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Le feuilles mortes

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Le feuilles mortes

Quest’anno, in Italia e non solo, il caldo (e l’umidità) hanno veramente picchiato duro! Sui media hanno continuato a martellarci con notizie che sembrerebbero confortare la tesi secondo cui questo livello di calore diventerà permanente nel tempo, anzi incrementerà. Colpa dell’effetto serra, dicono. Colpa del progresso, dicono.

Era pertanto da attendersi anche nel 2017 un alto livello di mortalità estivo, conseguente all’ondata di calore. Invece no. Perché?

È importante per chi gestisce una impresa funebre, un crematorio o un cimitero, ma anche per chi fabbrica bare, dimensionare il servizio (o la produzione, nel caso dei “cofanari”) considerando i picchi attesi di mortalità. Si possono così gestire al meglio le scorte, il calcolo delle attrezzature, le vetture necessarie, ecc..

Si potrà programmare al meglio l’apporto dei centri di servizi funebri.

Ho così provato a capirne di più, per darci una spiegazione scientifica dell’anomalia, consultando studi statistici in materia.

Sono partito dal pregevole articolo “Sull’incremento della mortalità in Italia nel 2015: analisi della mortalità stagionale nelle 32 città del Sistema di sorveglianza della mortalità giornaliera”, pubblicato su EPIPREV, gennaio-febbraio 2016, pag. 22 e segg..

L’articolo studia il caso italiano per interpretare le motivazioni dell’elevata mortalità avutasi nel 2015, oltre tutto abbastanza strana perché non coincidente con analoghe alterazione del dato medio di altri Paesi europei. Secondo gli autori:

“Cosa si sapeva già:

Nei primi 8 mesi del 2015, l’Istat ha segnalato 45.000 decessi in più rispetto al 2014.

Regno Unito e altri Paesi europei hanno notificato una mortalità elevata durante l’inverno 2014-2015 in concomitanza con i picchi dell’epidemia influenzale.

Cosa si aggiunge di nuovo:

L’analisi stagionale della mortalità in 32 città evidenzia nella popolazione di 65+ anni un incremento significativo della mortalità nel 2015 sia nel periodo invernale (+13%, prevalentemente nella popolazione +85 anni, per patologie respiratorie) sia in quello estivo (+10%, anche nelle fasce di età più giovani).

Fattori meteorologici (basse ed elevate temperature) e non meteorologici (virus influenzali), oltre all’ampiezza della popolazione a rischio (pool di suscettibili), sono le concause dell’eccesso osservato e spiegano la variabilità stagionale e interannuale della mortalità soprattutto nella popolazione molto anziana.”

Aggiungo che alcuni degli stessi studiosi hanno recentemente diffuso un ulteriore studi, di cui riporto alcune frasi:

“Per ogni aumento di 4°C delle temperature, la mortalità sale del 20,3%”. E ancora: “Sono le evidenze scientifiche dell’effetto serra”, presentate sul numero di luglio-agosto di ‘Nuova Ecologia’ dalle epidemiologhe del Servizio sanitario della Regione Lazio Paola Michelozzi e Francesca de’ Donato.

Gli effetti più evidenti si osservano durante gli episodi di maggiore durata delle ondate di calore, oltre i 4-5 giorni, in cui si registrano incrementi della mortalità di 2-5 volte rispetto ai giorni non a rischio. La frequenza e l’intensità di eventi estremi è destinata ad aumentare in futuro.”

Quello che non mi torna è perché nel 2017, a fronte di analoghe condizioni rispetto al 2015, non si sia avuto nel periodo estivo l’aumento di mortalità che ci si attendeva.

L’unica spiegazione plausibile sembra essere quella per la quale l’incremento di mortalità invernale nel 2017 (e fine 2016) sia stato talmente alto da “sacrificare” anzitempo molti di coloro che avrebbero avuto poi probabilità di morire per malattie conseguenti ad ondate di calore. In sostanza sono morti prima e non potevano morire due volte. O anche, con la colorita frase degli addetti ai lavori del settore funerario: una volta che le foglie sono cadute non possono ricadere di nuovo!

Confrontando i dati di mortalità della popolazione anziana del 2015 con quelli del 2017 si noterà che la mortalità invernale 2017 ha avuto picchi elevatissimi nei confronti di quella 2015.

In termini statistici, per effettuare previsioni attendibili, occorrerà quindi considerare un’ulteriore variabile è cioè il gradiente di tasso di mortalità, cioè la velocità e il livello raggiunto dall’intensità di mortalità giornaliera, nelle fasce di popolazione anziane.

