ormai prossimo cinquantesimo anniversario della promulgazione della Sacro-sanctum Concilium un momento favorevole”.

Ferrara, 28/9/2011 – Corso: Processi trasform. cadaverici. Come praticare la tanatocosmesi

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La Euro.Act s.r.l. organizza a Ferrara il corso formativo dal titolo:
“PROCESSI TRASFORMATIVI CADAVERICI E MODALITÀ DI INTERVENTO. LE CONOSCENZE ESSENZIALI PER POTER PRATICARE LA TANATOCOSMESI”
mercoledì 28 settembre 2011

Il modulo di iscrizione è scaricabile al link seguente: Modulo di iscrizione

La finalità del corso è quella di fornire ai partecipanti gli strumenti teorici ed operativi per saper riconoscere e gestire i processi del “Post Mortem” durante le fasi della vestizione e della veglia funebre, sino alla chiusura del cofano ed al suo confezionamento in relazione al trasporto ed alla destinazione del feretro.

I destinatari sono: Operatori funebri, Addetti alle onoranze funebri, Responsabili di attività funebre.

La sede di svolgimento del corso sarà a Ferrara, presso la Sala congressi del Palace Inn Hotel (Best Western), in Via Eridano, 2.
Gli orari saranno: 9.30-13.00 e 14.00-16.30 (previa registrazione dei partecipanti alle ore 09.00).

I relatori sono: Mauro Ugatti (Operatore funebre, con esperienza ventennale in tanatocosmesi, AMSEF s.r.l.), Carlo Ballotta (Giornalista, Collaboratore della rivista “I Servizi Funerari” e del sito www.funerali.org).

La quota di partecipazione per persona è di:
– euro 250,00 + IVA 20%, se titolari di abbonamento Normale o Professionale al portale www.euroact.net o associati a Federutility SEFIT;
– euro 300,00 + IVA 20%, negli altri casi;
(se la quota è fatturata ad Ente Pubblico, essa è IVA esente).

Vi è la possibilità di acquistare pacchetti cumulativi di frequentazione ai corsi (effettuati in diversi periodi, anche da persone differenti dello stesso Ente o impresa). In tal caso sono previste le seguenti facilitazioni:
–> acquistando in un’unica soluzione 5 partecipazioni a corsi da effettuare nel corso di un anno solare, si ha gratis l’attivazione di 1 abbonamento NORMALE annuo al sito www.euroact.net (del valore di euro 222,00);
–> acquistando in un’unica soluzione 10 partecipazioni a corsi da effettuare nel corso di un anno solare, si ha gratis l’attivazione di 1 abbonamento PROFESSIONALE al sito www.euroact.net (del valore di euro 555,00);
a condizione che fatturazione e pagamento avvengano in data precedente all’effettuazione del primo corso.

Per ulteriori informazioni, quali i programmi dei corsi, si consiglia di consultare il sito www.funerali.org all’interno dell’area ‘Corsi’ o di scaricare il modulo di iscrizione corredato della brochure completa al link seguente: Modulo di iscrizione

Ferrara, 22/9/2011 – Corso: Il lutto misconosciuto

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La Euro.Act s.r.l. organizza a Ferrara il corso formativo dal titolo:
“IL LUTTO MISCONOSCIUTO”
giovedì 22 settembre 2011

Il modulo di iscrizione è scaricabile al link seguente: Modulo di iscrizione

“La dimensione universale della sofferenza ci appare nel sentimento del lutto: … si piange anche il dolore di chi piange, il dolore come stato dolente dell’esistenza … il dolore si fa lutto, ossia manifestazione del sentimento di mancanza … nel lutto si scambia l’universalità del dolore e il dolore stesso si fa compassione. Partecipando al lutto ci si immedesima al dolore degli altri come evento com/patibile con ognuno di noi, perché tutti siamo situati nella medesima dimensione. Il lutto è un’espressione di dolore, ma anche forma socializzata della sofferenza”. “Convivere con il proprio dolore significa avere competenza su di esso”. (S. Natoli, “L’esperienza del dolore”, 1986)
Il dolore è un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole propria dell’essere vivente; è un’esperienza del tutto soggettiva pur essendo una realtà di tutti. L’esperienza del dolore è determinata dalla dimensione affettiva e cognitiva, dalle esperienze passate, dalla struttura psichica e da fattori socio-culturali. Per chi opera in attività che richiedono esposizione continua alla realtà di sofferenza è alto il rischio di “contagio emotivo”, con sintomatologia anche importante (stress lavoro correlato). Il contatto con la morte e il lutto richiede capacità di gestione non solo degli aspetti “pratici” ma anche del carico emotivo, difficilmente condivisibile nella personale quotidianità dato l’aspetto di “tabù” di quanto concerne la morte.