Si noti che (fonte Ministero salute):

“Il Sistema di sorveglianza della mortalità giornaliera (SISMG) è gestito dal Dipartimento di Epidemiologia SSR Lazio – Asl Roma 1 per conto del Ministero della Salute nel progetto “Piano Operativo nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute” CCM – Ministero della Salute.

Il SISMG, basato sui dati di mortalità dalle anagrafi Comunali, è attivo tutto l’anno e permette di identificare in maniera tempestiva eventuali variazioni della mortalità attribuibili a diversi fattori (epidemie, esposizioni ambientali, socio-demografici) che modificano i valori giornalieri o il trend stagionale.

Nel rapporto vengono riportati i dati di mortalità per settimana, per i soggetti di età maggiore o uguale ai 65 anni di età residenti e deceduti in 19 città (Aosta, Bolzano, Trento, Torino, Milano, Brescia, Verona, Venezia, Bologna, Genova, Perugia, Civitavecchia, Roma, Frosinone, Bari, Potenza, Messina, Palermo).

Il valore atteso (baseline) viene definito come media settimanale sui dati di serie storica (5 anni precedenti) della mortalità giornaliera e pesato per la popolazione residente (dati ISTAT) per tener conto dell’incremento della popolazione anziana negli anni più recenti.”

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 4/2017.
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Gestione cimiteriale sovracomunale

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Gestione cimiteriale sovracomunale

In un’Italia che sta faticosamente cercando di ridurre gli sprechi e al tempo stesso mantenere, se non migliorare, la qualità dei servizi, non ci si può sottrarre alla valutazione se sia ora di pensare al servizio cimiteriale come servizio di area vasta.
Cosa intendo con il termine “servizio di area vasta”? Vediamo insieme di analizzarne le caratteristiche.
La materia della gestione sovracomunale di un cimitero è trattata, con norme sostanzialmente arcaiche, nel D.P.R. 285/1990. Le definisco arcaiche, anche se onestamente sono pochi criteri semplici e applicabili, perché scritte in epoca in cui non erano presenti gli strumenti intervenuti con le leggi T.U. 267/2000 e s.m.i. e le norme di razionalizzazione della gestione dei servizi fondamentali (tra cui ricordo sono compresi i servizi necroscopici e cimiteriali).
Il D.P.R. 285/1990 (e prima il T.U. delle leggi sanitarie) prevede che ogni Comune si doti di almeno un cimitero, la cui modalità di gestione è lasciata alla scelta propria di ogni Comune.
Non è citata la gestione associata di più cimiteri, ma unicamente la gestione consorziale di un cimitero a servizio di più Comuni.
Ricorrendo particolari condizioni (occorre che i Comuni siano piccoli e contermini) più Enti Locali possono realizzare e gestire un unico cimitero consorziale per i diversi territori serviti.
Ma non vi sono attualmente impedimenti, anzi, in taluni casi è favorita, la gestione di uno o più cimiteri appartenenti ad un Comune assieme ad altri di altri Comuni.
Valgono in questi casi le usuali forme di gestione associata per realizzare e gestire una qualsiasi opera pubblica e ovviamente il servizio pubblico che è collegato ad essa.
Si applicano quindi ai servizi cimiteriali (intesi in senso lato e cioè cimiteriali, di cremazione e di illuminazione elettrica votiva) le norme per i SIEG (servizi di interesse generale di rilevanza economica).
In ultima analisi questo significa che è ogni Comune di un determinato territorio che sceglie volontariamente una gestione associata integrata, condividendo le scelte che ciò comporta ed assumendo gli atti propedeutici o conseguenti a tale scelta.
Tra questi atti vi può essere l’armonizzazione dei regolamenti di polizia mortuaria, delle tariffe, delle durate delle concessioni cimiteriali, ecc., dei sistemi di vigilanza e sanzionatori.
E, chiarendo ulteriormente.
La gestione associata può approvare un regolamento di polizia mortuaria “standard”, anche con piccole parti variabili in relazione alla natura dei vari Comuni (come la dimensione demografica, i condizionamenti orografici, e altri aspetti), cioè un regolamento standard ad assetto variabile.
L’adesione di un Comune alla gestione associata comporta o la contemporanea approvazione del nuovo regolamento di polizia mortuaria “standard” o un periodo limitato transitorio in cui dar corso alla modifica del regolamento comunale vigente per adeguarlo allo “standard”.
Il recepimento del regolamento “standard” e delle tariffe, calibrate per la situazione di quel Comune, come delle durate delle concessioni cimiteriali di quel Comune, e anche dei giorni ed orari di apertura del cimitero, comporta modalità e costi predeterminati del servizio, compensati da ricavi corrispondenti alle valutazioni fatte.
Ove un Comune non intenda adeguare le tariffe e le durate delle concessioni ai valori standard di riferimento, o applicare un livello di fruizione dei servizi maggiorato (con ad es. giorni e orari di apertura maggiori di quelli ordinari), assumerà a proprio carico i maggiori oneri relativi. E, viceversa.
La uniformità regolamentare (di polizia mortuaria) su più Comuni aderenti alla gestione cimiteriale associata integrata, vista la competenza regolamentare propria di ciascun consiglio comunale, può ottenersi condizionando l’accesso ai servizi associati ad approvazione, da parte del Consiglio del Comune candidato all’ingresso (che è anche competente circa la forma associativa da scegliere e la modalità di gestione dei servizi pubblici locali), di regolamento di polizia mortuaria comunale coincidente, o almeno coerente, con quello “standard” sovracomunale.
Sorge spontanea la seguente domanda:
Si possono delegare compiti cimiteriali di livello comunale alla gestione associata sovracomunale?
È utile chiarire che alcune funzioni cimiteriali possono qualificarsi come organizzative e/o gestionali, ben risultando ammissibile che il loro esercizio venga attribuito, attraverso un contratto di servizio, ad un soggetto “terzo” cui il Comune affidi il servizio cimiteriale.
Ad es., gli atti di cui agli artt. 83 ed 86 D.P.R. 10 settembre 1990, n. 286 (atti di regolazione delle esumazioni o delle estumulazioni c.d. “ordinarie”) altro non sono se non atti di gestione cimiteriale, che, come tali, possono essere attribuiti al soggetto gestore del servizio pubblico.
Del tutto analoga la regolazione degli accoglimenti nei cimiteri, mentre una diversa valutazione potrebbe argomentarsi sugli orari di apertura/chiusura dei cimiteri, cioè in relazione dell’art. 50, comma 7 T.U.E.L. (competenza questa sindacale e non dirigenziale).


Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 3/2017.
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La ricostruzione cimiteriale post terremoto

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La ricostruzione cimiteriale post terremoto


Mi è capitato di visionare alcuni video di cimiteri dopo il recente terremoto in Centro Italia. Video da terra e video da drone in volo.
Gli effetti del terremoto sono devastanti. Il motivo è che quei cimiteri sono costruiti spesso a mezza costa, talvolta fuori del paese sotto incombenti pareti rocciose, le quali in diverse occasioni sono franate.
Situazione profondamente diversa dal terremoto in pianura padana di pochi anni or sono, dove le condizioni orografiche hanno attenuato il pur forte impatto.
Altro motivo della devastazione dei cimiteri di montagna è la quantità di manufatti costruiti in muratura danneggiati profondamente o proprio crollati. Le stesse cappelle familiari di costruzione più recente hanno riportato danni tali da considerarle inagibili non nella parte di loculi in cemento armato, ma nelle parti di ingresso, disimpegno tra le pareti a loculi, che ordinariamente sono in laterizio.
Le poche costruzioni che hanno riportato lievi danni sono quelle, spesso discutibili dal punto di vista architettonico, che noi tutti gestori di cimiteri chiamiamo “batterie di loculi”, costruite recentemente con il rispetto della normativa antisismica.
Come dire che sono crollati i centri storici cimiteriali e si sono salvate le periferie cimiteriali!
In molti altri casi lo spettacolo che si presenta ancor oggi alle popolazioni interessate ed ai soccorritori è macabro, con franamenti di costoni di ala laterale di cimitero, dove generalmente venivano costruite tombe familiari a sistema di tumulazione o anche inumazione a terra, che presentano in bella evidenza bare nuove e vecchie, talvolta aperte.
O proprio crolli totali di vecchie cappelle in muratura con bare miste a mattoni.
O, ancora, scheletri disturbati nel loro sonno eterno ora in bella vista all’interno di nicchie in muratura, frutto di sepolture secolari che, improvvisamente, sono state portate alla luce dal terremoto.
Certo, sto parlando delle situazioni peggiori solo in parte in via di superamento grazie all’opera delle squadre della Protezione Civile, la quale con enormi gru e persone sospese sulle macerie sta imbragando le bare ancora solide per collocarle in altro luogo.
Temo però che l’emergenza non sia ancora finita in questi cimiteri!
Gli scuotimenti tellurici ripetuti, di notevole e media magnitudine, potrebbero aver fessurato molteplici bare di zinco usate in recenti tumulazioni, con effetti percepibili dal classico e nauseabondo odore quando la stagione invernale cederà il passo a quella estiva.
E, infine, la questione sociale.
Come permettere alla popolazione terremotata, ora e nel tempo, di accedere in sicurezza ai luoghi dove sono conservati memoria e affetti della propria vita e le radici della propria famiglia?
Un compito che fa tremare le vene ai polsi a chi dovrà assumere decisioni in proposito.
Si tratta di situazioni che vanno talvolta a confliggere con scelte razionali, come quella di spostamento del cimitero in area più sicura, ma di cui in qualche modo occorre tener conto. Il difficile sarà il giusto compromesso tra la scelta di razionalità e quella di attaccamento ai ricordi e valori di queste popolazioni, che pervicacemente insistono nel rimanere in questi luoghi.
Penso che il Commissario Straordinario Errani abbia dato, in questa situazione disperata, la precedenza alla soluzione abitativa dei vivi.
Presto, anzi prestissimo, occorrerà però prestare adeguata attenzione anche alla situazione dei cimiteri.
Mi permetterei di suggerire l’adozione da parte del Governo di un testo di polizia mortuaria in caso di catastrofi, aggiornato alle tecniche e soluzioni attuali, con soluzioni pratiche, anche amministrative, e norme speciali per affrontare situazioni simili.
Probabilmente la soluzione, per queste dimensioni di disastro, sta nella riduzione numerica delle situazioni per cui provvedere a dotare il cimitero di posti feretro.
Come noto le norme vigenti prevedono che, passati 10 anni dalla inumazione e 20 anni dalla tumulazione stagna, non ci si trovi più di fronte ad un cadavere, ma ad una fattispecie trasformativa che va dalle ossa perfettamente scheletrizzate a resti mortali di incompleta scheletrizzazione.
Sarà quindi prioritario, per pianificare gli interventi, svolgere rapidamente un censimento della situazione delle sepolture di ogni cimitero. A partire dal campo comune di ogni cimitero di zone terremotate, con la individuazione planimetrica delle sepolture e la data di singola inumazione.
In tutti i casi di superamento dei 10 anni di sepoltura già ora la legge ordinariamente prevede la esumazione ordinaria e conseguentemente la possibilità di riduzione in ossa, con la collocazione a rinfusa nell’ossario comune o – a richiesta – in singole cassette di ossa da tumulare poi in tomba di cui i familiari dispongano.
Anzi, la eccezionalità del terremoto, potrebbe consigliare, ove gli spazi recuperati non siano elevati, di effettuare esumazioni solo dopo 5 anni, da ritenersi obbligatorie.
Una siffatta operazione di esumazioni massive potrebbe consentire di recuperare ampi spazi cimiteriali prima destinati a inumazione e di progettare gli interventi necessari su aree finalmente disponibili.
Ma occorrono, prima dell’inizio delle operazioni, sia posti feretro, sia posti ossarietto/nicchie cinerarie in quantità almeno necessaria per seppellire i defunti del passato e garantire, al tempo stesso, sepolture anche per i prossimi (almeno) 5 anni. Cioè del periodo minimo ipotizzato per la ricostruzione.
E, con la stessa logica, operare nell’ambito di estumulazioni massive di manufatti a sistema di tumulazione.
È infatti preferibile applicare soluzioni amministrative che consentano la riduzione volumetrica delle necessità di sepoltura.
Laddove vi siano le condizioni è necessario incentivare sia la riduzione in resti ossei, sia la cremazione di resti mortali, riducendo così la necessità di loculi feretro e sostituendola con quella di ossarietti (nicchie cinerarie).
Il terremoto andrà quindi ad incidere profondamente nelle politiche cimiteriali e negli usi e costumi di quelle popolazioni.
E, infine, occorrerà che i Comuni procedano ad una valutazione dei propri antichi e moderni cimiteri in funzione delle norme antisismiche. Meglio non mettere la testa sotto la sabbia!