I destinatari sono: Responsabili di cimiteri, di anagrafe e stato civile, di crematori e di uffici di polizia mortuaria, Addetti alle onoranze funebri e personale di imprese funebri, Responsabili di ASL e Assessorati regionali competenti.

La sede di svolgimento del corso sarà a Ferrara, presso la Sala congressi del Palace Inn Hotel (Best Western), in Via Eridano, 2.
Gli orari saranno: 9.30-13.00 e 14.00-16.30 (previa registrazione dei partecipanti alle ore 09.00).

Il relatore è: DOTT.SSA DANIELA ROSSETTI (Psicologa e Psicoterapeuta presso “Montecatone Rehabilitation Institute” di Imola, BO).

La quota di partecipazione per persona è di:
– euro 250,00 + IVA 20%, se titolari di abbonamento Normale o Professionale al portale www.euroact.net o associati a Federutility SEFIT;
– euro 300,00 + IVA 20%, negli altri casi;
(se la quota è fatturata ad Ente Pubblico, essa è IVA esente).

Vi è la possibilità di acquistare pacchetti cumulativi di frequentazione ai corsi (effettuati in diversi periodi, anche da persone differenti dello stesso Ente o impresa). In tal caso sono previste le seguenti facilitazioni:
–> acquistando in un’unica soluzione 5 partecipazioni a corsi da effettuare nel corso di un anno solare, si ha gratis l’attivazione di 1 abbonamento NORMALE annuo al sito www.euroact.net (del valore di euro 222,00);
–> acquistando in un’unica soluzione 10 partecipazioni a corsi da effettuare nel corso di un anno solare, si ha gratis l’attivazione di 1 abbonamento PROFESSIONALE al sito www.euroact.net (del valore di euro 555,00);
a condizione che fatturazione e pagamento avvengano in data precedente all’effettuazione del primo corso.

Per ulteriori informazioni, quali i programmi dei corsi, si consiglia di consultare il sito www.funerali.org all’interno dell’area ‘Corsi’ o di scaricare il modulo di iscrizione corredato della brochure completa al link seguente: Modulo di iscrizione

Raduno mondiale di carri funebri in Italia a settembre: vogliono battere il guiness dei primati

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Tentera’ di entrare nel Guinness dei primati il primo raduno al mondo di carri funebri, che si terra’ a Monsano (Ancona) il prossimo 18 settembre 2011, verosimilmente fra gli scongiuri generali. Gli organizzatori chiamano a raccolta carri funebri ultratecnologici e carri d’epoca, italiani e stranieri, e imprese funebri nazionali e non. ”Presteremo la massima attenzione a non trasformare il raduno in manifestazione blasfema e a non ridicolizzare la morte”. Forza prenotati per un giro gratis …

Funeral Home in stile modenese

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Un luogo del commiato, oggi come 2.000 anni fa, parrebbe una coincidenza straordinaria, uno scherzo del destino (dopo tutto, come dicevano gli antichi Romani, ” in nomen omen”) ma è proprio così: dove ora sorge Terracielo Funeral Home, in località Fossalta a Modena, già alla fine del I sec. a.C. c’era una necropoli. Lo confermano gli scavi, avviati nel 2001 per la costruzione della sede di COFIM S.p.A. e poi ripresi nel 2009 proprio per la casa funeraria. In entrambi i casi i lavori sono stati interrotti e ripresi solo al termine delle campagne di scavi, portate avanti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna.