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 2/2017.
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In Italia siamo terribilmente indietro in ricerca e sviluppo

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In Italia siamo terribilmente indietro in ricerca e sviluppo


La quasi totalità delle norme esistenti in vari Paesi del mondo si preoccupa di garantire che il trasporto funebre avvenga con garanzie per la igiene e sanità pubblica e per evitare, durante il tragitto, percolazioni dal cadavere.
Inoltre è importante che il cadavere sia opportunamente protetto all’interno dell’imballo utilizzato nel trasporto.
E, infine, quando sia possibile, è rilevante consentire a parenti di poter vedere il corpo, giunto a destinazione.
Sono diverse le tecniche utilizzate in Europa per ottenere questi risultati:
a) Il contenitore esterno (bara), che ha anche funzioni estetiche e di prestigio durante il funerale. Ordinariamente è di legno massiccio, ma talvolta anche di altri materiali generalmente a base di legno, più raramente di altro materiale.
b) Ritardare i processi putrefattivi, in caso di trasporti di lunga durata, con funzioni anche protettive dal punto di vista igienico-sanitario. Le tecniche utilizzate sono essenzialmente tre:
1. Uso di contenitore stagno interno alla bara: di materiali come lo zinco, il piombo, in epoche passate; di materiali plastici o compositi, spesso flessibili, in tempi moderni. Spesso è richiesta la ermeticità del contenitore, se non inficia la scheletrizzazione.
2. Uso del freddo, ottenuto sia con mezzi di refrigerazione del vano dell’auto-funebre o del contenitore raffreddato per trasporto, oppure col ricorso a ghiaccio secco nelle vicinanze del corpo, o ancora con sistema di ventilazione / condizionamento sotto o sopra la bara o, infine, a serpentina fredda sottostante il corpo.
3. Uso di tecniche di tanatoprassi (embalming, tanatopraxis), con la aspirazione del sangue dal sistema venoso/arterioso del corpo del defunto e sostituzione con miscele di liquidi conservanti.
c) Evitare la percolazione di liquidi cadaverici, soprattutto nell’immediatezza del decesso e per evitare che nel periodo di cerimonia funebre e fino alla sepoltura si determinino perdite di liquidi cadaverici dalla bara. Le tecniche utilizzate sono principalmente:
1. Uso di un lenzuolino sul fondo della bara, che possa ricoprire anche parte delle pareti verticali (liner). Può essere di materiale biodegradabile o meno.
2. Uso di un elemento assorbi-liquidi, in genere si tratta di uno strato di cotone naturale, talvolta impregnato di sostanze antisettiche.
3. Uso di materiale assorbente. Dai materiali storici, quali segatura di legno, torba carbone di legna polverizzato, fino ad arrivare a quelli più recenti quali i SAP (super assorbenti), anch’essi biodegradabili o non biodegradabili. Per facilitare la degradazione dei liquidi e per favorire i processi scheletrizzanti sono ora usate anche sostanze a base batterico enzimatica, talvolta anche assorbenti.
d) Garantire che non si abbiano cattivi odori cadaverici: situazione in genere risolta dalla combinazione delle tecniche precedenti. Talvolta con l’aggiunta, specie in caso di variazione di pressione per tragitti lunghi o per tragitti aerei, di appositi sistemi equilibratori di pressione (valvole).
e) La visione del corpo giunto a destinazione, è favorita con l’uso di tecniche conservative (in particolare la tanatoprassi) o di veri e propri artifizi (come l’apposizione di oblò ad una controcassa di zinco) o l’uso di contenitori flessibili trasparenti o semi trasparenti, o ancora contenitori flessibili facilmente asportabili.

Non è solamente il tipo di trasporto che determina la natura del contenitore, ma anche la destinazione del defunto (inumazione, tumulazione stagna e areata, cremazione o suoi recenti e moderni succedanei).
Difatti, in funzione della destinazione, è necessario prevedere specifiche tipologie di contenitore (facilmente degradabile se inumato, facilmente combustibile se cremato, con garanzie di mantenimento nel tempo se tumulato in forma stagna, con garanzie di aerazione del corpo se tumulato in forma areata, con facilità di estrazione del corpo per resomation e ecolation).
Sottolineo che la attuale normativa italiana è stata profondamente influenzata dalla Convenzione di Berlino (1937) e che da allora non sono stati apportati cambiamenti sostanziali, sia per effetto della introduzione di materiali innovativi o alternativi, sia per metodiche.
Inoltre è rilevabile che la rigidità delle norme italiane, contrariamente a quanto avviene in taluni altri Paesi, non consente di modernizzare adeguatamente il settore, che vive per lo più in forma difensiva del mercato domestico e non si apre all’innovazione.
Ogni innovazione ha bisogno di investimenti in ricerca, studi, prove.
E l’Italia non brilla certo per questo, sia nel complesso della propria industria, sia – in particolare – nel settore funerario.

Editoriale di Daniele Fogli, pubblicato su I Servizi Funerari 1/2017.
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