L’idea non avrebbe potuto che essere di un veterano, professionista del settore da oltre 45 anni, avendo seguito le orme del padre: si tratta di Gianni Gibellini, titolare della Cofim S.p.A., azienda con 35 dipendenti con sede a Modena.

La funeral home modenese ha un nome evocativo: “TERRACIELO” e si presenta, idealmente come un punto d’equilibrio tra l’immaterialità del post mortem e lo struggente bisogno di aiuto concreto di chi abbia subito un lutto.

Nove stanze del commiato e una grande sala polivalente per per celebrazioni religiose o laiche sormontata da un imponente soppalco con una capienza totale di circa 700 posti.Sala degli Ulivi

ChiostroTerracielo si estende su una superficie di circa 5.000 metri quadri: è una struttura di concezione innovativa e internazionale, realizzata con un investimento di circa 6 milioni di euro. E’ divisa in spazi separati e accoglienti, ampi e ben arredati, per consentire di dare con grande dignità l’estremo saluto ai propri cari.

Un’idea, accarezzata per anni, come ci confida lo stesso Sig.Gianni Gibellini, nasce spesso da una tensione morale, a volte insostenibile, ed affiora da un magma incomposto che si geometrizza in ordinate architetture, in sfondi metafisici; quest’ultimi hanno la grazia di un sogno, alimentato e sorretto quasi da un ricordo, da una suggestione ancestrale.

Tutto in quest’imponente realizzazione (5.000 metri quadrati), cioè piani, volumi, figure, apparizioni concorre a dare del nostro tempo l’immagine più consequenziale e netta, sfiorata da tutti i dubbi possibili e, tuttavia, tesa a una molteplicità di realizzazioni consolatorie.

Perché appare anche evidente che l’universo composito di una moderna funeral home, e le sue ieratiche scansioni figurative a un dato certo vogliono approdare, ed é quello, intenso e struggente, della consolazione totale.

La casa funeraria, qui a Modena, è un complesso di ambienti, locali e servizi che si svolge con metodo entro volumi, superfici e profondità sapientemente alternati è, insomma una felice sintesi tra pura forma e funzione.

L’edificio si presenta come un possente quadrilatero le cui solide masse sono attraversate ed alleggerite da gallerie o umbratili camminamenti che paiono inabissarsi versoSala Terracielo un ignoto e raccolto regno interno dove esercitare il culto del dolore e della memoria.

L’universo composito di una moderna funeral home con le sue ieratiche scansioni vuole approdare al fine ultimo di un conforto assoluto e totale.

Questo intento traspare dall’assortimento dei colori, dalle armoniose tecniche compositive sempre aperte però all’intuizione estemporanea, all’arbitrio creativo.

Gesti e simboli di autentica disperazione e sconfitta esistenziale (la crocefissione, ad esempio, proposta per una camera ardente di ispirazione cristiana) e di genuina speranza di redenzione aleggiano su uno spazio emotivo indefinito ed indistinto, ma dominato dal riverbero discreto di un dolcissimo sollievo dell’anima dalle afflizioni di un’umanità violata dall’angelo della morte.

I visitatori che varcano la soglia sono subito accolti da un piccolo chiostro, cuore della struttura, attorno a cui si sviluppano, su due piani, le nove sale del commiato. Già questo luogo, ricco di simboli e percorsi figurati, è una dichiarazione d’intenti: “Il claustro, storicamente, è un luogo di silenzio e meditazione; qui si è creato un piccolo giardino, con un albero d’ulivo e una fontana che richiamano gli elementi della terra e dell’acqua. La funzione di questo spazio è di rasserenare e trasmettere calma a chi lo attraversa o lo osserva”.

Sala delle StelleSuperfici sofferte, rigide e nette, come un fendente di spada, si fondono nelle pareti lignee come un doloroso panneggio, ma le decorazioni in vetro di Murano recano agli arredi, pur sempre personalizzabili attraverso moduli già predisposti ,una maggior leggerezza, rompendo la continuità dei piani con un motivo, che, assieme alla diversa profondità, accentua l’effetto chiaroscurale e lo sviluppo dei volumi.

Piccoli, raffinati dettagli, poi, conferiscono alle nove camere ardenti, con annesso salotto di anticamera, una forma morbida e, non quindi seccamente squadrata, ma leggermente sinuosa ed accogliente.

Simili accorgimenti rendendono così più sfuggenti le linee, nella loro proiezione prospettica, e sono in grado di donare una notevole plasticità alle masse murarie.

Luce e colori sono parte integrante delle scelte architettoniche: niente toni scuri, troppo deprimenti, ma tinte con sfumature tenui, valorizzate da un attento utilizzo della luce, sia naturale che artificiale, teso ad enfatizzare spazi e a sottolineare volumi.

Tutte le porte e i serramenti sono realizzati con vetri traslucidi, che lasciano filtrare la luce, ma mantengono la privacy di chi è all’interno e diventano anch’essi elementiSala delle Rose illuminanti. Niente a Terracielo è lasciato al caso: anche gli arredi, eleganti ma essenziali, sono stati scelti con cura. In ogni sala i divani, le poltrone e i tavolini di Le Corbusier sono in tinte che richiamano il colore che caratterizza ogni diverso spazio. Alle pareti, anche i quadri retroilluminati in vetro di murano del pittore modenese Erio Carnevali riprendono il filo dell’astrazione lirica, del colore come risonanza interiore.

“L’aspetto più complesso dell’intero progetto è stata la necessità di mediare tra elementi psicologici ed esigenze costruttive” – sottolinea l’architetto Claudio Grillenzoni, direttore dei lavori. “Volevamo mettere a disposizione della città un luogo ricco di suggestioni in grado di accogliere il dolore e le emozioni delle persone nel momento di un lutto e – per quanto possibile – dare loro quel sollievo e quella serenità che solo “l’incanto”, come sosteneva Giò Ponti, può trasmettere. Al contempo, però, questo luogo doveva essere funzionale ed efficiente. Per questo è stato fondamentale il confronto e lo scambio continuo con i colleghi”. La fase progettuale, infatti, ha coinvolto diversi professionisti: il gruppo di lavoro che ha ideato la struttura comprende, oltre a Claudio Grillenzoni, gli architetti Ezio ed Emiliano Righi e Katia Valli.

 

Nota della Redazione.

Per il corredo fotografico tutti i diritti riservati a COFIM S.p.A

Il Tanatogramma ex Art. 8 DPR 10 settembre 1990 n. 285

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Vorrei proporVi un nuovo argomento.

In pratica, l’art. 8 e successivi DPR 285/90 per quanto riguarda la riduzione del periodo di osservazione.

Le ASL dovrebbero avere l’ ECG a disposizione per le famiglie che richiedano l’applicazione del suddettol’Art 8 come succede negli ospedali???????

Perchè le ASL locali (scivo dalla Regione Campania) non nè volgiono proprio sapere????

Continuano a sostenere che ciò deva avvenire solo negli ospedali mentre io penso che anche per i decessi, i quali avvengono nelle abitazioni private, le ASL debbano erogare questo servizio su richiesta degli interessati o nel caso di decomposizione “precoce”.

Qual è il vostro pensiero in merito?

Saluti da ALBA(CHIARA)

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RISPOSTA:

 

L’autorizzazione all’inumazione o, distintamente, alla tumulazione sono
rilasciate, sempre, dopo le 24 ore dal decesso, salvo i casi previsti (…
espressi …) nei regolamenti speciali (art. 74, 2 RSC); l’art. 8 dPR
285/1990 dichiara non necessaria l’osservanza del periodo di osservazione nei casi di 1) decapitazione, 2) maciullamento o 3) accertamento
strumentale
della morte (a mezzo ECG con le modalita’ ivi indicate).

In caso di evidenti segni di incipiente putrefazione è il sindaco, quale
autorità sanitaria locale, a disporre, su proposta del medico necroscopo,
la riduzione del periodo d’osservazione, sino al suo totale esaurimento attraverso il tanatogramma.
Il problema è allora focalizzato in questi termini: chi deve attivare il
medico necroscopo??? A tal proposito consiglio di consultare questo link:
http://www.funerali.org/?p=312

 

Si veda anche la Circ. Min. n.24/1993 per maggiori delucidazioni